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La questione nazionale e la sinistra sovranista

di Alessandro Barile (Sapienza Università di Roma)

Note attorno al libro di Michael Löwy, Comunismo e questione nazionale. Madre- patria o Madre terra?, Meltemi, Milano 2021

2012 02 05 questione nazionaleNecessario corollario del fenomeno populista dell’ultimo decennio è la questione nazionale. In qualche modo l’uno spiega l’altra e viceversa: difficile stabilire i confini, ragionare sui nessi causali, e lo scivolamento (più o meno lento, forse non inevitabile) del populismo in sovranismo esplicita il legame unificando i due concetti. Il populismo organizza in posizione politica una pulviscolare richiesta di maggiore “protezione sociale”, sia questa declinata in senso progressivo (ovvero “dal basso” delle popolazioni impoverite contro “l’alto” dei mercati globali), o in senso regressivo (recupero o difesa di un’identità da usare contro minacce esterne alla comunità locale e “sovrana”). Non per caso allora dalla crisi dei mutui sub-prime, l’ascesa di Syriza e Podemos e l’affermazione del Movimento 5 stelle in Italia (fenomeni originati in un arco di tempo che va dal 2008 al 2013), le scienze sociali e il mercato editoriale sono stati invasi da pubblicazioni attorno al tema della sovranità nazionale1. Dove è andata a situarsi in tempi di globalizzazione ed europeismo? Se una certa rassegnazione teleologica considerava inevitabili tanto questa globalizzazione quanto questo europeismo, cosa è successo quando ambedue questi processi storici sono entrati in una crisi strutturale e a quel punto considerata, altrettanto finalisticamente, come “irreversibile”? Dopo la globalizzazione non poteva che esserci un ritorno alla nazione, veniva affermato con la sicurezza di chi andava sostituendo Marx con Polanyi, così credendo di aver risolto le presunte aporie della teoria marxista. Sempre non a caso il marxismo di questo decennio è andato in confusione. Perché se la recessione economica sembrava continuare a confermare le previsioni marxiane sull’inevitabilità della crisi, il riaffacciarsi della questione nazionale ha presentato questi problemi su di un terreno scivoloso e ambiguo, collegato ad una delle principali “zone di discomfort” del pensiero marxista.

Anche in questo caso non sono mancate la pubblicazioni, letteralmente a migliaia, che hanno provato a sviscerare i nessi tra marxismo e questione nazionale, per affermare (giustamente) che Marx ed Engels se ne sono sempre occupati, e che il marxismo contiene in sé gli strumenti per affrontare il problema ed escogitare soluzioni adatte ai tempi che corrono (già questo lo si potrebbe sostenere con minore sicurezza). Dentro questa tendenza si situa anche una tra le più recenti pubblicazioni sull’argomento, Comunismo e questione nazionale. Madrepatria o Madre terra?, del sociologo franco-brasiliano Michael Löwy (Meltemi 2020). È davvero solo l’ultima di una considerevole catena di pubblicazioni che hanno creato un vero e proprio filone editoriale. Carlo Formenti, tra i primi a sollecitare una riflessione sul sovranismo democratico, dirige proprio per Meltemi una collana (Visioni eretiche) volta a organizzare un discorso politico-culturale sulla questione nazionale e il sovranismo declinato a sinistra. Significativo l’orizzonte composito che la casa editrice cerca di perlustrare: dal sovranismo di marca neo-craxiana di Thomas Fazi (Sovranismo o barbarie), alla sociologia polanyiana di Onofrio Romano (La libertà verticale) al neohegelismo comunitarista di Andrea Zhok (Critica della ragione liberale) al patriottismo marxista di Mimmo Porcaro (I senza patria). Anche la casa editrice romana DeriveApprodi, esempio sintomatico date le sue posizioni decisamente distanti da certa revanche patriottica, da un decennio ha dato spazio – attraverso la collana Fuori fuoco – alla questione nazionale e al sovranismo di sinistra: dai lavori di Formenti (uno su tutti La variante populista), all’articolazione di un discorso antieuropeista democratico (il lavoro collettivo Rottamare Maastricht, o anche Sovra- nismi, di Alessandro Somma). E altri se ne potrebbero citare, da Asterios (gli interessanti lavori di Raffaele Sciortino) a Imprimatur (dove Valdimiro Giacché ha condotto la sua battaglia culturale contro la Ue, vedi in particolare Costituzione italiana contro i Trattati europei), a Diarkos fino a Jaca book: editori che hanno in qualche modo occupato il discorso, con il seguito di autori impegnati nel tracciare i collegamenti tra sinistra e nazione, marxismo e patriottismo. Non parliamo, poi, della galassia online di blog e riviste animate dal populismo critico e patriottico d’ascendenza comunista. La collocazione editoriale succitata svela persino una tacita contraddizione, rivendicando al contempo una certa “ereticità” ed il situarsi dentro l’ortodossia marxiana. Sintomo che le cose, come minimo, sono più complesse di quanto appaiono prima facie.

È al contempo vero e falso che Marx si sia occupato di questione nazionale. È vero nei termini in cui sia Marx che Engels saltuariamente ma in maniera ricorrente trattano delle diverse questioni nazionali che agitano l’Europa dell’Ottocento, nel fuoco dell’autodeterminazione dei popoli “senza storia” e della spoliazione coloniale in Nord Africa e in Asia. E però, né Marx né Engels ne hanno mai fatto una teoria, ovvero abbiano sviluppato un discorso strutturato e conchiuso, ancorché dialettico. Anzi: il vorticoso “cambiar di parere” è il tratto unificante delle posizioni marxiane ed engelsiane sull’argomento. A voler trovare il riferimento, la citazione o il ragionamento a cui appellarsi in ultima istanza per confermare il proprio punto di vista, se ne potrebbero scovare decine a sostegno e altrettante a smentita di una qualsiasi posizione sulla questione nazionale. Fin troppo noto e usato il caso irlandese: prima contro, poi a favore dell’autodeterminazione nazionale. Quindi? Quindi la famigerata “formula” non c’è. Come ricordato da Renato Monteleone, che sul tema ne sapeva e ne sa decisamente più dell’attuale pattuglia sovranista, sulla questione nazionale si è concordi nel rilevare una «mancanza di sistematicità», e un «carattere relativistico ed empirico, ovvero della costante variabilità, dei giudizi di Marx ed Engels sui movimenti nazionali», e ancora, e in definitiva: «ne viene una sorta di valutazione caso per caso»2. Michael Löwy, nel suo libro, tenta di valutare questo empirismo di fondo affermando che nella questione nazionale marxiana vi è un continuo oscillare tra posizioni economicistiche-deterministiche, per un verso, e prodromi di analisi antimperialistiche, e quindi squisitamente politiche, dall’altro. Che significa? Senza dubbio vi è in Marx ed Engels una convinzione di fondo che determina il loro approccio alla questione, ovvero che la nazione, e con questa il nazionalismo, in quanto fenomeno storico collegato ad un particolare grado di sviluppo del capitalismo, sia destinato a scomparire o a ridursi di portata, a farsi irrilevante. Questo è l’aspetto in qualche modo deterministico: su di un fattore in via di superamento Marx ed Engels non organizzano un loro punto di vista specifico. Il proletariato è internazionalista perché lo è il Capitale: è quest’ultimo a globalizzarsi, ad abolire le frontiere, “costringendo” la classe operaia ad unificarsi su basi sovranazionali. D’altro canto, sia Marx che soprattutto Engels si accorgono presto che la lotta di classe avviene anche sul terreno del rapporto tra nazioni, dividendole in dominatrici e oppresse. Da questa prospettiva la liberazione delle nazioni colonizzate o soggiogate a una qualche forma di vincolo esterno contribuisce alla liberazione del proletariato della nazione dominante prima ancora che di quella dominata. Una nazione che ne domina un’altra non è libera, ripeteranno costantemente i fondatori del socialismo “scientifico”, soprattutto riguardo al caso inglese, secondo il quale, alla fine del loro tragitto valutativo, sarà dalla liberazione dell’Irlanda che scaturirà l’emancipazione del proletariato inglese.

Vi è però un fatto determinante alla base del diverso approccio che la sinistra ha oggi sulla questione nazionale rispetto a quanto avveniva nel XIX secolo di Marx ed Engels. Se il marxismo (tutto il marxismo) condivideva una certa fiducia nel progresso, era quindi portato inevitabilmente ad adeguarsi ad una realtà oggettiva segnata da uno sviluppo giudicato contraddittoriamente positivo, oggi al contrario domina una sfiducia nel futuro. La critica del presente è sostenuta oggi da posizioni, in senso tecnico, conservatrici, laddove nel marxismo la critica della società del XIX secolo era condotta sulla scorta di una visione del futuro da dischiudersi alle potenzialità ancora inespresse della modernità. Da questo avamposto è possibile giudicare la diversa qualità delle due critiche al capitalismo: se per Marx bisognava liberare le energie sociali sviluppate dal capitalismo ma al tempo stesso frenate dall’appropriazione privatistica della ricchezza sociale, per una certa critica attuale il problema è lottare contro il futuro e non in suo favore. Sembrano astrazioni, ma spiegano in qualche modo i diversi approcci riguardo alla questione nazionale. Se per Marx ed Engels l’internazionalizzazione dell’economia avrebbe comportato un’internazionalizzazione di tutti i fattori produttivi (e quindi anche dei legami di classe) – dunque ragionare di questione nazionale in via teorica costituiva un attardarsi rispetto alla velocità con cui si muoveva il capitalismo – oggi ci si aggrappa alla nazione e al suo potere decisionale come fonte di resistenza contro processi sovranazionali ritenuti (giustamente) matrice di immiserimento collettivo e alienazione sociale. Dopo il salto da Marx a Polanyi, a questo punto, è intervenuto un altro salto: da Polanyi a Schmitt (vedi, tra gli altri, i lavori di Emilio Quadrelli, ad esempio Classe Partito Guerra, edizioni Gwynplaine), allontanandosi così dalle “ragioni ultime” del marxismo e sovrapponendo la propria critica all’insofferenza borghese verso i travolgimenti in atto, per loro stessa natura destabilizzanti. Ma il marxismo – sia detto di passaggio – prospera nella destabilizzazione, non cerca annichilenti “ritorni all’ordine”, men che meno ad un ordine precedente o addirittura preordinato, persino “naturale” a leggere certe critiche della globalizzazione giudicata in quanto fenomeno “perverso”, cioè “incoerente” con la modernità.

Questa distorsione è stata favorita dal precedente e infine contestuale ripiegamento antinazionale e antistatuale di gran parte della sinistra tra gli anni Ottanta e il primo decennio Duemila, innestatosi involontariamente (ma colpevolmente) sulla lotta allo Stato portata avanti dal neoliberismo anglosassone di Reagan e Thatcher. Insomma, è pur vero che per Marx “gli operai non hanno patria”, ma a voler cercare la smentita di questa affermazione apodittica sempre a Marx dovremmo tornare (affermazione resa apodittica dalle sue interpretazioni postume più che nella formulazione originale, va aggiunto). Ad esempio, quando afferma che «la lotta del proletariato contro la borghesia è però, all’inizio, per la sua forma, una lotta nazionale. […] Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. Ma poiché il proletariato deve conquistarsi prima il dominio politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, è anch’esso nazionale»3. Qui siamo nel 1848, ma ancora nel 1882 – quasi quarant’anni dopo – è Engels ad affermare che «il movimento internazionale del proletariato è a priori possibile solo in nazioni indipendenti. […] Per poter lottare bisogna prima avere un terreno di lotta, aria e luce e un margine di manovra, altrimenti tutto è chiacchiera»4. Ma queste sono ovvietà fin troppo conosciute. Se le ripetiamo, e se vengono continuamente ricordate nei saggi che compongono il testo di Löwy, è perché sull’attuale triplice rapporto tra populismo, questione nazionale e sinistra il metodo marxiano ha più d’una ragione dalla sua parte. Tentare di edificare una teoria della questione nazionale, sia essa piegata in senso sovranista-democratico, sia al contrario volta a combattere l’edificio storico dello Stato-nazione sorretti da un universalismo immediato quanto astratto5, porterà in ogni caso a scollegare le determinazioni economiche dagli epifenomeni giuridici e culturali che ne costituiscono un mediato riflesso. Si giungerà così a edificare, anche inconsapevolmente, una teoria culturale che affronti il “problema Stato”, o il “problema nazione”, come se questo fosse espressione di «tradizioni storiche e culturali», come si legge nel testo di Löwy (p. 92), oppure addirittura a dichiarare, come si legge nell’introduzione di Jacopo Custodi, che «esistono vari modi di identificarsi con la propria comunità nazionale» (p. 12). Di per sé è un’ovvietà: il portato di una storia nazionale, fatta di lingua, tradizioni popolari, eventi e istituzioni comuni, assimila in una certa misura le popolazioni residenti. Ma se il marxismo è una concezione del mondo, ovvero uno strumento per cambiare la realtà (e non una “scienza sociale” metodologicamente fondata), ciò significa che il tasto su cui continuerà a battere ogni marxismo propriamente inteso è quello che punta a spiegare l’origine dei fenomeni giuridico-culturali (e quindi anche dello Stato) da cause organiche legate ai rapporti di produzione.

L’alternativa ad un approccio del genere, per quanto rozzamente ipostatizzato nelle esperienze del socialismo reale, l’abbiamo vista in questo decennio: a forza di separare cioè che in Marx era unito si è arrivati ad articolare una multiforme (e controversa) teoria politico-culturale dello Stato che dovrebbe “resistere” ai processi di sottrazione di sovranità politica da parte dei movimenti globalizzati dei capitali. Resistere in base ad un suo potere decisionale autonomo, indipendente dai suddetti processi e azionabile sulla scorta di una volontà politica. Se questo però diviene il piano del discorso, sarà sempre la variante “di destra”, ovvero la torsione sovranista identitaria, a vincere la partita del consenso, sia esso elettorale che, più profondamente, culturale, perché è esattamente il suo terreno: quello di presentare le forze della cultura (e del diritto) in antitesi con quelle della produzione, e non criticamente collegate in un rapporto che, in ultima istanza, è di subordinazione. Gli eventi della politica italiana ne danno in qualche modo conferma. Il fenomeno populista, cresciuto come contraddittoria repulsione di una certa forma di capitalismo “liberista-globalizzato”, ha condotto la sua battaglia in nome di una modello economico-sociale (il compromesso keynesiano) dileguato dallo sviluppo storico ma considerato recuperabile in base ad un più convinto decisionismo giuridico-statuale. Giocando col decisionismo, però, il contenuto progressivo pure presente nelle istanze populiste è stato letteralmente fagocitato dalla torsione sovranista, che più direttamente – e coerentemente – fa della decisione sovrana l’aspetto principe della sua proposta politica. Declinato in questo modo, il rapporto tra marxismo e questione nazionale nel XXI secolo non potrà che andare incontro ad aporie e contraddizioni irrisolvibili, come pure emerge dalle pagine del libro di Löwy che però, quantomeno, hanno il merito di non cedere alle sirene del neo-sovranismo (il libro però si compone di saggi scritti alla fine degli anni Novanta, inadatti perciò ad essere usati nell’attuale polemica politica). In conclusione il metodo marxiano, in riferimento alla questione nazionale, è sicuramente segnato da contraddizioni, ripensamenti e passaggi a vuoto: antinomie che hanno scavato nel dibattito della Seconda e Terza Internazionale tanto da sviluppare le più diverse e inconciliabili posizioni (da Kautsky a Bauer, da Luxemburg a Lenin e Stalin), tutte saldamente interne al marxismo; ma è un metodo che preserva una sua validità di fondo, quella cioè di collegare gli aspetti giuridico-culturali alle determinazioni economiche, e queste a una visione della totalità intesa nel senso lukacsiano: «Ciò che distingue in modo decisivo il marxismo dalla scienza borghese non è il predominio delle motivazioni economiche nella spiegazione della storia, ma il punto di vista della totalità. La categoria della totalità, il dominio determinante e onnilaterale dell’intero sulle parti è l’essenza del metodo che Marx ha assunto da Hegel»6. I ripensamenti di questi anni7 non sembrano aver risolto i problemi pure presenti nel marxismo, ma ulteriormente confuso le acque e inibito l’azione politica, spalancando le porte, più che ad un suo aggiornamento, ad un superamento del marxismo stesso.


Riferimenti bibliografici
AZZARÀ, STEFANO G., 2020
Il virus dell’Occidente, Mimesis, Milano/Udine.
BARILE, ALESSANDRO (A CURA DI), 2020
Il secondo tempo del populismo, Momo edizioni, Roma.
BAUSANO, GIULIA — QUADRELLI, EMILIO, 2014
Classe Partito Guerra, Gwynplaine, Camerano (An).
BARBA, ALDO — D’ANGELILLO, MASSIMO — LEHNDORFF, STEFFEN — PAGGI, LEONARDO —
SOMMA, ALESSANDRO, 2016
Rottamare Maastricht, DeriveApprodi, Roma.
FAZI, THOMAS — MITCHELL, WILLIAM, 2018
Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, Meltemi, Milano.
FORMENTI, CARLO, 2016
La variante populista, Derive Approdi, Roma.
FORMENTI, CARLO — ONOFRIO, ROMANO, 2019
Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare, DeriveApprodi, Roma.
GIACCHÈ, VLADIMIRO, 2015
Costituzione italiana contro Trattati europei, Imprimatur, Reggio Emilia.
LÖWY, MICHAEL, 2021
Comunismo e questione nazionale. Madrepatria o Madre terra?, Meltemi, Milano.
LUKÁCS, GYÖRGY, 1991
Storia e coscienza di classe, SugarCo, Milano.
MARX, KARL — ENGELS, FRIEDRICH, 2014
Il manifesto del partito comunista, RedStarPress, Roma.
MONTELEONE, RENATO, 1982
Marxismo, internazionalismo e questione nazionale, Loescher editore, Torino.
ONOFRIO, ROMANO, 2019
La libertà verticale, Meltemi, Milano.
PORCARO, MIMMO, 2020
I senza patria, Meltemi, Milano.
SOMMA, ALESSANDRO, 2018
Sovranismi, DeriveApprodi, Roma.
ZHOK, ANDREA, 2020
Critica della ragione liberale, Meltemi, Milano.

Note
1 Per una trattazione più articolata, vedi BARILE (a cura di) 2020.
2 MONTELEONE 1982, p. 22.
3 MARX – ENGELS 2014, p. 54.
4 Lettera di F. Engels a K. Kautsky, 7 febbraio 1882, in MONTELEONE 1982, p. 60.
5 Vedi sul punto AZZARÀ 2020, in particolare cap. III, pp. 231-376.
6 LUKÁCS 1991, p. 35.
7 Vedi l’esplicito Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare, FORMENTI — ROMANO 2019.
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