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Il ritorno di Marx in Italia

di Oliviero Calcagno e Gianfranco Ragona

Ripetutamente proclamato morto, Marx continua a far discutere. Il silenzio calato sulle analisi dell’autore del Capitale in seguito alla caduta del Muro di Berlino e alla fine dell’Unione Sovietica sembra essersi infranto. In questo senso, il dibattito culturale italiano non fa eccezione rispetto alle tendenze dominanti su scala internazionale, presentando semmai un ritardo, causato dalla lunga durata della precedente fase di lotte sociali e, parallelamente, da una condizione di subalternità all’egemonia culturale statunitense, che proprio l’esaurimento di quel periodo di lotte ha riproposto in forma più accentuata. Tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, infatti, si è consumata una stagione teorica di abiure e di precari eclettismi, cui ha fatto seguito un revival altrettanto affannoso dell’ideologia dei diritti umani, accompagnato dalla frammentazione delle identità collettive in individualità private. Per contro, il dibattito dell’ultimo decennio mostra un ritorno d’interesse per le condizioni sottostanti la vita dei tanto vezzeggiati individui, ed è qui che un rinnovato confronto con il vecchio Marx può trovare spazio d’accoglienza.

A completare il quadro sono poi intervenuti due fattori decisivi: l’esaurimento del movimento altermondialista e una nuova e presumibilmente durevole crisi economica globale. Il panorama si è fatto insomma sempre più cupo, contribuendo a spazzare via illusioni di varia natura e riportando l’attenzione su quella ‘durezza’ del reale che di Marx fu l’elemento naturale. Da questa soglia storica, databile a poco più dell’ultimo quinquennio, muove questo tentativo di ricostruire, per rapidi tratti, le più recenti letture italiane di Marx.1

Sull’onda della ripresa dell’edizione storico-critica delle opere complete di Marx e di Engels,2 si può infatti notare come la Marx-Renaissance diffusa a livello sovranazionale sia finalmente approdata anche in Italia.

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il ponte

Del "nazionalismo economico" di Giulio Tremonti

di Luca Michelini

1. Considero il “liberismo di sinistra”, ovvero l’ideologia post-comunista che in Italia ha innervato la costruzione del Partito democratico, una pseudocultura, per altro del tutto inadeguata a capire e ad affrontare la crisi epocale in corso, anche perché corresponsabile della stessa crisi[1]: è perciò naturale che il testo di Tremonti, La paura e la speranza (Mondadori 2008), mi fosse risultato simpatico.

Avevo abboccato, insomma. Vi avevo scorto un barlume di tentativo di uscire dalle strettoie di una prassi e di una cultura liberista che è sempre stata strumento del dominio che, di volta in volta, il paese capitalisticamente piú avanzato (pervaso da varie forme di “capitalismo di Stato”, che Tremonti poneva in luce: p. 48) ha tentato di imporre al resto del mondo in nome delle ragioni del liberismo[2]. Un dominio ricco di opportunità per i dominati, ma anche di insidie destabilizzanti, sul piano economico, sociale e democratico. Mi incuriosiva che certi ragionamenti uscissero dalla cerchia dei settarismi nostalgici dell’attuale sinistra extraparlamentare e del bonapartismo giacobino postcomunista, passando in pasto all’elettore medio di centrodestra e, probabilmente, anche di centrosinistra. Ché in Italia viviamo, ancora nel 2012 cioè a diverso tempo dall’inizio della crisi, il paradosso (che Tremonti intuisce, perché non inacidito da becero anticomunismo) che il dibattito pro o contro Keynes e pro o contro l’intervento pubblico è affidato alle “tesi congressuali” di Rifondazione comunista[3], mentre le altre forze politiche spesso parlano di tutt’altro. Basti dire che nel Pd i cosiddetti liberal (Veltroni), che hanno letteralmente regalato il governo del paese a un Berlusconi boccheggiante[4] e che in un qualsiasi partito “normale” sarebbero spediti a leccare i francobolli, concentrano il fuoco, fedelissimi adepti del deflazionista Monti, sulle timidissime aperture “socialdemocratiche” di avverse correnti di partito vagamente memori delle lezioni della storia[5].

Del resto i maggiori quotidiani italiani – «Corriere della sera» e «La Repubblica» – e le maggiori case editrici – «il Mulino», a cui è stato affidato il monopolio legale della conoscenza dalle “riforme” (sic!) universitarie –, continuano a propinare imperterriti gli articoli dell’Adam Smith Society[6] e dei nostrani “liberisti di sinistra” [7], nonché filosofie della storia che hanno in uggia la “socialdemocrazia cattocomunista” e la Costituzione[8], e lezioni di anticorporativismo sindacale che cercano di convincere i disoccupati e gli eterni precari che la loro condizione dipende dall’esistenza del famigerato art. 18 dello Statuto dei lavoratori[9].

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La sottile linea rossa nell’affaire Equitalia

Note per una lettura di classe

In questi giorni l’affaire Equitalia è salito agli onori delle cronache e ha offerto più di qualche spunto e suggestione ai titolisti dei principali media nazionali. Le ragioni principali di questa improvvisa visibilità vanno probabilmente rintracciate in due fattori. Il primo, come appare sempre più lampante, riguarda il disperato tentativo di (ri-)mettere in piedi una strategia della tensione criminalizzando chiunque - movimenti e persino sindacati - sia ritenuto potenzialmente in grado di organizzare ed orientare il dissenso e la rabbia (crescenti, ma allo stesso tempo “disordinati” e privi di “messa a fuoco”) derivati dal violento attacco alle condizioni dei lavoratori, dallo smantellamento del welfare e dei diritti, dalla progressiva proletarizzazione della classe media e dal processo di polarizzazione sociale ed economica che sta cambiando il volto del nostro paese.

Non ci dilungheremo su questo primo aspetto, pure fondamentale, su cui abbiamo già scritto qualche giorno fa. Preferiamo invece concentrarci su un secondo ordine di discorso, che ci pare sia stato poco considerato anche da chi si oppone ad Equitalia, chiedendoci: perché di tale questione se n’è parlato tanto? Perché è così “sentita”? Perché tanti e diversi soggetti invocano la chiusura di Equitalia? Che cosa è e cosa rappresenta, fuori dalla retorica de “l’usura”, dello “strozzinaggio” etc? Senza avere la pretesa di offrire un’analisi esauriente e tantomeno ricette preconfezionate, proveremo in questo documento a smarcarci dai tanti luoghi comuni e a riflettere sulle potenzialità e i modi in cui i movimenti possono affrontare la battaglia contro Equitalia nell’unica prospettiva che, ci sembra, possa essere vincente, quella di classe.