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L’Isis si ritira senza combattere di fronte all’avanzata dei curdi

di Mauro Indelicato

Era l’agosto del 2016 quando, poco più ad est della città di Aleppo ancora in piena battaglia ed ancora contesa tra governativi ed islamisti, a Mambiji facevano il loro ingresso trionfale le truppe dell’SDF, ossia della coalizione che raggruppa i curdi assieme ad altre forze arabe e delle tribù delle zone orientali della Siria; la conquista della città è stata importante allora visto che essa era di fatto l’ultimo avamposto dell’ISIS nel nord del paese e l’avvento dell’SDF nel suo centro urbano è arrivato al culmine di una repentina quanto veloce avanzata ai danni del califfato il quale, al contrario di quanto visto nella vicina Kobane due anni prima, non ha offerto una grande resistenza. In quell’occasione, un’immagine ha ben rappresentato la situazione: in essa, erano raffigurate intere colonne dell’ISIS indietreggiare con ordine e ritirarsi dalla periferia di Mambiji, segno di un accordo e di una resa difficilmente riscontrabile in altri contesti bellici siriani. Oggi quella scena in parte si ripete nelle zone a nord di Deir Ez Zour.

 

L’offensiva SDF nella provincia orientale della Siria

A poche ore dall’annuncio ufficiale del governo siriano della fine dell’assedio di Deir Ez Zour, gli alti comandi dell’SDF hanno subito dichiarato da parte loro l’imminente offensiva dei filocurdi proprio verso il capoluogo più orientale del paese; a nord dell’Eufrate, fiume che taglia la città da poco liberata, vi è ancora un’importante presenza dell’ISIS il quale controlla molti dei pozzi petroliferi presenti nella grande vallata che confluisce ad est verso il confine con l’Iraq: sono proprio le infrastrutture estrattive l’obiettivo delle due forze, esercito siriano ed SDF per l’appunto, che sono in procinto di mettere gli scarponi in quei territori da cui i miliziani del califfato indietreggiano oramai da mesi.  Ecco dunque il motivo per il quale la fine dell’assedio di Deir Ez Zour ha subito spinto l’SDF, nonostante le sue difficoltà dovute soprattutto ad una logorante e non ancora conclusa battaglia per la presa di Raqqa, ad addentrarsi nei villaggi e nelle colline immediatamente a nord di Deir Ez Zour.

Un incrocio ‘pericoloso’ quello che si prevede tra forze siriane e filocurde nei presso dell’Eufrate; oltre ad essere di due eserciti diversi infatti, con l’SDF che al suo interno raccoglie anche pezzi dell’ex FSA (il Free Syrian Army smantellato quasi subito tra il 2012 ed il 2013 dalle forze islamiste), siriani e curdi hanno anche alleanze ben definite a livello internazionale: Damasco è fedele alleata di Mosca, mentre l’SDF riceve aiuti ed addestramenti dagli Stati Uniti. Se per adesso la convivenza tra l’esercito regolare e quello filo curdo è andata avanti, in tutti i punti di contatto sia nella provincia di Aleppo che in quella di Raqqa, senza grandi e gravi tensioni eccezion fatta per alcuni scontri nella città di Al Hasakah nell’estate del 2016, potrebbe divenire molto più complicata la situazione nel momento in cui la corsa ai pozzi petroliferi a nord di Deir Ez Zour faccia emergere un forte attrito tra le due forze in campo.

 

L’ISIS oppone poca resistenza ai filo curdi

Ed ecco che torna in ballo il parallelismo con quanto accaduto a Mambiji, così come anche nella più recente battaglia di Tabqa: le truppe addestrate dagli USA sono spesso riuscite a guadagnare interi territori nel giro di pochi giorni ai danni dei miliziani jihadisti del califfato islamico e questo, soprattutto, per via di un’effimera resistenza dell’ISIS. Proprio a Mambiji, l’SDF a suo tempo per la prima volta ha varcato il fiume Eufrate spingendosi verso Aleppo eppure, nel giro di meno di una settimana un’intera fetta di quella provincia è stata conquistata dai filo curdi, con i miliziani che hanno abbandonato un’area comunque strategicamente importante per le proprie velleità di costituzione di un grande califfato tra Siria ed Iraq; nelle cartine in cui viene descritta la situazione territoriale inerente il conflitto siriano, il colore giallo (quello con cui viene generalmente indicata l’SDF) nell’agosto del 2016 ha preso il sopravvento in pochi giorni in questa zona della provincia di Aleppo.  

Ed adesso la stessa cosa sembra stia capitando a nord di Deir Ez Zour: in pochi giorni, le forze dell’SDF hanno guadagnato almeno 50 km scendendo dalle loro postazione nella provincia di Raqqa e dirigendosi verso l’Eufrate; l’ISIS, che invece ha reso cara la pelle a suon di controffensive ed attacchi kamikaze contro le prime linee all’esercito di Damasco, si è di fatto ritirato da molte alture e colline del deserto che si dirada verso Deir Ez Zour. Un atteggiamento che, come si è già avuto modo di sottolineare in occasione della battaglia di Mambiji, appare sostanzialmente contraddittorio ed ambiguo e da cui è possibile trarre non pochi spunti circa le dinamiche recenti del conflitto siriano, oramai giunto al suo sesto anno. Soltanto dopo 48 ore dalla repentina avanzata dell’SDF, su Twitter sono stati annunciate controffensive dell’ISIS a nord di Deir Ez Zour, pur tuttavia tali notizie non hanno in seguito trovato conferma.

 

L’ISIS ha nell’esercito siriano l’unico vero nemico

Sarebbe, ad onor di cronaca, ingiusto parlare di ‘passeggiate’ delle forze filo curde nei territori precedentemente occupati dal califfato; nelle zone urbane ad esempio, la resistenza jihadista è stata molto forte, nella stessa Mambiji sono stati circa un centinaio i miliziani curdi morti durante la conquista della città segno di un timido ma comunque consistente iniziale tentativo dell’ISIS di frenare l’avanzata. Anche a Raqqa la resistenza degli uomini del califfato è abbastanza importante: nell’ex capitale dello Stato Islamico, lì dove Al Baghdadi aveva installato il proprio quartier generale, l’ISIS sta attuando tecniche di guerriglia urbana le quali da mesi impediscono ai comandi dell’SDF di annunciare la totale riconquista della città. In generale però, non è possibile parlare di resistenza organizzata quando gli islamisti hanno dovuto fronteggiare le truppe filo curde; nei centri urbani coloro che sotto il califfato hanno acquisito posizioni di prestigio non possono che avere tutto l’interesse affinché si rallenti quantomeno l’ingresso di forze diverse da quelle dell’ISIS e dunque, sia a Raqqa che a Mambiji, i miliziani hanno impugnato le armi combattendo casa per casa prima del ritiro.

Ma nelle campagne e nel deserto, lì dove ogni forza militare deve necessariamente organizzare dei sistemi difensivi volti ad evitare l’erosione del proprio territorio a vantaggio del nemico, la protezione dell’ISIS è stata carente nelle zone conquistate poi dall’SDF mentre, tanto in Siria quanto in Iraq, la resistenza ai rispettivi eserciti governativi nei territori rurali è stata spesso compatta ed in alcuni casi anche efficace, come dimostrano i tre anni che Damasco e Baghdad hanno dovuto attendere prima di cominciare seriamente a pensare alla riconquista del deserto. In poche parole, l’ISIS ha sempre cercato di rallentare con ogni mezzo ed al prezzo del sacrificio anche dei propri migliori uomini le avanzate governative, al contrario si è opposta ai curdi soltanto quando l’SDF è arrivato alle porte delle varie città. E’ indubbiamente questo l’elemento più importante che conferma come, all’interno del quadro del conflitto siriano, l’ISIS abbia soltanto nelle forze di Damasco (ed ovviamente di Baghdad in Iraq) il proprio unico nemico; il califfato ha dimostrato, negli anni, che presenze ed avanzate filo curde vengono in qualche modo tollerate o, nella migliore delle ipotesi, considerate come il ‘male minore’.

Nel frattempo a Deir Ez Zour si continua a combattere in entrambe le rive dell’Eufrate: la corsa tra siriani e curdi all’oro nero di questa provincia è appena iniziata, con l’ISIS che, se da un lato indietreggia, dall’altro non sembra voler recitare il ruolo di ‘perdente imparziale’ e forse potrebbe essere il suo livello di resistenza contro l’una o l’altra forza a determinare gli esiti di questa che potrebbe rappresentare una delle ultime battaglie nell’est della Siria.

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