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Subprime e non solo, il debito torna a crescere

di Marco Bertorello

Il sistema economico-finanziario riparte da dove si era inceppato. L’inondazione monetaria ha stabilizzato la finanza mentre i debiti sovrani, pur continuando a costituire un’entità di primaria grandezza, appaiono sotto controllo e con un costo decisamente diminuito.

L’enorme liquidità in circolazione è alla ricerca di nuovi ed elevati rendimenti, tenuto conto che dall’Ocse arriva il dato che il 40% delle obbligazioni (cioè titoli emessi da società o istituzioni pubbliche) sono con rendimenti negativi.

Ecco dunque che uno dei motori della ripartenza torna a essere il debito, o meglio, l’indebitamento privato.

Un recente rapporto a cura del servizio studi di Bnl, dal significativo titolo «Un sorvegliato speciale: il debito del settore privato», afferma come il rapporto tra debito privato (cioè quello detenuto da cittadini e imprese) e Pil sia uno degli indicatori da tenere sotto controllo in quanto fornisce la misura della capacità di rimborsare il debito nel medio e lungo termine. Tale indicatore nell’eurozona era passato dal 110 al 147% tra il 1999 e il 2009. Nel 2016 si era comunque attestato al 140%.

Il debito privato nell’area euro è il risultato di situazioni molto diversificate, andando dal 56% della Lituania fino al 350% di Cipro.

In paesi come Belgio, Francia, Slovacchia e Finlandia tale rapporto è in costante aumento. Inoltre, per quanto riguarda l’indebitamento delle famiglie in relazione al loro reddito emerge una condizione di vulnerabilità per le famiglie più povere in paesi come Grecia, Spagna, Cipro, Paesi Bassi e Portogallo, mentre in paesi come Germania, Francia e Irlanda sono le famiglie delle classi di reddito più alte quelle che presentano rapporti particolarmente elevati.

Sul versante delle imprese i dati sono meno dettagliati, nonostante l’indebitamento dell’impresa costituisca la maggior parte del debito privato e al suo interno quello delle società finanziarie raggiunga il 58%.

Complessivamente il rapporto Bnl definisce la ripartenza del debito in Europa «prudente», tanto più se paragonata ai ritmi presenti nei paesi anglosassoni.

In Gran Bretagna tornano potenziali rischi per il sistema bancario a causa di una dinamica troppo vivace del credito al consumo (cresciuto del 10,3% a maggio del 2017 rispetto allo scorso anno), e rischiano di «esporre le famiglie a un livello di indebitamento superiore a quello del 2008». Ci sono 3 milioni di britannici, ad esempio, che pagano per le loro carte di credito più di interessi e spese che di quota capitale, finendo per essere in una condizione di cronico indebitamento. Tale tipologia di finanziamento ha raggiunto i 67 miliardi di sterline, un dato superiore a quello raggiunto nel 2008.

Negli Stati Uniti nel primo trimestre di quest’anno il debito delle famiglie ha raggiunto quota 15.151 miliardi di dollari, cioè il 10% in più rispetto al 2013. Anche oltreoceano preoccupa il credito al consumo, i finanziamenti per l’acquisto dell’auto risultano aumentati del 70% rispetto al 2010 e le insolvenze della componente subprime, lo scorso gennaio, hanno raggiunto il 9%, il tasso più elevato degli ultimi 8 anni.

Dopo dieci anni vissuti pericolosamente, le ipotesi eterodosse, persino le più moderate, tornano nel cassetto.

Le riforme nella regolamentazione appaiono modeste e sempre in ritardo rispetto alle trovate della finanza reale.

Il debito da spinta propulsiva del meccanismo economico-finanziario è diventato la causa scatenante la crisi e, una volta normalizzato il quadro, è tornato alla funzione distorsiva originaria.

La lezione è stata presto dimenticata.

Nessuna autoriforma del sistema appare percorribile, un bilancio effettivo dei limiti della finanziarizzazione non può che passare dalla capacità di mobilitazione delle sue vittime.

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