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senso comune

Se populismo fa rima con socialismo

di Stefano Poggi

Mentre al di qua delle Alpi la sinistra italiana si perde nel nuovo entusiasmante dibattito su sovranismo vs anti-sovranismo, nel resto del continente soffia un nuovo vento: quello del socialismo. Sull’onda dei primi successi dei socialisti statunitensi e dall’esempio di Jeremy Corbyn in Inghilterra, il socialismo sta riprendendo centralità nell’orizzonte politico delle sinistre europee.

La storia non si è d’altro canto fermata con il crollo del comunismo sovietico. La crisi economica ha dimostrato come il capitalismo rimanga un sistema alla radice malato e inefficiente. Il cambiamento climatico invita a pensare a una riconversione ecologica che solo un controllo democratico sull’economia potrà garantire. L’automatizzazione della produzione e la conseguente concentrazione di ricchezze e potere nelle mani di pochi multimiliardari rimette al centro il tema della gestione collettiva e democratica della produzione. Sullo sfondo, infine, si staglia la proiezione globale di una super-potenza quantomeno nominalmente socialista come la Cina. Insomma, tanto per motivi contingenti quanto per ragioni strutturali, il socialismo sta timidamente rimettendo piede nel discorso pubblico occidentale.

Ma il socialismo e il populismo sono compatibili? I marxisti più ortodossi rispondono risolutamente di no: il populismo getterebbe alle ortiche l’analisi di classe proponendo un indefinito popolo come soggetto sociale di cambiamento. Un’indefinitezza che implicherebbe necessariamente ricadute nazionaliste e retrive. Da una prospettiva socialista, il populismo andrebbe quindi rigettato per mettere in campo una strategia basata sull’organizzazione di quegli spezzoni di classe operaia che si trovano nei settori più contraddittori della produzione capitalista (la logistica, per esempio).

Per questi socialisti anti-populisti, poco conta che la costruzione della classe operaia sia storicamente avvenuta tramite processi che oggi potremmo tranquillamente definire populisti. Cosa avevano in comune nella loro quotidianità il bracciante e l’operaio di fabbrica? Ben poco, evidentemente. La classe operaia è nata prima nella testa degli attivisti e dei pensatori socialisti che nella realtà. E per passare dai testi di propaganda all’autocoscienza popolare, l’identità di classe ha dovuto essere costruita linguisticamente e politicamente per decenni. Non si capisce, insomma, perché non si possano mettere in campo analoghe strategie di creazione di identità “populiste” senza per questo tradire l’obiettivo socialista.

Al contrario, c’è chi pensa che il populismo possa essere un orizzonte politico auto-sufficiente. Gli intellettuali e i quadri più sensibili del M5S sono di questo avviso: conseguentemente, rigettano l’elaborazione di una cultura politica che possa dare un respiro di lungo periodo al loro operato. Tale tendenza è però riscontrabile anche in alcuni settori del “populismo democratico” più legato ai percorsi delle sinistre europee. Non per niente, tanto nel loro discorso pubblico quanto nei loro documenti politici, la prospettiva di lungo periodo tanto della France Insoumise e quanto di Podemos rimane un’indefinita democrazia radicale – un’idea di società in cui la centralità del cambiamento socialista viene sommersa da innumerevoli altre priorità.

In questo senso il populismo fine a se stesso rischia di fallire nelle risposte radicali che il nostro tempo reclama. Ernesto Laclau spiegava il populismo come una strategia del “fare politica” che può essere adottata da qualsiasi parte politica, quale che sia il suo gradiente ideologico. Pensare al populismo come a una cultura politica a sé stante vorrebbe dire nel migliore dei casi rinunciare a una prospettiva politica che vada al di là della prossima scadenza elettorale. Nel peggiore dei casi significherebbe invece trasformarsi nell’ennesima stampella di un sistema strutturalmente malato, piegando una strategia che fa appello al popolo in un soccorso alle oligarchie economiche e sociali che in tale sistema prosperano. Esattamente come il Movimento 5 Stelle si è ritrovato a fare una volta arrivato al governo del paese.

Insomma, socialismo e populismo non sono incompatibili. Anzi, mai come oggi hanno bisogno uno dell’altro. Perché il socialismo senza populismo perde la sua capacità di influenzare la realtà. Mentre il populismo senza il socialismo si trasforma in uno strumento di quelle oligarchie che vorrebbe combattere.

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Comments   

#1 Eros Barone 2018-11-29 14:32
L'argomento su cui fa leva l'ermafroditismo
politico-ideologico qui proposto non è dissìmile dal seguente sillogismo, evocato nei suoi “Essais” da Michel de Montaigne, ma sempre attuale come strumento di mistificazione e di imbonimento: il salame fa bere, il bere disseta, dunque il salame disseta. perciò, populisti di tutto il mondo, unitevi! Naturalmente con un gilet giallo indosso. Davvero non vi è limite alla miseria ideologica e all'insipienza politica del sovversivismo italico, ignaro tanto di socialismo scientifico e di eurisi di classe quanto di categorie cognitive quali "mobilitazione reazionaria delle masse" e "fascistizzazione".
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