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Le due possibili teorie della soggettività in Marx

di Roberto Finelli

Questo testo è un estratto della relazione che verrà presentata martedì 27 novembre 2018 al Goethe-Institut di Roma nell’ambito del convegno Marx e la critica del presente

Questo nostro convegno cade ultimo o tra gli ultimi alla fine delle celebrazioni di quest’anno, bicentenario della nascita di Karl Marx nel 1818. E questo duplice atto conclusivo ci consente, proprio perché scadenza finale, di accedere a una salutare cerimonia degli addii. Una cerimonia, cioè, che consenta di affrancare il nostro vivere e pensare da quei luoghi più estenuati ed esauriti, quanto a portata di senso, dell’opera di Marx, riproposti acriticamente nel corso di un secolo da molti marxismi, che continuano a costituire, particolarmente ora, gli impedimenti maggiori a un’etica e a una politica della trasformazione del nostro presente.

Una cerimonia degli addii va celebrata innanzitutto per la dipartita, cui non si può ormai non essere obbligati, dalla sesta tesi di Marx su Feuerbach, la quale com’è ben noto celebra: l’essenza dell’essere umano consiste nell’insieme dei rapporti sociali.

Tale visione relazionale, per la quale la natura e la vita dell’essere umano si spiegano tutte secondo la società e la storia, è impostata sulla dipendenza da un’alterità esterna, singola o molteplice che sia, la cui univocità di dimensione solo orizzontale è stata messa profondamente in discussione già nell’Ottocento da tutti i pensatori e i valorizzatori dell’esistenziale, da Kierkegaard a Nietzsche, ma soprattutto all’inizio del Novecento dalla psicoanalisi freudiana e dalla scoperta di un’altra imprescindibile dimensione relazionale dell’umano, che è quella verticale, costituita dal fondo biologico ed emozionale di ciascuno e dalla connessione o sconnessione, dalla relazione o scissione, parimenti strutturale per ciascuno di noi, tra mente e corpo, tra logos e pathos, ossia tra coscienza e alterità interna.

Eppure c’è un luogo fondamentale della produzione teorica del Marx maturo, del Marx dei Grundrisse, in cui il Moro, muovendo proprio dalla sua scarsa sollecitudine riguardo ai temi dell’individuazione, ha mostrato di avere e usare una concezione della soggettività, non come presupposta, ma come “posta” e prodotta da altri luoghi e da altri fondamenti. Esattamente quando fa nascere dagli atti e dalle relazioni dello scambio e della circolazione delle merci nel mercato moderno i valori costitutivi della libertà e dell’autonomia dei singoli, come quello della loro eguaglianza quanto a persone giuridiche e a diritto di proprietà. Vale a dire quando mostra che nella modernità tutta una sfera di relazioni sociali appare come indispensabilmente costituita dai valori e dal corpo giuridico del liberalismo e che proprio questa sfera dell’apparenza è indispensabile per coprire e occultare il corpo più profondo della società capitalistica moderna, quale, all’opposto, caratterizzato e istituito su relazioni di diseguaglianza e di sfruttamento. Quando cioè Marx mette a tema il moderno come strutturato necessariamente secondo una dialettica di essenza e parvenza, dove parvenza, nel senso più propriamente hegeliano, non è apparenza, ossia ciò che non esiste nella realtà e che viene travisato e pensato per errore dalla mente di un individuo, bensì è il superficializzarsi della realtà medesima, ossia paradossalmente è la realtà stessa che attraverso un particolare dispositivo occulta e deforma sé medesima, facendo comparire alla sua superficie esattamente il contrario della sua natura e delle sue funzioni più profonde e determinanti quanto a costruzione di realtà.

Oggi questo superficializzarsi della realtà e della vita sociale, causato dal vero soggetto della modernità che è l’accumulazione capitalistica di ricchezza astratta, è giunto nel cuore dell’esistenza personale con l’imperativo di farsi ciascuno imprenditore capitalistico di sé medesimo: col ridurre la vita cioè a un calcolo continuo di costi e benefici all’interno di un mercato del lavoro che non offre alcuna continuità e sicurezza e che innalza a vero contenuto del lavoro la ricerca e l’addestramento perenne verso occupazioni nuove e più durature. A patto, comunque, anche una volta entrati in un lavoro più stabile, di acquisire competenze, pratiche e performances di lavoro, i cui codici sono predeterminati e predefiniti da altri – sempre più da programmi e intelligenze artificiali – e astratti in ogni modo dalla partecipazione e realizzazione emozionale più profonda del singolo.

Il superficializzarsi della realtà, a muovere dallo svuotamento del concreto indotto dal capitale come diffusore sociale di astrazione, produce oggi paradossalmente il farsi astratto dell’essere umano in sé medesimo, con una scissione radicale tra mondo del sentire e mondo dell’agire. Produce cioè lo sfruttamento come autosfruttamento, come sfruttamento di sé medesimi, in cui la parte calcolante-comunicativa-prestazionale della propria mente domina asimmetricamente, con un autoconvincimento feroce, la parte corporea-affettiva.

Solo un’effettiva integrazione di una psicoanalisi della corporeità, lontana dall’esasperazione linguistica e cerebralistica del lacanismo, potrà dunque contribuire, io credo, a riavviare oggi una nuova antropologia e una nuova etica e politica dell’emancipazione.

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