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sinistra

L’Italia di Bellocchio e di Camus

 di Eros Barone

«Quei giovani (scarsi, per fortuna) che si rivolgono a me come a una specie di fratello maggiore o piccolo maestro, io devo deluderli e scoraggiarli, non per mio comodo ma per onestà. Ben poco posso insegnargli, e solo in negativo (in breve: a non diventare puttane), e niente posso dargli sul piano pratico, che poi è da sempre ciò che ai giovani soprattutto importa, animati da speranze e ambizioni più che non desiderosi di verità e giustizia.»

Piergiorgio Bellocchio, Dalla parte del torto.

E così Piergiorgio Bellocchio, fondatore e direttore dei Quaderni Piacentini e di Diario, 1 due riviste che hanno impresso un segno indelebile nella cultura di sinistra del nostro paese, ci lasciò il 18 aprile di tre anni fa, quasi in punta di piedi. Aveva novant’anni, allorché, come è stato detto da un saggio ultracentenario, finisce la vecchiaia e ha inizio l’età dei patriarchi. Orbene, sono passati più di sessant’anni, ma di avventure intellettuali come i Quaderni Piacentini è impossibile non provare la struggente nostalgia che si prova per una stagione in cui era ancora possibile la rivolta di un piccolo gruppo di intellettuali borghesi che non volevano identificarsi con la volgarità senza stile del consumismo di massa e, quindi, trasformavano il “provincialismo” in una sorta di privilegio, rifiutando le mode e riscoprendo la severa grandezza della cultura nel tramonto di una civiltà che l’aveva ridotta a un cumulo di macerie.

L’avventura della rivista e dei suoi promotori si dispiegò tra il 1962 e il 1980 in 55 fascicoli corrispondenti a 74 numeri più un bis. La rivista finì quasi sempre, per un verso, col trovarsi, non senza qualche compiacimento dei suoi redattori, «dalla parte del torto», e per un altro verso arrivò a conquistare un pubblico di lettori sempre più largo, tanto che la sua stessa fine a molti apparve sorprendente e imprevista. Sennonché sui Quaderni Piacentini e su quanto accadde fino al Sessantotto e oltre bisognerebbe tentare una ricostruzione meno superficiale e sentimentale, perché nella rivista si espressero le ragioni di una cultura di sinistra che, nutrita ad un tempo dalla Scuola di Francoforte e dalla lezione dell’azionismo e di Gobetti, si inseriva nel tronco della tradizione marxista e rivoluzionaria del socialismo. Una sintesi che trovava la sua espressione paradigmatica nella prosa nitida ed elegante di Piergiorgio Bellocchio.

Il gruppo dei Quaderni Piacentini sembrava scaturire dai figli inquieti del più inquieto Fortini, che riconoscevano negli scontri di piazza i segnali della ribellione al sistema, ma rifiutavano di scendere nella mischia restando alla finestra a guardare, curiosi e distanti, critici anche nei confronti degli stessi “compagni di strada” e protesi sempre alla ricerca di radicate certezze, di valori non effimeri, di un’educazione capace di durare perché capace di formare.

Nella lotta politica e sociale si impegnarono invece i Rieser e i Viale, mentre Bellocchio e Grazia Cherchi si misero a disposizione per pubblicare gli interventi degli altri, rimanendo incerti fino all’ultimo: proprio loro che con sicurezza avevano sempre distinto e indicato i “libri da leggere” e quelli “da non leggere”. La lotta armata, l’autonomia e tutto il resto ridussero lo spazio per quel genere di postura e allora tornare a casa divenne urgente, l’unico modo per non sparire nel “gorgo” e continuare in solitudine ad elaborare quel che era stato e ancora avveniva.

Dai Quaderni nacque il Diario (1985-1993), dove a dire la loro erano i soli Berardinelli e Bellocchio, sempre più convinti di aver visto giusto e di aver perso definitivamente la partita. Del resto, dalla parte del torto non c’è vittoria che tenga, quantunque anche nel perdere sia necessario avere stile, essere bravi a subire la sconfitta con eleganza, senza querimonie o piagnistei. Così accadde, ad esempio, con la impietosa stroncatura del primo celebre romanzo di un “mostro sacro” della scena culturale come Umberto Eco, ed è per questo che da quelle pagine emana ancor oggi un fascino particolare che seduce sia chi col “cattivo nuovo” non vuole ad ogni costo compromettersi sia chi invece ci prova.

Mi sono domandato come avrei potuto concludere questa testimonianza di un lettore appassionato di entrambe le riviste, tenuto conto del fatto che con Piergiorgio Bellocchio intrattenni, diversi anni fa, un breve contatto epistolare e una lunga telefonata, che rivelò da parte sua (egli non mi conosceva e io avevo semplicemente cercato e trovato il suo numero nell’elenco telefonico di Piacenza) una straordinaria disponibilità, priva della benché minima traccia di supponenza. Ritengo perciò che il modo migliore di ricordarlo sia quello di estrarre da quel libro bellissimo che è Al di sotto della mischia. Scritti e saggi, 2 l’articolo altrettanto bello che segue (e che ho opportunamente ridotto).

«Ogni volta che in questi ultimi tempi sentivo blaterare di disunire l’Italia, la mia reazione era quella di chi subisce un’offesa profonda. Non importa che quei biechi spropositi venissero successivamente ridimensionati o smentiti: il solo fatto di averli formulati era intollerabile. Ma che cosa reagiva immediatamente in me? Qual era il punto sensibile? Quale idea o sentimento del mio Paese? Devo rispondere: Dante, Machiavelli, San Francesco, Michelangelo, Leopardi, Manzoni, Verdi... Non Garibaldi, Mazzini, Cavour. La lingua, l’arte, la cultura, ben prima e al di sopra della politica. Solo chi non ha amato i versi di Dante, le chiese romaniche, i corpi e i volti che i nostri artisti hanno fissato negli affreschi, nelle tele, nella pietra, nel bronzo, solo chi non sente tutto questo come patrimonio fondamentale dell’anima, può concepire di dividerlo e disperderlo, come farebbe un bambino o un barbaro. Ma a parte la bruta ignoranza, l’abissale incultura della nostra classe politica vecchia e nuova e di chi ci governa dal video, che cosa resta di questo patrimonio nella società, nella vita del Paese?

M’è capitato recentemente di leggere i Taccuini di Camus, 3 una sorta di “diario di lavoro” dove i fatti privati prendono pochissimo spazio. Paradossalmente le pagine più intime, di maggior abbandono sentimentale, sono quelle che si riferiscono ai suoi viaggi in Italia, tra il 1937 e il 1955. La lista degli scrittori e artisti stranieri innamorati dell’Italia è lunghissima e prestigiosa […] Ciò che più lo colpisce e l’affascina in Italia è il rapporto miracolosamente armonico tra i tesori d’arte, il paesaggio, gli abitanti. “Qui ogni città conta, col suo volto e la sua verità profonda”. Dal “volto” delle città a “quei gravi volti di donna, improvvisamente sciolti in una risata”. Ancora: “Avviandomi verso Firenze, mi sono soffermato su certi volti, ho bevuto certi sorrisi”. Dopo aver visitato una mostra dedicata a Giotto, constata che “i volti dei primitivi fiorentini sono gli stessi che si incontrano per strada ogni giorno”.

Ho citato dalle impressioni del primo viaggio, di un Camus appena ventiquattrenne. Quasi vent’anni dopo, ormai famoso, Camus torna in Italia per un lungo giro di conferenze. “Mi sembrava che in Italia mi aspettassero la mia giovinezza e nuove forze e la luce perduta”. Si rinnova il miracolo. Commozione, “gioia misteriosa”, felicità. “Ora bisogna cambiar vita”. “Mi pento qui degli anni neri e stupidi che ho vissuto a Parigi”. Passeggiando sulla Via Appia, “mi sentivo con il cuore talmente pieno che in quel momento sarei potuto morire”.

L’anno successivo è ancora in Italia. La pagina di congedo, di cui riporto qualche passo, è una testimonianza d’ammirazione e d’amore così intensi e incondizionati da riuscire perfino imbarazzanti. “Al termine della mia vita vorrei tornare sulla strada che scende nella valle di San Sepolcro, percorrerla lentamente, camminare fra i fragili ulivi e i lunghi cipressi e trovare, in una casa dai muri spessi e dalle stanze fresche, una camera nuda dalla cui stretta finestra io possa guardare la sera che scende sulla vallata”.

L’elenco dei luoghi che desidera ritrovare prosegue con Arezzo e Gubbio. Non può fare a meno di avvertire qualche elemento di disturbo: vorrebbe rivedere Assisi, ma “senza turisti e senza Vespe”, e Perugia “senza le case che le costruiscono intorno”...

“Ma soprattutto, soprattutto, rifare a piedi, con lo zaino sulle spalle, la strada da Monte San Savino a Siena, costeggiare quella campagna di ulivi e di viti, di cui sento ancora l’odore, percorrere quelle colline di tufo bluastro che s’estendono sino all’orizzonte, e vedere allora Siena sorgere nel sole che tramonta con tutti i suoi minareti, come una perfetta Costantinopoli, arrivarci di notte, solo e senza soldi, dormire accanto a una fontana ed essere il primo sul Campo a forma di palmo, come una mano che offre ciò che l’uomo, dopo la Grecia, ha fatto di più grande. Sì, vorrei rivedere la piazza inclinata di Arezzo, la conchiglia del Campo di Siena e mangiare ancora i cocomeri per le strade calde di Verona. Quando sarò vecchio, vorrei che mi venisse concesso di tornare su quella strada di Siena, che non ha eguali nel mondo, e di morirvi in un fossato, circondato soltanto dalla bontà di quegli italiani sconosciuti che io amo”.

Non fosse morto nel ’60, e della più moderna delle morti (incidente automobilistico), oggi Camus avrebbe ottant’anni. Il Campo di Siena lo troverebbe ancora, e Assisi, Gubbio, Urbino, Firenze... anche se, altro che Vespe! Altro che quelle poche brutte case che quarant'anni fa cominciavano a deturpare una civiltà millenaria! Nelle chiese e nei musei ci sono ancora i Duccio, i Donatello, i Masaccio, i Caravaggio. Ma gli uomini e le donne? Escludo, ahimè, che Camus potrebbe riconoscere i tratti di Giotto e di Piero nelle facce ebeti e soddisfatte del nuovo italiano telecomandato.»


Note
1 Entrambe le riviste sono consultabili sulla Rete al seguente indirizzo:
https://www.bibliotecaginobianco.it/?m=1&p=0&t=home.
2 P. Bellocchio, Al di sotto della mischia. Scritti e saggi, Milano, 2007.
3 A. Camus, Taccuini, Milano 2022.
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