
Costruire democrazia o aspettare Godot
A proposito della Festa della Repubblica
di Gaspare Nevola
Ho provato a chiedere su Google “che cosa è il 2 giugno”, al primo posto è comparsa un’AI Overview che inizia con: «Il 2 giugno è la Festa della Repubblica Italiana. Si celebra annualmente per ricordare il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, in cui gli italiani, per la prima volta, si espressero in libertà sulla forma di governo dello Stato, scegliendo la Repubblica. In quell'occasione, per la prima volta, anche le donne poterono votare>>; segue una così detta ELABORAZIONE, che invero aggiunge poche altre e generiche informazioni. Insomma, niente di che. Sarei curioso di sapere quanti italiani siano appagati da questa risposta, e presi da ben altri interessi e dalle faccende della vita quotidiana si fermino qui nelle loro aspettative di informazione. Sia come sia, in chiusura dell’AI Overview leggo: «La Festa della Repubblica non è solo una ricorrenza storica, ma un momento per riflettere sui valori della Repubblica, sulla partecipazione democratica e sulla costruzione di una società più giusta e inclusiva>>. E allora, cominciamo da qui, e a fare qualche riflessione generale. In attesa che intorno al 2 giugno del 2025 prendano corpo le celebrazioni, il discorso pubblico, le voci dei professionisti della politica e il messaggio del Presidente della Repubblica.
1.Il 2 giugno è la Festa della Repubblica italiana: una festa della nazione, come detta il calendario ufficiale. Una nazione racconta se stessa e plasma i sui caratteri identitari anche attraverso la celebrazione di feste ufficiali e ritualizzate. È importante sottolineare che tali narrazioni identitarie, da un lato, evocano il passato; dall’altro, presentano uno stretto legame con il clima politico, culturale e sociale del presente di una società.
La Repubblica democratica italiana nasce all’indomani della seconda guerra mondiale, costruita sulle macerie di un Paese distrutto dalle fondamenta: diviso tra Repubblica di Salò, Monarchia, CLN, partiti, “occupazione/liberazione alleata”; sfigurato dalla miseria materiale e forse anche di più nel suo tessuto politico e morale.
Non possiamo cogliere l’incertezza e la durezza politica del tempo senza rilevare come l’intensa polarizzazione politico-culturale sia annodata ai vissuti (personali, famigliari, regionali) radicalmente diversi che percorrono il Paese. È già qui che agisce una memoria pubblica divisa e che tenderà a restare inconciliata, più o meno sottotraccia, fino ai nostri giorni.
2.La festa della Repubblica possiede un suo canone della memoria (condiviso con la Festa del 25 aprile): ll’antifascismo, sigillato nella Costituzione. Conflitti, latenze, intermittenze, polemiche, che accompagnano il 2 giugno e rilevano identità e memorie divise, non ne hanno impedito il formarsi. Tuttavia, osservato nel corso del tempo, esso risulta intaccato da“crepe”: da tensioni “scompositive” o “ricompositive”, talune di vecchia data, altre inedite, provocate dai mutamenti storici. Il canone sopravvive, ma il suo profilo è diventato più incerto. Del resto la Festa del 2 giugno è un rito della memoria dove, tipicamente, la sua “messa in scena” implica accanto alla “ripetizione” di una tradizione anche la sua “attualizzazione”: l’esperienza storica e valoriale mentre viene commemorata viene contestualmente interpretata e re-interpretata, fino a “problematizzare” o mettere in discussione il significato dell’esperienza celebrata.
Nelle occasioni celebrative dell’identità politica repubblicana è altresì fisiologico che si annidino meccanismi politici di manipolazione, strumentalizzazioni, “coperture ideologiche”, conformismi ritualistici e retorici. De resto, nemmeno il canone è Verità, bensì una costruzione storica, politica e culturale preposta a “mettere in ordine” un sistema di simboli, significati, valori, visioni del mondo, passioni e interessi che fanno capo a soggetti individuali e collettivi: attori politici e sociali che agiscono come “forze in un campo di forze” per conservare o modificare gli equilibri esistenti. Tutto ciò trova incarnazione nella “messa in scena” celebrativa e festosa. Ad esempio, nella varietà di apparati, luoghi simbolici, retoriche pubbliche, patrocini, partecipanti e contestatori, con tanto di cortei, contro-cortei e “vuoti degli assenti” (personalità pubbliche e comuni cittadini che non si sentono coinvolti: l’astensionismo, che tanto colpisce il giorno dopo le elezioni, dovrebbe fare riflettere anche in queste occasioni).
La data del 2 giugno assurge a “Festa nazionale” in ragione del fatto che essa rimanda a quel passaggio politico e istituzionale (referendum 1946) con cui per espressione popolare (per la prima volta a suffragio universale femminile e maschile), la Repubblica viene fondata come sistema istituzionale e valoriale, in chiave antimonarchica (e indirettamente antifascista, come sancirà la Costituzione). Pur non essendo una “festa della Costituzione”, nelle pratiche simbolico-rituali e nella retorica pubblica la ricorrenza viene presto ad assolvere una funzione di supplenza di una festa di “identificazione costituzionale”. Non a caso, è al 2 giugno che si guarda (oggi come ieri) quando si richiama il “patriottismo costituzionale” come formula valoriale dell’identità nazionale e democratica della Repubblica; e non a caso è il Presidente della Repubblica, custode della Costituzione e garante dell’unità nazionale, che assurge a protagonista delle commemorazioni.
3.Gli ultimi tre presidenti della Repubblica (Ciampi, Napolitano, Mattarella) hanno esaltato l’eredita e il significato del 2 giugno sotto la formula del “patriottismo costituzionale”. Nell’ottica del patriottismo costituzionale, la Costituzione è la patria che accomuna i soggetti del pluralismo di una democrazia, all’insegna del reciproco riconoscimento di legittimità; ovvero la carta di identità collettiva di una “società aperta” chiamata a ospitare la “convivenza tra diversi” e le “alternative di governo”. Si tratta di un’idea che ripensa in termini positivi il legame (intimo) tra patria (nazione) e democrazia (pluralismo) e che intende sostituire la formula “la Costituzione al posto della patria” con “la patria dentro la Costituzione”. Il patriottismo costituzionale diventa così un’attraente ipotesi di lavoro anche per i costruttori della democrazia italiana.
Ma la storia ci dice anche altro. Le feste della Repubblica, persino nel caso più pacificato del 2 giugno, mostrano le luci e le ombre di una democrazia antifascista e i suoi nodi irrisolti, spesso ancora legati, al di là delle apparenze, a memorie, eredità, linguaggi e frames politici del fascismo e dell’antifascismo, del comunismo e dell’anticomunismo. Il persistere di questo meccanismo politico-identitario (ora più ora meno sotterraneo, sincero o strumentale) necessita spiegazioni accorte e non superficiali se vogliamo comprendere come e perché esso continui a definire il discorso pubblico attuale, le dinamiche del campo politico, le tensioni e contrapposizioni politiche e culturali intorno al perimetro della legittimità democratica ai nostri giorni.
4.Nel corso degli ultimi decenni l’Italia è cambiata, e pure l’Europa e il mondo. Le società sono popolate da generazioni che, in particolare, non hanno vissuto direttamente, e spesso ormai neppure per socializzazione famigliare, l’epoca fascista. E forse è mutata pure la natura del fascismo. Il che non significa che non esistano, ad esempio, sacche subculturali marginali, anche giovanili, sedotti dal mito di Salò, ma che esse andrebbero studiate e ponderate con attenzione anziché farne semplici casi mediatici che esaltano le polemiche e le tifoserie contrapposte ma poco aiutano a fare luce sulla società in cui viviamo e sulle sue tensioni. Se ancora vogliamo parlare di fascismo dovremmo ben chiarirci a quale fascismo ci riferiamo.
Inoltre, dopo la caduta del Muro di Berlino si sono insediati (a seguito di elezioni) governi della Repubblica che non comprendono nessuno dei partiti dello storico “arco costituzionale”. Prima: Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord; oggi: il governo Meloni; nel mezzo: il governo giallo-verde (M5S e Lega).
La conseguenza del tramonto dei partiti e delle culture della prima Repubblica è stata il ri-emergere di una “Repubblica divisa”, accostabile a quella dei tempi della guerra fredda, dove gli interpreti degli opposti schieramenti faticano nella pratica del riconoscimento reciproco di legittimità democratica, non di rado mobilitando discriminanti ideologiche storiche via via variamente attualizzate (“sinistra comunista” vs. “destra fascista”). Sono i segni di quella che chiamo una “democrazia chiusa”. Su questo dovremmo interrogarci nel giorno della ricorrenza della nascita della Repubblica democratica, rivisitando gli snodi della storia e della memoria. I riti di identificazione democratica e di memoria pubblica uniscono e, allo stesso tempo, dividono su aspetti cruciali per la “convivenza tra diversi”.
Al patriottismo costituzionale resta ancora da fare molta strada. Da parte di tutti1.
5.Intanto attendiamo il Messaggio del presidente Mattarella, cerimoniere istituzionale del 2 giugno, e i tasti che toccherà nel suo “rito di ripetizione e di attualizzazione” della memoria. Dirà qualcosa sulla riforma dell’autonomia differenziata varata dal governo Meloni, o sulla neosindaca di Merano che rifiuta la fascia tricolore? Dirà qualcosa sull’Unione Europea che sta monitorando lo stato di salute della democrazia italiana sotto il governo Meloni per valutare se avviare una pratica di infrazione? Oppure sul riarmo dell’Europa (Italia inclusa) e sui venti di guerra dei nostri tempi? E quale aspetto avrà la parata militare lungo i Fori Imperiali di Roma? Quali reazioni susciterà tra le forze politiche, nell’opinione pubblica, nei media e tra la cittadinanza? La posta in gioco è: costruire democrazia o aspettare Godot?









































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