Iran: la guerra contro la Cina, i Paesi del Golfo e l'Europa (1)
di Davide Malacaria
Tutti gli analisti concordano sul fatto che l’aggressione contro l’Iran è diretta contro la Cina, un altro Paese che l’America vuole sottrarre all’influenza di Pechino dopo il Venezuela. Pochi comprendono che si tratta di una guerra contro l’Europa (peraltro, come l’invasione dell’Iraq del 2003, simboleggiata dal fatto che Saddam nel 2000 aveva deciso di vendere il petrolio in euro piuttosto che in dollari).
L’Europa era già l’obiettivo parallelo della guerra ucraina, che ne ha vampirizzato le risorse e avviato un processo di de-industrializzazione incenerendo i benefici che gli derivavano dall’energia a basso costo proveniente dalla Russia. Tale sviluppo si incrementerà con la guerra iraniana.
Una guerra che si preannuncia di lunga durata anche perché l’assassinio dell’ayatollah Khamenei ha indebolito notevolmente la fazione moderata, rafforzando i falchi. Infatti, nonostante in Occidente fosse percepito come un integralista, era stato Khamenei a favorire l’ascesa al potere di figure moderate come il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
L’indebolimento dei moderati è stato palese sabato, quando Pezeshkian ha dovuto rimangiarsi le dichiarazioni distensive verso i Paesi della regione, ai quali aveva assicurato che le operazioni militari contro di essi erano finite, eccetto quelle in risposta ad attacchi provenienti dai loro territori, e gli aveva chiesto scusa.
Dichiarazioni che non erano piaciute alla destra iraniana, da cui la correzione di Pezeshkian: tutto come prima, anche se ha ribadito che i target degli attacchi sono solo le risorse americane.
Nonostante tali limiti, gli attacchi fuori registro contro i Paesi del Golfo sono proseguiti, sviluppo che sta facendo salire la tensione tra questi e Teheran. Durissima l’Arabia saudita, secondo la quale ciò produrrà “un’escalation”. “Ciò che sta facendo l’Iran nei confronti dei nostri Paesi – ha dichiarato – non prevale sulla saggezza e sull’interesse di evitare di ampliare la sfera dell’escalation, che lo vedrà principale perdente”.
I Paesi del Golfo, dunque, potrebbero unirsi a Israele e Stati Uniti. In una nota pregressa avevamo accennato che gli attacchi contro di essi potrebbero essere delle false flag per ottenere tale sviluppo, una tesi sostenuta anche dai funzionari iraniani, ma soprattutto dal giornalista saudita Adhwan al-Ahmari.
Possibile che Israele e Usa, che trarrebbero benefici dall’eventuale escalation, abbiano studiato tale strategia fin da quando l’Iran ha annunciato che, se aggredita, avrebbe attaccato le basi Usa nella regione? Non serve essere geni per mettere a punto tale contromossa. Peraltro, nessuno dei Paesi bersaglio di questa contro-strategia oserebbe accusare Israele o gli Usa: sarebbe un suicidio.
Al di là, resta che la presa dei falchi su Teheran sembra essersi rafforzata con l’elezione di Mojtaba Khamenei a nuovo ayatollah; il figlio di Khamenei, infatti, è vicino a tale ambito. Strana rileva come molti analisti ritengano che Trump avrebbe desiderato l’elezione di una figura moderata perché gli avrebbe offerto il destro per avviare un negoziato e porre fine a una guerra nella quale non vuole impantanarsi.
“Tuttavia”, scrive Strana, si può “notare che Trump si è impegnato a indebolire tale strategia. Ricordiamo che sabato il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che le scuse del presidente iraniano per gli attacchi nel Golfo Persico e la promessa di porvi fine erano un segno di debolezza, al limite della capitolazione. Parole alle quali ha aggiunto che avrebbe intensificato gli attacchi, procedendo allo sterminio dell’intera ‘popolazione'”.
Al di là della minaccia di consumare un genocidio, tali parole potrebbero essere percepite “come un banale ricatto (“fate quello che voglio o sarà peggio”), ma è chiaro che tali affermazioni giocano a sfavore delle forze moderate dell’Iran […]. Trump, infatti, stava affermando che qualsiasi concessione sarebbe percepita da Washington come una debolezza, da cui l’irrigidimento” della controparte.
“Infatti, ciò rafforza la posizione di quegli ambiti iraniani che ritengono che non si può negoziare con Washington”. Peraltro, si può aggiungere che le dichiarazioni di Trump di voler essere coinvolto nella successione di Khamenei e la sua intemerata contro il figlio del defunto ayatollah, definito “inaccettabile”, ne ha di fatto rafforzato la candidatura: una reazione d’orgoglio contro l’indebita ingerenza dell’aggressore.
Tutto ciò “pone la domanda: Trump è davvero interessato a una rapida fine della guerra?” In realtà, secondo Strana, se l’America non subirà danni economici gravi e non registrerà eccessive vittime, ha interesse a una guerra prolungata.
Infatti, a rimetterci economicamente “sarebbero i concorrenti degli Stati Uniti: Cina, Europa e le compagnie petrolifere e del gas mediorientali (concorrenti di quelle americane). Gli americani, invece, trarrebbero lauti profitti dall’aumento dei prezzi del petrolio e dalla vendita di armi. Mentre l’aumento dei prezzi del carburante negli Stati Uniti potrebbe, in teoria, essere limitato attraverso un accordo con le aziende petrolifere” americane, le quali potrebbero accettarlo proprio per i profitti extra “delle esportazioni”.
“Inoltre, i capitali provenienti da tutto il mondo potrebbero fuggire verso gli Stati Uniti, considerati un ‘porto sicuro’. Infine, la guerra è un buon pretesto per rafforzare il controllo governativo sugli affari interni degli Stati Uniti e limitare i diritti e le libertà dei cittadini”, un po’ com’è accaduto con il Patriot Act nel post 11 settembre.
Certo, le spese di guerra potrebbero risultare eccessive, ma il problema “potrebbe essere risolto ‘regionalizzando’ la guerra, incoraggiando i vicini dell’Iran ad attaccarlo. Ciò consentirebbe a Trump di ridurre al minimo i costi e le perdite, trasferendoli ai suoi alleati mediorientali e limitandosi a fornire intelligence e attacchi mirati. In questo quadro, gli Stati Uniti potrebbero condurre una guerra per anni, creando problemi ai propri concorrenti e raccogliendone i benefici senza subire praticamente nessuna perdita”.
Il solito senatore Lindsey Graham lo ha dichiarato apertamente, affermando che la guerra in Iran è “un buon investimento” da cui gli Usa “guadagneranno un sacco di soldi”. In questo quadro, l’opzione false flag di cui sopra appare meno aleatoria… quanto al nocumento per l’Europa, ci torneremo.










































C.S.