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«L’ Unione Europea combatte una guerra non dichiarata contro una potenza nucleare»

di Thomas Fazi

Gli attacchi ucraini in profondità assottigliano il confine tra guerra per procura e scontro diretto tra Bruxelles e Mosca, mentre cresce il rischio di escalation

L’UE rilancia la narrazione di un’Ucraina tornata all’offensiva, mentre l’esercito di Mosca continua ad avanzare nel Donbass. La campagna di droni contro il territorio russo produce danni significativi e rischia di far cadere i limiti che finora hanno contenuto il conflitto. Secondo il saggista italo-inglese, l’aumento della pressione sul Cremlino può allargare la guerra all’Europa. La via d’uscita passa da un negoziato fondato su concessioni territoriali e garanzie di sicurezza…

* * * *

La campagna di attacchi con droni condotta da Kyiv sta certamente producendo effetti. La produzione petrolifera russa ne ha risentito; in tutto il Paese si sono verificate gravi carenze di carburante, come ha ammesso persino Vladimir Putin. L’Ucraina ha inoltre interrotto alcune vie di rifornimento russe a Nord del Mar d’Azov, provocando blackout in Crimea e nella vicina parte della regione ucraina di Kherson occupata dalla Russia.

È tuttavia improbabile che questi attacchi cambino il corso della guerra. L’economia russa è in difficoltà, ma resta in una posizione migliore rispetto a gran parte dell’Unione europea. Ad aprile, citando l’aumento dei prezzi del petrolio — dovuto in larga misura alla guerra in Iran — il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo di 0,3 punti la previsione di crescita del PIL russo per il 2026, portandola all’1,1%. E ha rivisto al ribasso le previsioni per le tre maggiori economie dell’UE — Germania, Francia e Italia — rispettivamente allo 0,8%, allo 0,9% e allo 0,2%.

Ma, fatto ancora più importante, l’esercito russo continua ad avanzare sul campo di battaglia. Si sta avvicinando progressivamente al suo obiettivo di conquistare l’intero Donbass. Il 3 luglio, Mosca ha annunciato la conquista di Kostiantynivka, una città della regione di Donetsk e il più grande centro abitato caduto nelle sue mani dai tempi di Mariupol. La città rappresentava una delle ultime roccaforti lungo la strada verso importanti centri ancora controllati dall’Ucraina, Kramatorsk e Sloviansk, la cui conquista costituisce l’obiettivo finale del Cremlino nel Donbass.

Le truppe russe stanno avanzando anche intorno a Chasiv Yar e Toretsk, ottenendo progressi nei combattimenti urbani e sulle posizioni sopraelevate, e continuano ad avanzare nelle zone di Lyman e Rai-Oleksandrivka. Tutto ciò contraddice in modo netto la narrazione dominante secondo cui «l’Ucraina avrebbe rovesciato le sorti della guerra».

Qualora servissero ulteriori prove del fatto che per l’Ucraina le cose stiano andando male, basterebbe osservare la sempre più diffusa politica della cosiddetta «busificazione» — il prelevamento forzato per strada degli uomini in età di leva, caricati su bus e inviati al fronte, una pratica che sta alimentando una crescente opposizione interna alla guerra. Significativa anche la proposta dell’UE di escludere gli uomini ucraini in età militare, in pratica tutti gli uomini tra i 23 e i 60 anni, dal regime europeo di protezione temporanea.

In questa prospettiva, la campagna di attacchi con droni appare meno come un fattore capace di cambiare le sorti del conflitto e più come un segnale di disperazione. Vista l’incapacità dell’Ucraina di invertire l’andamento della guerra sul campo di battaglia, Kyiv e la NATO hanno deciso di «portare la guerra in Russia».

Non esistono però prove che la campagna ucraina di attacchi con droni possa ribaltare il corso della guerra, e tantomeno costringere Vladimir Putin alla resa. Il 2 e il 6 luglio, anzi, le forze russe hanno lanciato contro Kyiv alcuni dei più massicci attacchi con droni e missili registrati finora, uccidendo decine di persone.

È difficile stabilire quanto la campagna ucraina stia erodendo il sostegno a Putin. Come ha scritto Leonid Ragozin (giornalista russo indipendente ed esperto di spazio post-sovietico, ndr), nonostante le raffinerie in fiamme e le code ai distributori, la situazione interna rimane relativamente stabile. Molti russi hanno conosciuto condizioni peggiori e la maggioranza conserva un tenore di vita paragonabile a quello dei Paesi più poveri dell’UE.

Un segnale arriverà dalle elezioni per la Duma del 20 settembre. Un’eventuale sconfitta di Russia Unita, tuttavia, difficilmente favorirebbe la pace: comunisti e liberal-democratici hanno assunto posizioni ancora più oltranziste. Gli attacchi ucraini stanno semmai rafforzando le componenti più belliciste del Cremlino, che accusano Putin di eccessiva cautela e chiedono una risposta più energica. Quanto più aumenta la pressione sulla Russia, tanto maggiore è il rischio di un’ulteriore escalation.

Da qui nasce il rischio di un’escalation ben più ampia. Di fatto, una superpotenza nucleare è sottoposta ad attacchi continuativi contro le sue città e infrastrutture strategiche, sostenuti dall’intelligence e dalle armi occidentali e accompagnati dall’impegno del G7 ad accelerare la fornitura di capacità a lungo raggio.

Su questo sfondo, la nuova offensiva comunicativa di Bruxelles appare ormai come un rituale stagionale. «Le sorti della guerra stanno cambiando» ha dichiarato Ursula von der Leyen, sostenendo che Kyiv abbia riconquistato l’iniziativa grazie all’Europa e alla NATO. La formula è stata subito ripresa da politici e commentatori dell’intero spazio transatlantico.

Non è la prima volta. Dall’inizio dell’invasione, il complesso politico-mediatico occidentale annuncia periodicamente l’imminente vittoria ucraina e l’imminente collasso della Russia. Nel 2023, la controffensiva di Kyiv avrebbe dovuto «rovesciare le sorti della guerra», ma si concluse con enormi perdite e guadagni territoriali trascurabili.

A essere presentata come il nuovo punto di svolta è proprio la campagna di droni contro il territorio russo, che Volodymir Zelensky ha annunciato di voler proseguire per 40 giorni con l’obiettivo dichiarato di costringere Mosca a porre fine alla guerra.

La tempistica non è casuale. Alla vigilia del vertice NATO di Ankara, il fronte favorevole alla prosecuzione del conflitto aveva bisogno di dimostrare che l’Ucraina stava vincendo. Donald Trump ha firmato la dichiarazione del G7 che prevede nuove forniture militari, capacità a lungo raggio e sanzioni contro il settore energetico russo. L’iniziativa risponde anche alla crescente stanchezza occidentale, testimoniata dal rifiuto di alcuni governi europei di finanziare il nuovo prestito all’Ucraina.

Il vero punto, tuttavia, è che i droni stanno riscrivendo le regole della guerra. Gli attacchi in profondità, un tempo riservati alle potenze dotate di grandi forze aeree e arsenali missilistici, sono oggi accessibili anche a Paesi militarmente più deboli. Questo riequilibra in parte i rapporti di forza, ma riduce anche l’incentivo della potenza più forte a esercitare moderazione.

Finora la Russia ha evitato distruzioni di massa nelle principali città lontane dal fronte e, per gran parte della guerra, ha risparmiato i centri decisionali governativi e la rete energetica ucraina, pur disponendo dei mezzi per colpirli. Il confronto con Gaza mostra quanto l’approccio russo sia stato circoscritto: non necessariamente per ragioni umanitarie, ma per preservare la narrazione della liberazione di un «popolo fratello».

La capacità ucraina di colpire il territorio russo rischia ora di far cadere questi limiti. La guerra dei droni riequilibra i rapporti di forza, ma priva anche la parte più debole della protezione indiretta che la sua precedente incapacità di infliggere danni su vasta scala le garantiva. La potenza più forte può così essere spinta a trasformare la guerra di logoramento in un conflitto nel quale «tutto è lecito», compresi gli attacchi contro i vertici politici e militari.

La distinzione tra guerra per procura e scontro diretto si assottiglia. Mosca considera ormai il conflitto una guerra con la NATO, e la sua eventuale risposta potrebbe non limitarsi all’Ucraina.

Nell’establishment russo si moltiplicano già le richieste di colpire obiettivi in Europa. Mosca ha finora evitato questa opzione perché rischierebbe di provocare una guerra totale che non ha interesse a combattere. Il costo della rappresaglia è rimasto superiore a quello della tolleranza, ma questo calcolo potrebbe cambiare.

Nessuno in Occidente conosce davvero le linee rosse russe, e presumere che Mosca non reagirà mai soltanto perché non lo ha ancora fatto è un evidente errore logico. Eppure gran parte dell’opinione pubblica europea, anestetizzata dalla narrazione secondo cui «le sorti della guerra stanno cambiando», sembra ignorare che in suo nome si combatte una guerra non dichiarata contro una potenza nucleare.

Gli europei sostengono che non esista alternativa al sostegno indefinito all’Ucraina perché «la Russia si rifiuta di negoziare». Ma, come ha scritto Anatol Lieven (storico e analista britannico, direttore del programma Eurasia al Quincy Institute ndr), è stata finora l’Unione europea a subordinare ogni trattativa a un cessate il fuoco incondizionato che Mosca non può accettare senza rinunciare alla propria leva negoziale.

La principale vittima di questa posizione è l’Ucraina, condannata a una guerra di logoramento che non può vincere e, in assenza di un accordo politico, a una condizione di insicurezza permanente. Un’intesa realistica richiederebbe concessioni territoriali ucraine in cambio di garanzie di sicurezza, nessuna adesione alla NATO e nessun dispiegamento di truppe occidentali. Non sappiamo se Putin accetterebbe un simile accordo. Sappiamo però quale sia il costo di non tentare.

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