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Deflazione: bolla delle mie brame, qual è la più grossa del reame?
Andrea Mazzalai
Oltre un anno fa scrissi un pezzo nel quale evidenziai come Bernanke mise in piedi una sorta di Bubble Team, composto da tre economisti, Hang, Xiong e Brunnermeier, provenienti rispettivamente dal Vietnam, dalla Cina e dalla Germania, nella "sua" università, quella di Princeton, per cercare di comprendere come sia possibile sgonfiare una bolla senza spegnere la naturale effervescenza di un ciclo che corre il rischio di essere scambiata con una pericolosa irrazionale euforia.
Al di la delle considerazioni uscite da questo studio, nel quale l'ottimismo formula la crescita e l'espansione della bolla per essere sostituito all'improvviso da un cambiamento delle condizioni economiche che spinge i partecipanti a precipitarsi in massa verso le uscite di emergenza, sarebbe bastato leggere le teorie di Minsky e Fisher. Ma forse era chiedere troppo a colui che ha sposato l'ideologia della razionalità dei mercati, chiedere troppo a colui che sostiene che la razionalità dei mercati può essere travolta solo da un evento esogeno.
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USA, è vera decadenza?
di Domenico Moro
Alla vigilia del viaggio del presidente Obama in Estremo Oriente, il Sole24ore ha pubblicato un fondo di John Plender. La tesi del rinomato editorialista del Financial Times è semplice: la decadenza degli Usa è meno forte di quanto si creda e la loro egemonia non è realmente in discussione. Secondo il columnist gli Usa non sono condannati a ricalcare le orme della Spagna nel XVII secolo e della Gran Bretagna nel XX secolo, costrette al collasso dall’eccessivo allargamento dei loro imperi.
Soprattutto Plender, pur riconoscendo la pericolosità dell’enorme debito Usa (delle famiglie, statale e del commercio estero) nei confronti dei paesi creditori (in primis la Cina) ritiene che: “Se la classe politica statunitense dimostrerà di essere all’altezza della sfida fiscale e se gli americani impareranno a risparmiare di più ci sono buone possibilità che questo paese riesca a sottrarsi a un significativo declino e resti la potenza economica e militare più importante al mondo ancora per molto tempo.”
Il punto è che c’è qualche “se” di troppo nel ragionamento di Plender. Invertire la tendenza all’indebitamento è non solo molto difficile, ma contrasta direttamente con i rapporti economici dominanti sia all’interno degli Usa sia tra gli Usa ed il resto del mondo. Se i lavoratori americani si indebitano non è per capriccio ma perché non vi sono altri modi per conservare i loro standard di consumo, che sono condizione necessaria agli alti tassi di profitto delle imprese Usa.
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A chi non si rassegna
di Vladimiro Giacché
Alberto Burgio, Senza democrazia. Un’analisi della crisi, DeriveApprodi, Roma, 2009, pp. 286, euro 15.
Sulla gravità della crisi economica mondiale in corso sussistono ormai ben pochi dubbi. Gli stessi confronti con la depressione iniziata nel 1929 mostrano un declino dei principali indicatori economici addirittura peggiore di allora. Commisurata con l’eccezionalità della situazione che stiamo vivendo, la qualità media delle opere dedicate alla crisi è a dir poco deludente. Abbiamo avuto una vera e propria panoplia di libri e libretti sulla casta dei banchieri privati e sulle loro colpe, sugli errori dei banchieri centrali, delle società di rating, e così via. Si direbbe che la stessa letteratura “scientifica” abbia scelto di seguire la strada imboccata da quella giornalistica: ossia di offrirci ricostruzioni degli eventi a carattere scandalistico e moralistico – quindi parziali ed elusive. Data questa diagnosi della malattia, non può stupire che le terapie proposte oscillino tra un vago keynesismo pre-reaganiano, il richiamo al rafforzamento delle autorità di sorveglianza dei mercati finanziari e l’asserita necessità di eliminare le mele marce che avrebbero guastato il buon funzionamento dei mercati. Siamo ben lontani, insomma, dal ricchissimo dibattito sul capitalismo che si aprì dopo la crisi del 1929.
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Quando il superindice indica la Luna...
Nane Cantatore
L'entusiasmo da parte dell'attuale governo per i dati OCSE indica solo una scarsa capacità di leggere gli indici, o forse una certa fiducia nella facilità con cui l'opinione pubblica si lascia manipolare. Il superindice, abbassando i potenziali di crescita, fotografa una situazione di scarso sviluppo e valuta in modo positivo un'economia colpita solo indirettamente dalla crisi, ma questa crisi è un fenomeno acuto, mentre la devastazione del tessuto economico italiano è un dato cronico
L'OCSE è un'organizzazione di allegri burocrati che fornisce pareri illuminati ma molto nebulosi sullo stato dell'economia e che, come altre organizzazioni di questo tipo, sbaglia la maggior parte delle previsioni ma continua a tirarne fuori come fossero oracoli ispirati da una sapienza infallibile. Lo strumento principe di questi vaticini è il cosiddetto superindice o, per chiamarlo con il suo nome vero, il CLI (Composite leading indicators), uno strumento che aggrega diversi dati disponibili in tempi rapidi per elaborare delle stime a breve termine, sei mesi al massimo, sull'andamento delle economie nazionali.
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Nuovi rischi arrivano da Giappone e Goldman Sachs
di Mauro Bottarelli
Nel corso dello scorso weekend, placidamente, sono fallite altre nove banche regionali negli Usa: il computo totale per quest'anno ha raggiunto quota 115. Non male davvero, deve essere uno degli effetti collaterali della cosiddetta ripresa sbandierata a destra e a manca dopo la comunicazione del dato sul Pil Usa. Che, giova ricordarlo, depurato dagli stimoli governativi, sarebbe al 2,4% e non al 3,5%.
Ma tant'è, per qualcuno è sufficiente. Ma c'è di peggio. E molto. Come anticipato dieci giorni fa da ilsussidiario.net, sempre negli Usa Cit Group, finanziatore importante per le piccole e medie imprese, ha presentato istanza di bancarotta domenica pomeriggio, «un processo che quasi certamente spazzerà via gli investimenti per 2,3 miliardi dollari fatti dal governo federale nella società. Cit è la prima azienda a fallire dopo essere stata salvata dal governo».
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Torniamo a discutere di economisti ed economia
Giancarlo de Vivo*
Alla riunione annuale degli economisti italiani il governatore della Banca d’Italia è andato a difendere gli economisti (per i quali secondo lui qualcuno addirittura “sogna pogrom”) e gli studi economici, dei quali, come egli dice, “si è negata sia la valenza scientifica sia l’utilità sociale”.
Draghi è partito dall’ormai logora discussione sull’accusa che gli economisti non hanno saputo prevedere la crisi. Gli economisti amano richiamarla, forse perché distoglie l’attenzione da altre più imbarazzanti, e perché non è troppo difficile ribattere, come è stato fatto, che anche i meteorologi non sempre indovinano le loro previsioni, ma non per questo si nega validità alla meteorologia e si propone di chiudere gli uffici meteorologici. Comunque, nessuno mi sembra abbia fatto notare che se i meteorologi il giorno prima dell’uragano Katrina avessero detto che sulla Louisiana si prevedeva tempo bello stabile, doveva esserci parecchio che non andava nella loro meteorologia. Tra gli economisti previsioni del genere non mancano: alla fine del luglio 2008, quando la crisi dei mutui subprime era in pieno svolgimento, c’era chi sosteneva che quel che stava succedendo non era “catastrofico”, e auspicava che le Banche centrali alzassero i tassi “per evitare che l’inflazione sfugga di mano”.
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Le mele del Kansas
di Ferruccio Gambino
Il capitalismo statunitense sta cercando di passare il conto della crisi corrente ai contemporanei meno fortunati e alle generazioni future. Il precedente più grave è la Grande depressione conseguente al crollo del 1929. Dopo le alterne vicende del primo quadrienno di presidenza di F. D. Roosevelt (1933-‘36), gli Stati Uniti riemersero soltanto nel 1938 grazie ai nuovi programmi di spesa militare; intanto, nel crogiolo della Grande depressione si era scoperto che le crisi possono essere attenuate con opportuni stimoli e che possono addirittura essere convertite in strumenti di conservazione dei rapporti tra le classi. Ma oggi tale conversione si presenta più ardua che in tutte le crisi degli ultimi 80 anni.
Indubbiamente, il partito informale e minoritario ma vigoroso che si opponeva alle riforme rooseveltiane – in particolare all’affermazione dei nuovi sindacati industriali e alla previdenza sociale – non si è mai dato per vinto. Dopo l’inizio della Guerra fredda l’ostilità padronale alla sindacalizzazione, i licenziamenti (illegali ma tollerati) dei militanti sindacali, le nuove leggi antisciopero dei singoli stati, il razzismo intaccavano l’assetto di garanzie del lavoro conquistate alla metà degli anni Trenta.
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PIIIIILLL!!!
di Stefano Bassi
Va bene...del PIL USA ne stanno già parlando TUTTI.
Ma ne parlerò anche io per due ragioni:
1- Perchè la maggior parte delle fonti sbandiera in modo esultante questo mini-boom da +3,5% del PIL, dissimulando naturalmente COME si è ottenuto. Al solito è la nostra improba ma eroica lotta nel contrastare la DISINFORMAZIONE di Gossip-Tiggì & affini...
2- Perchè molte ottime fonti (guarda a caso sono BLOG) stanno già facendo INFORMAZIONE corretta, completa e di qualità su questo dato.
Però repetita iuvant: più diffondiamo nel WEB non tanto la verità (parola grossa) ma semplicemente un'informazione NORMALE meglio è. Cerchiamo la massima diffusione nei limiti dei nostri mezzi "poveri ma belli"...Inoltre molte fonti affidabili sono in inglese e dunque non sono accessibili a tutti.
Cercherò di essere breve, forte e chiaro.
PIL USA nel 3 trimestre 2009 = +3,5% annualizzato, pari o poco superiore alle attese (dipende dalle fonti previsionali).
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Ripresa economica globale: la grande illusione
di Laurent Cordonnier *
Nonostante gli incantesimi dei maghi della politica
L'economia mondiale, che alterna cadute e condoni, barcolla a metà del guado. Ma già due traiettorie divergono. Quella degli acrobati della finanza, che passano dall'altra parte senza bagnarsi e ritrovano la felicità dei bonus, e quella dei lavoratori stipendiati, sommersi dalle nere acque della recessione. A un anno dal crollo della banca Lehman Brothers, né gli uni né gli altri credono più agli annunci della «regolamentazione». Il capitalismo, lasciato libero dai poteri politici, riprende la sua folle corsa. Come se non fosse successo niente.
Proprio mentre la crisi economica e finanziaria, diventata spettacolare a partire dall'autunno 2008, continua a diffondere i suoi misfatti, la primavera del 2009 ha visto sbocciare tutti gli incantesimi immaginabili in vista di un rapido recupero dell'oggetto del desiderio: lo sviluppo.
Nessun segno del destino è stato trascurato: il borbottìo (precario) degli indici di borsa; la risalita (barcollante) del corso delle materie prime e delle energie fossili; la decelerazione delle soppressioni di posti di lavoro negli Stati uniti e le previsioni di crescita incoraggianti della Riserva federale (Fed); l'aggiornamento (di + 0,1 punto!) delle previsioni della Banque de France riguardante il prodotto interno lordo (Pil) del paese nel 2009;
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Mentre l’economia soffre, le Borse brindano sul Titanic
Mauro Bottarelli
Ogni tanto è bello levarsi qualche soddisfazione. Il sottoscritto e quindi il sito su cui scrive, negli ultimi due giorni se ne sono tolte parecchie. Dopo settimane di silenzio, infatti, la grande stampa ha deciso di porre fine alla retorica della ripresa e ha deciso di guardare in faccia la realtà per quella che è: un disastro di irresponsabilità globale.
Il primo è stato Massimo Gaggi sul Corriere della Sera di domenica che in un bell'articolo faceva notare come l'ottimismo e i rialzi che regnano in Borsa sono completamente svincolati dai dati ancora pessimi dell'economia reale, soprattutto in Usa. Se infatti il Dow Jones ha raggiunto la soglia dei 10mila punti, sono i dati senza precedenti di deficit e disoccupazione Usa a rendere questo dato folle e non degno di un brindisi, visto che oltretutto quel dato depurato ai valori azionari correnti vedrebbe il Dow a quota 7600 e non 10mila come nel 2007.
Ieri, poi, è stata la volta di Corriere Economia, il dorso economico del lunedì del foglio di via Solferino, che dedicava apertura di prima pagina ed editoriale al ritorno in grande stile della minaccia dei derivati.
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L' Unione europea ad un bivio nel 2010: complice o vittima del crollo del dollaro?
Crisi sistemica globale
Comunicato pubblico GEAB N°38 (15 ottobre 2009)
Le grandi tendenze delle fasi 4 e 5 della crisi sistemica globale (fase di decantazione e fase di smembramento geopolitico mondiale) si rivelano ogni giorno un po' di più (1). Tutti ormai hanno capito che gli Stati Uniti sono trascinati in una spirale incontrollabile che associa insolvibilità generalizzata del paese ed incompetenza evidente delle elite US ad attuare le soluzioni necessarie
L’annunciata cessazione dei pagamenti degli Stati Uniti è in corso come illustrano la caduta del dollaro e la fuga dei capitali fuori dal paese: solo il nome del liquidatore ed il riconoscimento del fallimento sono ancora sconosciuti, ma ciò non può ritardare. E, parallelamente al suo leader, l'Occidente, da cui il Giappone si allontana un po' di più ogni giorno con l'attuazione dei suoi nuovi orientamenti politici, economici, finanziari e diplomatici (2), è già in piena deliquescenza l’immagine della NATO in Afganistan (3). Così, secondo LEAP/E2020, l' anno 2010 metterà l'Unione europea nel cuore di quattro vincoli strategici che gli imporranno scelte urgenti in un contesto di crollo accelerato del campo occidentale, che si potrebbe semplificare riassumendolo col destino del dollaro US.
Queste scelte definiranno durevolmente il ruolo degli europei nel mondo del dopo crisi. Sia se si affermeranno come attori-chiave della strutturazione del mondo di domani affermando la loro visione del futuro e cercando i partner ad hoc senza esclusione; sia se si accontenteranno di essere vittime che acconsentono al naufragio dell’Occidente seguendo ciecamente Washington nella sua discesa agli inferi.
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Ho sottovalutato Greenspan...
di Stefano Bassi
Ho fatto un grave errore: sottovalutare The Bubble Master, il Signore delle Bolle.
Infatti Greenspan, ex-presidente della FED, qualche mese fa disse: "bisogna che le borse salgano e molti problemi si risolveranno"...
Io non ci feci molto caso: Alan ormai era in disgrazia, tacciato da tutti come l'iniziatore della Bolla che aveva portato all'attuale Grande Crisi.
C'era ancora un'atmosfera diversa, di rinnovamento, di catarsi, di purificazione indotta più che altro dalla paura che il giocattolo si rompesse definitivamente.
Le sortite di Greenspan venivano quindi viste male: sapevano di Bolla e quindi di qualcosa che aveva portato alla Crisi.
Ma il grande Vecchio aveva ragione, e l'ha ancora ribadito recentemente in un intervista a Bloomberg: "se le azioni e le borse salgono si crea un cuscino che permette di attuttire meglio il loro indebitamento, aumenta il loro potere sul mercato, non è un valore di carta ma sono soldi veri...." e se lo dice Lui....
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Fine del dollaro e l'economia precaria di Strauss-Kahn
di Felice Capretta
Conclusa ad Istanbul la riunione annuale di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Dominique Strauss-Kahn, responsabile del FMI, ha rilasciato ieri alcune dichiarazioni.
Proprio lui, quello che a maggio 2009 dichiarava che la ripresa era prevista per la primavera del 2010, e 15 giorni dopo, a giugno 2009, dichiarava che il peggio doveva ancora arrivare.
Alcuni stralci del suo discorso:
L'economia globale è in una posizione molto precaria. Il ritiro prematuro delle politiche di stimolo potrebbe ammazzare la ripresa.
[...]
Per certo governi e banche centrali dovrebbero mettere a punto strategie d'uscita credibili.
Ma è troppo presto per realizzarle.
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Quel nuovo ordine mondiale pronto a far fuori gli Usa
Mauro Bottarelli
Alla fine, le maestrine di Bruxelles hanno portato a compimento il loro compitino. Sono partite, infatti, le procedure per deficit eccessivo nei confronti dell'Italia e di altri otto Paesi Ue che sforeranno il 3% nel rapporto deficit-Pil. «In questi nove Paesi gli squilibri non sono né prossimi al valore di riferimento del 3% né temporanei», dice la Commissione Ue. In Italia si attende una ripresa «molto debole nella seconda metà del 2009 che proseguirà probabilmente in maniera lenta».
Accidenti, meno male che ce lo hanno detto! E ancora. «Il pacchetto di misure anticrisi rappresenta un'adeguata risposta alla recessione. Ma l'Italia nel 2009 avrà deficit e debito pubblico troppo elevati, a un livello che non soddisfa i criteri del Trattato Ue», si legge nella nota. Bruxelles rileva, in sintesi, che questa situazione deriva in parte dagli effetti della crisi e in parte da altri fattori strutturali, tra cui una spesa pubblica che resta elevata.
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Ed ecco, proprio nell'ultimo giorno dell'estate 2009, l'atteso GEAB Report numero 37. Se non sapete di cosa stiamo parlando, potete andare a questo post dedicato a "quanto durerà la crisi economica".
Non commentiamo e vi lasciamo direttamente all'estratto del report completo.
Laddove possibile, abbiamo approfittato della buona traduzione della versione gratuita pubblicata da Bloggo Blogghino. I lettori che hanno letto quella versione troveranno le frasi un po' scobinate: qusta volta Europe2020 ha rimontato le frasi del report completo per ottenere il report free (solitamente invece il report free è la prima parte del report completo).
La parola agli esperti di Europe2020.
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«Moneta-merce e liquidità»
I complici della crisi finanziaria
di Vittorio Carlini
È la tesi di Massimo Amato e Luca Fantacci, esperti di storia della moneta e docenti della Bocconi. «Nuove regole e limiti ai bonus non sono abbastanza». La soluzione: «Una moneta internazionale», sulla scia di quanto sosteneva Keynes
Maggiori regole per mercati e istituti finanziari; meno bonus ai banchieri e più patrimonio alle banche. Il tutto avvolto dal richiamo a ritrovare l'etica perduta. Sono alcune delle impostazioni che dovrebbero guidare i lavori del G20 di Pittsburgh. Il rischio, tuttavia, è che il "Congresso di Vienna" della finanza partorisca il più classico dei topolini. Non solo per le divergenze tra i vari grandi (Europa e Inghilterra in testa). Ma anche, sostengono in molti, perché le diverse impostazioni non colgono la profondità della crisi: «Spesso - dice Marco Vitale, economista d'impresa -, sono il frutto di una mancanza di pensiero in grado di "sviscerare" i perché strutturali del grande crack». Un tentativo, al contrario, che Massimo Amato e Luca Fantacci , entrambi esperti di storia della moneta e docenti alla Bocconi di Milano, fanno nel loro «Fine della finanza» (Donzelli Editore). Certo, si potrà obiettare la validità del loro pensiero; come si potrà e dovrà discutere sulla validità delle soluzioni prospettate. Ma è indubbio che, di fronte «ai menestrelli del tutto come prima - per dirla sempre alla Vitale - e ai tanti talebani del mercato» il porre dei dubbi di sistema è comunque esercizio utile. Il Sole24Ore.com ha in contrato i due economisti per capire meglio il loro pensiero.
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Recessione finita? Caro Bernanke, negli Usa c’è chi dice no
Mauro Bottarelli
Come volevasi dimostrare, il G20 di Pittsburgh sarà l’ennesima photo opportunity per i grandi della terra, ma non servirà a nulla se non a buttare al vento qualche miliardo di dollari in organizzazione e sicurezza. La bozza, di fatto resa nota ieri, parla di mantenimento degli sforzi fino alla ripresa e di norme vincolanti sui bonus. Ovvero, altro denaro a pioggia che gonfierà bolle già ben pasciute e inutili manovre populistiche che non faranno altro che ottenere l’effetto contrario a quanto desiderato.
Complimenti. E complimenti anche al commissario Ue agli Affari economici e monetari, Joaquìn Almunia, che ieri ha dichiarato al Parlamento europeo che «non si possono sottrarre gli stimoli troppo in fretta a un'economia che ha ancora le stampelle ma non si possono neanche mantenere troppo a lungo, per evitare di creare le condizioni che hanno portato alla bolla speculativa». Come dire, la pioggia è una rottura di scatole ma anche il troppo caldo dopo un po’ stanca: ecco chi governa le politiche economiche dell’Ue.
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Un anno dal crack. Già pronte due nuove bolle
Chi salverà i mercati da un altro crollo?
Mauro Bottarelli
Ci mettono un po’ di tempo, ma alla fine anche i soloni della ripresa ormai dietro l’angolo si rendono conto di come stanno davvero le cose nel mondo. Nella fattispecie dell’ormai non più latente guerra commerciale tra Usa e Cina a colpi di dazi ed esposti presso il Wto: c’è poco di commerciale e molto di politico, però, in questa disputa. Pechino ha scelto di cambiare strategia. Accumula commodities, compra oro e lo rimpatria, investente in energia verde per tagliare la dipendenza dal petrolio ma soprattutto punta a ridimensionare i rischi che il dollaro così debole comincia a rappresentare per le proprie riserve in bond Usa.
Washington, dal canto suo, tenta di reagire ma sa che uno scontro frontale con Pechino non le conviene affatto: l’America, di fatto, a un anno dal crollo di Lehman Brothers che ricorre oggi, sta seguendo il medesimo destino della sua celebre banca d’affari. Lo dicono i numeri, freddi ma inequivocabili. Sono quindici milioni i proprietari di casa in Usa ormai al default, quasi l’otto per cento di tutti i mutui garantiti dalla Federal Housing Administration stanno per andare in ripossessione: sono stati quasi quattrocentomila nel solo mese di agosto a conoscere il triste destino della foreclosuree da gennaio ad oggi il loro numero è stato ogni mese più alto se posto in diretto paragone con i primi nove mesi del 1932, l’anno della Grande Depressione.
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La ripresa è cominciata. Ma la ricaduta è dietro l’angolo
Ugo Bertone
La grande crisi è finita? La tentazione di dirlo, anche se nessuno l’ammette, è forte. Anzi, sotto sotto si fa strada una tesi insidiosa: passata l’emergenza, è svanita la necessità di grandi riforme. Perché imporre “lacci e laccioli” che possano ingabbiare gli animal spirits? Certo, le diplomazie del G20 sono ancora in movimento. E si annunciano grandi riforme, almeno sulla carta, capaci di produrre effetti in futuro. Ma lo slancio dirigista perde spazio, giorno dopo giorno. In Italia i Tremonti bond non sono più la panacea necessaria dei problemi bancari: anzi, gli istituti possono trovare sui mercati alternative meno costose e politicamente meno impegnative.
Stessa sorte per gli incentivi oltre Oceano: le facilities concesse dalla Fed alle banche commerciali sono scese dell’87 per cento; il programma di aiuti predisposto dal Tesoro sta per esaurirsi entro il mese di ottobre in assenza di richieste. L’edificio della finanza globale, infatti, sembra di nuovo in salute, almeno a prima vista. Tutte le fosche previsioni di un anno fa, quando i Lehman boys traslocavano con grandi scatoloni dal quartier generale di Manhattan, devono essere corrette in meglio: l’occupazione dell’industria finanziaria ancora negativa, ma di poco (meno 8 per cento rispetto al settembre 2008).
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Ci aspetta un settembre nero? Il “termometro” tedesco dice di sì
Mauro Bottarelli
Settembre è arrivato. E storicamente il mese di settembre porta con sé rialzi degli indici solo se questi hanno subito contrazione nei mesi precedenti: essendo stato agosto il sesto mese consecutivo di guadagni, tutto lascerebbe pensare a un settembre nero. Lo avevamo scritto mesi fa ma la ragione del crollo dei futures e del tracollo dei titoli bancari in Europa non è da mettere in relazione a fattori di aggiustamento tecnico, bensì a qualcosa di molto più serio. I nodi, infatti, stanno venendo al pettine.
L’intemerata di Gordon Brown ieri sul Financial Times contro i bonus dei banchieri – che dovrebbero essere legati a performance di lungo periodo e non a guadagni a breve frutto di speculazione – parla chiaramente la lingua di una manovra difensiva: ieri il titolo di Lloyds Tsb è letteralmente crollato, segno che nessuna operazione di intervento pubblico sembra aver rimesso in sesto l'ex gigante devastato dalla folle acquisizione di Hbos, una vera e propria miniera di assets tossici.
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Svezia Tasso Interesse Negativo
Felice Capretta
Tasso di interesse negativo in Svezia!
Oggi dalle colonne dei giornali dei gruppo Rizzoli (che comprende Corriere e il gratuito City) campeggiano notizie di diverso genere e grado.
Le principali:
* immancabile strillo gettapanico sulla Nuova Influenza A/H1N1: i pediatri chiedono di rinviare l'apertura delle scuole, ma la Gelmini rifiuta;
* una agghiacciante sfilza di dettagli sanguinolenti sull'ennesimo omicidio/suicidio;
* un reportage da gossip nero sull'alibi di Stasi che sarebbe lì lì per crollare.
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Bernanke, déja vu... la nemesi continua!
di Andrea Mazzalai
Come scrive Wikipedia, il Déjà Vu, in francese, già visto, è la sensazione di aver vissuto precedentemente un avvenimento o una situazione che si sta verificando.
Il termine fu creato dallo psicologo francese Émile Boirac (1851–1917), nel suo libro L'Avenir des sciences psychiques ("Il futuro delle scienze psichiche"), revisione di un saggio che scrisse quando ancora era studente all'Università di Chicago. L'esperienza del déjà vu è accompagnata da un forte senso di familiarità, ma di solito anche dalla consapevolezza che non corrisponde realmente ad una esperienza vissuta (e quindi si vive un senso di "soprannaturalità", "stranezza" o "misteriosità"): l'esperienza "precedente" è perlopiù attribuita ad un sogno. In alcuni casi invece c'è una ferma sensazione che l'esperienza sia "genuinamente accaduta" nel passato.
Come ha scritto in un articolo il Washington Post, Bernanke pochi giorni prima di essere nominato nuovo governatore della Federal Reserve, e precisamente il 25 ottobre del 2005, confidava che....
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Spesa pubblica e finanza, a chi giriamo il conto?
di Tommaso De Berlanga
Mentre i governatori delle banche centrali - a Jackson Hole - interpretano segnali e annusano venti capricciosi cercando una visione del futuro, una prima indicazione chiara viene dalle mille soluzioni pratiche che, nel frattempo, i più vari soggetti economici e istituzionali vanno prendendo: il conto della crisi va fatto pagare alle popolazioni. Nulla vien chiesto a ideatori e responsabili del più grande crack finanziario che si sia mai visto. Anzi, dopo pochi mesi di terror panico e silenzi imbarazzati, i top manager sono tornati burbanzosi ad occupare il centro della scena e a dettare l'agenda politico-economica. Indignati più del solito quando qualcuno parla di mettere almeno un freno ai loro bonus e stipendi.
I diversi articoli che potete leggere in questa pagina hanno un retroterra comune evidente: l'«iniziativa privata» - finanziaria e non - lasciata liberissima di agire su scala planetaria, ha creato un disastro epocale che soltanto massicce iniezioni di denaro pubblico (già effettuate o solo garantite, non importa) ha permesso di arginare. Per ora. La cosa rilevante è che, di conseguenza, la spesa pubblica è cresciuta in modo rapido e violento, come quando - per fronteggiare altre crisi storiche - gli stati mettevano in moto politiche keynesiane di «sostegno alla domanda».
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La corsa delle Borse è finita
Ora chi salverà i governi dai debiti?
di Mauro Bottarelli
Il rally è finito. Lo avevamo detto e non solo perché dopo tante sedute al rialzo ci si concede di rifiatare con le prese di beneficio. È finito perché è finito l'effetto del mega-stimolo monetario messo in atto dai governi per cercare di rivitalizzare i mercati e l'economia. Due trilioni di dollari sembravano tutto il denaro del mondo ma non lo erano.
Ieri mattina il tonfo dello Shanghai Composite al -5,8%, peggior risultato dal 18 novembre scorso, aveva suonato la sveglia su quanto stava per accadere. Nonostante gli oracoli di Francoforte avessero giorni fa annunciato trionfalmente che Germania e Francia era tornate a crescere, sia il Cac40 che il Dax perdevano terreno, come Londra e Milano. A trascinare in basso, tanto per cambiare, titoli bancari (meno male che erano sani, al primo giorno di ritracciamento sono crollati) e commodities, indicatore quest'ultimo che la ripresa è lunghi dall'essere dietro la porta.
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Verso un nuovo ordine economico internazionale?
di Marco Sarli
Temo proprio che non si stia seguendo con la dovuta attenzione il sempre più intenso dibattito in corso tra Cina, India, Brasile e Russia sull’opportunità di individuare soluzioni alternative all’utilizzo del dollaro statunitense come mezzo di pagamento e valuta di riserva, un dibattito che avviene a margine di accordi bilaterali tra questi paesi, accordi che prevedono o l’utilizzo delle proprie valute o l’individuazione di ‘valute sintetiche’ spesso basate su un paniere composto dalle principali valute convertibili.
Pur essendo del tutto evidente che non è interesse di questi paesi un crollo verticale delle quotazioni del dollaro o di quei titoli rappresentativi del debito statunitense che rappresentano insieme oltre il 70 per cento delle loro riserve valutarie, è tuttavia indubitabile lo sforzo in termini di diversificazione operato dai gestori di queste disponibilità, così come è del tutto evidente la crescente preferenza per titoli statunitensi a breve se non a brevissima scadenza, in luogo della precedente preferenza per i Treasury Bonds a 10 se non a 30 anni.
Analoghi interrogativi e mutamenti di comportamenti caratterizzano da alcuni decenni i governi e le autorità monetarie dei paesi arabi esportatori di petrolio e del Giappone, paesi strutturalmente esportatori netti per rilevanti ammontari medi e che si sono confrontati ben prima dei new comers sul ‘dilemma del dollaro’,
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