Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

carmilla

I palestinesi, l’avanguardia dell’ultima generazione globale senza futuro

di Fabio Ciabatti

Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025, pp. 250, € 18,00

bifo cover.jpgPensare dopo Gaza significa guardare in faccia la catastrofe dell’umano riconoscendo il definitivo fallimento dell’universalismo della ragione, della democrazia e della civiltà. Capire è l’unica cosa che ci rimane, anche se “Il pensiero non può pensare altro che la propria impotenza”. La disperazione è rimasta l’unico sentimento umano. L’unica opzione a nostra disposizione è quella di disertare la storia, pur non avendo alcuna idea di come farlo. Franco Berardi, al secolo Bifo, non conosce mezze misure nel suo ultimo libro intitolato, appunto, Pensare dopo Gaza. L’argomentazione è sempre portata all’estremo e talvolta sconfina nell’invettiva senza curarsi dei suoi possibili effetti disturbanti per i benpensanti, compresi quelli di sinistra. Per lui Israele è il paese che, dal punto di vista della ferocia sterminatrice, è quello più sviluppato e per questo mostra a quelli meno progrediti l’immagine del loro avvenire. Per esempio attraverso l’utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale le cui ricerche sono essenzialmente finalizzate, in tutto il mondo, a ottimizzare lo sterminio, dal momento che il sistema militare è il loro principale committente. Applicazioni come il programma Lavender, utilizzato dagli israeliani a Gaza secondo le rivelazioni della rivista israelo-palestinese +972, consentono di perpetrare massacri in modo asettico, superando definitivamente gli ostacoli rappresentati dalle emozioni umane e dalla fatica di uccidere.

L’idea che gli israeliani si stiano comportando come i nazisti dà le vertigini. Eppure, sostiene Bifo, non si può arretrare di fronte a questo tabù perché la storia dello stato sionista ci insegna che ci sono traumi che non possono essere elaborati, ma solo riprodotti. Israele si costituisce per prevenire una nuova aggressione antisemita, ma lo fa rispondendo allo shock storico della Shoah in modo vendicativo e asimmetrico, punendo chi non ha alcuna colpa e non può difendersi. Per i sionisti la ragione universale, che ha preso forma con il contributo essenziale dell’intellettualità ebraica, non è stata una protezione sufficiente dallo sterminio antisemita. Un pensiero legittimo, sottolinea Bifo, che rende tragicamente comprensibile il passaggio successivo: per non essere più prede bisogna diventare predatori.

Print Friendly, PDF & Email

transform

Assistiamo attoniti all’agonia del diritto internazionale

di Alessandro Scassellati

I paesi potenti si comportano come se il diritto internazionale non contasse, o addirittura non esistesse. Un numero crescente di studiosi e giuristi sta perdendo fiducia nel sistema attuale del diritto internazionale. Altri sostengono che la colpa non sia della legge, ma degli Stati che dovrebbero rispettarla. Proprio quando il mondo ha disperatamente bisogno di anziani saggi, il suo destino è nelle mani di vecchi e spietati patriarchi. Il diritto internazionale che presiede all’ordine globale sta venendo smantellato da una generazione di governanti che non vivrà abbastanza per vedere i detriti che si lascia alle spalle

212854074 91b8d631 780e 4cca 98f1 f54832d76015.jpgMentre il mondo è alle prese con un’ondata di conflitti armati, crisi umanitarie e palesi violazioni dei principi fondamentali del diritto internazionale (tra cui attacchi all’indipendenza delle corti internazionali, preoccupazioni sul genocidio e sulle guerre in Medio Oriente), i commentatori si interrogano sempre più sulla rilevanza del diritto internazionale. Ha mai avuto importanza? È mai stato espressione di solidarietà globale e di un’umanità comune? E se sì, perché oggi sta fallendo in modo così catastrofico? Allo stesso tempo – e ironicamente in mezzo a questa turbolenza globale – il diritto internazionale, incluso il diritto dei diritti umani, rimane il quadro normativo più dominante per legittimare e delegittimare i comportamenti sulla scena globale, a dimostrazione della sua persistente influenza anche quando la sua applicazione appare precaria. Con l’espressione “agonia del diritto internazionale” cerchiamo di mettere in luce un dibattito cruciale sull’efficacia e la legittimità del diritto internazionale nell’affrontare le sfide globali. Essa evidenzia il divario tra gli ideali del diritto internazionale e la sua applicazione pratica, in particolare in ambiti come la prevenzione dei conflitti militari, i diritti umani, la tutela ambientale e la giustizia economica.

A fine aprile, alcuni terroristi hanno ucciso 26 civili nella città indiana di Pahalgam, situata nella regione montuosa di confine del Kashmir. L’India ha rapidamente incolpato il Pakistan dell’attacco, ha lanciato attacchi missilistici verso di esso e ha annunciato la sospensione del trattato sulle acque dell’Indo, minacciando di fatto di interrompere i tre quarti dell’approvvigionamento idrico del Pakistan. L’India sta ipotizzando di chiudere il rubinetto a 250 milioni di persone. Ciò violerebbe non solo il trattato, ma anche le leggi internazionali sull’uso equo delle risorse idriche.

I governanti pakistani hanno la spaventosa consapevolezza che non ci sia molto da fare perché assistiamo a un’improvvisa erosione delle istituzioni multilaterali, delle norme istituzionali internazionali.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Tripolarità senza catastrofe

di Salvatore Minolfi

nbsujeiStorditi da un trentennio di monocultura unipolare, ci siamo largamente disabituati a ragionare di potere, il cui perimetro definitorio è andato sempre più sfumando negli ampi e rilevanti territori circostanti, per confondersi, di volta in volta, con la potenza industriale, la ricchezza finanziaria, la forza commerciale, l’esuberanza demografica, l’innovazione high tech, il fascino ideologico, ecc. Disabitudine insostenibile se rapportata a un tempo storico la cui cifra dominante è rappresentata da una crisi conclamata dell’ordine internazionale, la cui severità è testimoniata non solo dai sorprendenti sviluppi che pure la punteggiano, ma anche dai sempre più vistosi disaccordi che emergono quando si discute della forma che il mondo stesso oggi presenta o va tendenzialmente assumendo in conseguenza di questa crisi. In breve, l’incertezza investe non solo i tradizionali parametri di analisi, ma la realtà stessa, poiché fornisce spesso indicazioni contraddittorie e ci costringe a fare i conti con l’elusività che sembra avvolgere il potere nella sua forma più alta e distillata. È su questo livello che ha senso avventurarci, rinunciando per ciò stesso alle più diffuse e confortevoli semplificazioni.

Negli Stati Uniti – l’unico paese dove l’analisi del potere e la riflessione strategica non si sono mai interrotte – le divergenze sono tali da coprire pressoché l’intero spettro delle rappresentazioni possibili, ciascuna delle quali porta con sé, inevitabilmente, orientamenti e prescrizioni differenti per l’agire politico delle classi dirigenti.

 

Potere e influenza

Mi riferisco, innanzitutto, al fatto che la riflessione sul potere oscilla (ormai da più di mezzo secolo) tra due diversi campi semantici: il potere come “capacità” e il potere come “influenza”.

Print Friendly, PDF & Email

tempofertile

Le radici oscure dell’Occidente

di Alessandro Visalli

repubbliche marinare e schiavitù.jpg“La prima [ragione della giustezza di questa guerra e conquista] è questa: essendo gli uomini barbari [gli indios] per natura servili, incolti e inumani, essi si rifiutano di accettare il comando di quelli che sono più prudenti, potenti e perfetti di loro; comando che darebbe loro grandi vantaggi, è infatti, cosa giusta, di diritto naturale, che la materia obbedisca alla forma, il corpo all’anima, l’appetito alla ragione, i bruti all’uomo, la moglie al marito, l’imperfetto al perfetto, il peggiore al migliore, per il bene di tutti”.

Juan Ginés de Sepúlveda, De la Justa causa del la guerra contro los indios, Roma 1550

Il razzialismo occidentale e le sue conseguenze

Cedric J. Robinson, nella sua imponente opera maggiore del 1983[1], ha cercato di individuare una tradizione radicale nera indipendente dalla radice occidentale della tradizione socialista per come si è formata intorno alle opere e all’azione di Marx, Engels e la socialdemocrazia europea. Una tradizione che si forma sulla base dell’esperienza di sradicamento violento e diasporica ed ha carattere egualitario e comunitario, all’inizio esemplificata nel marronaggio[2]. Nel compiere questa impresa, tuttavia, produce una notevole ricostruzione storico-culturale e decostruttiva della natura della civiltà occidentale che a suo parere è caratterizzata da una particolare forza materiale che ha dimensione sia sociale che culturale e viene condivisa in tutto lo sviluppo storico della civiltà occidentale, risultando antecedente al capitalismo: il razzialismo.

Una forma di distinzione e classificazione tra gruppi e individui, parte di una pratica di controllo e sfruttamento, che è interna alla civilizzazione europea e non si esprime solo verso l’Altro esterno, quanto creando costantemente ‘Altri’ interni, nicchie e enclavi, ghetti e periferie.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Dazi e Iran? Il debito USA fa politica estera (per la gioia dei mercati)

di Fabio Vighi

prova cover.pngNel film Finché c’è guerra c’è speranza (1974) Alberto Sordi interpreta Pietro Chiocca, imprenditore corrotto che vende armi a dittatori africani per garantire alla sua famiglia un tenore di vita lussuoso. Tutto sembra cambiare quando un giornalista del Corriere della Sera lo diffama pubblicamente come “mercante di morte”. A quel punto, davanti allo sdegno (ipocrita) dei familiari (la moglie Silvia, i tre figli Ricky, Giada e Giovannone, la suocera e lo zio), Chiocca si dice disposto, se lo vorranno, a tornare al suo vecchio e onesto lavoro di commerciante di pompe idrauliche; e chiede loro di comunicargli la decisione presa dopo un’ora di riposo. Ma la moglie manda la domestica a svegliarlo con un quarto d’ora d’anticipo, e lui capisce che per la famiglia, evidentemente più affezionata al lusso che alla morale, lo scandalo non è più un problema. Nella scena finale, Chiocca sale su un aereo per andare a piazzare un’altra commessa d’armi.

Dopo 50 anni quel film è ancora molto attuale. La sola differenza è che oggi le guerre, siano epidemiologiche (Covid), commerciali (dazi), o militari (Ucraina, Gaza, Siria, Iran), vengono innescate, a ritmi sempre più serrati, al fine di sostenere quella montagna di debito su cui l’occidente a traino USA ha costruito la propria illusione di benessere (che è lusso reale solo per lo 0.1%). Basti osservare la reazione dell’obbligazionario statunitense all’intervento militare ordinato da Trump contro l’Iran lo scorso fine settimana: con la riapertura di Wall Street (perché gli shock vengono sempre scatenati “a bocce ferme”) il rendimento del Treasury decennale, termometro della febbre di sistema, è crollato di 10 punti base nel giro di 5 ore. Tradotto: flusso d’investimenti verso il “porto sicuro” dei buoni del tesoro statunitensi; risparmio di miliardi di dollari in spese per gli interessi sul debito sovrano USA; conseguente sensibile rialzo a Wall Street (Dow, S&P 500 e Nasdaq).

Allora conviene davvero mettersi in testa che, esattamente come per la famiglia di Pietro Chiocca, il mercato ama le guerre (incluse le “pandemie”).

Print Friendly, PDF & Email

tempofertile

La sconfitta dell’Occidente e la Guerra Mondiale a Pezzi

di Alessandro Visalli

0 10278.jpgIl 13 settembre 2014, profeticamente, Papa Francesco dichiarò il segno del nostro tempo tragico. Nel centenario della Prima Guerra Mondiale ricordò che “anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni[1].

Sono passati solo undici anni, ma sembrano un’eternità. Si era nel tempo del Job Act di Renzi, di Schäuble che al G20 si oppose alle richieste di manovre anticicliche degli Usa, riaffermando il vangelo dell’austerità e il surplus di bilancio europeo e tedesco. Era il tempo in cui Obama spingeva perché fossero firmati due trattati di libero scambio, in chiave anti-cinese e a vantaggio delle aziende tecnologiche. Il TTIP (con l’Europa) e il TPP (con l’Asia) avevano infatti un solo scopo: come Jack Lew chiese al G20, quello di creare le condizioni per ribilanciare le partite commerciali statunitensi. Allora come ora il mondo esportava negli Stati Uniti molto più di quanto importasse da essi, e i cittadini americani consumavano più di quanto producessero. Allora come ora il debito pubblico, traduzione di quello privato, cresceva sempre di più. Allora come ora il sistema-America era complessivamente indebitato verso il mondo. E allora come ora la fiducia nella capacità sul lungo periodo (oggi anche sul breve) di sostenere questo ritmo era sfidata.

Sono passati undici anni e quei nodi sono giunti al pettine[2]. Sull’onda del progressivo svuotamento della posizione di forza americana[3], e dell’accelerazione della crisi europea passata per lo shock del Covid[4], la crescente competizione cinese e la guerra Ucraina che ha tagliato le sue forniture energetiche, l’Occidente appare disperato e pronto a tutto. La ragione è il vuoto che alberga nel suo cuore, in quelle classi medie e nelle contigue classi popolari attive, disinteressate e perse nella lotta per la vita, disperse in innumerevoli microcircuiti autistici di muto rancore coltivati scientemente dagli algoritmi[5] e ormai a quello che Todd chiama il punto zero (o stato zombi) del disperato individualismo.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Walt Withman, addio

di Algamica*

statualiberta«Io canto l’individuo, la singola persona, / al tempo stesso canto la Democrazia, la massa»
Verso tratto dalla poesia di Walt Whitman, “Io canto l’individuo”

Cosa succede in America?

Per chi conosce la sigla algamica (in calce a questo documento) sa che da alcuni anni, sul riflusso dell’insurrezione e del vastissimo movimento di George Floyd, sosteniamo che gli Stati Uniti d’America si stanno sbriciolando (“crumbling”) sotto l’incedere di una crisi generalizzata del modo di produzione capitalistico. Lo sbriciolamento approfondisce tutti i fattori di una nuova guerra civile. Non c’è questione sociale che immediatamente non porti ad assumere la forma della politica della violenza e così via.

Del resto, non siamo gli unici che avvertono il riverbero di onde telluriche profonde. Anche la stampa dell’establishment liberista occidentale avverte il tremolio e si domanda se l’America si stia avviando verso una nuova guerra civile americana. Se la seconda elezione di Trump ha segnato quel che scrivemmo nell’articolo “C’era una volta l’America”, i nuovi fatti che stanno accadendo in California, in Texas e in altre importanti città sono il riflesso agente di quella tendenza in marcia, che qui cerchiamo di esplicitare.

Perchè “Walt Withman, addio”? Perchè Walt Withman è, a ragione, ritenuto il padre della poesia statunitense, che in quei versi ha saputo condensare l’eccezionalità della storia americana che l’ha contraddistinta per oltre due secoli: ovvero la capacità di combinare la latente contraddizione tra lo sviluppo liberista delle libertà individuali con lo sviluppo della democrazia della maggioranza lungo un intero ciclo storico. Come più volte abbiamo scritto, già Alexis de Tecqueville indicava esservi una intrinseca, oggettiva contraddizione, ma la democrazia americana era dotata di quella incredibile capacità di compensarla.

Print Friendly, PDF & Email

transform

La violenza sta cominciando a definire la crisi della democrazia liberale americana

di Alessandro Scassellati

no king 05.jpgC’è la violenza spettacolare come la parata militare di Trump e la violenza reale come l’assassinio di Melissa Hortman, i rapimenti e le deportazioni di migliaia di immigrati da parte delle milizie paramilitari dell’ICE e la repressione di coloro che protestano. La tendenza è decisamente in crescita mentre il regime trumpiano sta compiendo una torsione autoritaria. Gli Stati Uniti sono una società sfilacciata, lacerata dalla polarizzazione, da forti disaccordi e da un estremismo crescente. La democrazia liberale statunitense attraversa una grave crisi e si aprono scenari di autoritarismo.

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: «Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene». Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Dal film L’Odio di Mathieu Kassovitz

Sabato 14 giugno, con il boato di una salva di 21 colpi di cannone è iniziata la parata militare tanto desiderata da Donald J. Trump1 per festeggiare il 250° anniversario delle forze armate e, al tempo stesso, il suo 79° compleanno. Durante la parata, la banda musicale è passata da suonare “Jump” dei Van Halen a “Fortunate Son” dei Creedence Clearwater Revival, subito dopo che il presentatore aveva spiegato che gli obici M777 sono fatti di titanio. Nessuno, a quanto pare, aveva considerato il testo: “Alcune persone nascono, sono fatte per sventolare la bandiera, sono rosse, bianche e blu, e quando la banda suona Hail to the Chief, ti puntano il cannone addosso”. Un messaggio diretto che rischia di rappresentare in modo molto accurato quanto sta succedendo nel paese.

Gli Stati Uniti chiaramente non sanno come organizzare una parata militare autoritaria. Le parate militari autoritarie dovrebbero proiettare una forza invincibile. Dovrebbero impressionare il proprio popolo con la disciplina disumana delle truppe e incutere timore nei nemici con la capacità della propria organizzazione e dei sistemi d’arma.

Print Friendly, PDF & Email

acropolis

La strategia piena di contraddizioni di Trump per preservare l’egemonia degli Stati Uniti

Nima Alkhorshid intervista Michael Hudson e Richard Wolff

NIMA ALKHORSHID: Ciao a tutti. I nostri amici Richard Wolff e Michael Hudson sono di nuovo con noi. Benvenuti.

shutterstock 2494420291 1080x607 1.jpgCominciamo con Lindsey Graham e la sua ultima visita in Ucraina. Non solo Lindsey Graham, Blumenthal e Mike Pompeo sono andati in Ucraina. Ecco cosa ha detto Lindsey Graham: (Lindsey Olin Graham è un politico, militare e avvocato statunitense, attuale senatore per lo stato della Carolina del Sud, è il neocon guerrafondaio che piace a Zelensky e alla Regina Von der Leyen, NdR)

LINDSEY GRAHAM: La Russia ha detto che l’Ucraina non ha buone carte. Beh, la Russia è molto più grande e ha molta più popolazione. Lo capisco. Ma il mondo ha molte carte contro la Russia. E una di queste carte che abbiamo sta per essere giocata al Senato degli Stati Uniti. In America, ci sono più di una persona al tavolo delle trattative. Abbiamo tre rami del governo, e la Camera e il Senato sono pronti ad agire. Cosa ci farebbe cambiare idea? Se la Russia si sedesse al tavolo delle trattative, accettasse un cessate il fuoco, e con serietà.

* * * *

NIMA ALKHORSHID: Richard, una delle carte di cui parla sono i dazi secondari del 500% sull’energia russa, che sappiamo influenzerebbero Cina, India e, alla fine, l’Europa. La tua opinione?

RICHARD WOLFF: Beh, Lindsey Graham è stato un senatore sbruffone per tutta la sua carriera. Questo è tutto teatro. Lui è stato tutto teatro. Lui è tutto teatro.

Ha radunato i molti altri membri di entrambe le Camere che, come lui, sono attori nell’anima e politici solo in secondo luogo. Questa è spettacolarità. Tutto qui. È qualcosa che ha deciso migliorerà la sua reputazione laggiù nel Sud degli Stati Uniti, da dove proviene e dove viene eletto da persone che approvano quel tipo di teatralità, anche se la loro situazione reale sta peggiorando.

Print Friendly, PDF & Email

giubberosse

Il progetto Trump sta andando in frantumi?

di Alastair Crooke - conflictsforum.substack.com

image 76.pngLe ricadute tra Musk e Trump (almeno per ora) hanno un che di “televisivo”. Ma non lasciatevi ingannare dai contenuti di intrattenimento. Il battibecco illustra una contraddizione fondamentale al cuore della coalizione MAGA. È possibile che questa contraddizione esploda in futuro e finisca per innescare il lento declino del Progetto Trump.

Un momento cruciale delle ultime elezioni statunitensi è stato il passaggio dei ricchissimi oligarchi tecnologici della Silicon Valley dal loro sostegno ai Democratici a Trump. Questo ha portato sia denaro che un potenziale scintillante premio: l’America avrebbe potuto conquistare il monopolio sull’archiviazione globale dei dati, sull’intelligenza artificiale e su ciò che Yanis Varoufakis chiama “capital cloud”, ovvero la presunta capacità di ricavare una rendita (ovvero commissioni) per l’accesso all’immensa riserva di dati americana e alle piattaforme associate delle Big Tech. Si riteneva che un tale monopolio sui dati avrebbe poi dato agli Stati Uniti la possibilità di manipolare il modo di pensare del mondo e di definire i prodotti e le forme di progettazione considerati “cool”.

L’idea era anche che un monopolio sui data center avrebbe potuto rivelarsi potenzialmente redditizio quanto il monopolio statunitense del dollaro come principale valuta commerciale, che avrebbe potuto garantire ingenti afflussi di capitali per compensare il debito.

Tuttavia, la caratteristica esplosiva della coalizione tra oligarchi della tecnologia e populisti del MAGA è che entrambe le fazioni hanno visioni inconciliabili, sia per quanto riguarda la gestione della crisi del debito strutturale americano, sia per quanto riguarda il futuro culturale del Paese.

La visione dei “Tech Bros” [Fratelli Tecnologici] è selvaggiamente radicale; è un “libertarismo autoritario”. Peter Thiel, ad esempio, sostiene che un piccolo gruppo di oligarchi dovrebbe governare l’impero, libero da qualsiasi limitazione democratica; che il futuro dovrebbe basarsi sulla “tecnologia dirompente”; essere robotico e guidato dall’intelligenza artificiale; e che la popolazione dovrebbe essere strettamente “gestita” tramite il controllo dell’intelligenza artificiale.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

La babele ambientale, la trappola climatica e l'inganno del Capitale

di Piero Campanile*

mina de orgueirel sabugal 1 510x340.jpg1) L’oblio dell’ambiente e l’unica questione ricorrente

Nell’attuale frangente storico, funestato dai molteplici scenari di guerra che ormai strutturalmente accompagnano le contraddizioni e le convulsioni del sistema capitalistico-imperiale a guida USA -la cui centralità e leadership è più che mai messa in discussione nelle regioni del mondo non coincidenti con l’occidente collettivo- l’interesse per lo stato dell’ambiente e per le molteplici crisi ecologiche è di fatto marginalizzato, se non addirittura rimosso. Ma fino a ieri (e nulla ci lascia presagire un cambio di passo nell’immediato futuro) il dibattito ecologico è stato soggetto a un processo di semplificazione e allo stesso tempo di comprensibile proliferazione di discorsi, tale da rappresentare in maniera esemplare una assoluta babele comunicativa. La semplificazione, evidente a chiunque si sia anche in misura minima interessato a questioni ambientali, sta nella riduzione della complessità e della portata di queste ultime al solo tema dell’alterazione climatica, unico problema onnipresente nella comunicazione mediatica degli ultimi decenni. In questo modo sono aggirate e di fatto rimosse questioni annose e rilevantissime come l’avvelenamento di migliaia di corsi d’acqua, l’inquinamento dei mari, la diffusione incontrollata di plastiche (generalmente in forma di microparticelle) nelle acque e nei suoli, l’inquinamento dell’aria dovuto a tutte le tipologie di emissione di gas e polveri sottili provenienti dagli apparati industriali, dagli impianti di riscaldamento e dalla mobilità globale, la congestione delle metropoli, la distruzione delle foreste, la contaminazione dei sottosuoli imbottiti di ogni sorta di rifiuti tossici, la riduzione della fertilità dei terreni, l’assottigliamento dello strato di permafrost, la progressiva e drammatica riduzione della biodiversità.

E non è affatto un caso che di questi spinosissimi temi, la cui dimensione emergenziale è facilmente constatabile e dunque innegabile, non vi sia quasi traccia nella comunicazione pubblica, la quale è stata interamente monopolizzata dalla questione climatica.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Uscire dalle catacombe, contro l’apocalisse culturale

di Geminello Preterossi

112094229.jpgQuesto sasso nello stagno è una rivendicazione del sapere contro lo scientismo e l’ideologia tecnocratica (che si dissimula come neutrale e oggettiva), delle guglie della bellezza contro il suo appiattimento, della polis come luogo dell’anima contro le caricature impolitiche della soggettività, dell’accettazione consapevole e onerosa delle sfide aspre che ci pone la questione antropologica, tornata al centro del nostro tempo, contro il finto sorriso mostruosamente accomodante del Sistema dell’Iniquità, che produce solo distruzione dell’umano e totalizzazione dell’ostilità. A Gaza abbiamo una rappresentazione paradigmatica della banalizzazione del Male, reso quotidiano e normale dal governo di Netanyahu, che ha portato Israele ormai ben oltre la politica di potenza e la durezza repressiva del passato, quando pure aveva perpetrato orrori, come la strage di Sabra e Shatila, ma nascondendosi dietro la complicità con altri attori, velando le proprie responsabilità, per un residuo di pudore o per calcolo, perché assumerle apertamente avrebbe causato contraccolpi e reazioni in termini di consenso interno e credibilità internazionale. Oggi ogni maschera è caduta, e il Male sistematico (un vero e proprio disegno eliminazionista) viene compiuto direttamente, rivendicandolo.

Eppure, si sente dire, siamo entrati nell’epoca delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Intelligenza Artificiale. Ammesso che lo sia (certo non “creativamente”), quello che manca è l’Intelligenza Collettiva (a dispetto di tutte le elucubrazioni sul General Intellect e sul capitalismo della conoscenza). È il tempo della “scienza” (non del sapere) come riduzione, efficace nel suo perimetro. Efficace esattamente come, dal punto di vista antropologico, lo era la magia nel suo ambito. Ma l’attuale uso della tecnoscienza è efficace anche antropologicamente? Il suo riduzionismo quali implicazioni ha per l’esperienza umana, quali prezzi fa pagare? Siamo sicuri che quella riduzione assicuri una comprensione profonda della complessità della realtà e della nostra stessa soggettività?

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Europa: il tramonto di una civiltà

di Alberto Bradanini

Il tramonto dellOccidente non ci sara.jpgI meno sprovveduti tra gli abitanti del Vecchio Continente dovrebbero convenire che la rappresentazione dell’Europa – regione geografica, l’insieme disordinato di stati nazionali (sovrani solo sulla carta) o la cosiddetta Unione (Ue) – si colloca decisamente sopra le righe, in buona sostanza non risponde al vero. Coloro che sono persuasi del contrario, possono interrompere qui la lettura di un testo che troverebbero inutilmente corrosivo nei riguardi dei loro convincimenti.

Tale riflessione d’esordio presume un rispecchiamento dell’Ue che potremmo riscontrare tra le liane della giungla amazzonica, dal momento che la comprensione della sua identità legale e istituzionale, così come della sua essenza teleologica richiede un dispendio di energie di norma superiore a quanta se ne ha a disposizione. In assenza del sottostante, un popolo europeo – che solo la storia avrebbe potuto costruire, ma non lo ha fatto – il livello di coesione delle sue cosiddette classi dirigenti, simile a quello delle onde in modulazione di frequenza, cambia orientamento a seconda del punto cardinale da cui sorge la luna.

È sufficiente uno sguardo distratto, o qualche pagina web, per comprendere che il tempo presente è quello in cui l’Europa – la cui storia millenaria, tragica e arruffata come poche, resta peraltro sconosciuta ai più – vede dileguare quei lineamenti che un tempo le avevano meritato la qualifica di civiltà.  Il continente è oggi null’altro che una regione-bersaglio guidata a meri fini estrattivi da entità solfuree ma brutali, vale a dire dai detentori del capitale globale, quelli che smittianamente decidono sullo stato di emergenza, una sofisticata terminologia questa per significare che sulle questioni che contano davvero son loro a decidere. Costoro ponderano l’Europa in una forma diversa rispetto ai cittadini europei (in larga parte frastornati dal rumore di fondo della Grande Menzogna) o extra-europei, questi distanti e ancor più indifferenti. E la democrazia? Beh, quella serve per riempire il nulla che nulleggia delle marionette che occupano le poltrone del potere. Vediamo.

Print Friendly, PDF & Email

laboratorio

Il legame inscindibile del capitalismo con la guerra

di Domenico Moro

d21a952a6bfda17d02c3be8787f92885 XL.jpgLa guerra diventa un’attività caratteristica dell’umanità da quando questa si è divisa in classi sociali. Da sempre, infatti, le cause economiche stanno alla base della guerra. Ma solo con il capitalismo pienamente sviluppato si sono determinate le guerre mondiali, collegate alla mondializzazione del capitale, e la creazione di armi di distruzione di massa, dovuta all’enorme spesa per la ricerca e per le nuove tecnologie. La guerra è soprattutto un elemento propulsivo dell’economia capitalistica nei suoi momenti di crisi strutturale e quando la gerarchia di potenza su cui si basa a livello internazionale viene messa in discussione. Nei momenti di crisi la spesa militare e le immani distruzioni dovute all’uso delle armi moderne arrivano puntuali in soccorso dei profitti.

Non è, infatti, un caso che nel momento attuale, caratterizzato da una crisi che riguarda le aree di tradizionale maggiore sviluppo del capitalismo, gli Usa, l’Europa occidentale e il Giappone, si assista a un incremento della spesa militare. Negli Usa i tagli alle spese dell’amministrazione federale, che hanno già portato al licenziamento di migliaia di impiegati pubblici, si sarebbero dovuti estendere alla spesa militare, che in cinque anni si sarebbe ridotta di circa un terzo: dai 968 miliardi di dollari del 2024 ai 600 miliardi del 2030. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha fatto marcia indietro e la spesa militare prevista per il 2026 crescerà a 1.010 miliardi, comprendendo la modernizzazione del nucleare, il Golden Dome, lo scudo spaziale e missilistico, e l’ampliamento delle forze navali[i].

Anche in Europa la spesa militare sta crescendo. La Commissione europea ha varato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro spalmati su quattro anni. La Nato fino a qualche tempo fa chiedeva ai suoi stati membri di arrivare a una spesa di almeno il 2% del Pil, sebbene alcuni importanti stati non raggiungessero tale livello, comprese l’Italia e la Germania. Oggi, mentre l’Italia ha dichiarato che nel 2025 raggiungerà il 2%, il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, propone di portare il livello minimo di spesa al 5% del Pil (3,5% di spesa militare vera e propria e 1,5% destinato alla cybersicurezza)[ii].

Print Friendly, PDF & Email

transform

Venti di guerra

di Carlos Xavier Blanco

Ripubblichiamo l’articolo di Carlos Xavier Blanco pubblicato sulla rivista spagnola El Viejo Topo –

goya capriccio 12.jpgSoffiano venti di guerra. Il vento porta con sé zolfo e puzza di cadaveri. Inoltre, come si direbbe nella narrazione di JRR Tolkien de Il Signore degli Anelli, si possono vedere nuvole nere e fuochi lontani che oscurano l’azzurro del cielo europeo. Le stelle si spengono.

Il tardo capitalismo risolverà la sua crisi, come prevede Lazzarato nell’articolo “Armatevi per salvare il capitalismo”, con una nuova guerra. “La guerra finale”, dicono alcuni. Il potenziale nucleare, così come la temibile tecnologia militare convenzionale, suggeriscono che questa potrebbe essere la Grande Guerra, la Terza Guerra Mondiale, il conflitto che devasterà definitivamente l’Europa. Non sarà domani, ma potrebbe essere già all’orizzonte. E la gente non reagisce. Nessuno grida per dire “stop!”

Se il male raggiungerà tali estremi, lo vedremo. Ma il fatto tangibile che il nostro continente sia già disseminato di cadaveri è qualcosa che stiamo già vedendo oggi (centinaia di migliaia di morti ucraini e russi, per non parlare dei mercenari stranieri).

Perché l’Europa è sempre il palcoscenico centrale del Grande Massacro che deve ancora venire. La Terra di Mezzo (Mitteleuropa) è il cuore delle battaglie per il dominio dell’Eurasia: un vasto spazio tra il confine franco-tedesco e quello russo. L’Europa, sottomessa al potere yankee dal 1945, vuole condurre una guerra che non può condurre. Lei obbedisce a un padrone, “scegliendo” tra la propria distruzione e la propria distruzione, cioè: costretta da un padrone che intende annientarla perché è costoso mantenerla. L’Europa è stata “liberata” dal mostro nazionalsocialista, il Sauron del secolo scorso, solo per finire a essere una colonia, da allora fino a oggi, di un altro mostro. Lasciò il “mondo di Auschwitz” ed entrò nel “mondo di Hiroshima”.

L’Europa ha pagato a caro prezzo la guerra civile del 1914-1945, la guerra civile tra Imperi. Ora vuole diventare l’ariete di un altro mostro: il mostro del capitalismo imperialista angloamericano e neoliberista, contro la Russia.

Print Friendly, PDF & Email

effimera

Cambio di regime in Occidente?

di Perry Anderson

repressione9875.jpgPubblichiamo la traduzione italiana di un importante contributo di Perry Anderson, noto studioso marxista, docente di sociologia e storia all’Università della California, già direttore della New Left Review e collaboratore del quotidiano di sinistra Nation e della London Review of Books. Anderson è stato studioso di Gramsci e anche  esperto di politica italiana. Ricordiamo che nel 2014 scrisse un saggio dal titolo The Italian Disaster nel quale attribuisce la causa della lunga crisi italiana al ruolo anomalo assunto dall’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dalle sue continue interferenze costituzionali e politiche all’abbandono della prassi di guardiano imparziale dell’ordine parlamentare, avvenuto nell’ambito di un sistema già gravato dalla corruzione negli affari, nella burocrazia, nella politica. Il testo di Anderson non è mai stato tradotto e pubblicato su una rivista italiana.  In questo articolo, comparso sulla London Book of Review, Vol. 47 No. 6  del 3 aprile 2025, Anderson si sofferma sulla fase di transizione che sta caratterizzando la dinamica geopolitica internazionale in un contesto dove le destre estreme avanzano e dove una delle cause di questo declino populista è soprattutto imputabile al venir meno del ruolo critico della classe intellettuale progressista, prona, per vari motivi, ai diktat neoliberisti.

* * * * *

Negli anni recenti, il cambio di regime (Regime Change) è diventato un termine canonico. Significa il rovesciamento, tipicamente ma non esclusivamente da parte degli Stati Uniti, di governi in tutto il mondo non graditi all’Occidente, utilizzando a tal fine la forza militare, il blocco economico, l’erosione ideologica o una combinazione di questi elementi.

Print Friendly, PDF & Email

acropolis 

Lo Sbroglio

di Satyajit Das

Parte 1: Furie Economiche e Finanziarie

proxyvk.jpgCondizioni così insostenibili devono finire come i nostri divertimenti. Come scrisse Fred Schwed in “Dove sono gli yacht dei clienti?”: “Quando le «condizioni» sono buone, l’investitore… compra. Ma quando le «condizioni» sono buone, le azioni sono alte. Poi, senza che nessuno abbia la cortesia di suonare un campanello d’allarme, le “condizioni” peggiorano”. Questo sta accadendo ora. Il fattore scatenante della tumultuosa fase finale del crollo è sconosciuto. Come aveva capito Mao Zedong: “una singola scintilla può appiccare un incendio nella prateria”. Potrebbe trattarsi di una recessione, perdite sul credito, crolli del prezzo delle azioni, il fallimento di una strategia di trading, il fallimento di un’azienda di grandi dimensioni, una frode o un evento geopolitico. Il mondo di oggi è una polveriera.

 

La prima parte di questa serie esamina i fattori che potrebbero rendere inevitabile una nuova crisi finanziaria. La seconda parte esaminerà la trasmissione degli shock, la resilienza e la capacità di rispondere per contenere una nuova emergenza.

Una nuova crisi finanziaria è alle porte. L’era sorprendentemente duratura dell’iperfinanziarizzazione si trova ad affrontare la prova più dura di sempre, a causa della concomitanza di condizioni economiche e finanziarie, unite a crescenti pressioni geopolitiche e ambientali. La mancanza di resilienza e la limitata capacità di risposta sono fattori aggravanti.

Print Friendly, PDF & Email

sollevazione2

Blackout: è il liberismo bellezza!

di Leonardo Mazzei

PHOTO 2025 05 01 18 07 45.jpgTranquilli, dietro il blackout spagnolo, che ha coinvolto pure il Portogallo, non ci sono né complotti né misteri. Ci sono piuttosto silenzi e reticenze di un sistema di potere che non può disvelare la vera causa, che è innanzitutto economica e dunque politica, di quel che è successo.

A questo proposito l’imbarazzo di Sanchez è apparso evidente. Il capo del governo spagnolo avrebbe preferito poter additare una delle tante cause fasulle di cui si è cianciato sui media: un “misterioso” evento atmosferico, i sempre buoni “cambiamenti climatici”, la cattiva manina di hacker ovviamente filo-russi. Non ha potuto farlo, forse perché consapevole che il ridicolo può davvero uccidere la credibilità di un politico. Si farà, invece, una Commissione d’inchiesta, che è il classico modo per non arrivare a nulla.

 

Come avvengono i blackout

Siamo dunque ben lontani da una verità ufficiale, ma le notizie che cominciano a trapelare sono già sufficienti a indicare una prima e robusta ipotesi. Ma prima di arrivarci bisogna capire che cos’è un blackout generale, come quello verificatosi nella penisola iberica lo scorso 28 aprile. Mentre i blackout locali sono molto frequenti, basti pensare alle zone di montagna durante i temporali, i blackout generali (che interessano, cioè, interi paesi o porzioni importanti degli stessi) sono eventi piuttosto rari, ma che tuttavia capitano.

Senza scomodare i “mitici” blackout newyorchesi, in Europa, l’esempio più eclatante riguarda proprio l’Italia, che il 28 settembre 2003 rimase completamente al buio con l’eccezione della Sardegna. In questi casi, infatti, le isole – che hanno sistemi elettrici largamente indipendenti dal continente – sono in genere avvantaggiate. E’ stato così anche stavolta nel caso delle Baleari.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Robotizzazione generale del lavoro, espansione delle merci immateriali, caduta tendenziale del saggio di profitto e rivoluzione

di Fosco Giannini

kfdpnbibPer ora, gettiamo solo un sasso nello stagno. La parabola delineata dal sasso lanciato non pretende di farsi curva politico-teorica compiuta, né scia strategica illuminante. Il suo obiettivo sta nel rapporto dialettico che, forse, potrà costituirsi tra la “curvatura” del tragitto del sasso e l’impatto di esso nello stagno stesso, e questo, eventuale, obiettivo vogliamo perseguirlo attraverso il minor “gravame” semantico possibile (recuperando il senso greco anti enfatico di semantikos, segnalare) e la maggior semplicità linguistica possibile. Due accorgimenti che potrebbero sfociare in alcune “ruvidezze” espositive. Ma come asseriva San Paolo di Tarso, su tutt’altro fronte, nelle sue “Lettere” (sintetizzando): tutto non è possibile, o sentiamo il sublime non senso ieratico nel ricercarlo, o rinunciamo a priori a parlare di Dio.

Cosa ci accingiamo a compiere? Due tentativi di “nuovo attraversamento” di due concezioni cardinali marxiane: il primo, relativo alla determinazione del valore delle merci; il secondo, relativo alla caduta tendenziale del saggio di profitto (lungo la strada alcune, volutamente incompiute per ragioni di “sostenibilità” di questo contributo, digressioni). Perché questi due “nuovi attraversamenti”? Per mettere a fuoco (solo per approssimazione, solo in relazione ai moti carsici “avvertiti” e certamente ancora - a nostro parere- non collettivamente portati alla luce, con un tasso, dunque, di errore alto) i compiti, di media-lunga durata, delle forze comuniste e rivoluzionarie.

In relazione a quali fatti concreti (di già potente impatto sulla fase ma, ancor più, densi di futuro) tentiamo di attraversare nuovamente le due concezioni cardinali marxiane citate?

Primo, la robotizzazione del lavoro in corso, ancora ai primordi, sul piano mondiale, ma già evocante un proprio sviluppo di carattere irreversibile ed esponenziale, non lineare. Un passaggio storico dallo stesso carattere “destinale”, ma con ben più imponenti potenzialità trasformatrici del lavoro e della lotta di classe, di quello del passaggio - seconda metà del 1.700 – dalla tessitura col telaio a mano a quella col telaio di Arkwright.

Print Friendly, PDF & Email

infoaut2

La lunga frattura. Un contributo al dibattito su guerra e riarmo

di Infoaut

Frattura4.pngIn questi mesi la storia corre veloce, in poco tempo alcuni dei capisaldi su cui si è retto l’ordine mondiale definitivamente consolidatosi dopo il crollo del muro di Berlino stanno vivendo profonde tensioni e ristrutturazioni.

Non sono che sintomi di processi più profondi e radicali che ribollono come magma sotto la crosta terrestre tentando di farsi strada, di trovare sbocchi, sfiati e infine ridefinire il paesaggio.

Obiettivo di questo testo è sì quello di fare uno sforzo di chiarezza poiché leggere quanto accade nel mondo intorno è un primo passo per immaginare dove intervenire in maniera efficace, ma anche uno strumento che vuole spingere a praticare un’ipotesi e a calpestare un terreno che, seppur pregno di limiti e ostacoli, si presta a essere una finestra di possibilità che si apre e che non va lasciata richiudersi senza nemmeno aver fatto un tentativo.

Proviamo a orientarci.

 

PRIMA PARTE

I movimenti tellurici

I primi segni superficiali di questi processi si sono avvertiti con la crisi del 2007-2008. La terra ha tremato, le forme che aveva assunto per i quarant’anni precedenti il sistema capitalista sono entrate in fibrillazione.

Non si può comprendere ciò che è venuto dopo senza considerare questo fatto nella sua interezza. Quelle scosse che avevano sconvolto i mercati finanziari sono state il segnale del magma che si stava rimettendo in moto.

Print Friendly, PDF & Email

seminaredomande

Gli squilibri economici ristrutturano il mondo Rimettere in primo piano l’economia interna

di Francesco Cappello

photo 2025 04 09 23 30 23.jpgL’enorme debito pubblico statunitense [1] così come la posizione finanziaria netta negativa degli USA [2] che comprende lo squilibrio della bilancia commerciale (eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni, che è come vivere al di sopra delle proprie possibilità) peraltro in condizioni di dedollarizzazione sono diventati sempre più difficilmente gestibili. Per affrontare questa difficile situazione, Trump tenta di prendere il toro per le corna con la strategia dei dazi. Egli, infatti, non intende ricorrere a un aumento della pressione fiscale sui cittadini statunitensi ed ha anzi chiesto al Congresso di abolire l’imposta sul reddito. “Non abbiamo bisogno di tassare a morte la nostra gente”, “Dobbiamo tassare i paesi che si approfittano di noi.” Ha perciò avanzato l’idea di sostituire il gettito derivante dall’imposta sul reddito con entrate provenienti da dazi sulle merci importate. Questo approccio si ispira a un modello storico, quando gli Stati Uniti finanziavano il governo principalmente attraverso i dazi, prima dell’introduzione dell’imposta sul reddito nel 1913.

 

Un altro campo di battaglia, la spesa pubblica

Trump mira al suo abbattimento, come nel caso dello smantellamento dell’Usaid da parte del DOGE e, almeno nelle intenzioni manifestate, pare voler tagliare anche l’enorme spesa militare degli Stati Uniti, una somma annuale prossima al trilione di dollari, senza contare quella in campo nucleare tradizionalmente allocata nel capitolo di spesa per l’energia.

La spesa militare degli USA supera quella dei successivi dodici Paesi nella classifica mondiale. Tale spesa è divenuta ormai difficilmente sostenibile per gli Stati Uniti che hanno più di 800 basi militari, sparse in 80 diversi paesi del mondo.

Ovviamente tutto questo non basta e l’imposizione di tariffe ai paesi esportatori negli USA dovrebbe dare agli USA, nelle speranze di Trump, un altro contributo consistente. Oltretutto i dazi avrebbero dovuto avere un effetto collaterale assai desiderabile per i suoi scopi: l’abbassamento dei rendimenti obbligazionari dei titoli del Tesoro USA e con essi la riduzione del costo per interessi del debito.

Print Friendly, PDF & Email

nazioneindiana

Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo

di Andrea Inglese

[I tempi sono oscuri e spaventosi. Non basta più stare dentro i ruoli assodati e fare bene il proprio lavoro. Ci sono strumenti da condividere e ci sono stili di pensiero e d’azione da salvaguardare. Non sappiamo ancora chi si servirà di cosa. Ma prepariamo il terreno. Ho cominciato la serie con questo pezzo, pubblicato il giorno dell’investitura di Trump. a. i.]

copertina n1.jpgIl Trump del secondo mandato non è solo il nome del declino palese dell’egemonia statunitense e dell’ordine mondiale a essa connesso, ma ne è probabilmente anche il precipitatore, il fattore accelerante. Questo è almeno il quadro entro cui è leggibile la politica estera dell’attuale presidenza. Io vorrei, però, mettere in relazione questa gesticolazione imperialista degli Stati Uniti e una tendenza di fondo che emerge nella sua politica interna, ossia l’attacco nei confronti delle istituzioni scientifiche e del contropotere costituito dai media cosiddetti mainstream. Su tale fronte, di guerra dichiarata nei confronti dei “nemici interni”, l’azione di Trump indica una più generale modalità di governo, che potremmo anche chiamare di “populismo autoritario”, ma che s’iscrive, in sostanza, in una concezione neofascista dei rapporti tra potere dei governanti e popolazione. Pur emergendo all’interno delle istituzioni di una democrazia liberale, l’autoritarismo populista alla Trump aspira allo smantellamento puro e semplice dei vincoli legali e dei contropoteri effettivi, sociali e culturali, che prevengono e ostacolano un esercizio dittatoriale del potere. (Spiegherò in una glossa, perché non ho nessun imbarazzo a parlare di neofascismo, e a identificarlo come una tendenza manifestamente presente nell’azione di tutta una serie di capi di governo attuali – da Putin, ovviamente, a Netanyahu o Erdogan – che agiscono, “ufficialmente”, all’interno di regimi più o meno democratici.)

Se nel corso del Novecento, le istituzioni scientifiche (università, laboratori di ricerca, ecc.) sono state sottoposte a critica sociale, e più in generale a una critica delle loro inevitabili matrici ideologiche, ciò non toglie che la libertà accademica e tutta una serie di procedure, collettivamente discusse, di verifica e di prova, hanno permesso alle varie discipline di evolvere, rettificarsi, e creare anche i propri anticorpi nei confronti dei diversi poteri (economici, politici, religiosi, ecc.) che le possono condizionare.

Print Friendly, PDF & Email

effimera

Dollari, dazi e dominio

di Massimo De Angelis

gettyimages 481615361 612x612.jpgPrendendo spunto da Quo Liang nel suo Arco dell’impero, il mio punto di vista generale è che l’egemonia del dollaro possa essere descritta come un imperfetto meccanismo di respirazione della mostruosa macchina del capitale globale. Inspirazione: capitali e denaro rifluiscono negli Stati Uniti. Espirazione: capitali e denaro fuoriescono. Va da sé che a questo flusso è associato lo scatenarsi di dinamiche differenziate e pressioni per la ristrutturazione dei rapporti di classe in tutto il mondo. Da questa prospettiva, il paradosso di Triffin non è tanto un paradosso quanto lo sarebbe avere troppo o troppo poco ossigeno nei polmoni.

 

Il respiro tossico del dollaro

Il paradosso di Triffin descrive la trappola economica che si verifica quando la valuta di un paese – come il dollaro statunitense – diventa la valuta di riserva di riferimento a livello mondiale. Per far funzionare il commercio internazionale in modo minimamente fluido, il mondo ha bisogno di una valuta affidabile e universalmente accettata. Questo significa che il paese che emette tale valuta -attualmente gli Stati Uniti – deve immettere nel sistema globale una quantità sufficiente di dollari. L’unico modo per farlo è attraverso deficit commerciali persistenti: gli Stati Uniti acquistano più dal mondo di quanto vendano. Tuttavia, questo flusso costante di dollari comporta un problema: più gli Stati Uniti importano e accumulano deficit commerciali, più aumentano il loro debito. Col tempo, ciò può minare la fiducia globale nel dollaro stesso. Se i paesi iniziano a dubitare del suo valore, si scatena instabilità finanziaria. Ma c’è un vicolo cieco: se gli Stati Uniti tentano di rimediare riducendo i deficit commerciali – cioè diminuendo la quantità di dollari in circolazione – il mondo si ritrova improvvisamente a corto di liquidità in dollari. Il commercio internazionale rallenta, l’economia globale frena, e le valute emergenti trovano più spazio per sfidare il ruolo egemonico del dollaro.

Print Friendly, PDF & Email

collegamenti

Una MAGA sostiene la deregulation di Trump

di Visconte Grisi

Da “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe” n. 9/Primavera 2025 riportiamo un articolo di Visconte Grisi che mette in luce le contraddizioni della “deregulation” trumpiana ma anche gli elementi di continuità con le politiche delle amministrazioni precedenti.

Trump987946.jpgSembra che i recenti sviluppi della politica statunitense successivi alla elezione di Trump abbiano colto impreparati moltissimi commentatori, anche “di sinistra”, mentre, al contrario questi sviluppi erano prevedibili per altri osservatori più attenti allo svolgersi degli eventi.

Tanto per cominciare la richiesta alle nazioni europee di aumento delle spese militari in ambito NATO era già stata fatta ai tempi della prima presidenza Trump, anzi ancora prima nel 2014 quando presidente era Obama. In tempi più recenti gli Stati Uniti, con la presidenza Biden, hanno approfittato dello scoppio della guerra in Ucraina per scaricare sugli “alleati” europei non solo i costi della guerra ma anche quelli delle forniture energetiche. Basta solo ricordare il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, che trasportava il gas proveniente dalla Russia alla Germania, costringendo le nazioni europee a importare lo shale gas prodotto, soprattutto negli USA, con la tecnica del fracking che ha costi di produzione più elevati rispetto ai concorrenti, oltre a provocare enormi danni ambientali. Inoltre lo shale gas viene commercializzato in forma liquida, il che comporta ulteriori costi e problemi di logistica rispetto ai gasdotti e richiede la costruzione di rigassificatori. Conseguenza immediata di questo aumento dei costi energetici è stata la crisi del settore dell’automotive: in Germania la Volkswagen ha annunciato la chiusura di tre stabilimenti e una riduzione della capacità produttiva di oltre 700mila veicoli che comporterà il licenziamento di 35mila operai. In Italia Stellantis minaccia il licenziamento di 250 lavoratori alla Mirafiori di Torino invocando naturalmente nuovi ammortizzatori sociali da parte dello stato.

Verrebbe da chiedersi come mai i governi europei abbiano accettato, senza fare una piega, di aderire a una tradizionale politica “atlantista” pur in palese contrasto con i loro interessi economici immediati.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Mercati di armi: perché la spesa militare non produce ma sottrae

di Carla Filosa

mnvzxxljv.jpgDa una notizia apparsa su Avvenire del 30 marzo scorso apprendiamo che in 34 paesi si vendono droni e prodotti bellici da parte di un mega-esportatore turco di nome Baykar. Dopo aver rifornito l’Africa, ora questa azienda punta a conquistare i nuovi mercati di America Latina, Ue e Nato. La Turchia, oltre a essere il secondo esercito Nato in ordine di importanza, sembra quindi essere il 4° fornitore bellico in Paesi africani (Somalia, Etiopia, Nigeria, Togo, Burkina Faso, Libia, Mali, Marocco), oltre l’Ucraina, secondo le affermazioni del ministro degli Esteri Hakan Fidan. Si tratta di piattaforme economiche e funzionali alla ricognizione, alla sorveglianza, all’intelligence e ai bombardamenti di precisione.

Si vendono bene anche blindati, forieri di una quota non indifferente di trasferimenti turco-continentali. Il Sipri poi (Istituto svedese di studi sulla pace) certifica che tra il 2020 e il 2024 il traffico delle armi è diminuito nel continente africano e aumentato in quello americano. Anche la Russia vende armi in Africa (21%), la Cina (18%), gli Usa (16%). Al momento sembrano mancare gli importanti contratti algerini e marocchini che potranno di nuovo riprendere al riattivarsi di dinamiche golpiste, insurrezionali e interessi neocoloniali cui vengono in soccorso aziende cinesi, francesi turche e russe, con priorità a scemare. La Russia vende jet ad Algeria, Mali, Burkina Faso e Niger. La Cina rifornisce Ecuador, Bolivia e Venezuela di servizi satellitari e tiene rapporti d’intelligence con Cuba. Il Brasile per ora si rifornisce in Europa. Come si evince chiaramente, i Paesi più forti in senso imperialistico gestiscono il monopolio dei mercati mondiali in espansione degli armamenti, avendone continuamente attiva la ricerca innovativa e pertanto competitiva come per ogni altra merce.

Il quadro, sicuramente ora riferito per difetto, mostra la florida stagione per l’industria bellica e fornirebbe ottime ragioni al progetto di “riarmo” europeo, nonostante qui si riscontri una sensibilità per la parola da mutare in un eufemismo di ipocrisia più gradita, che ne cancelli preventivamente un fermo rifiuto, da parte di masse indisposte a barattare una sorta di benessere raggiunto con avventure suprematiste aborrite.

Alastair Crooke: I segni precursori della guerra sono già in atto. L'Iran è il bersaglio di un'intensa lotta politica per definire il futuro post-Trump

2025-12-31 - Hits 3520

Emanuele Maggio: Zerocalcare, Scurati e gli altri come “fascisti irrisolti” (con test per scoprire se lo sei anche tu)

2025-12-04 - Hits 2599

Salvatore Palidda: Dall’autonomizzazione fallita alla nuova subalternità

2025-11-22 - Hits 2414

Laila Hassan: Fanon può entrare ma i palestinesi d’Italia no, perché? Perché il palestinese buono è quello morto o rassegnato

2025-11-21 - Hits 2341

Il Pungolo Rosso: Un flusso continuo di droni cinesi per Zelensky&Co. attraverso il triangolo Cina-Cechia-Ucraina

2025-11-25 - Hits 2274

La Redazione de l'AntiDiplomatico: La settimana che ha cambiato il fronte: la caduta di Kupyansk e l’avanzata russa

2025-11-22 - Hits 2214

Giacomo Gabellini: La National Security Strategy dell’Amministrazione Trump: un bagno di realtà

2025-12-07 - Hits 2205

Sergio Cararo: Bye bye Europa. La strategia Usa punta all’America Latina e alla competizione con la Cina

2025-12-07 - Hits 1985

Andrea Zhok: “Russofilia Russofobia Verità”. L'elemento più preoccupante del sabotaggio alla Federico II

2025-12-23 - Hits 1960

Guido Salerno Aletta: La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania

2025-12-06 - Hits 1934

Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi

2026-01-04 - Hits 1902

Fabrizio Poggi: "Attacchi preventivi" della Nato? Il Generale Andrei Gurulëv sintetizza la pianificazione strategica russa

2025-12-01 - Hits 1844

Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?

2026-01-04 - Hits 1816

Alastair Crooke: L’operazione statunitense “bait and switch” mira ai principi della “causa prima” di Putin

2025-11-26 - Hits 1698

John J. Mearsheimer: Il futuro cupo dell’Europa

2025-12-02 - Hits 1685

Clara Statello: Crosetto e il Totalitarismo di Guerra: chi non pensa come la NATO è un nemico della Nazione

2025-11-19 - Hits 1629

Andrea Zhok: Diario politico di un martirio – Palestina, 2023-2025

2025-12-09 - Hits 1623

Pier Giorgio Ardeni: Contro l’imperialismo da gangster rovesciamo il tavolo dell’alleanza e rilanciamo il multipolarismo

2026-01-06 - Hits 1600

Mario Sommella: Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

2025-12-30 - Hits 1581

Sergio Cesaratto: Scenario UE. Gli abbagli di sinistra e neo-liberali lasciano a Bruxelles solo la guerra

2025-12-31 - Hits 1560

Il PungoloRosso: Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta schiacciata da una feroce controrivoluzione

2025-12-10 - Hits 1484

Il Pungolo Rosso: L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari

2026-01-02 - Hits 1461

Fabio Ashtar Telarico: Con l’incontro Trump-Mamdani i socialisti e i trumpiani paiono (quasi) sulla stessa lunghezza d’onda

2025-12-09 - Hits 1411

Clara Statello: Trump negozia le condizioni di resa dell'Ucraina, UE fuori dalla realtà e dalle trattative

2025-12-03 - Hits 1391

Alessandro Visalli: A Trump ‘piace vincere’. Note sull’Iran e l’avvio della “Campagna delle Guerre” USA

2026-01-19 - Hits 1346

Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?

2026-01-26 - Hits 1321

Carlo Formenti: La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista

2026-01-12 - Hits 1311

Antonio Martone: Giovani d’oggi

2026-01-13 - Hits 1252

Tiberio Graziani: Dalla pace multilaterale alla pace selettiva: il Board of Peace come tassello della dottrina Trump

2026-01-20 - Hits 1137

Pasquale Liguori: Contro la polizia morale. Antisemitismo e microfascismi a partire da un recente caso editoriale

2026-01-21 - Hits 1127

Carlo Di Mascio: Il soggetto moderno tra Kant e Sacher-Masoch

2025-04-23 - Hits 33999

Jeffrey D. Sachs: La geopolitica della pace. Discorso al Parlamento europeo il 19 febbraio 2025

2025-02-28 - Hits 32146

Salvatore Bravo: "Sul compagno Stalin"

2025-05-18 - Hits 27261

Andrea Zhok: "Amiamo la Guerra" 

2025-03-06 - Hits 26624

Alessio Mannino: Il Manifesto di Ventotene è una ca***a pazzesca

2025-03-15 - Hits 25950

Paolo Ferrero: Dietro alla piazza di Serra si nasconde una mossa reazionaria: come fu per i 40mila della Fiat

2025-03-07 - Hits 25815

Eri Samikou e Lázaros Tentomas: Antigone in Grecia: dalla pandemia di Covid-19 sino a Tempe, la verità sepolta dal silenzio di Stato

2025-03-19 - Hits 25173

Vai al corteo dell’8 marzo?

2025-03-04 - Hits 24289

Eric Gobetti: La storia calpestata, dalle Foibe in poi

2025-03-05 - Hits 24224

S.C.: Adulti nella stanza. Il vero volto dell’Europa

2025-03-04 - Hits 23886

Lavinia Marchetti: All’improvviso la macchina della propaganda giornalistica scopre il genocidio. Perché?

2025-05-14 - Hits 20681

Fulvio Grimaldi: Il 15 marzo per l’Europa di Davos? --- Alla deriva sulla nave dei morti --- Emergenze di regime: AIDS, terrorismo, Covid, clima, ora Putin

2025-03-07 - Hits 20325

Yanis Varofakis: Il piano economico generale di Donald Trump

2025-03-03 - Hits 19550

Andrea Zhok: "Io non so come fate a dormire..."

2025-05-17 - Hits 19157

Fabrizio Marchi: Gaza. L’oscena ipocrisia del PD

2025-05-28 - Hits 17258

Massimiliano Ay: Smascherare i sionisti che iniziano a sventolare le bandiere palestinesi!

2025-05-28 - Hits 16635

Guido Salerno Aletta: Italia a marcia indietro

2025-05-19 - Hits 15616

Alessandro Mariani: Quorum referendario: e se….?

2025-05-17 - Hits 15483

Elena Basile: Nuova lettera a Liliana Segre

2025-05-06 - Hits 15479

Clara Statello: Xi Jinping a Mosca per la Parata del 9 Maggio: Pechino sfida gli avvertimenti di Kiev

2025-05-04 - Hits 15468

Michelangelo Severgnini: Le nozze tra Meloni ed Erdogan che non piacciono a (quasi) nessuno

2025-04-29 - Hits 15152

Michelangelo Severgnini: La Libia e le narrazioni fiabesche della stampa italiana

2025-05-15 - Hits 15040

Diego Giachetti: Dopo la fine del comunismo storico novecentesco

2025-05-25 - Hits 15007

comidad: La fintocrate Meloni e l'autocrate Mattarella

2025-05-29 - Hits 14930

OttolinaTV: I progressisti scendono in piazza per difendere il diritto a scatenare la terza guerra mondiale

2025-03-03 - Hits 14363

Carlo Di Mascio: Diritto penale, carcere e marxismo. Ventuno tesi provvisorie 

2025-08-02 - Hits 14271

Manlio Dinucci: Washington caput mundi

2025-05-04 - Hits 14102

Il Chimico Scettico: Bias per la "scienza": perché l'intelligenza artificiale non critica

2025-05-25 - Hits 13966

Giorgio Cremaschi: Alla larga dai No Pax!

2025-03-06 - Hits 13959

Enrico Tomaselli: Il nodo

2025-03-04 - Hits 13828

Copert.ISBN COSA E SUCCESSO IL 2020.jpg

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo

COVER bitte.jpg

Qui un estratto del volume

Qui comunicato stampa

382eb4 c6bcd861b60b4f91920e8b7d925032edmv2

Qui la prefazione di Thomas Fazi

mazzoli2.png

Qui la quarta di copertina

 

copetina poletti.png

Qui una recensione del volume

Qui una slide del volume

 

2025 03 05 A.V. Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF

speranzaforzasociale.png

Qui quarta di copertina

Qui un intervento di Gustavo Esteva attinente ai temi del volume

Tutti i colori. Piatto.jpg

Qui una scheda del libro

 

castaldo Prima Cop.jpg

Qui la premessa e l'indice del volume

Cengia MacchineCapitale.pdf

Qui la seconda di copertina

Qui l'introduzione al volume

 

 

libro daniela.png

Qui il volume in formato PDF

Locandina presentazione scienza negata2 1.jpg

 

Copindice.pdf

Qui l'indice e la quarta di copertina

 

9788875883782 0 536 0 75.jpg

Copertina Danna Covidismo.pdf

Qui la quarta di copertina

 

sul filo rosso cover

Qui la quarta di copertina

 

Copertina Miccione front 1.jpeg

CopeSra0.pdf

Qui una anteprima del libro

Copertina Ucraina Europa mondo PER STAMPA.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Terry Silvestrini

Qui una recensione di Diego Giachetti

 

9791281546103 0 536 0 75.jpg

Qui una presentazione del libro

 

COPERTINA COZZO 626x1024.jpg.avif

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

Calemme copertina 1.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Ciro Schember

 

Copertina Tosel Il ritorno del religioso 1a e 4a.jpg

Qui la quarta di copertina

 

1697301665 semi mondo futuriobile cover.jpg

Qui la quarta di copertina

Qui l'introduzione

 

copertina manifesto.jpg

Qui l'introduzione al volume

 

9788831225328 0 536 0 75.jpg

Qui una recensione del libro

9788865485071 0 536 0 75.jpg

Qui la quarta di copertina

 

copertina malascienza.jpg

Qui la quarta di copertina

 

PRIMA Copertina.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una presentazione

 

Russojby.jpg

AIorK4wQjRWXSZ

Qui una recensione di Luigi Pandolfi

 
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008

copertina minolfi.pdf

Qui l'indice del libro e l'introduzione in pdf.

 

Mattick.pdf

Qui la quarta di copertina

Ancora leggero

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

La Democrazia sospesa Copertina

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giuseppe Melillo

 

 

cocuzza sottile cover

Qui l'introduzione di Giuseppe Sottile

Web Analytics