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mondocane

Palestina: armi proibite, giri della morte (e cronache sportive)

di Fulvio Grimaldi

Gaza gas“il manifesto”: ma che belle cronache!

Qualcuno potrà dirmi che me la prendo sempre con il giornale che si sfregia del vezzeggiativo “quotidiano comunista”. Che tanto è inutile, che è come prendere a cannonate un cagnetto di compagnia (quello di Soros e Hillary), che comunque quei quattro lettori, sopravvissuti al disvelamento ormai scontatissimo della sua missione di megafono delle buone ragioni imperialiste, non li schiodi neanche se gli dimostri che Chiara Cruciati è sposata con un boss curdo di Kobane e passa le ferie tra l’Isis del Sinai, o che Norma Rangeri, Laura Boldrini, Asia Argento, Emma Bonino succhiano sangue di bambini maschi dopo mezzanotte.

Tutto vero, ma tant’è. La smetterò, ma non stavolta. Stavolta, intendo il numero del 5 maggio del “manifesto”, ne ha fatto una più raggelante del solito. Come del sistematico sostegno alle buone ragioni dell’occupazione Usa-Nato dell’Afghanistan, della trasformazione di un regime change amerikano in rivoluzione democratica (ultima quella in Armenia del mercenario Cia Pashinyan), della santificazione di curdi venduti a Usa, Israele e Sauditi, della balla Regeni, della bufala Russiagate, dello sfegatato sostegno alla killer Hillary come ai nani di giardino LeU, dell’avallo a ogni False Flag che passi per la mente a Mossad, Cia, MI6 e altre conventicole della buona morte di massa, della vilificazione in dittatori di chiunque vada col suo popolo in direzione ostinata e contraria all’Uccidente, dello scudo finto buonista e vero malista con cui copre i facilitatori Ong, in mare e in terra, della spoliazione del Sud del mondo…

Sapete tutti che potrei non finirla per ore e ore, ripercorrendo i quarant’anni del giornale, a rischio di motivare ulteriormente chi, amante di twit, sms e instagram, mi accusa di prolissità. Ma continuo a credere che, scontato il ruolo dei media di De Benedetti, Agnelli, Cairo e Caltagirone agli occhi di chi non si droga di crack renzusconiano-bergogliano, vada denunciato chi ti fa le fusa davanti (“quotidiano comunista”, diritti civili, precariato), mentre in effetti fa da palo al brigante che ti infila la siringa di nervino tra le sinapsi. Veniamo al dunque. In prima pagina quel “manifesto” ha il buon gusto di onorare con un’asettica cronaca sportiva la corsa ciclistica che Israele va facendo passare con i cingoli sui corpi vivi e morti dei palestinesi.

Nell’ultima dell’inserto “Alias”, su tutta pagina, arriva a consolare quei frantumatori di ossa e anime con il sereno titolo, come se niente fosse, “Un giro dedicato a Gino Bartali” e sottotitolo ancora più festante: “Al campione nominato “giusto tra le nazioni” la cittadinanza onoraria israeliana”. Pensate che Pasquale Coccia, autore dell’ignominia, percepisca un qualche sussulto dalla tomba di uno che ora vi si volta furibondo dato che, non avendo mai tollerato che qualcuno gli mettesse i piedi in testa, o lo manipolasse, si vede degradato a strumento di propaganda del regime più sanguinario e terrorista del mondo? Lui che, a costo della carriera, libertà e vita, aveva sottratto ai carnefici le vite di chi rischiava la sorte che, ora e da settant’anni, martirizza e falcidia il popolo sulle cui tombe si vorrebbe far correre il suo spirito.

 

Bartali, appropriazione indebita

C’è qualcuno che possa davvero pensare che uno come Gino – “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” - Bartali (quelli che non c’erano, ne studino la rivolta contro soprusi, mistificazioni, frodi) sopporterebbe l’oscenità , da parte di chi poi!, di essere preso, esanime e incosciente, cadavere, e manovrato a vessillo e apripista di un genocidio strisciante? Di fare da spirito-guida per un’operazione pagata a RCS e Gazzetta dello Sport 16 milioni di euro, i classici trenta denari (ma più sporchi di quelli del povero Giuda, predeterminato da Dio), per coprire di rosa la realtà cancerosa di uno Stato che sostiene i suoi crimini contro l’umanità con gli scheletri dei suoi correligionari periti nel nazismo.

 

Antisemita è chi perseguita gli arabi

Abu Mazen, presidente ANP abusivo, rintronato e da anni venduto a un nemico a cui fa reprimere, incarcerare, torturare e uccidere i propri cittadini, ha detto cose stupide e importune. Ha dato ai suoi padroni veleno kosher da sputare sugli “antisemiti”. In qualche modo, pur deprecandolo, lo corrobora Michele Giorgio, colui che per il “manifesto” dovrebbe sostenere le ragioni dei palestinesi, quando deplora i “danni d’immagine” inflitti dal discorso di Abu Mazen sugli ebrei che “se la sono voluta perché usurai e banchieri” . In sintonia con Netaniahu, il cronista che, da anni da quelle parti, dovrebbe saperla più lunga, parla di “antisemitismo”, aggiungendo la sua alla mistificazione sulla quale campano l’universo israelo-sionista e si fanno passare i suoi abusi. Giorgio non contrasta neanche l’accusa di negazionista sparata da Netaniahu, lui sì negazionista di tutto un popolo, addirittura parzialmente ancora vivo, non spiegando che il logoro capo dell’ANP non ha mai negato l’olocausto.

Ci saremmo aspettati la demolizione dell’appropriazione indebita della qualifica di “semita”, arma principe del regime e della sua lobby: semiti sono gli arabi, tutti e solo loro. Semiti non sono gli ebrei, salvo qualche arabo convertito, ma come dimostrato dall’ebreo Shlomo Sand (L’Origine del popolo ebraico), genti di origine eurocaucasica spostate in terra altrui, semita (con il concorso anche dei nazisti) per arginare e poi annientare il nascente movimento arabo anticoloniale e di ricomposizione nazionale che minacciava di sottrarre all’Occidente le piastrine di petrolio che il capitalismo si inietta in vena per mantenersi in vita.

Il “manifesto” non è l’unico che, con resoconti tecnico-turistici in tracimante salsa propagandistica, ha voluto dare dignità a un’operazione indegna. L’altro giornale “di opposizione”, ma sintonicamente atlantista come tutti, “Il Fatto Quotidiano” che, inflessibile censore, con ogni riga ci avverte delle nefandezze falsarie dell’altra stampa, ha affidato a Leonardo Coen il compito di illustrarci le tre tappe dell’ignominia aggirandosi un mondo tra l’arcadia e i campi elisi. A loro volta i cronisti Rai riesumavano lo stereotipo coloniale del “deserto fiorito” nel Negev, dei Kibbutz piscinati e delle coltivazioni irrigate, sorvolando leggiadri sulle acque palestinesi predate e sui villaggi beduini rasi al suolo. Ma da Debenedetti e Monica-Bilderberg-Maggioni te lo aspetti. Dal “manifesto” invece, a non essere boccaloni …pure.

 

Ebrei altri

Chiudo il penoso affare “manifesto” con qualcosa che, purtroppo, non salva capra e cavoli, l’indecenza dell’articolo e delle foto che violentano un grande campione e un nobile uomo, ma che onora il coraggio e l’onestà di tanti ebrei. Quelli che, sempre sul “manifesto”, hanno provato a controbilanciare la vergogna delle cronache eulogiche con il ricordo di quanto di orribile è stato inflitto ai palestinesi, la denuncia di cosa vi si nasconde di feroce e ingiusto e di coloro che, da noi, ne traggono profitti e benevolenze. “La commissione giustizia della Knesset sottoporrà al parlamento un pacchetto di leggi che trasformano definitivamente Israele in uno “stato ebraico”, abolendo così una volta per tutte la tanto fastidiosa parola “democrazia” dal suo statuto e facendo così chiarezza sulla propria natura”. Grazie, Paola Catarutta e le decine che hanno firmato il testo di “Ebrei contro l’occupazione”.

A colorare di sangue le serene immagini storico-tecniche con cui il “manifesto” ci ha illustrato il Giro nello Stato fuorilegge sono poi venute, nella stessa giornata, le ennesime vittime che a Gaza pagano per aver inalberato ai limiti della loro gabbia un semplice simbolo, quello del ritorno a casa. Altri 500 feriti e mutilati, per un totale, dopo cinque venerdì, di quasi 50 morti e 8000 feriti. In una dimostrazione di forza, determinazione, coraggio, di donne, uomini, bambini, di cui non riesco a trovare paragoni storici. Ma di cui ci annichilisce la fiducia nell’essere umano quanto alberga nella parte opposta, quella dal “lato buono” di muro e gabbia. Non ci fossero palestinesi come quelli, siriani con Assad, libici con Gheddafi, venezuelani con Maduro, a sostenerci l’anima sbrindellata…. Correggiamo Brecht: beato il popolo che produce simili eroi.

 

Armi proibite: far più male della morte

Forse negli ampi spazi che i giornalisti hanno dedicato dal dopato corridore Froome, in un Giro nel più dopato Stato del mondo, avrebbero dovuto, all’evidenza dello straordinario peso della notizia, raccontarci anche altro di quei giorni. Se fossero giornalisti… Proviamo a colmare un tantino la “dimenticanza”.

Non è roba di oggi. Qualcuno cui sia capitato di vedere il mio documentario sulla guerra del Libano nel 2006, “Delitto e Castigo”, che narra l’invasione dei fucilatori di bimbi con sassi e il trionfo delle sgarrupate milizie di Hezbollah, ricorderà con discreto raccapriccio quanto mi venne illustrato dai medici libanesi nelle loro cliniche: combattenti e civili feriti, meglio, squartati, trapanati, tritati dentro, dalle armi segrete e proibite di Israele. Ebbene, non soddisfatto dagli umani corrosi vivi dalle fiamme che, a Gaza durante “Piombo Fuso”, gli incollava il fosforo bianco, Tsahal, “il più morale esercito del mondo”, ha perfezionato quelle armi. Visto che nessuno (tipo Amnesty, o HRW, o Boldrini) ha avuto niente da dire, neanche tra quelli che, con scandalo al fulmicotone, attribuivano armi al cloro ad Assad e gli facevano pagare le loro fake news a forza di inferni missilistici, Israele ha modo, ogni venerdì “del ritorno”, di fare nuovi esperimenti.

Di quegli 8000 feriti molti restano mutilati, molti mutilati marciscono e muoiono. Ma nessuno aggiornerà le cifre degli uccisi del venerdì. Le pallottole dei cecchini aprono ferite grandi come pugni, poi esplodono dentro. Sono le vecchie Dum-Dum, ma migliorate con qualcosa di chimico che attacca carne, ossa e organi e li fa imputridire. Molto apprezzate sono le bombe a freccette, che, una volta esplose a mezz’aria, liberano decine di frecce d’acciaio mirate, indovinate dove, umanamente su persone. Magari bambini. Intelligentissime. Poi ci sono le simpatiche bombette a farfalla: più veloci del suono, colpiscono con la punta che poi dentro, si apre come le ali della farfalla e…macina. Altra meraviglia è la pallottola a espansione che polverizza quanto incontra nel suo percorso nel corpo. Dice la dottoressa Ingres, dopo il primo venerdì del ritorno: “Più di metà dei primi 500 feriti ricoverati nei nostri presidi sono stati colpiti da pallottole che hanno letteralmente distrutto tutti i tessuti e polverizzato le ossa. Chi sopravvive resta menomato a vita”.

Gaza e i territori occupati, laboratorio di Israele, hanno il pregio di fornire cavie per il progresso scientifico e tecnologico del più grande esportatore di armi pro capita del mondo. Uccidere, incapacitare a tempo o a vita, è un vezzo che non si limita al proprio ambito statale. Molto popolare sul mercato è il bombardamento da elicotteri e droni con gas tossici, praticato con successo sui manifestanti a Gaza: una sostanza chimica giallognola che porovoca vomito, convulsioni, asfissia, collassi, incontrollati tremiti degli arti e tachicardie, coma. Ne ho avuto un assaggio anch’io dalle parti dell’università di Bir el Zeit. Si sta male da morire e chissà cosa ci si porta dietro.

Tutte queste sono armi internazionalmente proibite. Avete sentito un mormorìo di riprovazione? O anche solo visto un trafiletto di cronaca nelle colorire corrispondenze dei nostri inviati al seguito del Giro? Seguendo i corridori nel Negev, bastava buttare uno sguardo a destra. Ma si rischiava il torcicollo da antisemitismo.

 

Israele fugge, ma lascia il segno

Come quando si percorrono i villaggi libanesi per raccontarci le elezioni in Libano. Chi ha visto Rasha, giovane donna con le stampelle? Rasha aveva 15 anni nel 2008 quando una bombetta raccolta tra i cavoli nel campo le troncò una gamba. Allora ne erano stati colpiti 500 civili, perlopiù contadini. Sono passati altri 10 anni e le bombe a grappolo lanciate da Israele nel 2006 sul Sud agricolo del Libano continuano a spargere dolore e sangue. Su un territorio che, dopo la cacciata di Tsahal, avrebbe dovuto conoscere pace e lavoro, furono lanciati 4 milioni di munizioni cluster che lasciarono sul terreno altri milioni di sottomunizioni inesplose. Che continuano a troncare arti, sfondare organi, bruciare occhi. Un crimine di Israele è per sempre.

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