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Il "nuovo"ESM, tra la vecchia soluzione del "trattamento Grecia" e la sfida tedesca all'Ital€xit
di Quarantotto
1. Il quadro generale della congiuntura italiana nei suoi possibili sviluppi di breve e medio termine.
Cerchiamo di approfondire l’evoluzione della situazione italiana dentro l’eurozona all’incirca nei prossimi due anni (indicativamente). E cioé, appunto, entro un breve periodo in cui si acutizzino i fattori recessivi esogeni (crisi strutturale e geopolitica, - cioè neo-multilaterale-, della globalizzazione asimmetrica) e endogeni all’eurozona (ulteriore consolidamento fiscale, pro-ciclico, determinato dagli obiettivi di pareggio strutturale di bilancio derivanti dal modo in cui viene calcolato l’output-gap dal working group che supporta le prescrizioni impartiteci dalla Commissione Ue).
Nell’appunto sull’applicazione dell’art.65 TFUE, la situazione italiana (attuale) viene riassuntivamente così descritta :
L’Italia attualmente si trova:
a) impossibilitata comunque a promuovere politiche di crescitadi c.d. “piena occupazione” (effettiva), e anzi obbligata, dal fiscal compact e dalle sue linee guida applicative (qui, p.3), a perseguire un aggiuntivo e forte consolidamento fiscale, induttivo di una probabile recessione che si aggiunge alla forte stagnazione “esogena” attualmente in corso;
b) impossibilitata, di conseguenza, anche a svolgere le politiche anticicliche(qui, pp. 5-8) la cui necessità e urgenza si manifesta a causa della fase di stagnazione-recessione in cui, anzitutto, la Germania si trova, “trascinando”, di conseguenza anche il nostro sistema produttivo che ne è divenuto, per notori motivi, strettamente dipendente;
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Quantitative Easing: la lotta di classe al tempo dello spread
di coniarerivolta
Nel Consiglio Direttivo di settembre la Banca Centrale Europea (BCE) ha deciso di riprendere il programma di acquisti netti di titoli finanziari (Asset Purchase Programmes) meglio noto come QE, ovvero il famigerato Quantitative Easing. Con il QE la banca centrale espande la liquidità a disposizione del sistema economico con lo scopo dichiarato di ripristinare il corretto meccanismo di trasmissione della politica monetaria: si suppone che la liquidità immessa allenti le tensioni sui mercati finanziari e consenta dunque all’economia reale di tornare sui binari della crescita. La banca centrale inonda il sistema di liquidità acquistando titoli finanziari, in prevalenza titoli di Stato dei paesi dell’area euro: tramite questi acquisti, i titoli finiscono nella pancia della banca centrale mentre il denaro, il prezzo pagato per acquistare quei titoli, entra nel sistema economico.
Attraverso questo meccanismo, la BCE ha introdotto nell’economia europea tra i 60 e gli 80 miliardi di euro ogni mese dal marzo 2015 al dicembre scorso, quando il programma di acquisti netti è stato provvisoriamente concluso, nell’ipotesi che tre anni di stimoli monetari fossero stati sufficienti a rivitalizzare il sistema finanziario e produttivo dell’area euro. Invece, il primo semestre del 2019 ha mostrato evidenti segni di stagnazione, con la produzione in calo persino nel cuore pulsante dell’Europa, in Germania, e l’inflazione al di sotto delle aspettative. Insomma, gli effetti positivi del QE sull’economia europea non si sono mai visti, nonostante la massiccia iniezione di liquidità messa in atto dalla BCE a partire dal 2015. Il Presidente della BCE, Mario Draghi, ha sostanzialmente ammesso questo fallimento, ma ovviamente ne imputa ad altri la responsabilità: secondo Draghi la politica monetaria sta facendo tutto ciò che è in suo potere per rilanciare l’economia europea, ma senza un briciolo di politica fiscale espansiva da parte della Germania diventa impossibile evitare il baratro di un’altra recessione.
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Liquidità BCE
Nella palude dell'UE
di Francesco Cappello
Draghi reimmetterà 20 miliardi al mese (creati dal nulla) nel circuito economico
Per statuto non può immetterli direttamente nell’economia reale in forma di investimenti pubblici, sostegno alle imprese, alle famiglie ecc… mette quindi delle condizionali nella “speranza“ che stavolta possano raggiungere il target desiderato. Nella Unione Europea è stata introdotta l’idea criminale che gli investimenti pubblici in deficit siano da evitare perché causerebbero debito. Ne sono conseguite pratiche malsane che stanno portando allo smantellamento della casa comune. Si fa avanzo primario dal ’92. Si spende cioè meno di quanto si incassi sotto forma di tasse così che rimanga sempre qualcosa da destinare al pagamento del servizio al debito. Non si investe nei servizi pubblici, che vengono piuttosto taglieggiati, si risparmia sulla previdenza, le infrastrutture al collasso vengono abbandonate al loro destino, si svende il patrimonio comune nel tentativo di far cassa, i trasferimenti dello Stato ai comuni sono stati ridotti al lumicino viceversa questi ultimi sono stati incoraggiati a diventare esattori delle tasse locali. Si fanno concessioni di sfruttamento coloniale del territorio svenduto, spesso a multinazionali straniere che fanno i loro comodi operando con finalità estrattive di ricchezza. Tali concessioni, compensate con due briciole e tre posti di lavoro… sono generalmente fatte passare per salvifici investimenti stranieri.
È vero che fare investimenti pubblici in deficit crea debito? No. Chi fosse interessato veda qui (1) [Ancora meglio se si riprendesse ad usare, in parallelo all’euro, moneta a non debito come si dirà più avanti]. Sappiamo che nel settore pubblico il vincolo di ideale saldo zero (spese=entrate fiscali) e in generale il Fiscal Compact, che nel 2012 ha sovvertito la costituzione economica (nuovo art. 81), ci impediscono qualsiasi politica fiscale espansiva (1).
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L'euro-dittatura getta la maschera
di Leonardo Mazzei
Cosa ci dice la vergognosa risoluzione anticomunista del parlamento di Strasburgo
Quando si parla di totalitarismo eurista, ci si riferisce solitamente al retroterra ordoliberista da cui sgorgano quelle regole e quei "trattati europei" (in realtà dell'Ue) che imprigionano tanti popoli e nazioni del continente. Ma, come i carabinieri, l'ordoliberismo in campo economico non cammina da solo, andando invece a braccetto con una più ampia visione totalitaria del mondo. Da qui l'incredibile e vergognosa risoluzione adottata giovedì scorso dal parlamento europeo.
Una risoluzione obbrobriosa sotto ogni punto di vista, scritta male, con concetti fasulli ripetuti senza fine, basata su falsificazioni madornali, dove non si sa neppure se sia più la malafede che l'ignoranza, dove si tratta di storia come se si scrivesse una sentenza in un tribunale di quart'ordine. E tuttavia una risoluzione illuminante, con la quale fare i conti fino in fondo. Una risoluzione che ci dice alla perfezione cosa sia davvero l'Unione Europea.
I nostri critici che si vorrebbero di "sinistra" ritengono che l'Ue, per quanto imperfetta, sia comunque meglio del sovranismo, che per loro è sempre nazionalismo, dunque - da una semplificazione all'altra - inevitabilmente fascismo. Per loro lo scandalo (vedi, ad esempio il Manifesto) sta nel fatto che il Pd ha votato come Orban. Ora, a parte il fatto che il Pd in Europa governa - governa! - con il partito di Orban, la questione decisiva qui è un'altra. Ed essa risiede nella pretesa, questa sì totalitaria, di ostracizzare definitivamente chi si colloca fuori dalla cornice del pensiero dominante. In breve: o si è liberali, meglio se liberisti, oppure si deve essere cacciati ai margini della società. Da qui la riscrittura del passato, l'apologia delle forze e dell'ideologia che dominano il presente, l'ipoteca che si vorrebbe mettere sul futuro.
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Il Nord sbuffa, sotto il peso della crisi tedesca
di Guido Salerno Aletta
Il dibattito politico è pesantemente viziato dalla ricerca del consenso facile. “Vincono” quasi sempre i falsari di bassa lega, perché è difficile controbattere le stronzate propagandistiche discutendo di dati, strutture produttive, scelte strategiche (anche di collocamento internazionale). Ci vorrebbero molte lauree a testa per esprimere pareri non campati in aria.
Quindi le “emergenze” che riescono ad assumere centralità sono quelle che non esistono, o vengono create ad arte, per solleticare il pensiero corto, le reazioni da Napalm51. Gli immigrati, ma solo quelli di pelle scura, sono il bersaglio preferito, perché facile da indicare. Se questi inviti arrivano da forze rappresentate in Parlamento, automaticamente si promuove l’instupidimento di massa, in una corsa sempre più veloce verso il fondo.
Naturalmente, non si può pensare di contrastare questa deriva nazi-imbecille con il finto “buonismo” rivestito in slogan altrettanto semplici ma di presa infinitamente minore. Bisogna sapere come sta messo questo paese, quali comparti reggono e quali no, quali regioni soffronto di più la crisi, quali figure sociali ne sono investite inmisura maggiore e quali se ne rendono conto meglio.
Bisogna studiare la situazione, altrimenti si dicono fesserie. Magari di buona volontà e piene di comprensione umana, ma efficaci come preghiere in tempo di guerra.
Dietro gli slogan ci sono organizzazioni politiche labili, fatte soprattutto di “contoterzisti” senza alcuna progettualità di lungo periodo. A muovere queste organizzazioni sono interessi strutturati, molto diversi tra loro e, in parte, indifferenti anche agli slogan che i “propri campioni” usano quotidianamente.
Interessi che “badano al sodo”, ovvero alle politiche economiche possibili (con grande competizione sulle poche risorse disponibili all’arbitrio politico nazionale), all’occupazione delle postazioni politiche che possono determinarle (governo, autorithy, regioni, comuni metropolitani e non).
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Vincoli di bilancio UE
La Germania è in crisi, l’Italia ne approfitti
Marco Biscella intervista Sergio Cesaratto
Le economie dei Paesi Ocse sono in frenata e per FT a Bruxelles si studia un nuovo Patto di stabilità più soft. E’ il momento giusto per dare una svolta keynesiana
Nel giorno in cui l’Ocse segnala il rallentamento del Pil dell’area nel secondo trimestre (+0,5% rispetto al +0,6% dei primi tre mesi del 2019) con una frenata che tocca tutti i principali Paesi, soprattutto quelli europei, Germania compresa (-0,1%, contro un +0,4%) e l’Italia ancora fanalino di coda con la sua crescita zero, il Financial Times ha ieri rilanciato l’indiscrezione (in parte poi smentita dalla portavoce Ue) che la Commissione europea voglia riscrivere il Patto di stabilità e crescita per renderlo più soft. Secondo il quotidiano economico inglese, a Bruxelles starebbe girando un documento, per ora tecnico e informale, che prevede la riscrittura delle regole di bilancio e l’allentamento dei vincoli. È forse venuto il momento di riscrivere il Patto di stabilità e di crescita in chiave più espansiva? “Verrebbe da dire: finalmente e se non ora quando – risponde Sergio Cesaratto, professore di economia politica all’Università di Siena – perché l’Europa ha contribuito a destabilizzare l’economia mondiale. Ma il processo non sarà agevole, i segnali sono ancora timidi, soprattutto in Germania, e l’Italia, alle prese con la crisi di governo, rischia di lasciarsi sfuggire la grande occasione di poter indirizzare la riforma delle regole Ue”.
* * * *
Procediamo con ordine. Innanzitutto, perché l’Europa ha destabilizzato l’economia mondiale?
Perché finora è stata guidata da un modello di crescita basato sulle esportazioni, un modello che la Germania ha adottato, costringendo un po’ gli altri Paesi ad andarle appresso. Deflazione salariale e austerity hanno significato, e significano, che l’unico sbocco di un euro debole sono i mercati esterni alla Ue, oggi alle prese con tensioni commerciali che ne frenano la capacità di assorbimento, a partire da Usa e Cina. Quindi questo sarebbe il momento opportuno per dismettere il modello tedesco, ripensandolo e orientandolo più sulla domanda interna. Il che significa più giustizia sociale, attraverso salari più alti e spesa pubblica.
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Il partito dell'Italexit
di Moreno Pasquinelli
Nella crisi sistemica il naufragio del governo giallo-verde apre una nuova fase politica. Che fase è? E soprattutto, che si deve fare affinché la protesta popolare sfociata nelle elezioni del 4 marzo 2018 non si disperda? DentroProgramma 101è in corso una discussione di cui questo contributo di Pasquinelli è frutto. Lo sottoponiamo all'attenzione dei lettori come di tutti i patrioti
Brexit
Una settimana fa il ministro conservatore britannico per la Brexit, Steve Barclay, nel disperato tentativo di riguadagnare terreno, ha firmato la legge che cancella l'European communities Act - Chapter 68, la legge del 1972 che sanciva l'adozione delle leggi europee da parte del Regno Unito. "Un passo storico per il ritorno dei poteri legislativi da Bruxelles al Regno Unito", così recita il comunicato del governo britannico. L'annullamento dell'European communities Act entrerà in vigore il 31 ottobre, data in cui la Gran Bretagna lascerà l'Unione europea, con o senza accordo.
Un atto politico di un Paese indipendente deciso a riguadagnare la propria sovranità. Sottolineo "atto politico" perché da anni il campo sovranista italiano — a dimostrazione di quanto sia penetrata in ogni dove la concezione economicistica tipica dei capitalisti — discetta, fino al limite del funambolismo tecnicistico, su miracolistiche misure di carattere economico e monetario che potrebbero essere adottate a Trattati europei vigenti, cioè senza uscire dalla Unione europea e dall'eurozona.
Quando non si tratta di velleitari escamotage, queste misure sono presentate come "Piano A" di un governo sovranista e popolare che decide di adottarle e, ove Bruxelles lo vieti, allora, e solo allora, si dovrebbe procedere per l'uscita ("Piano B").
A mali estremi, estremi rimedi
Il problema del "Piano A - Piano B" è che con ciò ci si immagina che tra il governo sovranista e l'Unione possa darsi un negoziato all'acqua di rose, ecumenico, rispettoso della correttezza che distingue gli amici. Come la vicenda della Brexit insegna si tratta di un'idea campata per aria. Tutto depone per il contrario: i nemici della nostra sovranità ricorreranno ad ogni mezzo per impedire al Paese di sfuggire alla gabbia in cui siamo reclusi.
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Una gabbia distorta che produce mostri
di Claudio Conti
Una gabbia, costruita pure male. L’Unione Europea, scriviamo spesso,ha il curioso “dono” di produrre i problemi e le diseguaglianze che dice di voler superare. Naturalmente, diciamo anche questi risultati contrari alle dichiarazioni programmatiche dei “leader” sono ampiamente volute dai paesi più forti dell’area, che hanno tutto da guadagnare dall’indebolimento ulteriore di quelli già deboli (quelli mediterranei, in primo luogo). Del resto, una volta costruito un mercato comune è “normale” che il deficit di qualche area sia il surplus di qualche altra.
Averne la conferma dai migliori analisti dei giornali economici dovrebbe riempirci di soddisfazione, invece ci fa rabbia. Perché se i fatti sono così chiari è davvero sorprendente che si faccia tanto lavoro per nasconderli, in primo luogo da parte di chi dice di essere “democratico” o addirittura “di sinistra”.
Questo editoriale di Guido Salerno Aletta precisa ancora una volta, nei dettagli “tecnici” (ma non incomprensibili) quel circuito i per cui più risparmi sulla spesa pubblica, più ti indebiti, più chiudono attività economiche, più si riducono i consumi e si blocca la mitica “crescita”. Che sarebbe a parole l’obbiettivo per cui vengono promosse le politiche di austerità
Qual’è il problema? Che se si impongono le stesse politiche economiche e monetarie a paesi con struttura economico-finanziaria diversi (e i 27 della UE sono tutti diversi tra loro) il risultato sarà – è, dopo quasi 30 anni dagli accordi di Maastricht – una asimmetria maggiore, non minore.
Aver posto il livello del debito come primo e quasi unico parametro guida per le “raccomandazioni” della Commissione Europea ha generato il “paradosso italiano”. Un paese che da quasi 30 anni diminuisce la spesa pubblica, tanto da avere ogni anno un avanzo primario (lo Stato spende meno di quello che incassa con le entrate fiscali), ma che vede il proprio debito aumentare altrettanto costantemente.
Perché accade? Perché oltre alla spesa per le amministrazioni, beni, servizi, investimenti, ecc, lo Stato deve pagare gli interessi annualmente maturati sul debito agli investitori che comprano i “nostri” titoli di Stato. E siccome questi interessi sono più alti della media europea (c’è uno spread, detto altrimenti), ecco che uno Stato virtuosissimo, il più “risparmioso” d’Europa, ne esce ogni anno più malconcio.
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L’Unione bancaria europea e i problemi delle banche italiane
di Vladimiro Giacché*
Pubblichiamo la traduzione dell’articolo di Vladimiro Giacché sulla crisi bancaria italiana uscito sul sito dell’Institute for New Economic Thinking, con delle modifiche non sostanziali da parte dell’Autore, che ha anche aggiunto alcune note sul tema delle Banche di Credito Cooperativo
L’obiettivo con cui l’Unione bancaria europea è nata era quello di ridurre la balcanizzazione finanziaria dell’Eurozona. La balcanizzazione – la frattura del sistema bancario transfrontaliero che avviene quando creditori nervosi si ritirano verso i sicuri porti nazionali – è stata percepita a ragione come uno dei maggiori pericoli per la stabilità e la sussistenza stessa della moneta unica.
Infatti, all’indomani della crisi finanziaria, gran parte delle ricerche disponibili evidenziavano come il sistema – che sino al 2008/2009 si presentava così interconnesso da essere apparentemente inestricabile – si era andato ridisegnando secondo linee “nazionali”. I prestiti transfrontalieri nell’eurozona erano crollati all’incirca alla metà dei valori pre-crisi, e ingenti capitali erano stati rimpatriati da molte banche e investitori nei paesi core (Germania e Francia). I prestiti nei paesi cosiddetti periferici (Grecia, Irlanda, Spagna, Italia e Portogallo) nel frattempo tornavano ad essere sostanzialmente nazionali. Questo, politicamente, era imbarazzante, ma anche pericoloso, poiché rendeva tecnicamente possibile la fine della moneta unica.
Peggio ancora, questa situazione creava un problema ulteriore non meno grave: un circolo vizioso potenzialmente distruttivo tra rischio di credito e rischio sovrano – cioè il rischio che una nazione potesse essere spinta alla bancarotta.
Un obiettivo, tre pilastri
L’idea originale era che un’unione bancaria avrebbe ristabilito un mercato bancario e finanziario integrato attraverso tre pilastri: 1) un sistema unico di vigilanza bancaria 2) procedure di risoluzione che limitassero il rischio di contagio in caso di crisi, e 3) una garanzia europea sui depositi tale da spezzare il nesso tra rischio Paese e rischio bancario.
Questa la teoria. Nella pratica, l’unione bancaria ha generato enormi asimmetrie e condizioni competitive inique in tutta l’Eurozona. Queste asimmetrie hanno colpito in particolare il sistema bancario italiano, in un modo che contribuisce a spiegare gli avvenimenti degli ultimi anni.
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Nadia Urbinati, “Utopia Europa”
di Alessandro Visalli
Un altro libro di occasione, nel quale un’intellettuale di fama si presta alla difesa di ufficio della causa europea in vista delle elezioni. Non servirà a fermare la Lega, ma forse questo alzare gli stendardi compatta l’esercito un poco attempato e certamente molto demoralizzato della sinistra.
A questo fine il testo ripercorre nella prima parte, la più interessante, la storia della lunga costruzione europea, mettendo in evidenza la fonte inaspettata (per una sinistra che ormai ha dimenticato tutto) delle sue radici, ma nella seconda si mette la cotta di maglia e va alla guerra.
Come capita a chi fa il suo mestiere, professoressa di teoria politica alla Columbia University, tutta la ricostruzione si muove sulle nuvole del pensiero, non tocca il volgare terreno degli interessi, tanto meno geopolitici. Quindi può dire, entro le regole della sua disciplina, che l’Europa è il prodotto delle idee degli “illuministi” e dei “cattolici” e che queste si muovono attraverso il protagonismo dei paesi sconfitti (e dunque, necessariamente, con l’autorizzazione dei vincitori, che sarebbe altrimenti curioso il progetto più ambizioso della storia europea nasca da chi ha meno potere e meno sovranità). Sono due i piani che propone: la creazione di una polis pacifica e democratica, e il rispetto delle sfere di influenza. Ma l’ordine è palesemente invertito, il fatto rilevante del primo dopoguerra è evidentemente la divisione dell’Europa sconfitta e ridimensionata in due sfere di influenza nette, quella americana e quella sovietica. Il progetto di una “polis” pacifica (ovvero disarmata e subalterna) è l’ideologia di copertura e insieme la necessità pratica del progetto della parte americana[1], ovvero parte della tradizionale politica dell’indirect rule anglosassone e strumento della riduzione dello sforzo e del costo di protezione e di controllo. Lo dice, del resto, anche la nostra politologa: “il progetto nacque anche in funzione antisovietica” (solo che “anche” è di troppo).
Certo non è del tutto infondato che l’idea di un’unificazione europea fosse più antica, e radicata in utopie settecentesche, poi rialzata negli anni venti (anche se non solo da intellettuali antifascisti), e poi tanti altri, l’elenco è lungo. E, se ci si sposta agli anni trenta, coinvolge anche gli stessi nazisti (ma questo è politicamente scorretto e meglio non insistervi).
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Sulle origini fasciste dell'UE
di Thomas Fazi
Oggi, in seguito alla nomina di Boris Johnson a nuovo primo ministro britannico, molti stanno riprendendo una sua celebre intervista del 2016 in cui affermò che l'Unione europea sta perseguendo un obiettivo simile a quello di Hitler nella creazione di un sovrastato europeo.
Detta così, può sembrare un'assurdità.
In verità, come spiego in Sovranità o barbarie, l'affermazione di Johnson non è così lontana dalla realtà.
È opinione comune che il moderno pensiero federalista nasca dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Ma le teorie federaliste risalgono a ben prima del conflitto mondiale e persino lo stesso federalismo “antifascista” di Spinelli presenta inquietanti elementi di contiguità con le teorie che ispirarono quel conflitto e in antitesi alle quali, secondo la vulgata, si sarebbe sviluppato il pensiero federalista.
L’ideologia europeista, antisovranista e sovranazionalista – e il sogno dell’unificazione economico-politica del continente – erano infatti aspetti centrali della stessa filosofia nazifascista, nelle sue molteplici varianti, nonché della propaganda hitleriana.
Come scrive lo storico inglese John Laughland, autore di un corposo volume sul tema, “non solo i nazisti, ma anche i fascisti e i loro collaboratori in giro per l’Europa, hanno fatto ampio uso dell’ideologia federalista ed europeista per giustificare le loro aggressioni”. Ciò potrebbe meravigliare. È opinione comune, infatti, che i nazifascisti, in quanto ultrasciovinisti e imperialisti, esaltassero lo Stato-nazione e la sovranità nazionale; in verità, osserva Laughland, “essi nutrivano una profonda avversione per la sovranità nazionale; non solo, come può sembrare ovvio, per quella delle altre nazioni, ma per il concetto stesso”.
Il rifiuto della sovranità nazionale è molto esplicito nel pensiero nazifascista; fatto ancor più interessante, tale rifiuto si fondava sulle stesse argomentazioni dei federalisti odierni. Uno dei principali punti in comune dell’europeismo nazifascista tanto con l’europeismo spinelliano quanto con quello odierno era l’idea secondo cui gli Stati-nazione conducono inevitabilmente alla guerra e che dunque la presenza di una moltitudine di “piccole patrie” sul continente europeo fosse un elemento foriero di instabilità.
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Per chi sta realmente lavorando questa economia?
di Giovanna Cracco
Il 3 luglio scorso la Commissione europea ha ritirato la proposta di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (1), dichiarando che terrà il Paese sotto stretta osservazione e se ne riparlerà in autunno, in fase di manovra finanziaria 2020. L’ha fatto perché l’Italia ha messo sul piatto 7,6 miliardi, modificando le proprie politiche economiche così come la Commissione aveva richiesto. Problema risolto? No. E per comprendere quanto sia irrisolto, occorre fare un passo indietro e tornare sul Rapporto con cui il 5 giugno la Commissione Ue aveva proposto l’apertura della procedura d’infrazione.
Per leggerlo (2), la sola volontà non è sufficiente; occorre saltare lo steccato ed entrare nel territorio dell’ostinazione, per poi accettare di muoversi nello spazio dell’incredulità. Dapprima è la fatica a dominare, per la sequela di cifre e percentuali che in modo ossessivo si ripetono, dopodiché arriva la sensazione di essere finiti in un mondo parallelo, nel quale le coordinate con cui dovremmo misurare il reale, non esistono.
Da parte sua, con titoli di scatola in prima pagina, editoriali, analisi e aperture di telegiornali che rappresentano come legittima la posizione della Commissione Ue, nemmeno l’informazione mainstream ha aiutato a giugno e non aiuta tuttora a restare aggrappati alla realtà, anzi contribuisce a eliminare dal discorso pubblico ogni riflessione che entri nel merito. La narrazione sulla bontà dei ‘vincoli di bilancio’ introdotti da Maastricht è pensiero dominante da quasi tre decenni, dunque non stupisce l’acritico recepimento del ‘torto’ e della ‘ragione’; eppure la capacità di ragionamento, per quanto atrofizzata, avrebbe dovuto avere un sussulto davanti alla lettura del Rapporto, e la realtà, per quanto negata, si presenta oggi agli occhi in modo talmente drammatico e prepotente che dovrebbe essere impossibile evitare di guardarla.
Se l’applicazione di una teoria economica allarga la forbice della diseguaglianza sociale e aumenta la povertà, deve essere messa in discussione. Alla radice, nella sua impostazione di base, non in superficie, cercando compromessi che non ne modificano l’impianto. “Per chi sta realmente lavorando questa economia?” ha affermato a fine giugno Elizabeth Warren, senatrice democratica in corsa alle primarie del partito, al primo dibattito televisivo della campagna elettorale:
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Perché il Movimento 5 stelle ha perso le elezioni europee?
di Vincenzo Alfano
Analisi del voto e correlazione con le domande del reddito di cittadinanza per provincia
Il reddito di cittadinanza è stata la policy-bandiera per il MoVimento 5 Stelle sin dalla campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018. Difatti la promessa di attuazione del reddito pare esser stata un elemento decisivo per l’affermazione di quel partito nelle urne. Dopo l’attuazione, i cosiddetti grillini hanno appena un anno dopo visto drammaticamente ridimensionarsi il loro elettorato. E’ ciò dovuto ad un malcontento per l’attuazione della politica? Era questa stata sopravvalutata sin dall’analisi dell’esito del 2018? Oppure le elezioni politiche e quelle europee non sono davvero comparabili? Questo articolo si propone di fare chiarezza sul fenomeno rispondendo a queste domande, proponendo un’analisi formale della correlazione tra voti e domande del reddito di cittadinanza per provincia.
Introduzione
Le ultime elezioni europee, svoltesi appena pochi giorni fa nel nostro Paese, hanno visto un radicale cambio nelle preferenze accordate dagli elettori ai principali partiti. In particolare, il grande sconfitto è il MoVimento 5 Stelle (d’ora in avanti M5S), primo partito alle elezioni politiche di appena un anno prima, e solo terzo partito alle europee, avendo perso circa sei milioni di voti.
Fig. 1 Voti alle politiche del 2018 per il M5S nelle diverse province italiane. Elaborazione da dati Ministero degli interni
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La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità: come si perfeziona l’austerità
di coniarerivolta
La crisi che ha messo in ginocchio l’Italia insieme all’intera periferia d’Europa si sviluppa su due livelli. Un primo livello è quello della lotta senza quartiere contro i diritti e i salari dei lavoratori, una battaglia che ogni giorno erode pezzi di stato sociale sotto la scure dell’austerità, retribuzioni e tutele del lavoro date in pasto all’accumulazione del profitto, tempi e ritmi di vita sacrificati sotto il ricatto della precarietà. Questo è l’aspetto del problema di immediata percezione, quello che molti di noi sperimentano sulla propria pelle, che incide direttamente sulle nostre vite. Il secondo livello è caratterizzato dal fatto che questa lotta di classe contro i lavoratori non è improvvisata ma si articola in una strategia. E le strategie, come ben sappiamo, si disegnano a tavolino e poi si traducono in azioni coordinate. Esiste, dunque, un piano della crisi in cui lo sfruttamento viene organizzato, in cui il dominio esercitato dai mercati sulle nostre vite definisce le istituzioni necessarie alla sua realizzazione, un piano che in questa parte del mondo assume la forma storica dell’Unione Europea, dei suoi trattati, delle sue regole e dei suoi strumenti operativi. Vale la pena, ogni tanto, sollevare lo sguardo dalle nostre battaglie quotidiane e provare ad anticipare le mosse del nemico; provare a decifrare i piani di chi lo sfruttamento lo impone dall’alto per essere in grado di opporre al sistema basato su povertà, precarietà e disoccupazione una strategia politica altrettanto solida e articolata – per passare, al momento giusto, al contrattacco.
Per questo è utile analizzare il disegno di riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) discusso nei giorni scorsi dall’Eurogruppo (l’organo che riunisce i Ministri delle finanze dei 19 Stati che adottano l’euro) e destinato a perfezionare ulteriormente il dominio dei cosiddetti mercati sulla politica, e dunque sull’organizzazione della nostra società, attraverso un più capillare e pervasivo sistema di controllo delle economie nazionali da parte delle istituzioni europee. Il MES è la versione più recente del ‘fondo salva Stati’ istituito in varie successive configurazioni per gestire la crisi del debito pubblico, a partire dalla Grecia nel 2010.
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Tra cronaca e Storia: perchè scricchiola l’asse franco-tedesco
di Guido Salerno Aletta
Distrarre “gli itagliani” dai problemi veri è facilissimo, basta scegliersi un diversivo facile facile. Farli appassionare alle vicende internazionali, invece, è difficilissimo; anche se sono queste, quasi sempre, le vere cause di problemi che poi ci si affanna a scaricare sui più deboli.
Il conflitto attuale nell’Unione Europea per rinnovare tutte le cariche istituzionali principali è accuratamente tenuto lontano dai riflettori. Intanto perché mostra con enorme evidenza il fatto che questo governo, a Bruxelles, conta quanto il due coppe quando regna denari. E molto perché – dal tourbillon delle cariche di rilievo – questo governo è di fatto escluso. Sarebbe difficilissimo anche per dei mentitori professionali come loro, infatti, far passare come “vittoria” la perdita di ben tre poltrone importanti (presidente del Parlamento europeo, pesidente della Bce, “ministro degli esteri” europeo) senza alcuna compensazione.
Ma c’è molto di più in ballo, e determinerà il corso dei prossimi anni.
Questa analisi dell’attento Guido Salerno Aletta smonta molta retorica “europeista”, indicando interessi, esigenze, rapporti di forza che si tende invece a nascondere sotto la maschera dell’”Europa unita”. Cugini coltelli, nel migliore dei casi. Perché nella logica del capitale multinazionale non ci sono valori né leggi, solo occasioni di business oppure perdite.
Buona lettura [redaz.].
*****
Un passato senza futuro: era il 19 giugno 2018, appena un anno fa, quando Francia e Germania firmarono congiuntamente la Dichiarazione di Mesenberg, un testo dal titolo promettente e dai contenuti ancor più accattivanti: “Rinnovare gli impegni europei di sicurezza e prosperità”. Era già un compromesso rispetto alle ambizioni francesi, ma almeno sembrava una via di uscita dalla morta gora in cui l’Unione si era trascinata per anni.
Parole incise sul marmo, un epitaffio verrebbe da dire oggi: già dalle prime parole, infatti, si capiva che il vento del neo-liberismo, quello delle riforme strutturali a tutti i costi, non era affatto calato. Enfasi assoluta:
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