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Germania über alles!
E in Italia neppure si può nominare un piano b per uscire dall’euro
di Enrico Grazzini
Lo spread sta salendo e gli attacchi speculativi sul debito di stato italiano potrebbero causare la crisi di tutta l'eurozona. Balliamo ai bordi di un precipizio. E questo perché? Paradossalmente perché qui in Italia è assolutamente proibito parlare di un Piano B, ovvero di un piano di emergenza in caso di …. crisi dell'eurozona! Per il Presidente della Repubblica Italiana (e per l'establishment e i media dominanti), l'euro è un totem sacro e intoccabile di fronte al quale occorre prostrarsi in religioso silenzio: e quindi per Mattarella non è stato possibile nominare un ministro, come Paolo Savona, che ha presentato un suo piano per evitare la definitiva rovina dell'Italia nel caso che l'eurozona entri in crisi. L'Italia rispetta come un dogma la moneta unica dell'eurozona a guida germanica. Al contrario, per la Germania l'euro non è irreversibile, non fa necessariamente parte del fatale destino comune dei popoli e dei Paesi europei. In Germania oggi si discute apertamente di creare delle nuove regole per fare uscire dall'eurozona chi non si adegua alle norme e ai vincoli dettati da Berlino e da Bruxelles.
“L'eurozona ha bisogno di creare delle procedure per affrontare in maniera ordinata la possibile insolvenza (ovvero il fallimento, ndr) di uno stato e l'eventuale recesso di uno stato dall'eurozona”. Questa frase è contenuta in un documento ufficiale firmato qualche giorno fa da 154 influenti economisti tedeschi contro le proposte di riforma dell'eurozona da parte del presidente francese Emmanuel Macron[1].
Gli economisti - tra cui Hans-Werner Sinn, forse il più influente economista tedesco, apertamente euroscettico - si sono espressi contro le riforme proposte da Macron, che vanno nel senso della creazione di un bilancio comune dell'eurozona. Le 154 personalità della scienza economica teutonica non vogliono che il loro governo accetti qualsiasi soluzione che in futuro possa portare a una condivisione dei debiti, pubblici o bancari.
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Italia più povera con questo euro
di Andrea Mazzalai
Ecco il testo integrale del mio articolo uscito ieri sul quotidiano L’Adige che ringrazio per l’ospitalità, una sintesi del mio pensiero all’interno del dibattito sul futuro dell’Europa e dell’euro.
Prima però vi propongo in originale un estratto della recente intervista del giornale tedesco Süddeutschen Zeitung, a Van Rompuy attuale presidente del Consiglio Europeo, il quale ha dichiarato…
Das sei heute anders, entgegnet die SZ. Van Rompuy:
„Ja, Europa verändert unseren Alltag. Und natürlich spielt das Europäische Parlament eine wichtige Rolle, spätestens seitdem der Lissabon-Vertrag gilt. Aber die Bürger wissen auch, dass die großen Entscheidungen nicht nur im Parlament fallen, sondern auch woanders.“EU-Ratspräsident im Gespräch – Van Rompuy wirft Parteien …
…ovvero che le decisioni che ci riguardano vengono prese anche altrove non solo in Parlamento, ma questo per noi non è una novità!
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Recentemente il professor Stefano Zamagni ricordando il nostro Alcide De Gasperi, ha ricordato che disoccupazione strutturale e povertà estrema furono sin da subito i suoi principali cavalli di battaglia insieme alla lotta agli interessi costituiti che quando danno vita a forti coalizioni distributive, rappresentano la più grave minaccia alla crescita.
In questi giorni è uscito un rapporto pubblicato da Corporate Europe Observatory, un gruppo di ricerca indipendente che vuole far conoscere e sfidare l’accesso privilegiato e l’influenza che godono i gruppi di pressione nel processo decisionale europeo, un esercito di 1.700 lobbisti con a disposizione un fatturato annuo di oltre 120 milioni di euro, forniti da banche e altre imprese del settore per sostenerne le attività.
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Italiani Scrocconi e fannulloni? Tedeschi truffatori e falsari!
di Domenico De Simone
La battaglia durissima e senza precedenti che si sta consumando intorno alla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’economia, sta assumendo toni intollerabili, con attacchi violenti da parte della stampa italiana, come al solito ricca di falsità, allarmi, valanghe di fango e menzogne, e recentemente con la discesa sul campo di battaglia delle “sturmtruppen”, anch’esse armate di falsità e menzogne, oltre che di insulti e pregiudizi. Facciamo un po’ di chiarezza.
Paolo Savona è un economista di valore e di grande prestigio che ha il solo torto di aver detto chiaramente, PRIMA dell’entrata in vigore dell’euro, che la moneta unica, così come era stata concepita, avrebbe fallito e che i vantaggi tanto sbandierati dai politici di allora e dalla stampa, si sarebbero rivelati un’illusione pericolosa. In Italia è stato uno dei pochissimi a dirlo, una voce fuori da coro che ha dato molto fastidio e che è stata messa a tacere con i soliti sistemi mafiosi dei signori del potere. Semplicemente negandogli l’accesso ai media. Che cosa diceva il buon professore sull’Euro? Niente di diverso da quello che sostenevano molti noti economisti d’oltre oceano, ovvero che una moneta unica in un’area con economie tanto diverse e senza meccanismi di compensazione avrebbe provocato molti danni alle economie più deboli. Si tratta della teoria delle Aree Valutarie Ottimali (AVO) in inglese nota come teoria dell’OCA (optimum currency area) elaborata negli anni sessanta dl premio Nobel Robert Mundell e ben nota agli economisti. Se volete capire quanto sono bravi i tedeschi al gioco dell’OCA cliccate su questo articolo.
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Conseguenze fiscali del programma di acquisto bond della BCE
di Paul De Grauwe
Data l’attualità dell’argomento in seguito all’ipotesi, ventilata in una prima formulazione del contratto di governo Lega-M5S, di una cancellazione o quanto meno una non contabilizzazione della parte del debito pubblico italiano detenuta dalla BCE, riproponiamo un articolo dell’economista Paul De Grauwe, una autorità riconosciuta a livello internazionale nel campo della politica monetaria, in cui il docente della London School of Economics illustra nei dettagli tecnici le conseguenze dell’acquisto titoli pubblici da parte di una banca centrale, soffermandosi poi in particolare sul caso specifico della banca centrale di un’unione monetaria tra paesi privi di unione fiscale, come è l’eurozona. Come spega De Grauwe, una ipotesi di questo genere non avrebbe nulla di tecnicamente od economicamente infattibile, in quanto non comporta oneri o perdite a carico di nessuno, se non la rinuncia al lucro sugli interessi dei titoli della BCE che vengono redistribuiti tra i paesi dell’unione in percentuale della quota di capitale di ciascuno. Evidentemente lo scandalo di queste ore attiene a considerazioni più che altro legate ad una resistenza politica a gestire in maniera coordinata e condivisa quel pasticciaccio brutto che si è rivelata l’unione monetaria.
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La connessione tra politica fiscale e monetaria è attualmente sotto l’esame della Corte Costituzionale Tedesca, nel contesto del programma OMT di acquisto titoli da parte della BCE. Questo articolo sostiene che molte analisi in merito sono profondamente compromesse dall’errata applicazione alla BCE dei principi di fallimento dei privati. Quando la BCE compra bond, trasforma debito pubblico in base monetaria, e trasforma il rischio di fallimento sovrano in rischio di inflazione. La vera domanda è: qual è il limite all’espansione della base monetaria oltre il quale si causa inflazione? Ciò dipende dal contesto economico e il limite è molto più alto nell’attuale situazione di trappola della liquidità.
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L’ombrello dell’Europa
di Ascanio Bernardeschi
Nel libro di Cesaratto si denuncia la politica di dumping sociale e di mercantilismo della Germania, ma manca la critica del capitalismo
Mark Twain molti anni fa disse che le banche sono come colui che ti presta l’ombrello quando non piove e lo rivuole indietro quando piove. Non poteva prevedere che invece le banche americane, anni dopo, preparando la crisi dei mutui subprime, avrebbero prestato fin troppo, scommettendo su un andamento continuamente favorevole del mercato immobiliare e andando a gambe all’aria con lo scoppio di questa bolla speculativa.
Questa gustosa battuta ci è venuta in mente quando ho letto un passo dell’ultima fatica di Sergio Cesaratto [1]. Alle pagg. 85-6, infatti, esaminando la proposta di riforma dell’euro del Presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, tendente a demandare al mercato, e all’incubo di una aumento dei tassi del debito pubblico, il controllo del rigore fiscale dei vari paesi dell’eurozona, Cesaratto definisce questa prospettiva “equilibrio del terrore” che “destabilizzerà (più che stabilizzare) il mercato dei titoli italiani”, mentre i paesi virtuosi – in realtà ugualmente inadempienti delle regole dell’Euro in quanto registrano un surplus eccedente il 6% del Pil – quale la Germania, potranno avvalersi in maniera incondizionata del meccanismo europeo di stabilità (Esm) e ricorrere ai tassi vantaggiosi dell’apposito fondo salva stati. “L’Europa c’è, quindi, quando ve n’è meno bisogno”, rileva amaramente l’Autore.
Ma andiamo per ordine. L’agile libro si propone di dimostrare, riuscendoci ampiamente, che la Germania, per motivi opposti a quello dell’Italia e dei paesi mediterranei dell’Europa, non ha rispettato le regole di Maastricht, in quanto ha adottato una politica di dumping sociale che le ha permesso costanti ed eccessivi avanzi delle partite correnti con l’estero.
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La crisi europea e le riforme strutturali
di Federico Bassi
L’attuale situazione economica di molti paesi dell’Europa del Sud, Italia inclusa, è disastrosa. Ora tutti i nodi precipitano sulla Ue. Che secondo gli autori di “Crisis of the European Monetary Union..” potrebbe disfarsene
In una brillante parodia di Giampiero Galeazzi, Nicola Savino sponsorizzava il nuovo prodotto di una compagnia di tabacco – le sigarette alla citronella – concludendo che potevano far morire di cancro ma senza più punture di zanzara. Le politiche di austerità fiscale adottate in Europa per contrastare la crescita del debito pubblico, incluse le cosiddette “riforme strutturali” – ultime delle quali il Jobs Act di Matteo Renzi e la Loi Travail francese – assomigliano molto alle sigarette alla citronella di Galeazzi/Savino: possono far morire di precarietà e disoccupazione, ma con moderati tassi di inflazione e di indebitamento pubblico.
Queste riforme strutturali sono infatti non soltanto inutili ma anche dannose, specie nel contesto di rapida deindustrializzazione di molti paesi europei. L’Italia, nonostante sia ancora una delle principali potenze industriali, sta vivendo uno straordinario declino industriale i cui effetti emergono progressivamente. Luciano Gallino ne parlava nel suo testo “La scomparsa dell’Italia industriale”, in cui raccontava i vari progetti industriali dai quali l’Italia era colpevolmente uscita (o nei quali non era mai entrata nonostante inviti formali e porte spalancate): chimica, informatica, aeronautica, elettronica di consumo, hi-tech e automobili.
Il libro “Crisis of the European Monetary Union. A Core-Periphery perspective” ha il merito di contestualizzare questo processo di deindustrializzazione, che coinvolge l’intera periferia sud dell’Europa e la Francia, all’interno della lunga crisi europea. In particolare, si evidenzia come il processo di integrazione europea sia stato funzionale all’abbandono delle politiche industriali pubbliche, che avevano contribuito a creare e ad alimentare una capacità produttiva innovativa in settori strategici per i paesi in via di industrializzazione.
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La sottovalutazione dell’euro da parte della sinistra e l’abbandono dell’exit alla destra
Note a margine del dibattito su La gabbia dell’euro
di Domenico Moro
Un libro è utile nella misura in cui suscita un dibattito su un dato tema, contribuendo a chiarirne i vari aspetti, e aiutando definire con maggiore precisione le proprie posizioni. Da questo punto di vista, possono essere di interesse le questioni emerse durante le numerose presentazioni e nelle recensioni dedicate al mio libro, “La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra”.
Un limite frequente, quando si approccia la questione dell’euro e dell’uscita dall’euro, consiste nel fatto che l’aspetto economico non viene visto in relazione ai rapporti di produzione e al modo di produzione, ma viene inteso in termini tecnici. Questo porta a scindere la politica dall’economia, i cui meccanismi vengono così interpretati come fatti neutrali o naturali. Tra le varie domande rivoltemi nel corso delle presentazioni del mio libro, una mi ha particolarmente colpito: perché avessi voluto sottolineare fin dal titolo che l’uscita dall’euro fosse una cosa di sinistra, per di più in un frangente storico in cui la sinistra sembra essersi elettoralmente quasi dissolta e il concetto stesso pare abbia perso persino un significato preciso. Le ragioni sono due. La prima è che l’uscita dall’euro non è un processo socialmente neutrale, e, per questo, deve essere fatto da sinistra, il che, secondo la concezione originaria del termine, vuol dire dalla parte del lavoro salariato e delle classi subalterne. La seconda risiede nel fatto che è stata proprio l’integrazione europea non solo a eliminare o a ridimensionare i tradizionali partiti socialisti in tutta Europa, ma soprattutto a snaturare il significato stesso della parola sinistra.
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Squilibri macroeconomici in eurozona: cosa non ha funzionato?
di Nicola Acocella
1. Introduzione
Nell’Unione monetaria europea (UME) le istituzioni e le politiche intraprese hanno tollerato o alimentato asimmetrie in parte preesistenti, che hanno generato a loro volta squilibri macroeconomici. Indichiamo prima le istituzioni e le politiche europee e poi le asimmetrie. Segue qualche riflessione sulle possibili vie di uscita.
2. I difetti delle istituzioni dell’Unione Monetaria Europea.
L’UME, entrata in vigore il 1° gennaio 1999, è caratterizzata da una politica monetaria unica, con la quale la Banca Centrale Europea (BCE) stabilisce un unico tasso di interesse nominale valido in tutti i paesi membri. La BCE è un’istituzione indipendente dal potere politico e conservatrice, avente per obiettivo un tasso di inflazione inferiore – ma vicino – al 2%. Soltanto in via subordinata, quando questo obiettivo predominante sia soddisfatto, la Banca può perseguire altri obiettivi come l’occupazione e la stabilità finanziaria, che invece costituiscono obiettivi di pari dignità dell’inflazione per altre banche centrali, come la Federal Reserve statunitense. La BCE agisce da prestatore di ultima istanza per il sistema creditizio che abbia bisogno di rifinanziarsi, ma non può prestare – almeno direttamente – agli stati membri. Gli interventi che finora sono serviti ad attuare la politica monetaria sono in larga misura basati sull’acquisto (o vendita) di titoli pubblici già in essere. In questo senso, si può dire che la BCE può aver indirettamente facilitato il finanziamento pubblico.
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Da Schaüble a Schulz a Scholz: cosa si sta preparando in Europa?
di Sergio Cesaratto
Traccia dell'intervento all'incontro C'è un futuro per la sinistra?, VI assemblea nazionale del Network per il Socialismo Europeo, Fiuggi, 5-6 marzo 2, (non tutto letto, e con qualche postilla che susciterà qualche reazione isterica)
La risposta al quesito che mi ponete è incoraggiante: per ora non si sta preparando nulla. Visto ciò che si discuteva, questa è una buona cosa. Ma non è che l’attuale assetto istituzionale-economico europeo non sia già abbastanza penoso, per cui non v’è molto da festeggiare.
Non è neppure facile districare i termini delle posizioni e delle questioni.
Intanto quando si parla di riforme dell’eurozona si parla di poca cosa (ma con potenziali devastanti).
L’eurozona nasce male, non si fa una moneta senza uno Stato, e lo Stato federato europeo non è realistico, spero che ormai ne siamo tutti convinti (ma purtroppo non fuori di qui). L’eurozona non è un’area valutaria ottimale, anche questo è common knowledge. Per farla funzionare bene in maniera che assicuri la piena occupazione, a fronte agli squilibri che produce occorrerebbero politiche fortemente espansive nel paese dominante e, probabilmente, anche trasferimenti fiscali perequativi da quest’ultimo. Pensare che questo accada significa essere folli. Il resto, solidarietà europea ecc. sono chiacchiere.
Quindi, punto uno, quando si parla di riforme, si parla di cose marginali che non affrontano i suoi nodi, per così dire, strutturali. Parlando di Europa vale veramente l’abusata battuta di Flaiano che la situazione è tragica, ma non è seria.
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L’ideale europeo di mobilità del lavoro: una guerra tra poveri su scala europea
di coniarerivolta
L’ultimo studio dell’Eurostat sulla mobilità del lavoro in Europa lancia l’allarme: nonostante la fame generata dalla crisi e le umiliazioni inflitte da disoccupazione e precarietà, i senza lavoro italiani sono restii ad abbandonare il loro Paese per trovare un’occupazione all’estero. Solo 7 disoccupati su 100 si dicono disponibili a lasciare l’Italia per cercare lavoro in un altro paese europeo. Il dato preoccupa le istituzioni comunitarie per un motivo preciso: l’Europa che hanno in mente è un enorme mercato, ed il lavoro deve comportarsi come tutte le altre merci, spostandosi lì dove ne emerge il bisogno. Se il disoccupato resta nel suo Paese quel meccanismo si inceppa: i suoi affetti, la sua cultura, il suo radicamento sociale, le sue scelte di vita sono ostacoli al libero dispiegarsi delle forze di mercato, un sintomo – gravissimo – di inefficienza del sistema. Le merci, è noto, seguono una sola regola: vanno dove il prezzo è più alto, e secondo le istituzioni europee quella stessa regola dovrebbe governare anche la vita della popolazione europea, forza lavoro destinata a spostarsi da un Paese all’altro a seconda delle oscillazioni del mercato. Un disoccupato non sarebbe altro che una merce abbandonata in magazzino, destinata a spostarsi ovunque possa trovare un mercato di sbocco. Pertanto, questo il messaggio implicito nei dati pubblicati dall’Eurostat, i disoccupati italiani devono imparare a rispettare la ferrea legge del mercato, sradicandosi dal proprio Paese alla ricerca di un’occupazione in giro per il continente. In questo modo, essi contribuirebbero a realizzare quella “trinità perfetta” di diverse libertà di movimento che sono alla base del progetto europeo: quella delle merci, quella dei capitali e quella delle persone.
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Chi non rispetta le regole?
Italia, Germania, le doppie morali dell'euro
di Sergio Cesaratto
Anticipiamo il filo rosso del libro, in arrivo presso le librerie e disponibile in digitale dai primi di maggio
Dalla prefazione e dall'introduzione
Questo libretto trae origine da una conferenza dal medesimo titolo tenuta il 25 gennaio 2018 presso l’Università di Friburgo in Brisgovia, la splendida cittadina nel Sud della Germania, organizzata dagli amici (tedeschi) della locale Società Dante Alighieri assieme all’Università Albert-Ludwigs di Friburgo. ...
Il filo rosso del libro
Il ragionamento che svilupperemo nel libro può essere così sintetizzato. Vi sono delle “regole del gioco”, ben note all’analisi economica, che rendono un’unione monetaria sostenibile. Tali principi prescrivono che gli squilibri esterni (delle partite correnti) fra i Paesi di un’area valutaria vadano regolati col concorso sia dei Paesi in avanzo che dei Paesi in disavanzo. Queste regole sono analoghe a quelle già imperfettamente applicate nel sistema aureo, un sistema monetario internazionale a cui l’euro è considerato affine. Con la copertura di precetti monetaristi, le regole nei fatti adottate nell’Eurozona sono invece altre, e sono in buona misura quelle desiderate dalla potenza europea dominante, in maniera tale che la moneta unica non ne contraddica il modello economico mercantilista. Il fatto che tali regole non abbiano funzionato nello stabilizzare l’area euro è condiviso; ma perché sbagliate, oltre che contorte, o perché non rispettate? Il processo di riforma delle regole, attualmente in corso, sembra basarsi sulla seconda tesi.
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Il picco di Draghi
Il "sottile" mercantilismo alla prova della bolla globale
di Quarantotto
La notizia ha praticamente fatto il giro del mondo: Draghi (da Washington) "ammette: la crescita potrebbe essere giunta al suo picco".
Risulta dunque di estremo interesse capire per quali ragioni, secondo l'illustre banchiere centrale, il "ciclo" potrebbe entrare nella sua fase discendente.
Ebbene, a stare a quanto riporta Zerohedge, oltre a un profluvio di "platitudes" (banalità), a ben vedere, Draghi queste ragioni non le indica: genericamente si richiama a degli "indicatori economici" che preannunzierebbero il raggiungimento del "picco", ma aggiunge poi, - non si sa bene in base a quali valutazioni-, che "lo slancio della crescita è atteso in prosecuzione", e che "il protezionismo (?) potrebbe aver già prodotto i suoi effetti sugli indicatori (altri? gli stessi della crescita?) del global sentiment".
Conclusione: da un lato, "un ampio grado di stimolo monetario rimane necessario", dall'altro, però, trapela (secondo Bloomberg) che i componenti del Consiglio BCE vedono come ragionevole attendere fino alla riunione di luglio per annunciare la fine del programma di acquisti".
2. Dal che si desume, per necessità logica insita nel ragionamento sintetizzato, che:
a) il fantomatico protezionismo sarebbe la causa principale, se non unica, del paventato rallentamento della crescita, mentre questa, viceversa, si basa su elementi puramente piscologici, o, più esattamente, capricciosi, cioè sul "sentiment" di non meglio individuati decisori globali;
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Che si può fare con questa Europa
di Carlo Clericetti
“Europa: quali regole rivedere (e come) per salvare l’Unione” era il tema del seminario che si è tenuto oggi 19 aprile alla facoltà di Economia di Roma 3, promosso da Astril e coordinato dal suo presidente Sebastiano Fadda. Nel frattempo a Berlino Angela Merkel e Emmanuel Macron annunciavano che entro giugno avrebbero concordato una proposta per la riforma dell’Eurozona. Le indiscrezioni affermano che probabilmente non ci riusciranno, ma volendo fare gli ingenui ci sarebbe da chiedersi perché mai su una problematica di tale rilevanza questi due paesi ritengano corretto annunciare ufficialmente che si metteranno d’accordo tra loro, sottintendendo in pratica che tutti gli altri potranno al massimo tentare di proporre qualche modifica al quadro da essi disegnato. D’altronde l’Italia brilla per la sua assenza, e non solo perché non c’è ancora un governo nella pienezza dei suoi poteri. E’ bene ricordare che Germania e Francia non hanno dato finora nessun segno di voler fare beneficienza, in particolare nei confronti del nostro paese. Qui di seguito il mio intervento al seminario di oggi.
* * * *
Quando Sebastiano Fadda mi ha parlato di questo seminario ho pensato due cose. La prima, che questa fosse un’ottima iniziativa. E’ in corso un dibattito sulla riforma dell’Unione che dovrebbe essere varata entro il prossimo anno, le proposte di cui si discute avrebbero – se approvate – pesantissime ripercussioni sulla nostra situazione, ma in Italia di questo problema quasi non si parla: molto poco a livello di economisti, niente del tutto in ambito politico, dove ci si accontenta di dichiarazioni generiche per lo più di fedeltà all’Europa, come se qualsiasi altro problema fosse secondario e poco rilevante.
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Austerità in Italia: i sacrifici alimentano il debito
di Walter Paternesi Meloni, Antonella Stirati
Negli ultimi anni il rapporto tra debito pubblico e PIL è aumentato, non diminuito, e questo, insieme ad una informazione economica spesso tendenziosa o di cattiva qualità, potrebbe indurre molti a credere che le politiche di austerità in Italia non siano state fatte, o quantomeno che non siano state fatte a sufficienza (si vedano, rispettivamente, le dichiarazioni degli ex commissari alla spending review Perotti e Cottarelli). Al contrario, in questa breve nota proveremo a mostrare per mezzo di alcuni dati di contabilità nazionale che i tagli alla spesa e l’aumento della pressione fiscale ci sono stati, e che proprio per questo il rapporto debito/PIL è aumentato.
Il fondamento economico per cui le politiche di austerità fiscale possono in molti casi peggiorare ciò che dicono di voler migliorare, ossia il rapporto debito/PIL, risiede nel fatto che, per via del moltiplicatore fiscale,[1] la riduzione di debito pubblico – attuata ad esempio grazie ad un avanzo di bilancio – può causare una riduzione del denominatore del rapporto (il reddito) di proporzione maggiore della riduzione del numeratore (il debito pubblico). In altre parole, un consolidamento fiscale, inteso come taglio della spesa o aumento delle tasse, può far crescere il rapporto debito/PIL invece di ridurlo.[2] Per queste ragioni il principio del bilancio in pareggio, introdotto in Costituzione nel 2012 ed in linea con le linee di politica economica dettate dal Fiscal Compact, non è virtuoso ogni qual volta l’economia si trovi in una fase ciclica negativa o comunque vi siano nel Paese lavoro e capacità produttiva (gli impianti delle imprese) inutilizzati o sotto-utilizzati.[3]
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Rousseau, il conflitto e la politica
Note a margine del libro La gabbia dell'Euro
di Giovanni Di Benedetto
Il libro di Domenico Moro, La gabbia dell’euro (Imprimatur, Reggio Emilia, 2018) è un agile pamphlet nel quale l’autore sostiene che il dispositivo dell’euro e del vincolo monetario rappresenta lo strumento attraverso il quale le classi dirigenti europee hanno ridefinito, a proprio favore, i rapporti di forza e gli equilibri, per come si erano assestati lungo i Trenta gloriosi, con le classi subalterne e, in primis, il movimento operaio. Si è trattato di una vera e propria controrivoluzione per affermare, a partire dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso, il dominio del capitale e, con esso, margini di profitto in grado di fronteggiare i limiti di redditività dovuti alla caduta tendenziale del saggio di profitto, e per causare l’erosione del carattere pubblico e redistributivo dello Stato dei diritti e del welfare keynesiano. La proposta del libro di Moro risiede nella necessità di superare l’integrazione europea e, in particolare, l’integrazione valutaria e l’euro: “in effetti, non è credibile lottare per la sanità, per il salario, per la creazione di posti di lavoro, per i servizi del proprio comune se si cozza contro la gabbia dell’integrazione europea, soprattutto valutaria. (…) In questo senso, l’obiettivo del superamento dell’euro permette di recuperare i salariati, i disoccupati e i giovani alla partecipazione politica e di ricostruire una coscienza di classe a livello europeo” (D. Moro, ibidem, p. 95). L’intento di queste riflessioni non è, tuttavia, quello di riassumere il testo di Moro; già numerose sono le recensioni, tutte di valida fattura, che danno conto delle tesi dell’autore. Il proposito, più modesto, consiste e si limita, piuttosto, a soffermarsi, brevemente, su tre temi che vengono affrontati ne La gabbia dell’euro e che oggi assumono, agli occhi di chi scrive, particolare importanza.
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