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Requiem per l'euro
Intervista ad Alberto Bagnai
Il 19 marzo sono andato al Casale Alba due per un incontro dal titolo eloquente, che forse ricorderete:
Fra il pubblico c'era un simpatico giovine friulano, che poi mi contattò per un'intervista da pubblicare su questo interessante blog. Qualcuno di voi ha saputo, e qualcun altro intuito, che anno io abbia passato. Fatto sta che sono riuscito a rispondere alle sue domande (corrette e moderatamente stimolanti) solo qualche giorno fa. Non ho avuto alcuna risposta. A questo punto, visto che ho perso tempo a rispondere, l'intervista la pubblico qui (dove avrà molte più opportunità di essere letta). Fatemi sapere se vi interessa, e magari anche perché il mio parere oggi non viene più ritenuto interessante dal blog dei montanari (a proposito: fra pochi minuti sono su Radio Onda Rossa: Bagnaiextraparlamentaredisinistraaaaaaaa...).
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1° Prof. Bagnai, l'Italia entrando nell'UEM ha adottato un cambio sopravvalutato - una delle cause principali della perdita di produttività delle aziende medio-piccolo - che, in assenza dello strumento della svalutazione esterna, impone sostanzialmente due vie per incrementare la competitività delle imprese: la deflazione salariale e la precarizzazione del lavoro.
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Un battitore libero si aggira per l’Europa
di Andrea Ventura
La sera del 15 aprile 2015 il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha un incontro riservato con Lawrence Summers. Nella penombra del bar di un albergo di Washington, davanti a un bicchiere di whisky, l’ex consigliere economico di Obama pone a Varoufakis la seguente alternativa: deve decidere se essere un insider, oppure un outsider. Se sceglie la prima strada, oltre all’accesso alle informazioni rilevanti ha la possibilità di partecipare a importanti decisioni sulle sorti dei popoli. Deve però rispettare una regola fondamentale: non ribellarsi agli altri insider, né denunciare agli outsider quello che gli insider dicono e fanno. Se invece sceglie di essere un outsider, mantiene la libertà di esprimere le proprie opinioni, ma paga questa libertà con l’essere ignorato dagli insider, dunque con l’irrilevanza delle sue posizioni. L’apertura del libro di Varoufakis Adults in the Room, è illuminante. Quello che molti intuiscono, fin dalle prime pagine del volume è raccontato con precisione: il meccanismo di costruzione del potere è costituito da reti e canali d’informazione all’interno dei quali politici ed economisti, ma anche opinionisti e mezzi di comunicazione, sono costretti a coprire la verità, oppure, se scelgono di dirla, pagano questa scelta con l’esclusione dai circuiti informativi e dal potere. L’opacità e la copertura delle informazioni rilevanti, o più semplicemente l’attitudine alla menzogna, sono in sostanza la naturale condizione di ogni insider.
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“In Germania ha vinto la protesta. L'UE è irriformabile, come non capirlo?”
G. Russo Spena intervista Vladimiro Giacché
Non lo definisce “vento populista”, preferisce chiamarlo più semplicemente “vento della protesta” anche quando si tratta di commentare le elezioni tedesche e il grande exploit dei nazionalisti dell'AfD. Vladimiro Giacché, economista e presidente del centro Europa Ricerche, ne è convinto: “Se l'Europa vira a destra è per precise responsabilità della sinistra che è stata in buona parte corresponsabile delle politiche neoliberali (mi riferisco in particolare ai partiti socialisti/socialdemocratici) e dove non lo è stata, non ha saputo affrontare le radici della crisi e mettere davvero in discussione l’assetto dell’Europa di Maastricht”.
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Il crollo (annunciato) della Spd e la vittoria dell'estrema destra dell'AfD, sono questi i due aspetti predominanti del voto tedesco?
Aggiungo il crollo della CDU e della CSU, le due forze che sostenevano Angela Merkel. Non si tratta di un dettaglio: la frana riguarda entrambi i partiti che un tempo determinavano la politica tedesca.
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Brexit per andare dove?
di Salvatore Perri
In un’intervista il capo economista della Bank of England[1] ha fatto pubblica ammenda per le previsioni “errate” rispetto ai possibili effetti della Brexit, attribuendo questi errori al diverso comportamento degli operatori rispetto alle ipotesi del modello. Cosa accadrà realmente con la Brexit nessuno può dirlo, dipenderà dall’esito degli accordi che necessariamente dovranno essere presi. Se gli accordi dovessero modificare le libertà fondamentali, la libera circolazione di persone, merci e capitali, le conseguenze non possono che essere negative, perché non ci sono ragioni economicamente sostenibili a supporto del contrario. Nel caso della “hard Brexit” ci sarà una perdita di benessere per tutti, ma i rischi maggiori li correrà proprio la Gran Bretagna.
Aspettative e Brexit
In primo luogo la Brexit vera e propria non c’è stata, questa constatazione ovvia non è stata sufficientemente considerata nel dibattito attuale, allora cosa avrebbero stimato gli esperti della Banca d’Inghilterra? Essi hanno considerato i possibili effetti reali che “l’annuncio” della Brexit avrebbe determinato.
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Elezioni tedesche: un risultato scontato dalle conseguenze scontate
di Alessandro Somma
Il partito della Cancelliera vince ma viene ridimensionato (33%), i Socialdemocratici crollano (20,5%), mentre la destra xenofoba diventa il terzo partito (12,6%): è questo l’esito delle elezioni tedesche, che probabilmente porteranno al governo una coalizione di Cristianodemocratici, Liberali (10,7%) e Verdi (8,9%). Per i primi commentatori si tratta di un risultato inatteso, addirittura di una cesura storica, preludio di un periodo di incertezze e instabilità. Con il rischio concreto di scenari inediti e potenzialmente drammatici per la Germania e l’Europa, che perde la sua ancora di salvezza, così come per la il Socialismo europeo, a questo punto avviato verso l’estinzione.
Così i principali commenti. Ma a bene vedere quanto è successo era ampiamente prevedibile, e non porterà nessuna particolare novità negli scenari politici né a Berlino, né a Bruxelles.
Non è un risultato imprevedibile
Erano innanzi tutto prevedibili i risultati elettorali delle forze politiche in campo, a partire da quelli di Alternativa per la Germania (AfD): la formazione nata nel 2013 su posizioni euroscettiche, poi cresciuta durante la crisi dei migranti sulla scia di parole d’ordine xenofobe.
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Europa, alla ricerca del sesto scenario
Claudio Gnesutta
Il documento di Jean-Claude Juncker propone 5 scenari alternativi per l’Unione Europea. Ma ora più che mai è necessario mettere in campo un altro scenario, radicalmente diverso, in cui l’autoriforma delle istituzioni europee sia volta a sostenere lo sviluppo e la stabilità sociale all’interno e tra i paesi membri
Il primo marzo di quest’anno, il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha presentato il “Libro bianco sul futuro dell’Europa: le strade per l’unità nell’UE a 27”. Di fronte a un passaggio incerto dell’istituzione europea dopo la Brexit, ma soprattutto in presenza della crescente ostilità popolare nei confronti delle politiche europee, il documento veniva presentato come la base di discussione delle linee di sviluppo dell’Unione e fissava le possibili alternative cui sarebbero soggetti i paesi nello scegliere il loro percorso verso la futura Europa. È lo sfondo sul quale si regge anche il suo recente discorso sullo Stato dell’Unione 2017.
Il documento prospetta cinque scenari alternativi con i quali i paesi dell’Unione dovranno confrontarsi prossimamente, superate le ormai prossime elezioni tedesche. Appare quindi tempestivo e di grande interesse il contributo di Alessandro Somma – Europa a due velocità. Postpolitica dell’Unione Europea, Imprimatur 2017 – che offre una ampia e ragionata esposizione del significato e delle implicazioni dei cinque scenari che – secondo la Commissione – delineano «quello che potrebbe essere lo stato dell’Unione da qui al 2025 ». Merito di Somma è interpretare una tale proposta istituzionale in connessione con le altre deliberazioni della Commissione in merito alla difesa, alle finanze, all’inclusione sociale e qualificare così il senso delle diverse alternative in maniera più precisa di quanto non indicasse la rapida presentazione di marzo.
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Elettori o consumatori? Il deficit democratico nell’Unione Europea
di Domenico Cortese
Due tematiche parallele sono, ad intervalli regolari, al centro delle polemiche sui media quando si tratta di essere scettici riguardo all’assetto socio-politico dell’Unione Europea. La prima è l’approccio intrinsecamente neo-liberista codificato in maniera definitiva nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea: i pilastri su cui si fonda la costruzione comunitaria sarebbero la libera circolazione di merci e capitali e gli stretti parametri sulla gestione del bilancio pubblico. Ha causato diatribe, poi, il recente tweet della Bce secondo la quale il compito che spetta ad essa, in quanto indipendente dalle finalità politiche, sarebbe semplicemente la stabilità dei prezzi e non la “crescita” o la “creazione di occupazione”. La seconda tematica è il così detto deficit democratico dell’Ue, la nota tesi secondo cui il potere legislativo comunitario sarebbe nelle mani di enti e persone non “direttamente elette dal popolo” e, perciò, mancante di legittimità.
In questo articolo cercheremo di spiegare le ragioni e le sfaccettature della seconda tematica tramite un’interpretazione filosofica delle problematiche di cui il primo tema si occupa.
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I trattati e l’euro producono il nuovo nazionalismo degli stati
di Domenico Moro
Relazione all’incontro del 9 settembre a Roma “Unione europea, lavoro, democrazia, Contributi per il programma dell’alternativa”
Spesso le critiche all’Europa e le proposte di uscita dall’euro sono accusate, prima ancora di essere economicamente irrealizzabili, di favorire lo sviluppo del nazionalismo. Eppure, sono proprio i trattati europei e il sistema dell’euro ad aver contribuito in modo determinante allo sviluppo del nazionalismo e della xenofobia a livello di massa per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale.
Quando parliamo di nazionalismo, però, non bisogna intendere esclusivamente il senso comune diffuso o l’ideologia nazionalistica dei partiti di estrema destra bensì un comportamento concreto – a livello politico e economico - dei singoli stati e dei singoli governi nazionali, che viene poco percepito, perché nascosto dietro una dichiarata ideologia cosmopolita e neoliberista.
Il nazionalismo è il prodotto dei vincoli alla spesa pubblica, dei cambi fissi, e dell’autonomia della banca centrale europea, che hanno non solo accentuato gli effetti negativi della crisi sistemica capitalistica, ma hanno soprattutto creato o aumentato i divari tra stati e economie nazionali. Si è creata una forbice, sempre più larga, tra la Germania, favorita dall’introduzione dell’euro, e la maggior parte dei Paesi Uem, compresi Italia, Spagna e Francia. A essere messi in difficoltà dall’euro sono stati anche paesi che non hanno aderito all’euro, tra i quali in primo luogo il Regno Unito.
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La sinistra fra vincoli economici autoimposti e vincoli veri
Intervento al convegno su UE, lavoro, democrazia
di Sergio Cesaratto
Pubblichiamo il mio intervento all'incontro di cui ai due post precedenti qui e qui. La registrazione è qui (gli interventi sono distinti per nome, h/t a Radio radicale). Tutte le relazioni sono state interessanti, di grande livello, e convergenti; discussant e soprattutto dibattito piuttosto deludenti (tranne Domenico Moro); i due politici (a parte Fassina) molto deludenti (a parte la presenza fuggitiva). Ciò che mi colpisce è che fra il popolo della sinistra del 2% e i politici che esprime da un lato, e l'intellighenzia di sinistra dall'altro vi sia ora uno iato, come testimonia per esempio questa intervista a Streeck. Anna Falcone ha fatto affermazioni del tipo: «Il capitalismo globale non si può contrastare se non con un'operazione di grande democratizzazione globale» e poi «Tutto il mondo deve essere aiutato a vivere laddove le popolazioni decidono liberamente di vivere». Pippo Civati che dopo la costituente italiana (della sinistra) faremo la costituente europea. Dove si va con questo cosmopolitismo? Alcuni interventi hanno sollevato il problema ambientale, che è certamente un'emergenza più che seria. Tuttavia, affermazioni del tipo "torniamo a una economia di sussistenza" o "blocchiamo gli investimenti" non aiutano certo. Così come dare contro lo Stato nazionale in nome di un globalismo astratto. Certamente il problema ambientale è globale, ma è al riguardo necessaria un'analisi geopolitica sugli interessi che si muovono in campo ambientale. Lo Stato nazionale democratico è strumento di azione per costruire la cooperazione azione e internazionale sulla base del consenso del proprio popolo. La denuncia non basta, serve più analisi, anche da parte degli economisti naturalmente.
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1973-2017, il collasso ideologico della “sinistra” francese (ed europea)
di Bruno Guigue*
Nel 1973, il colpo di stato del generale Pinochet contro il Governo di Unità Popolare in Cile provocò un’ondata di indignazione senza precedenti nei settori progressisti del mondo intero. La sinistra europea ne fece il simbolo del cinismo delle classi dominanti che avevano appoggiato questo “pronunciamiento”. Accusò Washington, complice del futuro dittatore, di aver ucciso la democrazia armando le braccia assassine dei militari golpisti. Nel 2017, al contrario, i tentativi di destabilizzazione del potere legittimo in Venezuela hanno raccolto nel migliore dei casi un silenzio infastidito, un sermone moralizzatore, quando non una diatriba antichavista da parte degli ambienti di sinistra, che si trattasse di responsabili politici, di intellettuali che godono di appoggi o di organi di stampa a grande tiratura.
Dal Ps all’estrema sinistra (ad eccezione del “Pôle de renaissance communiste en France”, che ha le idee chiare), si rimesta, si mette insieme capra e cavoli, si rimprovera al Presidente Maduro il suo “autoritarismo” il tutto mentre si accusa l’opposizione di mostrarsi intransigente. Nel caso migliore, si chiede al potere legale di fare dei compromessi, nel peggiore si esige che si dimetta. Manuel Valls, ex primo ministro “socialista”, denuncia la “dittatura di Maduro”.
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Fiscal Compact, un appuntamento da non mancare
Roberto Romano
In autunno l’UE dovrà aprire una discussione sul Fiscal Compact per valutarne l’efficacia e farlo diventare diritto comunitario. Potrebbe essere l’occasione per rivedere le politiche adottate e portare tutta l’Europa oltre Maastricht
L’Unione Europea ha mostrato nel corso della sua storia una serie di vincoli politici, istituzionali ed economici che ne hanno limitato il suo sviluppo; questi limiti sono diventati manifesti soprattutto con la crisi economica del 2007. L’Europa nel tempo, purtroppo, è diventata una istituzione burocratica che al limite coordinava o indirizzava le politiche economiche e sociali, con degli obiettivi che diventavano sempre meno credibili in assenza di una politica pubblica nel senso stretto del termine, in particolare se consideriamo i “principi”, le “norme” e le “regole” che sottendono l’economia pubblica e i suoi tre campi d’azione tracciati da Musgrave[1], così come i così detti fallimenti del mercato sottesi all’economia del benessere (V. Pareto[2]) ripresi in molti testi di economia pubblica[3]. Il trattato di Maastricht (1992), con tutte le sue imposizioni su deficit, debito e inflazione, determina dei vincoli esogeni, ma in nessun modo prelude ad una politica economica almeno federale. Sebbene il clima culturale degli anni ottanta abbia cambiato l’orizzonte e il target dell’intervento pubblico con “nuove” parole d’ordine – semplicità e neutralità – come nuovi principi fondamentali da privilegiare rispetto all’equità[4], è comunque altrettanto vero che la politica pubblica indirizza il sistema economico verso la realizzazione di determinati obiettivi (maggiore o minore concorrenza), così come la politica fiscale (finanziaria) e l’insieme delle tasse e dei tributi, e la gestione e l’impiego delle risorse finanziarie[5].
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Gli squilibri dell’eurozona e le guerre commerciali globali
di Stefan Kawalec
È passato più di un anno dalla pubblicazione di European House of Cards, ma tutte le cause strutturali del fallimento dell’eurozona e le previsioni descritte in questo articolo di Stefan Kawalec rimangono tutt’ora in piedi, ugualmente inascoltate dai decisori politici europei. Sicché, mentre si materializzano le paventate guerre valutarie e commerciali causate dagli squilibri globali innescati dall’euro, e il dollaro americano continua a svalutarsi sulla moneta unica, l’eurozona rimane intrappolata nelle sue false speranze, di volta in volta artatamente rinvigorite o sgonfiate nel dibattito pubblico con l’intento strumentale di portare avanti le politiche deflazionarie che favoriscono i paesi più forti, quelli creditori, e le classi sociali vincenti, i rentier della finanza con i loro sostenitori. Fino a che il gioco potrà andare avanti.
Kawalec si sofferma anche sulla inevitabilità della riduzione del surplus commerciale tedesco, e sulla necessità che ciò avvenga in modo graduale. Come dimostrano precedenti storici, un surplus di questo tipo è segno di debolezza anziché di solidità: l’economia tedesca non è in grado di sfruttare le proprie risorse senza attingere alla domanda estera, e quando questa dovesse venire a mancare sarà inevitabile un periodo di recessione e alta disoccupazione.
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Non chiamatela crisi: è una guerra
di Thomas Fazi
Le post-democrazie odierne sono il risultato di un processo quarantennale di ridimensionamento della sovranità popolare e del movimento operaio che in Europa ha trovato la sua applicazione più radicale
La crisi – economica, politica, sociale e istituzionale – che stanno vivendo le democrazie occidentali, in particolar modo quelle europee, non inizia nel 2008, e neppure nei primi anni duemila, con l’introduzione dell’euro, come recita la vulgata. È una crisi che ha origini molto più lontane, che risalgono almeno alla metà degli anni Settanta. È a quel punto che il cosiddetto modello keynesiano, che aveva dominato le economie occidentali fin dal dopoguerra, entra in crisi. Come sappiamo, si trattava di un modello basato su una forte presenza dello Stato nell’economia (per mezzo di politiche industriali, sostegno agli investimenti e alla domanda eccetera), un welfare molto sviluppato, politiche del lavoro tese verso la piena occupazione e la crescita dei salari (più o meno in linea con la crescita della produttività) e l’istituzionalizzazione dei sindacati e della concertazione come strumento di mediazione tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle imprese.
A livello internazionale si basava su un regime di cambi fissi (il cosiddetto “regime di Bretton Woods”) – sistema che ruotava sostanzialmente intorno al dollaro come valuta di riserva internazionale, convertibile in oro a un tasso di cambio fisso – e su un ferreo controllo dei movimenti di capitale.
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Ritornare a Westfalia?
di Sandro Moiso
Andrew Spannaus, LA RIVOLTA DEGLI ELETTORI. Il ritorno dello Stato e il futuro dell’Europa, Mimesis Edizioni 2017, pp. 110, € 10, 00
Occorre ripartire dal Trattato di Westfalia, l’intesa che mise fine alla guerra dei trent’anni nel 1648, e che pose le basi del diritto internazionale per secoli, per comprendere il testo di Andrew Spannaus recentemente edito da Mimesis.
Già autore di un testo sulla prevedibile vittoria di Trump, pubblicato lo scorso anno dallo stesso editore e recensito all’epoca su Carmilla (“Perché vince Trump”), l’autore prosegue nella sua ricostruzione dei motivi e delle ragioni che hanno portato al successo (relativo) dei cosiddetti movimenti populisti al di qua e al di là dell’Atlantico. Con un attenzione particolare, come si deduce dal titolo, alle contraddizioni venutesi a sviluppare in Europa tra governati e governanti.
Per l’autore “L’idea di Westfalia è semplice: «gli Stati sono responsabili per il proprio territorio e i propri cittadini, e altri Stati non dovrebbero interferire con nessuno dei due». È stato il principio guida nelle relazioni tra le nazioni occidentali per tre secoli, anche se ignorato abbondantemente nei confronti di altre aree del mondo, con l’imperialismo coloniale.”
Proprio dall’abbandono di tale principio governativo ed organizzativo egli fa derivare le attuali tendenze populiste o, come dichiara il titolo stesso, la rivolta degli elettori nei confronti delle élite.
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Francia e Germania gettano la maschera: sotto l'europeismo c'è il nazionalismo
di Enrico Grazzini
Gli ideali europeisti mascherano gli interessi nazionalistici dei potenti. Il presidente francese Emmanuel Macron con grande tempestività ha deciso di nazionalizzare Stx, il maggiore cantiere navale francese, pur di non farlo cadere in mano italiana; e Macron in terra libica gioca da solo, senza l'Europa e contro l'Italia, su petrolio e immigrazione. La Francia fa come sempre i suoi interessi e, proprio come la Germania, se ne frega dell'Europa quando è in ballo il suo tornaconto. La lezione è chiara: anche l'Italia deve finalmente difendere la sua sovranità e i suoi interessi nazionali proteggendo con forza e intelligenza i suoi asset strategici e introducendo una sua moneta parallela.
Macron in Libia lavora per favorire l'azienda petrolifera francese Total e cerca di soffiare all'ENI il petrolio libico grazie alla sua estesa presenza militare in nord Africa e alla (peraltro inutile) opera diplomatica per l'accordo tra i due leader libici Sarraj e Haftar. In Francia Macron rinnega gli accordi sottoscritti tra Finmeccanica e Stx e in un battibaleno nazionalizza Stx per non cedere la sua industria cantieristica navale all'italiana Finmeccanica. Invoca (tra l'altro forse giustamente) gli interessi strategici della Francia in campo industriale e militare.
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