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la citta futura

L'Economia e l'Europa

Alba Vastano intervista Sergio Cesaratto

Intervista all’economista Sergio Cesaratto sui macrotemi dell’economia europea e su come e perché uscire dalla morsa del capitalismo europeo

trasferimento11Un’altra Europa non è possibile in quanto le entità politiche e monetarie sovranazionali hanno un’insopprimibile impronta liberista e sono funzionali a smantellare gli spazi nazionali in cui si esprime il conflitto sociale che, se regolato, è il sale della democrazia” (S.Cesaratto).

Per capire la crisi più lunga che l’Europa sta attraversando, le cause del crollo delle economie nazionali e il perché dovremmo pensare, sapendo che non sarà un percorso facile, a liberarci dalla gabbia dell’Europa e dell’euro, proviamo ad andare a lezione di economia. L’intervista che segue a Sergio Cesaratto professore ordinario di Economia internazionale, Politica monetaria europea e Post-Keynesian Economics presso l’Università di Siena, autore del saggio “Sei lezioni di economia”, offre un panoramica sui macrotemi dell’economia e sulle dinamiche originarie che hanno portato il mondo del lavoro e l’economia europea in un loop da cui è necessario uscire al più presto.

* * * *

Professor Cesaratto, lei è un economista eterodosso rispetto agli economisti marxisti che ritengono ancora oggi valida la legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. Ci può spiegare in breve in cosa consiste il suo disaccordo sulla teoria del valore?

Se ne discute da 150 anni, difficile rispondere in poche righe.

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economiaepolitica

Quale Moneta fiscale? Un confronto tra alcune proposte

di Enrico Grazzini

Dopo aver pubblicato l’articolo sulla moneta fiscale di Bossone, Cattaneo, Costa e Sylos Labini, anche Enrico Grazzini interviene sull’argomento e commenta alcune delle diverse proposte sul campo

moneta fiscale 600x342 1In questo articolo mi propongo di chiarire perché l’architettura della moneta unica europea è strutturalmente squilibrata e genera crisi. E perché la moneta fiscale, nella versione pubblicata da Micromega e promossa dal compianto Luciano Gallino, possa rappresentare la soluzione ai problemi dell’euro. Mentre altre versioni di moneta fiscale possono invece essere impraticabili.

Le cause genetiche e strutturali della fragilità dell’euro sono queste:

1. La moneta europea è diventata la leva principale per imporre l’egemonia tedesca sulle economie periferiche, ovvero lo strumento per imporre una forma di colonialismo commerciale, monetario e finanziario. E’ noto che l’euro è stato creato a Maastricht con criteri dettati dalle classi dirigenti tedesche, cioè a immagine e somiglianza del marco, una delle monete più forti e stabili al mondo insieme al franco svizzero e allo yen giapponese. L’euro, in quanto moneta creata per essere forte e stabile, come il marco, non solo contrasta l’inflazione ma è intrinsecamente deflattivo e comprime lo sviluppo della maggior parte dei paesi dell’eurozona. Tuttavia per l’industria tedesca, molto competitiva, l’euro è una moneta debole, svalutata rispetto al vecchio marco, e favorisce perciò il surplus commerciale con l’estero. Grazie all’euro, la Germania può praticare senza eccessivi vincoli la sua politica mercantilistica: e con i suoi surplus esporta disoccupazione e deflazione.

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orizzonte48

Il debito pubblico grava sulle generazioni future?

Molto, molto meno dell'euro, mr Moscovici

di Quarantotto

GettyImages 6321592161. L'immancabile Repubblica, adiuvata criticamente dalla Stampa, riporta la ormai nota (quanto trita) replica di Moscovici all'uscita di Renzi sull'aggiramento/modifica del fiscal compact:

Accoglienza tiepida se non fredda a Bruxelles per la proposta lanciata da Matteo Renzi di tenere il deficit al 2,9% per cinque anni per liberare risorse per spingere la crescita economica. "È interesse dell'Italia continuare a ridurre il deficit per ridurre il debito pubblico che pesa sulle generazioni future e impedisce di investire: ogni euro per far fronte al debito è un euro in meno alla scuola, agli ospedali, all'economia", ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici prima di entrare all'Eurogruppo.

Soffermiamoci, per l'ennesima volta, sul concetto espresso nella parte evidenziata della dichiarazione (in automatico) di Moscovici.

C'è un punto che i giornaloni si guardano bene dal cogliere, limitandosi a lamentarsi genericamente che la reazione delle istituzioni UE sarebbe stata nettamente diversa, e ben più possibilista, se fossero stati Macron o la Merkel a sollevare la questione del "ritorno a Maastricht" (ipotesi altamente inverosimile, dato che il fiscal compact è il figlio necessitato delle programmatiche asimmetrie provocate dall'euro).

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controlacrisi

Perché l’uscita dall’euro è internazionalista

III. Oltre il rifiuto del politico. L’euro come anello fondamentale del recupero della lotta politica

di Domenico Moro

Qui e qui le parti precedenti

Riunione segreta massonicaÈ necessario sul piano politico e prima ancora sul piano teorico il superamento di una visione unilaterale della realtà, che guardi unicamente o al livello statale o a quello sovrastatale. In ogni fase storica va definito qual è il rapporto concreto che lega i livelli statale e sovrastatale dell’accumulazione di capitale. Nell’epoca del capitalismo globalizzato lo stato nazionale non si eclissa, si trasforma. Le funzioni che è più utile tenere al suo interno e sulle quali il controllo della classe dominante è più saldo, vengono rafforzate. Viceversa, vengono delegate a organismi sovrastatali le funzioni il cui controllo da parte della classe dominante è più debole o incerto o la cui modifica è richiesta dalle caratteristiche della fase dell’accumulazione capitalistica.

La conseguenza principale dell’unione economica e valutaria europea (Uem) non è stata l’eliminazione della sovranità nazionale dello stato, ma la modificazione dei rapporti di forza tra le classi all’interno dello Stato, a favore dello strato di vertice e internazionalizzato del capitale. Di conseguenza, l’obiettivo politico principale della classe lavoratrice nel contesto europeo non è tanto la rivendicazione della sovranità nazionale, quanto il recupero e l’allargamento dei livelli precedenti di sovranità democratica e popolare.

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sollevazione2

L’inganno della sovranità europea

Una risposta a Tomaso Montanari

di Ferdinando Pastore*

Nell’era del pensiero unico neo-liberista, nella quale appare inverosimile mutare le politiche d’indirizzo economico, presentate alla collettività come necessarie, ineluttabili, dettate dal pilota automatico, si rincorrono, in Italia, tentativi di ricostruzione della sinistra, che di continuo sono progettati mediante appelli alla società civile al fine di attuare la Costituzione italiana

ue 2016 1 longoCostituzione, società civile, corpi intermedi

Già gli appelli alla società civile, entità astratta e non corrispondente ad alcun blocco sociale, sembrano in aperta contraddizione con lo spirito costituzionale, dato che essi si servono delle medesime caratteristiche di spoliticizzazione della società che sono insite nella prassi neo-liberista: il primato dell’economia sulla politica, il mito del privato rispetto al pubblico, la denazionalizzazione della moneta, lo smantellamento dello stato sociale, l’annientamento dei corpi intermedi ormai chiusi in apparati ermetici ma al contempo innocui e congeniali per il mantenimento dello status quo.

Difatti, proprio quando ci si rivolge alla società civile, si lascia intendere che i diritti sociali, ispirati a principi solidali e non mercantilistici, un tempo protetti dallo Stato, hanno perso la loro funzione politica: quella di dare rappresentanza allo scontro sociale.

Essi sono così sostituiti dagli interessi dei gruppi di pressione, che ancora organizzati in apparati burocratici, in realtà, perseguono fini privati, tendenti al mero profitto economico e trovano terreno fertile nel momento in cui il neo-liberismo ha operato una mutazione sostanziale dell’individuo ormai ridotto a imprenditore di sé stesso e a eterno soggetto desiderante, non più in grado di prendere coscienza delle condizioni di sfruttamento nei rapporti produttivi e di alienazione nella propria condizione esistenziale (1).

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vocidallestero

La crisi dell’UE e le memorie divise dell’Europa

Leonardo Paggi, Geoff Eley, Wolfgang Streeck

14565059801 1024x562 1457688600Pubblichiamo la traduzione di alcuni estratti da un’intervista di Carlo Spagnolo (Università di Bari) con Geoff ELEY, Università del Michigan (G.E.), Leonardo PAGGI, Università di Modena (L.P.), e Wolfgang STREECK, Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung, Colonia (W.S.), già pubblicati in lingua inglese sul Blog di Sergio Cesaratto (Università di Siena) [e su Sinistrainrete]. L’intervista sarà prossimamente pubblicata integralmente su “Le memorie divise dell’Europa dal 1945”, volume monografico della rivista “Ricerche Storiche”, n. 2/2017. Questo eccezionale documento è un dialogo illuminante sulle cause dell’attuale crisi europea, e sui possibili scenari che si prospettano per l’Unione, i paesi membri, ed i popoli europei.

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1. Fin dai suoi inizi, l’integrazione europea ha incontrato resistenze e attraversato fasi di stasi e di involuzione, ma la crisi odierna presenta caratteristiche inedite e ben più gravi. A partire dalla bocciatura del trattato costituzionale in Francia e Olanda nel 2005 abbiamo assistito alla crescita di movimenti “populisti” nazionali contrari all’immigrazione e alla deregolamentazione del mercato del lavoro, ad una rinascita del nazionalismo in diversi paesi ed al voto a favore della Brexit del 23 giugno (2016).

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contropiano2

L’Unione Europea nella globalizzazione

di Franco Russo

Unione Europea deforma le cose 720x300USA: lo stato profondo

Quest’articolo ha uno scopo delimitato: esaminare gli orientamenti e le iniziative degli organi dell’Unione Europea (UE), o di suoi influenti rappresentanti, relativamente all’attuale fase della globalizzazione, dopo che dagli USA il presidente Trump ha fatto risuonare il grido America first! Una prima reazione di commentatori, di esperti e anche di militanti della sinistra anticapitalista hanno frettolosamente reagito affermando che il ciclo della globalizzazione si era ormai chiuso e hanno profetizzato il ritorno al protezionismo a difesa degli interessi nazionali. Dunque, fine imminente della globalizzazione e rinascita dei conflitti tra Stati nazionali, chiamati a sostenere i rispettivi capitalismi. Paradossalmente queste posizioni tradiscono una visione tipica dell’ideologia liberale che da Montesquieu in poi ha esaltato il dolce commercio come base per costruire relazioni armoniche e pacifiche tra nazioni ad economia capitalistica, dimenticando che nel mercato mondiale da sempre si sono svolti e, nella sua attuale fase di globalizzazione, si svolgono azioni sia di cooperazione sia di conflitto, anche militare, tra grandi spazi economico-politici.

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micromega

La (ir)rilevanza della teoria economica sull’uscita dall’euro

di Guglielmo Forges Davanzati

uscita dall euro economisti 510Una coscienza culturale europea esiste ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra x anni questa unione verrà realizzata la parola nazionalismo avrà lo stesso valore archeologico che l’attuale municipalismo (Antonio Gramsci, 1931)

A partire dallo scoppio della crisi, non pochi economisti si sono interrogati sui costi e i benefici dell’abbandono dell’euro da parte dell’Italia. Gli argomenti a favore dell’exit sono piuttosto deboli, soprattutto a ragione della impossibilità di prevedere cosa potrebbe accadere. Più in generale, l’intera discussione appare di scarsa rilevanza se si considera che il problema è intrinsecamente politico.

Non vi sono dubbi sul fatto che l’attuale architettura istituzionale dell’eurozona e le politiche di austerità messe in atto negli ultimi anni siano assolutamente irrazionali.

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controlacrisi

Perché l’uscita dall’euro è internazionalista 

Parte II - Nazione, Stato e imperialismo europeo

di Domenico Moro

Qui la Parte I

imperialismo 01. Le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione

La diffidenza verso il concetto di nazione e la tendenza europeista, entrambe diffuse in diversi settori della società italiana, sono il prodotto della nostra storia recente e meno recente. L’imperialismo italiano, tra gli anni ’80 dell’Ottocento e gli anni ’40 del Novecento, ha fatto della nazione, nella forma ideologica estremistica del nazionalismo, il substrato della sua politica espansionistica. Lo stato liberale e lo stato fascista, senza alcuna soluzione di continuità tra di loro, hanno generato una serie di guerre, dalle prime spedizioni coloniali in Eritrea, Somalia e Libia, alla Prima guerra mondiale, alle guerre d’Etiopia e di Spagna e, infine, alla disastrosa partecipazione alla Seconda guerra mondiale. L’esito di questa tendenza espansionistica è stato devastante sia per le condizioni delle masse popolari sia per le ambizioni dell’élite capitalistica. L’Italia, precedentemente annoverata fra le grandi potenze, subisce nel ’43 una sconfitta pesantissima e umiliante, che ne declassa il rango internazionale. Si è così prodotto un diffuso rigetto verso ogni forma di nazionalismo, che si è esteso al concetto stesso di nazione anche all’interno della sinistra, nonostante la Resistenza contro il nazi-fascismo fosse in primo luogo una lotta di liberazione nazionale.

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orizzonte48

Rivedere i trattati?

Il vincolo esterno secondo Caffè e la Costituzione

di Quarantotto

federico caffe 21. Nel post ALLA RICERCA DELLA SOVRANITA' PERDUTA: SALVIAMO (chirugicamente) LA COSTITUZIONE, e nell'articolato dibattito che ne è seguito, abbiamo cercato di delineare le misure di rafforzamento dell'attuale modello costituzionale di fronte allo svuotamento determinato da ogni genere di trattato economico che imponga un "vincolo esterno": in essenza, si tratta di precisare i limiti e le procedure di verifica democratica della legittimazione e del modo di esercizio del potere negoziale di coloro che sono chiamati a trattare in nome e per conto dell’Italia. 

E ciò rispetto ad ogni tipo di trattato internazionale, futuro ma anche passato e ancora in applicazione.

"Messo in sicurezza" questo presupposto imprescindibile di ogni iniziativa negoziale legittima entro il quadro dell'art.11 Cost., in un modo che rifletta, né più né meno, la reciprocità rispetto a quello che reclama (qui pp.2-3) un "contraente" come la Germania rispetto al proprio modello costituzionale, proviamo di conseguenza a ipotizzare in che modo si possano modificare i trattati europei attuali, nell'ambito di qualsiasi strategia volta a renderli sostenibili in coerenza con la tutela della sovranità democratica del lavoro delineata in Costituzione.

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marcozanni

Le Asimmetrie dell'Unione Bancaria

Intervento di Vladimiro Giacché

Joseph Mallord William TurnerBuongiorno a tutti.

Desidero innanzitutto ringraziare l’on. Marco Zanni per aver voluto la realizzazione delle ricerche che qui presentiamo e il gruppo parlamentare Europe of Nations and Freedom che ci ospita.

Il focus di queste ricerche è rappresentato dalle asimmetrie che attualmente caratterizzano la regolamentazione bancaria in Europa.

Queste asimmetrie emergono sia con riferimento a quanto è regolamentato nel contesto della Unione Bancaria propriamente detta (o forse impropriamente detta, a giudicare dalle forti asimmetrie e squilibri interni che come vedremo la caratterizzano), sia con riferimento a quanto resta fuori dalla regolamentazione bancaria, ossia lo Shadow banking system, un’area grigia non normata che sta guadagnando terreno rispetto al sistema bancario tradizionale, ipernormato.

Lascio ai ricercatori del Centro Europa Ricerche che prenderanno la parola dopo di me il compito di esporre i contenuti puntuali della nostra ricerca su questi temi.

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politicaecon

The Eu Crisis and Europe's divided Memories

Leonardo Paggi, Geoff Eley, Wolfgang Streeck

Pubblichiamo d'accordo con la rivista "Ricerche Storiche" l'estratto di un'importante intervista a tre noti intellettuali, G. Eley, L. Paggi e W. Streeck. Ringrazio il prof. Spagnolo e Leonardo Paggi  per l'onore. Speriamo a breve in una traduzione in italiano [s.c.]

Europa161Excerpts from an interview by C. Spagnolo (Univ. Bari) with Geoff ELEY, Univ. of Michigan (G.E.), Leonardo PAGGI, Univ. of Modena (L.P.), and Wolfgang STREECK, Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung, Köln (W.S.), to be published in “Le memorie divise dell’Europa dal 1945”, monographic issue of the Journal "Ricerche Storiche", n. 2/2017.

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1. Right from the beginning, European integration encountered resistance and has experienced periods of stasis and regression but today’s crisis is of a new, more extreme kind. Since the rejection of the constitutional treaty in France and the Netherlands in 2005 we have seen the growth of local “populist” movements opposed to immigration and the loss of control over the employment market, a resurgence of nationalism in many countries and the referendum vote in favour of Brexit on 23 June (2016).

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contropiano2

Le “regole europee” che distruggono l’Europa a beneficio della Germania

di Alessandro Avvisato

germania uccide europaScriviamo queste poche righe per i nostri interlocutori nella sinistra variamente anticapitalista (le autodefinizioni sono ormai più numerose che efficaci). E’ noto infatti che abbiamo messo da tempo al centro della nostra riflessione sul “potere effettivo” l’Unione Europea, i suoi trattati, i meccanismi della governance sull’intero continente e soprattutto su lavoratori e ceti popolari.

Da cui facciamo discendere una linea di rottura della Ue come condizione minima indispensabile per poter concretamente avanzare verso un cambiamento radicale, in qualche misura socialista.

Sappiamo benissimo che molti (ma sempre meno) continuano a restare aggrappati a vecchi schemi analitici, confondendo – secondo noi – la dimensione “internazionalista” del capitale con quella dei lavoratori. Il movimento operaio è stato sempre internazionalista, fin da quando i capitali erano ancora rigidamente nazionalisti; dunque un sistema di valori universalista non dipende dai confini storicamente determinati esistenti in un certo momento storico. Mentre la lotta politica concreta deve naturalmente da fare i conti con le condizioni date.

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orizzonte48

Il "piano" di Macron? E' il piano funk, l'unico €uro-futuro praticabile

di Quarantotto

IMG 1175 e14869192662671. Noi abbiamo già visto in vari post, nel corso di questi anni, come Martin Wolf, nell'ambito degli economisti-commentatori dell'establishment, (oscillante nel tempo tra posizioni hayekiane, quando, non a caso, era forte l'influenza del "68"...e neo-keynesiane, all'indomani della crisi del 2008), sia fondamentalmente un fautore della "classe media", come fosse una sorta di specie protetta alla quale, agli occhi dell'establishment, spetta quella funzione di stabilizzatore della conflittualità sociale evidenziata da Basso, con esito inevitabilmente favorevole al dominio delle elites.

La tattica più efficace di conservazione dell'assetto capitalistico neo-liberista, è appunto quella di trovare in ogni maniera una (almeno) formale differenziabilità di interessi socio-economici, pur in concomitanza della scomparsa dei partiti di massa (e quindi della democrazia sostanziale), da tradurre in una facciata di pluralismo politico.

Anzitutto, ai suoi occhi, occorre conservare ad oltranza una parvenza di dialettica destra-sinistra, tutta svolta sul piano ideologico-cosmetico, proprio perché meglio capace di dissimulare l'esistenza del conflitto scatenato dal capitalismo per poterlo portare a compimento in modo più discreto ed efficiente.

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sebastianoisaia

La Francia di Macron

Un primo tentativo di approcciare in modo non ideologico il fenomeno-Macron

di Sebastiano Isaia

macron libanoNon mi convince affatto la chiave di lettura che ci presenta il nuovo Presidente francese nei panni dell’ennesima creatura tecnocratica creata a tavolino dai soliti “poteri forti mondialisti” generati dal Finanzcapitalismo. Burattino e burattinai, insomma. Per Massimo Franco «Macron è il prodotto di un esperimento tecnocratico della banca d’affari Rotschild, [è] figlio dell’élite tecnocratica [che] incarna una strategia europeista e centrista che ha fatto tabula rasa sia del gollismo, sia della sinistra» (Il Corriere della Sera): troppo semplice per i miei gusti. Questo senza nulla togliere alla forte connotazione tecnocratica e “finanzcapitalistica” del nuovo inquilino dell’Eliseo, matrice che sono ben lungi dal negare. Anche l’interpretazione di Macron (cioè delle politiche “neoliberiste” che egli incarnerebbe alla perfezione) come la vera causa del successo che comunque il Front National ottiene nell’elettorato di estrazione operaia e proletaria (per cui chi ha votato per il candidato della «cupola finanziaria mondialista» di fatto avrebbe portato acqua al mulino della “destra populista”) mi appare troppo riduttiva e semplicistica, e in ogni caso essa non coglie tutta la complessità della crisi sistemica che ormai da anni travaglia in profondità la società francese.