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Contorsioni logiche della sinistra europeista
di Militant
Al cuore del vero e proprio terrore che sta rappresentando la Brexit per il ceto politico europeista sta un dato: a differenza della Grecia, la Gran Bretagna non fallirà. Anzi, come timidamente stanno dicendo diversi economisti, l’indebolimento della sterlina e la riappropriazione di alcuni strumenti economici non più mediati da Bruxelles, dovrebbe aumentare addirittura la competitività del paese. Un discorso che ci interessa il giusto, tutto interno alle classi dominanti inglesi, ma il fallimento dell’unica “narrazione forte” agitata dalla Ue contro ipotesi di uscita sta terrificando i commentatori filo europeisti. Fuori dalla Ue non c’è il paventato disastro sociale e politico. Se disgraziatamente la Gran Bretagna dovesse continuare a crescere economicamente, lo spettro ideologico verrebbe meno e a quel punto ogni altra argomentazione si scontrerebbe col principio di realtà per cui l’Ue non è il nostro unico orizzonte.
In questa maratona dialettica che ha mobilitato tutti i pasdaran europeisti, l’altra “narrazione forte” è data dallo “scontro generazionale” disegnato dal voto: da una parte i vecchi, reazionari e xenofobi, dall’altra i giovani, progressisti e cosmopoliti.
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Heat or eat? Due appunti sul voto inglese
di Dodo *
Ho avuto modo di vivere nella «parte povera» del Regno Unito, nel Nord Ovest dello Yorkshire in una delle tante sfaciatissime cittadine (sarebbe meglio definirli ghetti) di proletari inglesi e immigrati polacchi, dove lavoravo in una fabbrica del posto.
Non ho alcuna pretesa di fare un «analisi del voto», altri ben più preparati di me sapranno farla molto meglio, tuttavia avendo vissuto e lavorato qualche anno proprio con quelle persone, quella classe sociale che ha votato per l’uscita dalla UE, non mi trovo d’accordo col la vulgata massmediatica in corso.
Prima di tutto guardiamo bene questi due grafici:
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Ma la Brexit è stata una sconfitta o una vittoria?
di Aldo Giannuli
Il terremoto è in pieno corso e sui giornali si leggono deliri uno peggiore dell’altro. Il più diffuso è quello che “legge” il risultato come una lotta fra vecchi egoisti e giovani, incuranti del fatto (notato dal solo Enrico Letta) che i giovani hanno votato solo nel 36% del totale, mentre gli anziani hanno votato nell’83%.
Quindi, considerato che secondo gli stessi “raffinati” analisti che parlano di massiccio voto giovanile per la Ue, c’è pur sempre un 25% di essi che ha votato per la Brexit, questo significa che, sul totale dei giovani inglesi, i due terzi si sono chiamati fuori, il 36% ha votato contro la Brexit ed il 9% a favore. Praticamente i favorevoli sono poco più di un po’ di fighetti in Erasmus e simili: niente di politicamente significativo.
Seconda bufala propalata dai giornali (solo quelli italiani, però, visto che quelli inglesi ignorano il fatto così come la maggior parte di quelli del resto d’Europa): 2 milioni di firme per un secondo referendum sullo stesso tema. Insomma, il girone di ritorno. Solo che:
1. si tratta di firme on line non certificate da nessuno e di persone che dichiarano di essere cittadini inglesi ma che nessuno può garantire siano tali (io sono molto perplesso dal metodo M5s delle consultazioni on line, ma a quelle, almeno, partecipano persone certificate!).
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Vittoria della destra nel referendum inglese e rimbecillimento della sinistra antieuropea
di Michele Nobile
Al primo impatto ho trovato assai divertente l'idea per cui la decisione degli elettori britannici di uscire dall'Unione europea sarebbe un fatto «di sinistra». Pensandoci meglio, è semplicemente «tragica». Brevissime considerazioni.
1) Innanzitutto, è stata la xenofobia a determinare il successo del leave, del voto per lasciare l'Unione europea, per un margine non grande. La linea anti-migrazione, diretta non soltanto contro gli extracomunitari ma anche verso i cittadini europei, è stata condita, è vero, dalla demagogia antiplutocratica di destra e liberista nei confronti dei burocrati di Bruxelles e delle «banche». Non a caso si tratta di un successo elettorale che fa esultare la destra-destra e l'estrema destra europea, dal Front National alla Lega Nord ad Alba Dorata. Insomma, sul piano concreto e dei grandi numeri, la mobilitazione (elettorale) contro l'Ue si esprime con una forte connotazione nazionalista xenofoba, spesso ultraneoliberista.
2) Che si trattasse della tory Thatcher o del laburista Blair, in fatto di neoliberismo i governi britannici sono sempre stati più realisti del re: hanno considerato diverse normative europee troppo «di sinistra», facendo pressione per orientarle in senso più liberista. Il caso più chiaro è dato dal cosiddetto opting-out, cioè il diritto di non applicare decisioni dell'Unione, in particolare per quanto riguarda il «protocollo sociale» (per alcuni anni) e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.
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"La Brexit può mettere a rischio anche l’euro”
L. Sappino intervista Emiliano Brancaccio
Sondaggi smentiti, borse in caduta libera e il premier britannico David Cameron che annuncia le dimissioni: il referendum sancisce la vittoria dei “sì” all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Di questo risultato storico e delle sue possibili conseguenze parliamo con Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica presso l’Università del Sannio e promotore del “monito degli economisti” pubblicato nel 2013 sul Financial Times, un documento che viene oggi ricordato per l’estremo scetticismo sulla tenuta del processo di unificazione europea.
* * *
Professore, i sondaggi e i mercati davano per scontata la vittoria del “no” all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. L’onda della Brexit invece non si è fermata. Che lezione possiamo trarre da questo esito dai più definito inatteso?
«Non era inatteso per tutti. I sondaggi, in casi simili, non aiutano. Quanto ai mercati, smettiamola di pensare che gli speculatori siano dei veggenti: come diceva il premio Nobel James Tobin, al di là di rare eccezioni di solito quelli non sanno guardare oltre i prossimi dieci minuti».
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Brexit e Lezioni di Democrazia
di Jacques Sapir
Sapir analizza il voto sulla Brexit e le implicazioni politiche. Mentre alcuni nostri politici e commentatori si coprono d’infamia ripetendo che il Referendum non si sarebbe mai dovuto indire, i cittadini britannici hanno dato lezioni di democrazia resistendo a un’enorme pressione mediatica, ad allarmismi isterici e a reazioni emotive dell’ultima ora. La “sinistra” laburista, soprattutto, dovrà prendere atto di aver perso il contatto con il proprio elettorato, che non ha voluto difendere e che ora in parte consistente ha votato contro le sue indicazioni
Il voto di giovedì 23 giugno è stato un momento storico cruciale. È stato anche un grande momento per la democrazia. Il 51,9 percento degli elettori britannici ha votato per l’uscita dall’Unione Europea, dando una lezione di democrazia al mondo e al vostro umile servitore, e probabilmente ha cambiato il nostro futuro.
Una lezione di democrazia
La lezione di democrazia è la cosa più importante e si articola su più livelli. Dobbiamo apprezzare la decisione del Primo Ministro britannico, David Cameron, di lasciare che le diverse posizioni divergenti si esprimessero, anche all’interno dello stesso partito conservatore e del governo. Allo stesso modo dobbiamo apprezzare la maturità degli elettori britannici che, pur legittimamente sconvolti dalla tragedia dell’omicidio della deputata laburista Jo Cox non si sono lasciati sopraffare dalle emozioni e hanno mantenuto ferme le loro posizioni in favore di un’uscita dall’UE.
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Rilanciare l’economia europea? È possibile
Sergio Bruno
Thomas Fazi e Guido Iodice hanno avanzato una proposta per stimolare le economie europee attraverso investimenti pubblici finanziati in deficit. Ecco perchè potrebbe funzionare
Guido Iodice e Thomas Fazi (I&F), anticipando un articolo che comparirà sul Journal of Progressive Economy1 , hanno pubblicato una proposta molto interessante2 in merito alla possibilità di stimolare le economie europee attraverso investimenti pubblici finanziati in deficit.
Ciò che rende particolarmente interessante la proposta è che essa è organizzata in maniera tale da risultare “quasi fattibile” sul piano politico restando nello spirito delle regole stabilite dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea (BCE). La proposta recupera in parte, e completa per altro verso, una simile fatta alla fine del 2011 da R.C.Koo, del Nomura Research Institute3 . I&F ritengono che se la BCE facesse sua la proposta in una delle sue possibili varianti ciò permetterebbe un notevole rilancio delle economie europee, limitando in tal modo il rischio di uscite dall’area Euro. Per essi c’è di più: tenuto conto dei vincoli politici, solo l’adozione di questo tipo di politiche “soft” potrebbe salvare l’Euro.
Fazi e Iodice partono dall’osservazione che le economie europee si trovano in una balance sheet recession (recessione da deterioramento dello stato patrimoniale).
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Brexit: è la rabbia dei popoli contro un’ Europa che non è democratica
Carlo Formenti
Brexit: succede purtroppo grazie a un movimento egemonizzato dalle destre. Quando ci sbarezzeremo del ciarpame ideologico e ci metteremo a lavorare per un’alternativa populista di sinistra?
Il senso più profondo della vittoria della Brexit riguarda il fatto che il terrorismo politico mediatico non riesce più a condizionare la rabbia popolare contro quell’istituzione profondamente antidemocratica che è la UE: una struttura burocratica non eletta, strumento di dominio del capitale globale e delle élite ordoliberiste. Era già successo con il referendum greco, ma Tsipras non ha avuto le palle di rispettare la volontà del proprio popolo di riconquistare la sovranità sul proprio destino. Oggi succede in Uk, purtroppo grazie a un movimento egemonizzato dalle destre, a casua dell’ottusità di una sinistra (inglese ed europea, riformista e radicale, con pochissime eccezioni) che si ostina a vedere nell’Europa una garanzia di pace!? (e la guerra in Ucraina? e l’accordo con la Turchia fascista per deportare i migranti? e i muri eretti dai membri fascistoidi della Ue? e il TTIP? e le feroci politiche antioperaie e antisindacali? e lo smantellamento del welfare?).
Bisogna essere idioti per vedere in tutto ciò degli “errori di rotta” correggibili dall’interno con adeguate riforme. E bisogna essere irresponsabili per consegnare alle destre il monopolio della rivolta contro la tecnocrazia europea.
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Brexit e fine dell’euro
Il “monito degli economisti” aveva visto giusto
di Riccardo Realfonzo
L’affermazione dell’“exit” al referendum britannico apre una crisi che oggi vede uscire il Regno Unito dall’Unione Europea e che in breve tempo potrebbe vedere sgretolarsi l’eurozona. È il caso di dire che i nodi vengono sempre al pettine, e per una volta nessuno potrà dire che gli economisti non avevano avvertito.
Già nel giugno 2010, ai primi segni di crisi dell’eurozona, una lettera pubblicata da economiaepolitica.it e sottoscritta da trecento economisti italiani e stranieri, lanciò un allarme sul modo in cui i governi europei reagivano alla crisi e soprattutto sui pericoli insiti nelle politiche di “austerità” imposte dai Trattati, che avrebbero ulteriormente depresso l’occupazione e i redditi, rendendo ancora più difficili i rimborsi dei debiti, pubblici e privati. Ma quell’allarme rimase inascoltato.
Nel novembre 2013 il Financial Times pubblicò il “monito degli economisti”, con il quale insieme ad alcuni celebri studiosi di tutto il mondo sostenevamo che in assenza di una svolta espansiva e di uno sforzo concertato per la ricomposizione dei crescenti squilibri macroeconomici, l’Unione Europea non avrebbe potuto reggere, e la stessa esperienza della moneta unica si sarebbe esaurita. Il “monito” sottolineava il “carattere asimmetrico” della crisi, evidenziava i processi di divergenza impetuosi tra Paesi che traevano vantaggio dal quadro di regole europee (Germania in testa) e paesi che invece ne subivano le conseguenze.
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Gli Spitfire sono spuntati dalle urne
di Giorgio Cremaschi (Piattaforma Sociale Eurostop)
Democrazia dei popoli ed euforia delle Borse sono incompatibili, ce ne faremo una ragione. Morto subito il Ttip comincia la fine dell’Ue. Oggi in Gran Bretagna domani in Italia e in tutta Europa. Viva la Brexit, ora Renxit e poi Italexit
Smentendo tutti i sondaggisti e tutti i palazzi del potere, e anche la prematura gioia delle Borse e le premature lacrime nostre, il popolo britannico ha detto basta alla UE. Lo aveva fatto un anno fa anche il popolo greco, anche allora smentendo i sondaggi, poi il suo governo si era piegato alla tirannia della Troika.
Le Borse e la finanza precipitano dalla euforia alla depressione, in misura esattamente inversa alla euforia di libertà dei popoli, dobbiamo prendere atto che Il gote re dei mercati e la democrazia sono incompatibili, e stare con chi sceglie la democrazia.
Con questo voto muore subito il TTIP, che lo stesso Obama aveva legato ai destini della Brexit e comincia la fine della UE dell’Euro delle multinazionali e delle banche e soprattutto dell’austerità. Comincia la fine di un sistema di potere europeo dove un solo parlamento è sovrano, quello tedesco, e tutti quelli degli altri paesi eseguono gli ordini della Troika. Comincia la fine della UE perché questa istituzione non è riformabile, come dimostrano anche le reazioni isteriche e furiose dei suoi leader.
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Il ruolo della Germania nella crisi europea
di Vladimiro Giacché
Davvero il punto di inizio è il 2007?
La grande recessione inizia nel 2007, come crisi del mercato finanziario del debito (privato) Usa. Assume dimensioni globali e dopo il fallimento di Lehman Brothers (settembre 2008) sembra portare al collasso il sistema finanziario internazionale.
Gli effetti della crisi sono devastanti in particolare per i paesi capitalistici avanzati: USA, UE e Giappone.
A fronte di questo, le spiegazioni della crisi sono confuse, contraddittorie e incoerenti: effetto-Babele o effetto John Belushi.
La crisi come ci è stata spiegata
L'elenco dei suoi presunti colpevoli è molto più lungo delle scuse di John Belushi nella celebre scena del film Blues Brothers.
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Lo stimolo fiscale: decentralizzato o centralizzato?
di Rodolfo Signorino*
Il prof. Rodolfo Signorino, docente di Economia presso l’Università di Palermo, ci ha inviato questo articolo in cui avanza alcune critiche al paper di Thomas Fazi e Guido Iodice “Why further integration is the wrong answer to the EMU’s problems: the case for a decentralised fiscal stimulus”, regentemente premiato dal think tank Progressive Economy di cui abbiamo già parlato.
Segue in fondo al testo la risposta di Fazi e Iodice.
* * *
“The Eurozone looked like a wonderful construction at the time it was built. Yet it appeared to be loaded with design failures. In De Grauwe (1999) I compared the Eurozone to a beautiful villa in which Europeans were ready to enter. Yet it was a villa that did not have a roof. As long as the weather was fine, we would like to have settled in the villa. We would regret it when the weather turned ugly” (De Grauwe 2013).
Come mi capita di dire ai miei studenti, scherzando ma solo fino ad un certo punto, anche nel dibattito macroeconomico esistono le fads.
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Quale filosofia per l’Europa?
D. Ferrante e M. Piasienter intervistano Roberto Esposito
A che punto si trova lo sviluppo della “biopolitica affermativa” di Roberto Esposito? Per comprenderlo occorre prendere in considerazione il suo ultimo libro, "Da fuori. Una filosofia per l'Europa", uscito recentemente per Einaudi. In questa intervista, che l'autore ha gentilmente concesso alla nostra rubrica, se ne mette a tema il nucleo centrale e le sue più importanti implicazioni
1. Il tuo libro Da Fuori. Una filosofia per l’Europa sembra situarsi nel punto di incrocio tra due diversi assi: da un lato lo sguardo sulle filosofie dell’Europa, dall’altro uno sguardo sulla filosofia per l’Europa. Il punto di incontro tra questi due vettori potrebbe essere la domanda su che cosa la filosofia possa dire oggi all’Europa. Vorremmo aprire questa intervista proprio ponendole questo quesito, quale ruolo la filosofia dovrebbe giocare nel dibattito attuale sull’Europa?
RE. Se ci si pensa, nei momenti più drammatici della sua storia, l’Europa si è sempre rivolta alla filosofia e, a sua volta, la filosofia si è interrogata sui destini dell’Europa come qualcosa che toccava il suo stesso modo essere. Perché? Quale nodo stringe in maniera indissolubile filosofia ed Europa? Una prima risposta a questa domanda attiene alla nascita europea – in particolare greca – della filosofia. Anche quando si è nutrita di altre tradizioni di pensiero, la connotazione europea ha segnato la filosofia in forma incancellabile. Anche la linea di pensiero che ha assunto il nome di “filosofia analitica”, da alcuni curiosamente opposta alla filosofia “continentale”, è nata nel nostro continente e solo successivamente trasmigrata altrove, in fuga dal nazismo. Ma c’è qualcosa di più, che attiene al carattere filosofico della stessa costituzione dell’Europa. Non avendo confini geografici certi, almeno a est – la sua distinzione dall’Asia è problematica, visto che due grandi Paesi, la Russia e la Turchia sono a cavallo dei due continenti –, l’Europa si è fin dall’inizio pensata tale a partire dalla specificità costitutiva dei suoi principi filosofici: la libertà delle città greche rispetto al regime assoluto asiatico. Benché tali principi siano stati spesso contraddetti e rovesciati nel loro contrario, l’idea di Europa fa tutt’uno con essi.
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Europa, “TINA” e altre illusioni della Sinistra*
Perché DiEM2025 di Varoufakis sta combattendo la battaglia sbagliata
di Will Denayer
La globalizzazione è diventata un’ossessione –denuncia Will Denayer su Flassbeck-economics– che impedisce alle forze progressiste il raggiungimento di qualsiasi obiettivo a qualsiasi livello. Nel voler diventare a tutti i costi “europea” e transnazionale, la Sinistra ha perso di vista che le battaglie si possono e devono ancora combattere quasi interamente a livello nazionale, con le proprie politiche, le proprie scelte e la propria moneta. Nell’avere accettato la leggenda di un Capitale internazionale totalmente libero e onnipotente, al quale bisogna per forza adeguarsi (al limite con qualche correzione), perché “non c’è alternativa”, si è dimenticato che è (ancora e solo) all’interno dei singoli paesi che si possono perseguire concretamente i grandi obiettivi di progresso sociale. Il Capitale è quello che è sempre stato. È il Lavoro che ha smesso di difendersi (per inseguire un’allucinazione)

1. Varoufakis
Questo articolo parla di strategia, ma la strategia non può essere considerata indipendentemente dalle persone, dalle loro storie e dalle loro azioni. Syriza è sempre stato un complicato conglomerato di gruppi con convinzioni politiche eterogenee, ma da quando è salito al potere nel gennaio 2015 fino alla sua resa sette mesi più tardi, sono emerse due fazioni principali che combattevano una fiera lotta. Da una parte c’era una sinistra composita ma determinata a mantenere le promesse elettorali (il programma di Tessalonica): non ci doveva più essere alcuna austerità, la Grecia avrebbe dovuto negoziare una cancellazione del debito, e se la Troika avesse proseguito per la sua strada portando il paese al limite, questo gruppo avrebbe preferito sostenere l’uscita dall’eurozona. La dirigenza di Syriza, dalla parte opposta, voleva ugualmente mettere fine all’austerità, ma non voleva a nessun costo uscire dall’eurozona.
Come spiega Lapavitsas, la dirigenza di Syriza si era convinta che se avesse rifiutato un nuovo salvataggio, i creditori europei si sarebbero piegati di fronte al rischio di un nuovo tumulto finanziario e politico.
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Lotta alla deflazione? Il compito della BCE è un altro
di Danilo Carullo
Un’analisi empirica di Brancaccio, Fontana, Lopreite e Realfonzo appena pubblicata sul Journal of Post-Keynesian Economics evidenzia che la BCE non è in grado di governare l’andamento del reddito nominale e quindi nemmeno dell’inflazione. Lo studio risulta in linea con la tesi alternativa, secondo cui il vero compito della banca centrale consiste nella regolazione del ritmo delle insolvenze all’interno del sistema economico
Lo spettro della deflazione, il più temuto indicatore di crisi economica, continua ad aggirarsi per l’Europa. In più occasioni il presidente della BCE Mario Draghi ha riconosciuto che le politiche monetarie espansive attuate nei mesi scorsi non sono riuscite a frenare la tendenza dell’eurozona verso la deflazione. Egli tuttavia ha insistito sull’efficacia delle manovre attuate dalla banca centrale e si è detto fiducioso sulla possibilità che la tendenza al calo dei prezzi si interrompa entro la fine di quest’anno e che l’anno prossimo l’inflazione torni stabilmente in territorio positivo. L’obiettivo, per la BCE, resta dunque quello di sempre: raggiungere e mantenere un tasso d’inflazione annuo prossimo al due percento.
Questo modello di comportamento si chiama “inflation targeting”. Esso è contemplato negli statuti di varie banche centrali ed è alla base della cosiddetta “regola di Taylor”, una delle più comuni interpretazioni del funzionamento della politica monetaria. Tale linea di condotta, tuttavia, è oggi fortemente criticata da vari studiosi. Cristina Romer, sul New York Times, ha sostenuto che in fasi storiche come l’attuale, caratterizzate da grave instabilità macroeconomica, le autorità monetarie non dovrebbero fissarsi sul solo andamento dell’inflazione ma dovrebbero guardare anche all’andamento della produzione, dell’occupazione e del reddito.
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