
IL SITO SI PRENDE UNA PAUSA ESTIVA. A PRESTO!
Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2569
Uno stimolo decentralizzato e un nuovo “whatever it takes” per l’eurozona
di Guido Iodice e Thomas Fazi
[Il comitato scientifico del think tank Progressive Economy, che include Joseph E. Stiglitz, Jean-Paul Fitoussi e László Andor, il 31 maggio 2016 ha premiato a Bruxelles il paper Why further integration is the wrong answer to the EMU’s problems: the case for a decentralised fiscal stimulus di Thomas Fazi e Guido Iodice (keynesblog.com), quale vincitore della Call for Papers 2016 nella categoria “Reforming the Economic and Monetary Union”. L’articolo nella sua versione definitiva verrà pubblicato nel prossimo numero del Journal for a Progressive Economy. Pubblichiamo qui un articolo che espone in sintesi il contenuto del paper premiato.
Fazi e Iodice sono gli autori del volume La battaglia contro l’Europa di recente pubblicazione.]
* * *
All’Europa non servono ulteriori cessioni di sovranità verso l’alto. Serve una ricetta opposta: una cessione di sovranità verso il basso, dall’Unione verso gli Stati
In un precedente articolo abbiamo evidenziato la necessità di un doppio canale per rilanciare gli investimenti e la domanda in Europa e, lasciandoci alle spalle la crisi, garantire la stabilità dell’eurozona. Il canale “federale”, dicevamo, consiste in una “unione degli investimenti” guidata dalla Banca europea per gli investimenti e dalla BCE.
- Details
- Hits: 6612
Uscire dall'Euro?
Domenico Moro
L'analisi di quanto accaduto a partire dall'introduzione dell'euro e soprattutto dallo scoppio della crisi nel 2007-2008 dimostra la necessità di mettere a tema la disgregazione dell'area euro. Su questo bisogna fare due precisazioni. La prima è che l'obiettivo primario deve essere la Uem (Unione economica e monetaria) e non la Ue nel suo complesso. Nonostante la Ue sia una istituzione tutt'altro che neutrale dal punto di vista di classe e funzionale alle istanze del capitale, è l'euro lo strumento attraverso cui passa la ristrutturazione capitalistica a livello continentale. Senza di esso il capitale perderebbe gran parte della sua capacità di imporre politiche antipopolari e alla Ue mancherebbe il braccio operativo. La seconda è che il nostro primo compito consiste nel chiarire la necessità della disgregazione dell'area euro. Il come questo debba avvenire è importante, ma è successivo. La disgregazione dall'euro può avvenire in modi diversi: per mutua decisione di tutti i Paesi partecipanti, oppure per decisione unilaterale di uno o di più Paesi. La mia opinione è che l'uscita dall'euro anche unilaterale di uno o più Paesi non debba più essere considerata un tabù, bensì come una opzione praticabile e soprattutto necessaria. Tuttavia, il quando e il come ciò possa avvenire non è indifferente, ed è legato alle condizioni del contesto generale e della lotta di classe, sebbene già oggi, come accennerò più avanti, sia necessario inserire l'uscita dall'euro in una elaborazione programmatica più complessiva.
- Details
- Hits: 2466
Niente bocciature... che già abbiamo tanti guai
di Leonardo Mazzei
Quando la politica viene prima dell'economia... Le "pagelle" dei commissari europei e il futuro della "flessibilità" di Renzi
Alla fine sono arrivate le Raccomandazioni-Paese. Non ridete, si chiamano proprio così nel burocratese ufficiale della Commissione che ha il compito di emetterle annualmente. La stampa, che ama volgarizzare, le definisce invece "pagelle". Già questa terminologia la dice lunga sia sulla natura che sullo stato della (dis)Unione Europea.
Come previsto (almeno da chi scrive) i commissari sono stati quest'anno di manica larga. La barca fa acqua da tutte le parti e non è il caso di fare gli schizzinosi. I "poveri" (non per lo stipendio) tecnocrati sono sinceramente affezionati ai loro dogmi, ma qualche volta la politica comanda perfino a Bruxelles.
Mentre Cipro, Slovenia ed Irlanda hanno incassato l'abrogazione della "procedura di infrazione" (il burocratese eurista colpisce ancora); Spagna e Portogallo hanno per ora schivato le sanzioni previste dalle regole sul deficit dei conti pubblici. Se ne riparlerà a luglio. Strano mese, direte. Ma il fatto è che luglio viene dopo giugno, ed il 26 di quel mese gli spagnoli andranno alle urne. E l'amico Rajoy - amico della Merkel s'intende - val bene una deroga. Pare che anche Schaeuble questa volta abbia chiuso volentieri un occhio.
- Details
- Hits: 3774
Keynes, Draghi, Gollum, e i tassi negativi
di Alberto Bagnai
(...scritto a 30000 piedi, da dove si vede più lontano...)
Come forse starete vedendo, sui media di regime è tutta una scoperta dell’acqua calda. Il Sole 24 Ore, il Corriere, la Stampa, scoprono quello che qui da sempre ci siamo detti: che il surplus tedesco più che dimostrazione di virtù è causa di problemi; che il debito privato, non quello pubblico, è origine della crisi; che curare il debito pubblico con l’austerity trasforma una situazione fisiologica in una patologica. Insomma: tutto quello da cui siamo partiti, parola per parola, viene oggi dato come assodato, come “mainstream”, da persone che spesse volte ci hanno denigrato, singolarmente o collettivamente, per averlo detto quando c’era ancora qualcosa da salvare.
Naturalmente nessuno è disposto a fare per primo l’ultimo passo, vale a dire che siccome solo la crescita potrebbe risolvere i nostri problemi, e siccome l’euro è nemico della crescita, perché la svalutazione interna (taglio dei salari) imposta dalla rigidità del cambio condanna alla deflazione, condizione necessaria per uscire dall’impasse è superare il sogno di una moneta imperiale ed evolvere verso un sistema monetario più flessibile.
Faranno questo ultimo passo quando sarà loro chiesto di farlo.
Noi, intanto, possiamo guardare avanti.
Per rendervi più agevole questo compito, e aiutarvi a perdonare chi con le sue menzogne ha distrutto un paese, vorrei oggi con voi allargare le prospettive, facendovi leggere qui quello che fra un anno leggerete sul Financial Times.
- Details
- Hits: 3454
Il mercantilismo che sta uccidendo l’Europa
di Thomas Fazi
Uno studio recente dimostra che l’impatto della svalutazione interna sui paesi della periferia è stato – ed è – ben più grave di quanto rivelino i dati ufficiali
La politica economica europea – quel combinato disposto di austerità fiscale, compressione salariale e liberalizzazioni (soprattutto del mercato del lavoro) – ha un nome: mercantilismo. Il mercantilismo, secondo la definizione di Adam Smith, è una dottrina economica che “incoraggia le esportazioni e disincentiva le importazioni” al fine di ottenere un attivo della bilancia commerciale. Al tempo di Smith (XVIII secolo), tale obiettivo veniva perseguito soprattutto limitando le importazioni per mezzo di tariffe, dazi, tasse e sussidi. Oggi l’ideologia del libero mercato – che disdegna qualunque forma di protezionismo “ufficiale” – impone agli Stati di perseguire quell’obiettivo con altri mezzi: la svalutazione interna (austerità fiscale e compressione dei salari), l’esportazione di capitali all’estero (stimolando la domanda di beni/servizi importati in paesi terzi) e – laddove possibile – la manipolazione del tasso di cambio (svalutazione/deprezzamento della valuta). Ça va sans dire che le suddette strategie, per funzionare, presuppongono che uno abbia dei prodotti appetibili da vendere; un dettaglio tutt’altro che irrilevante di cui spesso ci si dimentica quando si parla di “competitività”.
I paesi dell’eurozona, come è noto, non possono più ricorrere alla variabile del tasso di cambio per recuperare competitività nei confronti dei propri competitor europei – variabile che oggi, in un contesto di domanda globale stagnante, non avrebbe probabilmente un grande effetto sulle bilance commerciali dei paesi che dovessero farne uso, in un ipotetico scenario post-euro, ma che invece, nel bene o nel male, negli anni pre-SME (sistema di cambi fissi che spianò la strada alla moneta unica)
- Details
- Hits: 3463
Schengen e la crisi europea delle migrazioni
Domenico Mario Nuti
Domenico Mario Nuti nella prima parte ripercorre l’evoluzione, i vantaggi e i costi dell’eliminazione dei confini interni all’area di Schengen (1985), che considera meritoria ma prematura e incompleta, con svantaggi aggravati dalla divergenza dei paesi membri e dalle politiche di austerità. Documenta poi le crescenti pressioni migratorie che nel 2015 hanno indotto diversi paesi a ristabilire controlli, muri e barriere. Nella seconda parte illustra i vantaggi e i costi dell’eliminazione dei confini interni all’area di Schengen, sostiene che tale eliminazione è stata meritoria ma prematura e incompleta, considera le cause delle accresciute pressioni migratorie e traccia una netta distinzione tra rifugiati e migranti economici, mostrando le sue perplessità su una politica di migrazioni senza frontiere. Nelle conclusioni elenca 7 condizioni che ritiene necessarie per il mantenimento di Schengen
Parte I
L’Area di Schengen
Il 14 giugno 1985 Francia, Germania e Benelux firmavano il Trattato di Schengen, abolendo controlli di frontiera e trattando l’intera Area come un singolo paese. Inizialmente il Trattato non era parte delle strutture della Comunità, mancando il consenso degli altri cinque membri, ma veniva incorporato nelle leggi dell’Unione col Trattato di Amsterdam (1997). Gradualmente vi aderivano altri 21 paesi, compresi 4 membri dell’EFTA che non appartengono all’UE: oggi l’Area Schengen ha una popolazione di oltre 400 milioni di persone.
In linea di principio si trattava di un’ottima iniziativa, visto il risparmio di tempo e di costo dei trasporti per passeggeri e merci. Uno studio recente della Bertelsmann Stiftung stima il costo che seguirebbe la disintegrazione dell’Area Schengen da €470md a €1400md nel prossimo decennio (circa il 10% del PIL annuale dei 28 paesi dell’UE) dovuto all’aumento dei prezzi di importazione da 1% a 3%. Queste stime potrebbero essere esagerate ma senza dubbio il collasso di Schengen nelle condizioni attuali di ristagno economico avrebbe un impatto recessivo sullo sviluppo dell’Unione, con ripercussioni globali.
- Details
- Hits: 2785
Più Europa o meno Europa?
di Andrea Fumagalli
Note in merito al libro di Thomas Fazi e Guido Iodice, “La battaglia contro l’Europa. Come un’élite ha preso in ostaggio un continente. E come possiamo riprendercelo”, Fazi Editore, Roma, 2016
Numerose sono oggi le pubblicazioni che hanno ricostruito le cause della grande recessione economica degli anni ’00 che ha portato alla più grave crisi finanziaria dalla grande depressione degli anni Trenta del secolo scorso. Sono disponibili diverse versioni, a seconda del punto di vista degli autori: dall’eccessiva ingordigia delle banche (il primo Paul Mason), al mancato funzionamento dei mercati perché troppo stretti dalle rigidità imposte dalle concentrazioni di mercato, all’eccessiva polarizzazione dei redditi, sino alla denuncia della strutturale instabilità dei mercati finanziari e alla loro violenza (Marazzi).
Thomas Fazi e Guido Iodice nel saggio La battaglia contro l’Europa. Come un élite ha preso in ostaggio un continente. E come possiamo riprendercelo (Fazi Editore, Roma, 2016, p. 316, Euro 18,00), descrivono in modo semplice e convincente la natura dell’odierna crisi e il passaggio dalla crisi finanziaria dei subprime alla crisi del debito in Europa. In particolare, i due autori analizzano in dettaglio le scelte di politiche economica effettuate dalle autorità economiche europee, sorrette da alcuni governi (in primis la Germania ordoliberista): le politiche di austerità, prima e, ora, le politiche di riforme strutturale.
Una versione ridotta di questa recensione è stata pubblica il 3 maggio 2016 su Il Manifesto.
- Details
- Hits: 3586
Helicopter money. Le soluzioni nascoste, ma non troppo, nei "poteri impliciti"*
di Quarantotto
1. Ho conosciuto Carlo Clericetti all'ultimo Goofynomics-4 e mi ha fatto un'ottima impressione, riferendosi al panorama "tipico" dei giornalisti italiani di economia e finanza.
Clericetti, in un articolo su Repubblica.it, (il che è tutto dire), commenta l'uscita di Tabellini relativa all'adozione, da parte della BCE, della "estrema misura" (reflattiva, ma non si deve dire "troppo") contemplata dalla teoria monetarista: lo "Helicopter Money", secondo la celebre metafora usata dallo stesso Milton Friedman (e endorsed by Ben Bernanke", tanto da farlo definire "Helicopter Ben").
L'articolo ci ragguaglia sulla portata concreta della proposta appoggiata da Tabellini e si attesta su una visione pragmatica, confortata dalla citazione di questo post di Alberto Bagnai, circa il fatto che la monetizzazione non è causa di inflazione incontrollata (l'ennesima mitologia tecno-pop che ha fornito la corda cui si sono volentieri impiccati i governi dell'eurozona).
2. Intendiamoci, Draghi ha negato di aver "alluso" a tale soluzione, limitandosi, a quanto pare, a non affermarne l'assurdità logico-economica.
- Details
- Hits: 4090
Non esistono mezzogiornificazioni
di Joseph Halevi
Pubblichiamo la seconda parte del ricco intervento di Halevi, la cui prima parte è stata pubblicata la scorsa settimana qui
Non capisco cosa sia la mezzogiornificazione dell’Europa. Sono formulazioni immaginifiche ad effetto che non hanno alcun valore esplicativo. Il Mezzogiorno italiano è molto specifico. Lo zone sottosviluppate dell’Europa sono sempre state tali da quando si innescò la rivoluzione agraria e industriale senza inglobarle – per ragioni varie principalmente connesse al rapporto tra industria-finanza-imperialismo e mercati. L’UE e, prima ancora, la CEE non hanno il compito di equilibrare le varie regioni, le dichiarazioni in tal senso hanno unicamente un valore propagandistico. La funzione delle istituzioni europee è di operare come comitati d’affari dei diversi rami del capitale monopolistico localizzato in Europa. Nello specifico, se guardiamo ai problemi della Grecia di quaranta anni fa ci accorgiamo che sono quelli di un paese molto periferico altamente destrutturato. Con l’entrata della Grecia nella CEE nel 1981 cominciò a formarsi una bolla borghese e del ceto medio bramoso di Parigi e Londra che raggiunse livelli parossistici dopo l’entrata del paese nella zona dell’euro nel 2002. In Spagna quaranta anni fa era finita, per le stesse ragioni della crisi europea di allora, la crescita modernizzatrice fondata sull’integrazione di fatto nel MEC, che l’Opus Dei era riuscita ad imporre alla fine degli anni ’50 al riluttante regime agrar-finanziario franchista. Verso la metà degli ’80 la Spagna entrò nella CEE assieme al Portogallo. Nei primi anni ’90 aveva già oltrepassato il 20% di disoccupazione e – assieme alla Grecia ed al Portogallo – andava accumulando un deficit estero in rapporto al PIL più elevato del surplus globale tedesco.
- Details
- Hits: 5007
Europa e "Mezzogiorni"
di Joseph Halevi
Qualche settimana fa abbiamo posto delle domande a Joseph Halevi su crisi, Europa e “mezzogiorni”. Abbiamo cominciato dal tema più attuale e più discusso, quello della crisi europea. Oramai, dopo l’accettazione dei memoranda da parte del governo Tsipras e dopo la sconfitta dell’ala sinistra di Syriza, si parla poco della Grecia. Si discute di un’ulteriore sforbiciata delle pensioni greche, tra le più basse d’Europa, su suggerimento delle istituzioni europee. Considerato che la strategia della “disobbedienza dei trattati” non è attuabile, abbiamo chiesto a Halevi come possono reagire le sinistre europee (quello che ne rimane) evitando la degenerazione nazionalistica degli apologeti della svalutazione e della monetizzazione dei disavanzi. La sua risposta, ricca ed intensa, sarà pubblicata in due parti. Ne proponiamo la prima. Qui la seconda parte.
Di seguito la risposta di Joseph Halevi.
* * *
Grecia, Europa ecc.
Premessa: penso che per il 90% l’esito e l’iter stesso della vicenda greca siano stati del tutto indipendenti dalla posizione del governo allora in carica. Tuttavia considero Yanis Varoufakis responsabile della catastrofe negoziale. È stato lui ad impostare l’intera strategia dei negoziati con l’Eurogruppo.
- Details
- Hits: 5167
Moderazione salariale e produttività in Europa
di Heiner Flassbeck e Costas Lapavitsas
Sul sito del Institute for New Economic Thinking, un importante contributo di Heiner Flassbeck e Costas Lapavitas chiarisce in maniera definitiva la questione se la forza esportatrice tedesca provenga dalla concorrenza sleale della compressione salariale o dalla mitica produttività germanica. Porre la questione in questi termini è infatti fuorviante, in quanto significa non voler comprendere che in una unione monetaria l’accordo dovrebbe essere di mantenere i salari nominali in linea con la produttività, tenuto conto del tasso di inflazione concordato
Di recente, la nostra analisi è stata messa in discussione da Servaas Storm, che ha affermato che l’accusa a carico della Germania di avere spaccato l’eurozona con il suo neomercantilismo è insostenibile. [1]Qui dimostriamo che la critica di Storm ha un certo aplomb, ma manca di sostanza.
La maggior parte dei macroeconomisti in Europa ha probabilmente ormai accettato che la persistente moderazione salariale tedesca è la causa centrale degli squilibri fondamentali nell’Unione Monetaria Europea. Gli estensori di questa nota hanno dimostrato che questi squilibri sono responsabili della crisi dell’Eurozona nel senso più ampio, dal momento che hanno provocato lo strapotere tedesco nei flussi commerciali (esportazioni), l’esportazione di disoccupazione dalla Germania, scarsi investimenti e bassi incrementi di produttività all’interno dell’Unione, fino ad arrivare alla deflazione. [2]
Gli squilibri nell’ Unione monetaria europea
La posizione di Storm è chiara e vale la pena citarlo per esteso:
“In secondo luogo, come mostrato in figura 1 [nell’articolo di Storm], non vi è alcun segno evidente di una compressione dei salari nominali dei lavoratori tedeschi se confrontiamo la Germania con la zona euro nel suo insieme (Germania esclusa). Negli anni ’90 i salari nominali tedeschi sono aumentati rispetto alla zona euro e il salario nominale relativo tedesco è rimasto più o meno piatto durante il periodo 1999-2007 (nel corso di questi otto anni c’è stato un calo trascurabile di 0,7 punti percentuali).
- Details
- Hits: 2649
Merkel e Draghi contro l’Europa
di Thomas Fazi e Guido Iodice
Le élite europee hanno sfruttato la crisi per imporre scellerate politiche neoliberali e smantellare lo stato sociale. L'alternativa? Nè 'più Europa' né uscita dall’euro, ma l’apertura di un conflitto tra periferia e centro. Anticipiamo un estratto dal libro "La battaglia contro l'Europa" di Thomas Fazi e Guido Iodice, Fazi editore, in questi giorni in libreria
Si narra che quando il ministro delle Finanze di Luigi XIV di Francia, Jean-Baptiste Colbert, chiese a un gruppo di mercanti – oggi diremmo di imprenditori –– cosa avrebbe potuto fare il governo per aiutare il commercio, uno di loro, chiamato Legendre, abbia risposto semplicemente: «Lasciateci fare». L’espressione laissez faire, che oggi in Italia traduciamo con ‘liberismo’, divenne da allora sinonimo di libertà di impresa, libero commercio e Stato minimo, contrapposta alle idee di Colbert e dei mercantilisti, che vedevano invece per lo Stato un ruolo attivo e interventista in campo economico. La vulgata vuole quindi che i liberisti siano coloro che si oppongono alle barriere doganali, alle tasse, alle regolamentazioni eccessive e, soprattutto, alla spesa pubblica. Generazioni di economisti, filosofi, politici, hanno sviluppato una dottrina secondo la quale meno lo Stato si occupa di economia, più questa sarà capace di prosperare da sola. Il ruolo del pubblico, al più, consiste nel garantire i contratti attraverso l’applicazione del codice civile e nell’occuparsi della polizia a difesa della proprietà. Eppure, a ben vedere, vi è un abisso tra la dottrina e la pratica. Un abisso che è diventato talmente evidente tra il 2007 e il 2008 da non poter essere più nascosto.
Quando la crisi scatenata dallo scoppio delle bolle immobiliari negli Stati Uniti e in Europa ha cominciato a far crollare, una dopo l’altra, banche piccole e grandi, quasi tutti coloro che fino al giorno prima avevano predicato il ritiro dello Stato dalla sfera economica si sono dovuti barcamenare per giustificare i salvataggi bancari di quegli istituti too big to fail, troppo grandi per fallire.
- Details
- Hits: 4094
Globalizzazione e decadenza industriale
Intervista a Domenico Moro
Globalizzazione e decadenza industriale è il titolo dell’ultimo libro dell’economista Domenico Moro. In questo libro Domenico analizza alcuni temi fondamentali legati allo sviluppo del capitalismo degli ultimi 50 anni. Il baricentro della sua analisi sta proprio nelle modificazioni strutturali che hanno prodotto questa nuova fase chiamata fase transnazionale della produzione industriale e come tali modificazioni diventano la leva per il formarsi di nuove sovrastrutture politiche e accordi internazionali finalizzati al controllo dei profitti e al dominio sul mercato in questa “nuova” era sociale. Abbiamo chiesto all’autore di aiutarci a dipanare alcuni nodi legati all’attuale conformazione storica del capitalismo analizzandone per grandi linee gli ultimi sviluppi al fine di cogliere alcune ricadute politiche immediate nel contesto europeo.
* * *
D. Domenico, il punto di partenza della tua analisi non poteva che essere lo sviluppo delle forze produttive e le caratteristiche della crisi che hanno prodotto la fase attuale detta del capitalismo transnazionale, ci potesti dire, magari usando delle parole chiavi, quali sono le caratteristiche principali di questa fase?
R. Alla metà degli anni ’70 il centro del capitalismo (Usa, Europa occidentale e Giappone) si è trovato in un grave crisi economica e politica per il riemergere della sovrapproduzione di capitale e della conseguente caduta del saggio di profitto, e per il successo delle lotte delle classi subalterne nel centro e nella periferia del sistema capitalistico mondiale.
- Details
- Hits: 2777
Così l’austerità ha distrutto l’Europa
Thomas Fazi
Diversi studi hanno concluso che lo stato comatoso dell’economia europea – con tutte le sue ricadute sociali – è una conseguenza diretta delle politiche di austerità
Il fallimento delle politiche implementate in Europa dal 2010 in poi – un connubio di austerità fiscale, riforme strutturali (di impronta marcatamente neoliberista) e politiche monetarie espansive – è ormai sotto gli occhi di tutti. Oggi, a inizio 2016 – otto anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria – il PIL reale dell’eurozona è ancora inferiore al picco pre-crisi (marzo 2008). Quello della Spagna è inferiore del 4,5 per cento. Quello del Portogallo del 6,5 per cento. Anche quei paesi che registrano tassi di crescita superiori alla media europea non se la cavano molto bene: il PIL reale della Germania, per esempio, è aumentato solo del 5,5 per cento rispetto al livello del 2008; quello della Francia del 2,7 per cento. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno registrato un incremento superiore al 10 per cento.
L’eurozona nel complesso registra un tasso di crescita annuale stagnante – inferiore al 2 per cento – dall’inizio del 2012; oggi si aggira intorno all’1,6 per cento. Nel 2017 è prevista una lievissima accelerazione. Nello stesso periodo (2012-16), molti paesi – tra cui la Grecia, l’Italia ed il Portogallo – hanno registrato tassi di crescita vicini o inferiori a zero. Le politiche “non convenzionali” della BCE – quantitative easing, tassi di interesse negativi, ecc. –, per motivi ampiamente trattati su queste pagine, non hanno favorito la ripresa, né lo faranno in futuro.
- Details
- Hits: 2442
Toh, il "mercato" impone la decisione politica in €uropa (quindi in Italia)
di Quarantotto
1. Oggi più che mai, di fronte allo "stravagante" stupore mostrato dai media mainstream circa l'influenza del settore privato sulle decisioni politico-economiche, (cioè di livello legislativo), adottate dal settore pubblico, conviene rammentare l'analisi compiuta da Galbraith e riportata in un recente post.
Ve ne faccio una sintesi per linee essenziali che renda conto della istituzionalizzazione di tale influenza, al di là della questione del complesso militare-industriale (particolarmente influente negli USA per ben note ragioni strategiche internazionali):
"Che il settore privato stia conquistando un ruolo predominante rispetto al settore pubblico è evidente. Meglio sarebbe discuterne in modo comprensibile.
Per la verità, parlare del mito della contrapposizione di pubblico e privato non è molto originale dal momento che la prima assai autorevole testimonianza in questo senso risale niente meno che al presidente Dwight D. Eisenhower, con le sue denunce dello strapotere del complesso militare-industriale.
...
Page 40 of 77






















































