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La chimera della crescita
di Paolo Pini
Negli ultimi anni la politica di svalutazione caricata sul lavoro non ha fatto altro che aggravare gli effetti negativi dell'austerità sulla domanda interna. Eppure l'Ue, anche nelle ultime Raccomandazioni, continua a prescrivere continuità nelle politiche di flessibilità del mercato del lavoro, contrattuali e retributive
Ieri la Commissione europea ha presentato le sue “Raccomandazione 2014-2015” per i singoli paesi dell’Unione. Il responso elettorale ha ammorbidito il timing delle stesse ma non la loro sostanza. La rotta non muta: vincoli di bilancio da rispettare, consolidamento fiscale da proseguire, riforme strutturali da realizzare. D’altra parte non vi erano aspettative per un cambiamento, semmai per una “non indisponibilità” a fornire qualche forma di flessibilità a seguito della richiesta del nostro ministro dell’Economia e Finanze a seguito dell’approvazione del Def 2014. Nel caso italiano, la Commissione ha attestato che non siamo allineati nel percorso di rientro dal debito e quindi nel raggiungimento degli obiettivi di medio termine di pareggio del bilancio strutturale. Si richiede che entro settembre 2014 si realizzi questo allineamento con interventi aggiuntivi, oltre che rispetto degli impegni assunti sul terreno di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, riforme sul mercato del lavoro, ed altro ancora, rinnovando le precedenti raccomandazioni e chiedendo un più attento monitoraggio e verifica degli interventi realizzati e programmati. Come dire “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. La via dell’austerità espansiva non deve essere abbandonata!
Ricordiamo che solo due settimane orsono sono stati resi pubblici i dati congiunturali di crescita del reddito nei paesi europei per i primi tre mesi del 2014 e di crescita tendenziale ad un anno, rispetto allo stesso periodo del 2013.
La rappresentazione era sconfortante, ma allo stesso tempo non sorprendente.
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Un external compact per rilanciare l’Europa
Alberto Bagnai*
Abstract: La crisi dell’Eurozona è ormai certificata dalla sua performance estremamente deludente in seguito allo shock esterno provocato dalla crisi dei subprime. La richiesta di un ridisegno delle regole è unanime, e in parte già accolta dalle stesse istituzioni europee. La diagnosi sulle cause della crisi è largamente condivisa dalla letteratura scientifica e dalle istituzioni multilaterali, e vede la causa nell’eccesso di indebitamento privato estero intra-Eurozona. In questo articolo sosteniamo che se questa diagnosi è corretta, allora il ridisegno delle regole europee deve partire da un cambio radicale di prospettiva, che parta dalla tutela della domanda interna nel Mercato Unico, anziché dalla rincorsa della domanda estera fra i mercati nazionali dei paesi membri, e riconosca il ruolo ineludibile della flessibilità del cambio come strumento di enforcement degli accordi economici intrapresi, e come strumento di signaling, essenziale ai mercati per assicurare una corretta allocazione delle risorse finanziarie.
Introduzione
Il fallimento dell’Eurozona è nei numeri. L’ultima edizione del World Economic Outlook certifica che l’Eurozona è l’unica macroarea dell’economia globale a non essersi ripresa dallo shock Lehman del settembre 2008 (Tav. 1), e i tempi di recupero si presume siano di diversi anni.
Questo se per recupero intendiamo il ritorno al livello di reddito pro capite precedente alla crisi. Se invece per recupero intendiamo il ritorno sul precedente trend di crescita, allora, in tutta evidenza, occorreranno diversi decenni: nel 2018 il gap rispetto alla tendenza pre-crisi apertosi con lo shock del 2008-2009 sarà ancora ben lungi dall’essere colmato (Fig. 1). Tutto questo, beninteso, nelle previsioni spesso rosee degli analisti del Fondo Monetario Internazionale (2013).
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Sudditanza e contro
di Mario Monforte
Elezioni del 25 maggio 2014 (europee, ma di primaria valenza interna al paese, pur nel rapporto con l’Ue, e inoltre estese amministrative): al Pd una messe di voti, verso il 41%; «successo storico» (tutto è ormai detto «storico», quanto meno lo è); Renzi, «commosso e determinato», si presta ai «bagni di folla» e va allo «sblocca Italia»; la Boschi parla di «partito rivoluzionario», beninteso «nelle idee» (ormai discorsi e misure, peraltro piú che discutibili, sono detti «rivoluzionari», nella banalizzazione pubblicitaria dei termini) – e via sciorinando retorica e scempiaggini.
Verso il 41%, sí, ma dei votanti, i quali, in base ai dati (quelli ufficiali), sul complesso degli aventi diritto (49.250.169), sono stati il 58,69% (28.908.004), di cui il 5,30% (1.536.257) ha posto nell’urna schede nulle, bianche, contestate. Il votovalido è stato il 54,39% (27.371.147), mentre il non-voto (astenuti, voti nulli, bianchi, contestati) è stato il 45,61% (21.779.002). Dunque, il Pd di Renzi ha avuto il consenso del 22,19% degli elettori; per l’insieme di M5S, Lega Nord, Lista Tsipras, Fd’I-An, ha votato il 20,06% degli elettori; per Forza Italia, Ncd, Idv e altri, ha votato il 12,14%. Detto questo per la precisione, che ridimensiona la “storicità” del successo di Renzi-Pd, fatto invece apparire come maggioranza totale, o comunque travolgente.
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Renzi trionfa, noi rilanciamo il conflitto
di Piotr Zygulski e Alessandro Volpi
Non c’è dubbio: il vincitore delle elezioni europee è Matteo Renzi e di conseguenza hanno vinto anche le oligarchie economiche che hanno sostenuto la sua scalata a Palazzo Chigi; da questo dato di fatto deve partire ogni valutazione politica.
Il significato della tornata elettorale, come era prevedibile, è stato prevalentemente nazionale: il boom del PD ha fornito la tanto agognata legittimazione popolare che mancava al “sindaco d’Italia”, e a tutti gli indecisi l’occasione per salire sul carro del vincitore. Con il senno del poi risulta evidente che la sostituzione della marionetta Letta – il quale, a un anno dal giuramento, avrebbe sofferto di una fase ciclica negativa – con Renzie era stata fatta con una puntualità svizzera. L’esplosione dei consensi era annunciata. Si è verificato quel processo che tecnicamente viene definito «overconfirmation», secondo la teoria dei politologi Schmitt e Reif che nel 1980 mostrarono la correlazione tra consenso ai partiti di governo e tempo che intercorre tra entrata in carica del governo e “elezioni di secondo ordine” come, nel nostro caso, le europee.
Forte dell’entusiasmo delle prime settimane di governo, delle promesse appena lanciate – dalla nuova legge elettorale agli 80 euro in busta paga – e dell’ampio sostegno mediatico di regime, «l’ebetino di Fi-Renzi» non poteva che fare il boom: è stata una perfetta operazione di marketing che ci ricorda i tempi d’oro del Berlusca.
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Uscire dall’euro? C’è modo e modo
Emiliano Brancaccio con Chiose1[in rosso] di Antiper
Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al fallimento.
Brancaccio sembra attribuire la “deflazione salariale” (cioè la diminuzione dei salari che sta avvenendo nei “paesi periferici”) al tentativo di “salvare la moneta unica”. Ma qui sorge subito una prima questione: la politica della riduzione dei salari è davvero una novità dovuta alla “moneta unica” (ed al tentativo del suo salvataggio)? Nei paesi in cui non vige questa questa “moneta unica” (leggi Gran Bretagna o USA) la deflazione salariale non si è realizzata?
Ovviamente le cose non stanno in questo modo. La riduzione del salario è infatti un obbiettivo permanente di ogni capitalista visto che minore è la quota salari pagata e maggiore è la quota profitti incassata; e del resto, in Italia, la “politica dei redditi” – come fu eufemisticamente battezzata - ha avuto anche l'imprimatur della sinistra istituzionale e del sindacato di regime fin dalla lontana “svolta dell'EUR” del 1978: da lì in poi, imprese, sindacati e governi si sono coordinati neo-corporativisticamente per impedire l'aumento del salario dei lavoratori italiani che infatti è, oggi, lo stesso di 24 anni fa (nonostante la maggiore ricchezza prodotta in questi anni). La stessa “scala mobile” ovvero il meccanismo di adeguamento automatico del salario al costo della vita (e che oggi sarebbe tanto di aiuto per i lavoratori) venne introdotta soprattutto per impedire che l'aumento dei salari superasse quello dei prezzi e quindi che vi fosse una crescita della “quota salari”.
L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque tutt’altro che scongiurata.
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Di classe, quindi nazionale
Per una politica all’altezza dei tempi
di Mimmo Porcaro
In un paese abitato da gente meno disposta a farsi ingannare dalle evidenti bischerate dei propri governanti, le elezioni di fine maggio avrebbero visto non il 60, ma il 100% di affluenza e avrebbero premiato non col 40, ma col 50% e più un partito capace di dire l’opposto di quanto strombazzato dal trionfale, ma precario, vincitore di oggi.
Capace di dire, cioè, che l’Italia, se vuole interrompere la sua costante discesa, deve mutare la propria collocazione internazionale e trasformare decisamente i propri rapporti sociali. Deve uscire dall’Unione europea e dall’euro trovando nuovi partner e cercando anche (se possibile) di ricostruire l’europeismo su basi paritarie. Data la tirchieria del capitalismo nostrano e l’inaffidabilità dei capitali esteri, deve sostituire l’iniziativa pubblica all’inerzia privata, riappropriandosi del sistema bancario e nazionalizzando le più grandi imprese. Deve tornare alla repressione finanziaria e ad un ragionevole controllo del flusso dei prodotti, ma soprattutto dei capitali. Deve creare le condizioni occupazionali, salariali e giuridiche perché i lavoratori cessino di essere umiliati e divengano invece protagonisti attivi del processo produttivo, e quindi fonte di innovazione. Deve centralizzare molte delle competenze attualmente attribuite alle Regioni (che sono origine, come disse a suo tempo l’inascoltato Ugo la Malfa, di innumeri sprechi) e con i conseguenti risparmi finanziare un ammodernamento dell’apparato di stato fatto sia di occupazione giovanile sia di moduli organizzativi basati sull’interazione cittadini/amministrazione.
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Europa, quando perseverare è ideologico
di Lelio Demichelis
Urge che il demos si riprenda il potere, uscendo dall’incubo della biopolitica/tanatopolitica neoliberale. Cercando, fuori dall’ideologia, un’idea virtuosa e umana di Europa
Un po’ di filosofia e di psicanalisi; spunti dalla riflessione di Hannah Arendt sul totalitarismo, ma applicandola al capitalismo; e Michel Foucault. Sono alcuni degli strumenti utili per capire la crisi di questa Europa.
Dal 2008 gli europei vivono un incubo che coniuga ideologia (il neoliberismo), autoritarismo (lo stato d’eccezione, i governi di larghe intese, il non poter votare e decidere), volontà di potenza (il capitalismo totalitario), moralismo religioso (protestante), inquisizione (cattolica), nichilismo (ancora il capitalismo), pulsioni libidiche e aggressive (l’austerità e il pareggio di bilancio). Secondo una colossale menzogna (sempre l’ideologia neoliberista), che ha prodotto (come ogni ideologia) altrettanto colossali meccanismi difalsificazione della verità e della stessa razionalità economica (l’austerità come via virtuosa per la crescita, mentre è una politica pro-ciclica che peggiora la crisi, non correggendone le cause). Il tutto emarginando ogni tentativo di fare parresia. Di dire ilvero contro la menzogna.
L’Europa (gli europei): in questo incubo l’hanno portata le sue classi dirigenti (sic!) e le oligarchie economico-finanziarie.
Non per un incidente della storia, ma perché la loro azione era ieri ed è ancora oggi finalizzata ad una trasformazione politica in senso antidemocratico e totalitario del potere; ed economica in senso definitivamente neoliberista. Suda, soffre, si impoverisce ma l’Europa subisce in silenzio questa ideologia neoliberista e questo collegato sadismo economico del capitalismo.
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Contro l’Europa delle banche e della finanza, ritorno allo Stato-nazione?
Claudio Valerio Vettraino
Da più parti oggi si evoca il ritorno allo stato nazione, alla sovranità nazionale economico-produttiva, bancaria e fiscale, come antidoto “autarchico” all’apparato sovra-nazionale (ma anch’esso – paradossalmente – nuovo e più allargato stato-nazione a 24) dell’Europa unita e della cosiddetta “troika”.
Come spesso accade, si ragiona sugli effetti e mai concretamente sulle cause delle importanti e decisive trasformazioni in atto.
L’unione europea, nata a Roma nel lontano 1957 con la CECA e che ha accelerato il suo processo di unificazione – primariamente economico e finanziario – dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, non è altro che il tentativo “disperato” delle borghesie e delle cancellerie europee di coalizzarsi – dopo secoli e secoli di guerre intestine e fratricide – nell’ottica strategica di contrastare (o quanto meno depotenziare, influenzare) l’ascesa dei famosi “BRIC” (Brasile, Russia, India, Cina, a cui oggi possiamo aggiungere Messico, Indonesia, Sudafrica, Corea del Sud, ecc.), per ritagliarsi un ruolo da protagonista nella nuova contesa mondiale che oggi, a differenza che nell’Ottocento e nel Novecento in cui sulla scena si muovevano i tradizionali stati-nazione, si gioca tra potenze di stazza continentale.
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Chi (e come) ha veramente vinto in Europa?
Quarantotto
Vi propongo una serie di riflessioni "peculiari", cioè non focalizzate sulle vicende convulse che si stanno svolgendo nei singoli paesi dell'UE e che ci rimbalzano le mosse post-elettorali e le contromosse della governance ordoliberista, impegnata nel mantenimento del potere per poter finire il lavoro iniziato, secondo i propri immutabili programmi.
Vale a dire il regolamento di conti finale con il fattore "lavoro" i cui effetti sono tanto disastrosi per l'economica quanto "utili ed efficienti" per consolidare il potere finora esercitato dalle oligarchie.
Insomma, non è realisticamente da attendersi che la questione "teologica" e di riconquista del potere, mostrateci da Galbraith e Kalecky, come più volte illustrate su questo blog, si possa mai arrestare sulle soglie delle prime difficoltà che, probabilmente, ESSI avevano già immaginato di dover affrontare.
Perciò mi focalizzerei su come possano oggi essere giocate le carte "continuiste" delle governance UEM.
Come paradigma di riferimento, non necessariamente solo "teorico", prendiamo l'atteggiamento di Christine Lagarde, "direttrice" del FMI, da sempre il punto di sintesi (almeno tentata) tra il modello neo-liberista e liberoscambista USA e l'ordoliberismo strategico UE.
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Ancora sulle elezioni europee
(...precedente)
L’illusorio successo di Renzi
di Michele Nobile
È incredibile e inaccettabile che, in presenza di un’astensione che raggiunge oramai il 30-40% del corpo elettorale, si continui a ragionare sui risultati elettorali calcolati solo sulla base dei voti validi. Con percentuali tanto elevate di rigetto della casta politica, qualsiasi ragionamento che si basi unicamente sui voti validi non potrà che distorcere gravemente il grado di consenso reale dei cittadini nei confronti dei partiti, con gravi effetti sul discorso politico. La tenacia con cui i commentatori restano abbarbicati a questa metodologia, scientificamente infondata e politicamente mistificante, è tanto più assurda quando praticata da chi pretende di andare contro la casta governante, se non contro il sistema.
In queste elezioni europee, in Italia non hanno votato 20,3 milioni di cittadini, nove milioni in più degli astenuti nelle politiche del 2013, un milione e mezzo di più che nelle europee del 2009.
Europa: le elezioni immaginarie
di Nicolai Caiazza
Le elezioni europee sono state immaginarie. E sono state immaginarie nel senso proprio che la immaginazione è stata la forza portante e conseguente sia tra gli eletti che tra gli elettori. Cioè la scelta degli elettori non è stata dettata da un interesse sociale di miglioramento della propria condizione sia personale che di classe. Né tanto meno la scelta è stata conseguente alla volontà di perseguire un ideale di trasformazione della società in una direzione o in un'altra.
Ciò che ha mosso la votazione per l'una o per l'altra formazione é stata l'adesione a una forma, a una immagine mentale, a una illusione di movimento.
Le Pen e Renzi però hanno vinto e convinto persone che avevano deciso di partecipare alla rappresentazione delle elezioni. L'altra metà della popolazione, che non ha partecipato, ha preferito dedicarsi ad altro.
Ma perchè ha vinto Renzi?
di Piemme
Capisco che sotto botta ci si interroghi anzitutto sulle ragioni dell'insuccesso dei cinque stelle. Tuttavia, se sono le dimensioni del successo del Pd renziano il vero fatto eclatante, è sulle ragioni di questa inattesa avanzata che occorre interrogarsi.
Solo in questo quadro segnalo la spiegazione di Gianluigi Paragone della sconfitta dei pentastellati. In piena controtendenza rispetto ai molti che addebitano la causa della sconfitta di M5S all'eccesso di "estremismo protestatario", Paragone sostiene che Grillo avrebbe perso perché ha dato retta a Casaleggio:
<«Il vero responsabile della sconfitta si chiama Gianroberto Casaleggio. Casaleggio era convinto di tenere in cassaforte i voti che prese alle politiche e perciò si dovesse “tranquillizzare” il voto moderato per tentare il sorpasso. Così ha messo la giacca e la cravatta ai suoi golden boy, li ha istruiti affinché parlassero come fighettini. E’ di Casaleggio la scelta di andare da Vespa e poi ai talk comodi, seduti, tranquilli».
It's All About Italy
C. M.
L'ufficio studi della Jp Morgan, di cui abbiamo già potuto apprezzare le analisi, è convinto che la vittoria di Matteo Renzi renda l'Italia più forte a livello europeo, e più stabile l'Unione nel suo complesso. Cerchiamo di capire perché.
Occorre sottolineare che il PD di Renzi è stato il soggetto politico più votato in Europa, in termini assoluti (11 milioni e centomila suffragi contro i 10 milioni e trecentomila della portaerei di Angela Merkel, la CDU-CSU); in termini percentuali è superato solo dal Fidesz di Viktor Orbàn, dominatore incontrastato dell'Ungheria (51%). Ma Fidesz non è certo quel che si definirebbe una forza europeista; invece il PD di Renzi lo è, entusiasticamente. Questo partito, pur sommando due caratteristiche che in questi anni non hanno certo giovato dal punto di vista elettorale, e cioè l'europeismo e il trovarsi al governo, stravince nelle urne, in assoluta controtendenza rispetto allo scenario europeo.
Preme rammentarlo: le forze politiche "sistemiche", in primo luogo quelle riconducibili alle famiglie del PSE e del PPE, sono naufragate in molti importanti contesti nazionali.
Da Atene a Berlino c’è anche Roma
di Roberto Musacchio
La fortuna aiuta gli audaci, diceva il vecchio detto latino. Quelle poche migliaia di voti che rappresentano quello 0,03 che fa superare alla lista Tsipras il quorum dell’assurda, e incostituzionale, legge italiana, possono far pensare che ci sia alla fine un premio per chi ha coraggio. Ma i latini sapevano bene che l’audacia poggiava sulla forza di un progetto, di una idea di società e di mondo. Diciamo allora che l’audacia di provare a vincere la sfida delle europee è stata figlia proprio di questa riscoperta, quella che è possibile avere un progetto e una idea di mondo, e cioè un punto di vista autonomo, proprio, su se stessi, della propria gente e della realtà in cui viviamo.
Alexis Tsipras è stato il simbolo, e la dimostrazione nella dimensione reale e concreta, di questa audacia possibile. Lui l’ha costruita per sé, costruendosela da sé ma fruendo anche dei materiali resi disponibili sul campo come l’esistenza di un partito della sinistra europea, alla cui nascita come italiani avevamo contribuito, l’esperienza delle lotte di resistenza alla austerità e dei movimenti.
I Piddino Boys e la Carosellonomics
Lameduck
A proposito di falconi e operazioni condor, ricordate quel vecchio carosello anni '70 dove i cittadini del Paese Felice erano costantemente minacciati dal perfido Jo Condor ma quando invocavano "Gigante, pensaci tuuuuu!!!" arrivava uno spilungone ex machina che risolveva tutto con saggezza e comminando infine la giusta pena all'odioso pennuto?
Grillo deve “dimettersi”?
di Aldo Giannuli
Si stanno levando molte voci che chiedono le “dimissioni” di Beppe Grillo (ho visto una dichiarazione in questo senso anche di parlamentari del M5s o ex del movimento), anche in questo blog ci sono interventi che vanno in questo senso e qualche autorevole amico me lo ha scritto in una mail privata. Tutti, più o meno, ricordano la frase con cui Grillo diceva che si sarebbe ritirato se non avesse “vinto”. Bene, allora discutiamone.
In primo luogo: dimettersi da cosa? Grillo non ha cariche formali nel M5s, non ne è il segretario. Per cui la richiesta di dimissioni può significare solo che deve smettere di parlare e magari chiudere il suo sito. Mi sembra una richiesta eccessiva, che non si può fare neanche al leader più sconfitto del sistema solare: ma, allora, fatte le dovute proporzioni, uno come Veltroni cosa avrebbe dovuto fare? Per non dire di Paolo Ferrero.
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Different Trains*
di Sandro Moiso
Treni differenti hanno corso per le recenti elezioni europee. Alcuni sono deragliati, mentre altri sono arrivati a destinazione. E’ inutile girarci in tondo: per ora hanno vinto i peggiori. Anche se risultava davvero difficile individuare i migliori.
Analizzare brevemente il significato e i motivi di tutto ciò può, però, contribuire a non sbagliare ancora in futuro e a intravedere le possibilità di superamento del sistema attualmente, ed apparentemente, vincente.
Gli elementi che hanno infatti portato, a livello nazionale, Renzi e il suo partito alla vittoria sono estremamente diversi da quelli che, ad esempio, hanno caratterizzato la vittoria delle destre xenofobe e nazionaliste soprattutto in Francia e Gran Bretagna.
Paradossalmente, infatti, su un solo punto ha avuto ragione Grillo fin dall’inizio della sua carriera “politica”: il Movimento 5 Stelle è riuscito a contenere i possibili estremismi.
La democrazia è nuda e il gioco si fa duro
Dalle elezioni europee: astensione e malessere sociale in crescita
Dino Erba
Questa domenica in Europa più che elezioni hanno avuto luogo delle non elezioni. Gli europei, in maggioranza, hanno deciso di restarsene a casa invece di andare alle urne. Le elezioni, quindi, saranno legali ma non legittime, se teniamo conto del terzo significato della definizione del concetto di: “sicuro, genuino e vero sotto qualsiasi profilo”. Le elezioni non sono state real-mente veritiere perché il demos (il popolo) – ovvero chi dà sostanza ai partiti – ha deciso in maggioranza di non votare: da ciò si deduce che, secondo logica, le elezioni non sono valide anche se sono legali. Chi rappresentano gli eletti? Che appoggio popolare avranno le loro decisioni future?
RAMÓN REIG, Las non eleciónes1.
Quasi ovunque, i governi dell'Unione europea hanno agitato lo spauracchio dell’astensione e del populismo antieuropeo, scatenando una propaganda dai toni ora allarmistici ora suadenti ... senza escludere messaggi trasversali che, a ogni piè sospinto, ci sussurravano i vantaggi dell’Europa unita.
Sòle elettorali
Militant
Nonostante l’affermazione del PD, dell’UKIP di Farage e del Front National di Marine Le Pen, il Partito Popolare europeo ha vinto le elezioni e si ritrova in Parlamento con il maggior numero di deputati. Conseguenza liberale vorrebbe che il candidato presidente espressione di quel partito, Jean Claude Juncker, sia nominato presidente della Commissione Europea. Siccome però il Parlamento europeo nei fatti non conta nulla, il veto posto da Cameron ha subito fatto declinare la possibilità di Junker a presiedere la Commissione. Ci si sta accordando su una scelta che prevede un parterre di nomi di tutto rispetto, fra cui spicca Cristine Lagarde, direttrice del FMI. Le cose stanno peggio di come le descrivevamo qualche settimana fa. In un precedente pezzo, infatti, davamo per sicura l’elezione di Junker qualsiasi fosse stato il risultato elettorale, anche avesse vinto Tsipras. La realtà è addirittura peggio della (facile) previsione. La Commissione Europea, il governo della UE, viene eletta a prescindere da qualsiasi risultato elettorale. Anche se questa dovesse essere vinta dal principale sponsor della UE, ciò che conta è l’accordo fra gli Stati membri e le indicazioni della BCE.
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Matteo Renzi, the Hype
nique la police
Scorrendo i risultati elettorali delle europee viene da ripensare al significato di Hype, che sta tra promozione, montatura, lancio, esagerazione, risonanza comunicativa, iperbole. Tutto un terreno di comunicazione dove i significati che si creano sono tenuti da un vero, unico campo di forza: quello della sproporzione tra l’evento creato dal marketing, che esplode nelle persone, e la portata dell’evento reale prodotto. Qualche riprova? I famosi 80 euro, rivelatisi alla fine vero napalm comunicativo in grado di disboscare intere foreste della critica, sono destinati ad essere ingoiati da una tassazione più alta. Oppure ad essere una partita di giro, con lo stato, per cui se vengono resi 80 euro, alla fine, in servizi tagliati si finisce per perderne molti di più. Ma dal punto di vista comunicativo, gli ottanta euro, comunicati con vero senso feticistico della cifra, hanno rappresentato l’evento di un governo che redistribuisce risorse. Ovviamente the Hype, come se fosse una produzione di Carpenter quando si dà all’orrore, riproduce l’evento in modo ossessivo solo grazie ad una coralità mediale. C’è un livello di disoccupazione giovanile il più alto dal ’77? The Hype produce il jobs act, del quale la risonanza comunicativa è così assordante che ci si dimentica persino che una misura legislativa di questo tipo non è mai passata, né dal parlamento né per decreto, e che non va confusa con il decreto lavoro.
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Il terremoto elettorale del 25 maggio
di Alfonso Gianni*
Questa volta, ed è già un elemento di sensibile novità, una valutazione sugli esiti del voto richiederebbe tempi e percorsi più meditati. Non è un caso che tutti i sondaggi abbiano fallito e di molto le previsioni, particolarmente in Italia, ma non solo. Un segnale del fatto che i tradizionali sensori fin qui usati non sono stati in grado di cogliere i sommovimenti in atto. Né si può francamente credere che tutti i cambiamenti siano maturati solo negli ultimi giorni, con il cosiddetto voto last minute.
Le ragioni di questa complessità sono diverse. Anzitutto si tratta di valutare il significato del voto sul terreno europeo. Tanto più che per la prima volta da quando si vota per nominare il parlamento di Strasburgo, cioè dal 1979 in poi, non si è avuto un calo dei partecipanti, attestatisi sul 43%, media che differisce di un solo decimale rispetto a cinque anni fa. L’altra ragione deriva dal risultato eccezionale verificatosi nel caso italiano, dove il calo dei votanti è stato invece marcato, il 7.7% in meno rispetto al 2009, che solo un’analisi puntuale dei flussi elettorali può permettere di esaminare in profondità. Infine in Italia si è votato anche per il rinnovo di importanti consigli regionali e comunali, sulla base di una offerta politica che non corrispondeva in tutto e per tutto a quella presente nelle elezioni europee.
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Europa 2020 e noi
di Paolo Pini , Roberto Romano
Come si si ricostruisce l'infrastruttura della piena occupazione? Il Def del governo accoglie solo in parte la sfida delineata dall'Unione Europea con il programma Europa 2020. Perchè mentre l'Europa prefigura il governo dei processi di cambiamento, l'Italia li de-regola lasciandoli al mercato
Prefigurare delle buone politiche economiche e industriali in particolare significa studiare cosa si nasconde dietro i movimenti dei redditi, dei prezzi e della produzione; nello sviluppo c’è qualcosa di diseguale: gli investimenti nella tecnologia. La riflessione supera la distinzione statistica tra spesa in investimenti e spesa in ricerca e sviluppo, indagando le conseguenze che gli investimenti e la spesa in ricerca e sviluppo, che rimane una declinazione del progresso tecnico, hanno sulla struttura e la composizione del reddito:
“in una analisi dinamica lo sviluppo economico è da riguardare, non semplicemente come un aumento sistematico del prodotto nazionale concepito come aggregato a composizione data ma, necessariamente, come un processo di mutamento strutturale, che influisce sulla composizione della produzione e dell’occupazione e che determina cambiamenti nelle forme di mercato, nella distribuzione del reddito e nel sistema dei prezzi” (Sylos Labini, 1993).
Non si tratta di un generico aumento degli investimenti o di un altrettanto generico ritmo dell’innovazione tecnologica. Il progresso tecnico non è (solo) l’invenzione di una nuova macchina o di un nuovo principio fisico o meccanico: è la variazione dell’organizzazione economica di una unità produttiva, quindi dell’economia nel suo insieme:
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N\Euro-fobia
(estratto di un articolo in uscita sul no.147 della Contraddizione)
origini della questione
Introduzione al 1° gennaio 2002 della moneta unica coincide con una evidente impennata dei prezzi (“1000 lire sono come 1 €”). Il ministro dell’economia Tremonti (governo Berlusconi 2) attribuisce l’aumento dei prezzi alla mutata attitudine psicologica dei consumatori; secondo il ministro Trecarte, il problema consisteva nel fatto che i “cònzumatori” italiani non avendo adeguata confidenza con monete dotate di un valore così alto (1 € e 2 €), le sperperavano impoverendosi “a loro insaputa”. Per ovviare a ciò, propone l’introduzione dell’euro di carta (la proposta resta inevasa anche a livello europeo).
euro-fobia moderna
Bibliografia: “Il tramonto dell’Euro” (A.Bagnai, 2012), criticato da alcuni per cui la sua prospettiva culturale sarebbe “populista, nazionalista, socialista” ma divenuto punto di riferimento imprescindibile per parte della sinistra sedicente antagonista.
Tesi principale: il problema dell’euro è che l’adozione di una valuta unica a livello europeo permette un trasferimento di risorse dai paesi del sud Europa alla Germania. L’adozione dell’euro ha privato lo stato italiano di uno strumento, a suo dire, fondamentale, ossia quello della cosiddetta svalutazione competitiva che molti anni ha permesso di deprezzare la lira; quindi l’Italia non può adottare una manovra sul tasso di cambio per stimolare la vendita delle merci locali all’estero, migliorando così il saldo della bilancia commerciale.
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Manifesto per un’Europa egualitaria
di Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou
Pubblichiamo qui un’anticipazione dal «Manifesto» di Roth e Papadimitriou, in libreria da oggi per DeriveApprodi.Alla vigilia delle elezioni europee un manifesto per il futuro dell’Europa
La situazione attuale
L’Europa si sta impoverendo. I poteri forti stanno trascinando le classi lavoratrici verso la rovina. Sono gli agenti di un sistema definito dai principi del massimo profitto e della concorrenza. Un sistema instabile che puo sopravvivere soltanto finché continuerà a espandersi in maniera spasmodica: in pochi continueranno ad arricchirsi ricorrendo alla progressiva espropriazione, allo sfruttamento e all’immiserimento della maggioranza. Questa dinamica rischia di subire una battuta d’arresto a causa del crollo dei profitti, per questo le classi dominanti corrono ai ripari per mantenere ben salde le disuguaglianze e accelerare lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali.
Le loro strategie più rilevanti al riguardo sono l’accrescimento e la stabilizzazione delle riserve economiche, il consolidamento dei processi di produzione, la riduzione dei salari e la privatizzazione dei beni pubblici e dei servizi sociali, cosi come l’introduzione di un sistema creditizio piu restrittivo. Il risultato saranno fenomeni complessi di precarizzazione e di impoverimento di massa. Le classi subalterne si vedranno deprivate dei loro fondamentali diritti all’esistenza e saranno costrette a sopportare la pressione di una disoccupazione sempre crescente, di insicurezza sociale e rapporti di lavoro sempre piu malpagati e limitati nel tempo.
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