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Oltre la favola degli Stati Uniti d’Europa: la svolta confederale contro la crisi dell’UE

di Enrico Grazzini

La nuova proposta fallimentare di Draghi: il “federalismo pragmatico”. Ma solo un progetto confederale può salvare un nucleo di cooperazione europea.

europa3pensieri ori crop MASTER 0x0.jpgL’Unione Europea in via di disfacimento: il 2027 è l’anno decisivo

L’Unione Europea è ormai allo sbando ma, mentre Draghi e i politici europeisti di centro e di sinistra predicano che occorre avanzare verso nuove forme di pseudofederalismo, l’unica soluzione realistica ed efficace per superare la profonda crisi europea è invece quella confederale. Tutti però, anche la sinistra più radicale, continuano colpevolmente ad ignorarla, essendo ipnotizzati dal sogno inutile e dannoso degli Stati Uniti d’Europa.

Secondo Charles De Gaulle, antagonista del federalista Jean Monnet, era possibile tentare di costruire l’unità europea solo se venivano rispettate le sovranità statali, senza quindi abolire le democrazie nazionali. Ma la sua idea venne messa da parte, anche perché la sua proposta era sostanzialmente anti-americana: De Gaulle, infatti, auspicava un’Europa indipendente dall’America e dalla NATO e in competizione con gli Stati Uniti. Passò invece l’idea federalista pro-America e pro-NATO di Monnet, per la quale le democrazie nazionali devono essere subordinate a organi sovranazionali di tipo federale; organi che, come quelli di Bruxelles e di Francoforte, sovrastano gli Stati nazionali e centralizzano il potere. Organi autoritari senza democrazia.

L’Unione Europea è stata costruita come un organismo ibrido, sia sovranazionale che intergovernativo: infatti il processo decisionale è concentrato nel Consiglio Europeo e nella Commissione UE, che deliberano al di sopra delle nazioni, delle istituzioni rappresentative nazionali e dei singoli governi. Eppure il Consiglio Europeo è formato dai capi di Stato e di governo, e la Commissione UE è nominata dai governi. Nell’UE decidono dunque i governi — innanzitutto quelli di Germania e Francia — e non i popoli. Il Parlamento UE dà solo una verniciatura leggera di pseudo-democrazia perché, come noto, è escluso dalle decisioni più importanti, come quelle che riguardano il riarmo. In pratica il Parlamento serve solo a ratificare le decisioni prese dai governi UE. L’Unione Europea è dunque strutturalmente anti-democratica, paradossalmente nel nome del federalismo e della democrazia!

Non sorprende che questa UE antidemocratica si stia sfasciando, anche se Ursula von der Leyen e il ceto politico europeo fanno finta di niente. Sono sonnambuli che nascondono la verità a sé stessi e ai popoli europei. Ormai Bruxelles è diventata una succursale della NATO e l’unico obiettivo che si pone — mentre i governi europei si scontrano ferocemente sul piano finanziario dell’UE per il periodo 2028-2034 perché nessuno vuole spendere per il budget comune — è di aumentare la spesa per le armi per prepararsi alla guerra con la Russia. Una politica suicida e imbecille, perché la Russia ha missili ipersonici in grado di portare testate atomiche multiple, mentre l’Europa non ha — e non avrà per anni — assolutamente nessuna protezione aerea e antimissile, e non ha neppure un esercito.

La novità è che forse questa UE tra due anni non ci sarà più, almeno nella forma attuale. Nel 2027 ci saranno nuove elezioni in Italia, Francia, Spagna e Polonia. Nel 2027 la UE dovrà votare sul prossimo bilancio settennale UE che però nessuno vuole finanziare. Si discuterà anche del processo di allargamento della UE all’Ucraina e ad altri paesi balcanici: allargamento che molto probabilmente non avverrà mai e su cui la UE si sta già dividendo ferocemente. Entro il 2027 la Russia occuperà con tutta probabilità tutto il Donbas e le regioni costiere dell’Ucraina.

L’UE si sta disintegrando per l’inconsistenza dell’ideologia liberal-liberista che l’ha fondata e che ha sottomesso i paesi europei al dominio della finanza internazionale, a causa della sua disomogeneità interna, della sua impotenza geopolitica, del suo impotente bellicismo e, soprattutto, perché schiaccia le democrazie e gli interessi nazionali. Per reazione, in Francia e in Germania i partiti ultranazionalisti e di estrema destra — rispettivamente il Rassemblement National e AfD (Alternative für Deutschland), ambedue anti-UE, pro-russi e, in parte, anche anti-NATO — sono già, secondo i sondaggi, il primo partito. Probabilmente andranno al governo e l’UE cadrà, almeno nella sua forma attuale. La vergogna di Bruxelles è che è riuscita a resuscitare i fantasmi del fascismo in Europa, in Italia come altrove.

La pseudosoluzione di Draghi: il “federalismo pragmatico”

Draghi si è accorto da tempo che la UE liberista non funziona più. Ha capito che l’UE ha bisogno di politica industriale e che si sta per disintegrare, schiacciata com’è tra gli USA di Trump e la Cina. Allora l’ex banchiere, al fine di superare l’impotenza della UE, ha avanzato la proposta del “federalismo pragmatico”. Draghi — sostenuto in Italia anche da Elly Schlein, la segretaria del PD che lo vorrebbe prossimo Presidente della Repubblica — propone una cooperazione stretta e volontaria tra gli Stati europei che più vogliono collaborare tra loro in alcuni settori critici, come la difesa e l’Intelligenza Artificiale, e invoca il superamento della “logica confederale” della UE e del voto all’unanimità.

«In passato l’ho chiamato “federalismo pragmatico”. Pragmatico, perché dobbiamo compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati, nei settori in cui il progresso può ad oggi essere realizzato. Ma federalismo, perché la destinazione conta. L’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono in ultima analisi diventare il fondamento di istituzioni dotate di reale potere decisionale, istituzioni in grado di agire con decisione in ogni circostanza. Questo approccio rompe l’impasse davanti alla quale ci troviamo oggi, e lo fa senza subordinare nessuno. Gli Stati membri aderiscono volontariamente. La porta rimane aperta ad altri, ma non a coloro che minerebbero lo scopo comune» (Discorso di Mario Draghi del 2 febbraio 2026 all’Università di Lovanio).

Draghi in effetti vorrebbe che Germania, Francia, Italia e Spagna cominciassero a cooperare strettamente tra loro e formassero organi decisionali comuni, ma dentro la UE. Tuttavia, il suo progetto è evidentemente impossibile nelle condizioni attuali, anche perché Germania e Francia sono in disaccordo su tutto (e soprattutto sulla difesa).

Draghi inoltre non comprende che quello che lui chiama “federalismo pragmatico” secondo la scienza politica sarebbe in realtà — proprio come la cosiddetta “Unione dei Volontari” formatasi nel settore della difesa — l’embrione di una forma confederale di unione. Infatti, il progetto Draghi si può realizzare solo se i governi partecipanti decidono sovranamente di avviare loro iniziative comuni al di fuori della UE. Ma questo non è federalismo: è esattamente il contrario.

Secondo l’ex banchiere, il “federalismo pragmatico” non richiederebbe riforme dei trattati. Ma è vero l’opposto: nuove forme di cooperazione volontaria tra i paesi europei potrebbero realizzarsi solo se il trattato di Maastricht verrà cancellato. Il federalismo pragmatico di Draghi e della Schlein è dunque irrealizzabile. Per uscire dalla crisi occorre elaborare una visione più realistica, ma anche con più immaginazione politica.

La vera urgenza: recuperare sovranità e democrazia

Se si vuole concepire la costruzione di una nuova Europa cooperativa, occorrerà innanzitutto recuperare la sovranità degli Stati europei, perché la sovranità nazionale è la condizione minima per restaurare la democrazia e perché al di fuori della democrazia ci sono solo disastri. Senza la forza della partecipazione democratica non è possibile nessun sviluppo positivo per l’Europa. Ma in Europa la democrazia è possibile solo all’interno delle comunità nazionali.

Occorrerà tentare di trasformare la UE in una Confederazione di democrazie: questo, per fortuna, è possibile revisionando radicalmente i trattati, ma senza che nessun paese sia costretto a uscire dalla UE. Ed è politicamente fattibile perché, quando la crisi europea precipiterà — e questo prima o poi avverrà sicuramente —, potrà convenire anche alla Germania e alla Francia, oltre che ai cosiddetti “sovranisti”, togliere a Bruxelles e Francoforte la posizione di comando.

Nel pieno di una nuova crisi dell’UE, i due Stati leader dell’Europa potrebbero facilmente decidere che è per loro più conveniente tornare ad avere piena potestà monetaria e fiscale e abbandonare il Trattato di Maastricht. Contemporaneamente, è probabile che tentino nuove forme di cooperazione tra i paesi europei per cercare di salvarsi e di contrastare la crisi, l’imperialismo di Trump e l’aggressività della Russia e della Cina.

L’uscita unilaterale dall’euro è un salto nel buio. Occorre sfruttare la prossima crisi dell’eurozona per cambiare il sistema europeo

La UE è un disastro e danneggia i paesi europei. Su una questione però bisogna essere chiari: l’uscita unilaterale di un grande paese europeo, come è l’Italia, dall’eurozona non è una soluzione realistica. L’uscita unilaterale dall’euro provocherebbe non solo una grave crisi nazionale, ma europea e mondiale, perché l’euro è la seconda valuta di riserva del mondo dopo il dollaro.

Una volta che è stata completamente ceduta la sovranità monetaria è difficilissimo, se non impossibile, tornare indietro. Molto difficilmente un governo europeo riuscirebbe a gestire politicamente l’uscita dalla moneta unica europea: dovrebbe dichiarare default sul suo debito denominato in euro, e avrebbe quindi solo nemici in campo internazionale. Il sospetto di un’uscita dall’eurozona provocherebbe la reazione anticipata dei mercati, del sistema bancario nazionale e del sistema finanziario internazionale, con l’aumento immediato del costo del debito e la fuga precipitosa e irrefrenabile dei capitali; spaccherebbe il paese, dividerebbe l’opinione pubblica e susciterebbe reazioni feroci da parte degli altri governi europei e non solo europei.

Per uscire dalla moneta unica europea un governo dovrebbe condurre una manovra economica molto incisiva e dura, ma una manovra di tale portata potrebbe essere promossa solo da un esecutivo fortemente autoritario: così sarebbe come passare dalla padella alla brace. Per uscire dall’euro occorrerebbe avere un amico grande e potente come, per esempio, Trump, Putin o Xi Jinping. Ma, anche se questi fossero interessati, sarebbe folle fidarsi di loro.

La vera tragedia consiste nel fatto che anche restare dentro l’eurozona significa subire una crisi inevitabile. Apparentemente non ci sono alternative alla situazione presente. Del resto, è evidente che non è possibile sbarazzarsi in breve tempo di rapporti internazionali che si sono consolidati nei decenni.

La prossima crisi dell’euro fornirà l’opportunità di cancellare Maastricht e di trasformare la UE in una Confederazione

Uscire dalla gabbia dell’euro sarà possibile solo se questa gabbia si romperà da sola, quando l’euro entrerà nuovamente in crisi — come è inevitabile — o a causa di un crack della finanza statunitense, o per la crisi del petrolio e dell’energia, o a causa delle guerre in corso, o perché in Europa vinceranno governi e partiti anti-UE, o per un’altra causa ancora. Prima o poi la gabbia della moneta unica dovrà spezzarsi, dal momento che non è supportata da un fondo fiscale comune e da uno Stato federale. Allora tutto verrà messo in discussione, anche il trattato di Maastricht, persino da parte dei governi di Francia e Germania.

In una situazione “calda” di crollo dell’euro e della moneta unica, ritornare alle monete nazionali diventerà per tutti i paesi dell’euro un passaggio obbligato. Ma allora bisognerà realizzare anche un sistema monetario comune, poiché nessun paese europeo da solo può resistere alla forza della speculazione internazionale. Occorrerà costruire una moneta comune europea: una valuta non unica come è l’euro, ma che rappresenti la sintesi tra le diverse monete nazionali europee. Questo è possibile e necessario, ed è anche l’argomento di un articolo successivo.

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