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machina

La sinistra nella trappola della tecnica

di Lelio Demichelis

0e99dc 0e528b6cb63c49bbb745ecdab82683b3mv2I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere la potenza della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. Da questa tesi parte Lelio Demichelis per sviluppare una radicale critica della modernità tecnologica. Al centro della sua riflessione vi è il concetto di Tecno-archía, una forma di potere fondata sulla razionalità strumentale, sul calcolo e sull'automatismo, che tende a imporsi sulla politica, sulla democrazia e sulla stessa libertà umana. L'intelligenza artificiale rappresenta, in questo quadro, non una semplice innovazione, ma l'ultima forma di delega cognitiva alle macchine: il punto in cui il pensiero rischia di essere sostituito dall'esecuzione automatica. Se la tecnica non è un semplice strumento neutrale ma una forza capace di organizzare la società secondo le proprie logiche, occorre mettere in discussione l'episteme che governa l'intera civiltà contemporanea e pensare a restituire centralità al pensiero critico, all'autonomia e alla capacità di immaginare un futuro sottratto all'imperativo del calcolo e della macchina.

* * * *

I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere (cosa diversa dal non vedere, grave in sé) la potenza (la pluspotenza della sua volontà di potenza, ma anche il suo potere) della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. E da due secoli le sinistre si illudono che la tecnica sia fondamentale per la liberazione del proletariato – una ingenuità epistemica smentita ogni giorno dalla realtà (che però appunto non si vuole vedere) – e che lo sviluppo delle forze produttive porterà al socialismo/comunismo. O che trionferà il general intellect, quando invece, da tempo ma soprattutto oggi con l’IA siamo alla totale alienazione cognitiva dell’uomo e alla sua totale delega esistenziale/cognitiva alle macchine.

Non si tratta di odiare la tecnica – cosa impossibile, l’uomo non vivendo senza tecnica – o di sognare un nuovo luddismo digitale, ma di iniziare finalmente, da sinistra, a esercitare un doveroso pensiero critico e a costruire una doverosa Teoria critica della e sulla tecnica – oltre a ripristinare una altrettanto doverosa critica anti-capitalista/anti-neoliberale – aggiornando la Teoria critica della prima Scuola di Francoforte. Una Teoria critica che riconoscafinalmente e in primo luogo – che le macchine moderne non sono le macchine singole di un tempo, ma sempre più convergono in una mega-macchina – e gli uomini con esse, quindi perdendone il controllo e il governo e la definizione politica dei fini. Un riconoscimento urgente e necessario quanto più cresce la sua pervasività (del sistema tecnico, molto più disciplinante/biopolitico/totalitario del capitalismo), sovraordinandosi sempre più a società, stato, democrazia e individuo. La tecnica (l’innovazione tecnologica) sempre imponendosi cioè come un dato di fatto ineluttabile e immodificabile e mai per scelta e decisione libera e democratica, producendo un gigantesco deficit tecnico di democrazia che però, ugualmente, non si vuole vedere. E l’IA non l’ha inventata il capitalismo, ma discende direttamente da quella che chiamiamo – sviluppandola da Weber e soprattutto dalla prima Scuola di Francoforte (Horkheimer, Marcuse) – razionalità strumentale/calcolante-industriale che è appunto del capitalismo ma che è nell’essenza anche o soprattutto della tecnica.Perché dunque questo ostinarsi delle sinistre a non voler vedere anche il potere e la pluspotenza della tecnica? Perché continuare a credere che la tecnica sia liberante, intelligente, virtuosa, razionale quando non lo è più da tempo? Perché continuare a non voler vedere che se la tecnica cerca solo l’esattezza, l’efficienza, l’integrazione, l’automatismo, la standardizzazione/omologazione e l’accrescimento illimitato di sé attraverso lo sfruttamento di uomini e biosfera, allora non può che essere anti-umanistica, anti-democratica, irresponsabile verso le future generazioni? Perché non voler vedere che è la tecnica (e non solo il capitalismo, neppure nella sua ultima perversione, il neoliberalismo) – e proprio per gli elementi appena richiamati – ad avere ucciso/dissolto la classe operaia e la lotta di classe – ma poi anche la società, la democrazia, la libertà, l’idea stessa di socialismo, di liberazione e di emancipazione, di fine dell’alienazione? Ovvero, ragionare oggi di crisi della democrazia senza valutare gli effetti prodotti dalla tecnica sulla polis e sul demos, dalla sua episteme, dalla sua ontologia e teleologia significa non voler vederne la causa prima della crisi, ma solo gli effetti (sovranismi, populismi, tecno-fascismi, trumpismi, melonismi, merzismi, negazionismi, riarmi, draghismi…), che comunque (non dimentichiamolo) sono neoliberali, ma soprattutto funzionali all’accrescimento/riproducibilità con altri mezzi politici del sistema tecnico (oltre che capitalistico).

Perché – ancora – non voler vedere che il taylorismo (oggi diventato anche digitale - S. Bellucci) è la forma/norma perfetta con cui si realizza e si impone l’episteme/logos/razionalità strumentale/calcolante-industriale, cioè suddividere-frammentare-individualizzare come primo movimento, per poter poi meglio e più facilmente, cioè senza quasi resistenza, integrare-sussumere-totalizzare le parti suddivise – è il secondo movimento; e perché non voler vedere che questo è il principio tecnico-politico di tutta la cosiddetta modernità? E ovviamente nessuna libertà e soggettività/autonomia e nessuna democrazia e socialità/solidarietà sono possibili se gli uomini e tutta la realtà è frammentata/scomposta e tutto e tutti sono ridotti a numeri, condizione necessaria per essere meglio calcolabili, meglio integrabili, pianificabili e controllabili. E a questo serve il Big Data – trasformarci in numeri per creare un mondo automatizzato e amministrato dalle macchine (che funzionano solo in base a numeri e calcoli), come temeva sempre la prima Scuola di Francoforte - ed è quella che chiamiamo digitalizzazione delle masse atomizzate/monadizzate, cioè tutti integrati singolarmente e isolatamente, ma massificati nel sistema tecnico.

Questo non voler vedere il potere e la pluspotenza della tecnica (e cioè non solo del capitalismo) è la trappola in cui sono caduti tutti i marxismi (rivoluzionari o riformisti che fossero). Una trappola epistemica e poi diventata ontologica/teleologica. Con le cosiddette sinistre di oggi che hanno accettato senza reagire, se non favorito, l’oligopolio/oligarchia delle tante Silicon Valley del mondo, pellegrinando gioiosamente verso di esse; come ieri hanno creduto che la rete (la tecnica) fosse libera e democratica in sé, o che grazie alle nuove tecnologie si sarebbe arrivati al lavoro cognitivo e immateriale, a lavorare meno e ad avere più tempo libero, quando tutto questo non poteva esserlo proprio per l’essenza/episteme della tecnica, che ha prodotto (non poteva non produrre) l’esatto contrario di quanto propagandisticamente promesso.

Ma soprattutto, perché non voler capire/vedere che proprio l’organizzazione di fabbrica (quel taylorismo che è tecnica organizzativa razionale e calcolante e centralistica/autocratica, al di là di ogni illusione o parentesi di democrazia del lavoro, sempre parziale perché mai potendo decidere del capitale - Panzieri) - dove sempre vi è qualcuno che organizza, comanda e sorveglia, oggi un algoritmo, mentre gli altri devono solo eseguire il comando oggi digitale – è la causa vera dell’oppressione sociale e non la proprietà privata dei mezzi di produzione, come già aveva capito, con grande lucidità e chiarezza, la filosofa Simone Weil negli stessi anni in cui Lenin e Gramsci magnificavano invece il modello della fabbrica e il taylorismo?

Questioni che riprendiamo dopo la lettura della bella intervista di Giuseppe Molinari a Christian Marazzi, su Machina di qualche mese fa. Dove però – è il nostro punto di differenza – Marazzi immagina una «ricomposizione di classe a partire dalle infrastrutture digitali», che è qualcosa che ci sembra impossibile, sì che non si può usare (o partire da), per ricomporre la classe, la stessa razionalità (supra), la stessa infrastruttura (oggi digitale) che l’ha scomposta, frammentata, dispersa, individualizzata, diffusa. Ovvero, non si può immaginare un uso diverso della tecnica (ieri l’Urss e oggi la Cina lo dimostrano) usando quella stessa razionalità strumentale/calcolante-industriale capace di accrescere causa sui (cioè a prescindere dall’uomo e dal demos) la propria infrastruttura. E se le macchine oggi apprendono da sole e anche gli sviluppatori non capiscono perché e come lo fanno, non basta cambiare gli sviluppatori (ancora Marazzi), se a monte non si rovescia questa sua epistemica razionalità irrazionale. Come non basta dire, come Anthropic, che ha allenato il suo Claude usando un insieme di tecniche sviluppate per allineare i sistemi di i.a. ai valori umani e renderli utili, innocui e onesti – troppo poco e troppo generico.

Negli ultimi decenni si era scritto molto di post-modernità, post-fordismo e di società post-industriale. In realtà, come scriviamo da molti anni, finalmente con molti altri, nessuna post-modernità e nessun post-fordismo-taylorismo, ma iper-modernità e iper-industrializzazione fordista/taylorista della vita intera dell’uomo e della società (la società intera è diventata una fabbrica, tutti siamo essenzialmente forza-lavoro). La nostra riflessione si spinge però ancora oltre e ridefinisce la modernità con il neologismo di Tecno-archía. Come nel titolo del nostro ultimo saggio, Tecno-archía, o la Nave dei Folli. La banalità digitale del male, pubblicato da DeriveApprodi nella Collana Labirinti.

E se la critica alla modernità non è ovviamente cosa nuova, radicalmente nuovo è dire che è diventata un potere archico. E cercare di riconoscerlo come tale, per deporlo come deve essere contro tutti i poteri archici. E con Tecno-archía intendiamo sì la combinazione di rivoluzione scientifica e industriale; di Bacone e Cartesio e Taylor; di capitalismo e tecnologie; di colonialismo e imperialismo; di complesso militare-industriale-scientifico; di oligarchie e di élite; di ingiustizia e disuguaglianza; di società repressiva. Ma intendiamo soprattutto la razionalità strumentale/calcolante-industriale occidentale, l’episteme della modernità diventata ormai globale - quella razionalità/episteme archica che governa il mondo dagli inizi della modernità e che ha prodotto l’eclisse della ragione illuministica e umanistica. La Tecno-archía è quindi il potere archico non di singoli uomini – come monarchia od oligarchia – ma di un sistema di pensiero fatto solo di numeri, calcolo e calcolabilità/razionalità strumentale e industriale.

Certo, il pensiero è anche calcolo, ma non può essere solo calcolo – e ancora Simone Weil, scriveva: «con il calcolo ci si trova ad avere risolto un problema per una sorta di magia, senza che lo spirito abbia messo in relazione i dati e la soluzione». E oggi calcolano le macchine, noi prendiamo il risultato come esatto, ritenendolo vero e giusto (mentre esatto non sempre è anche giusto), ancora meno mettendo in relazione i dati con la soluzione. E mentre l’uomo calcola credendo di essere intelligente, in realtà obbedisce a schemi generali di adattamento per assecondare i quali deve usare tutta la sua prontezza di riflessi, anzi (secondo Max Horkheimer) la ragione si identifica addirittura con questa facoltà, cioè «la ragione è diventata irrazionale e stupida». E la vita moderna, «sviluppa fino alla perfezione la capacità umana di ubbidire a ogni sorta di segnale e di soddisfare i bisogni immediati a spese della capacità di fare scelte di lungo periodo. Qui sta una delle radici principali della tipica struttura caratteriale moderna» – noi diciamo della Tecno-archía: dominante ma soprattutto egemone e che è prima (ex ante; a priori) del capitalismo e del sistema tecnico, predeterminandoli. Per cui è illusorio pensare (se ancora lo si pensa…) di uscire dal capitalismo se non si esce anche dall’episteme archica della tecnica.

Una Tecno-archía quindi – riassumendo – in conflitto ontologico, teleologico - epistemico:

  • con la libertà dell’uomo – e soprattutto con la sua libertà cognitiva espropriata dalle macchine e ora dall’intelligenza artificiale (ultima forma di taylorismo) - ricordando che quanto più si è integrati in qualcosa che non si controlla, come appunto i sistemi tecnici/infrastrutture digitali, meno si è liberi; e che la tecnica odia l’imprevedibilità, l’errore umano, i tempi morti, l’eccentricità, la creatività e l’immaginazione – proprio ciò che invece rende libero un uomo.

  • con la democrazia - sì che se la tecnica obbedisce a leggi proprie, allora sta producendo (causa sui) la morte della democrazia. Perché democrazia significa libertà di scelta, e se non c’è questa libertà anche sull’innovazione tecnica allora non si è neppure solo in un deficit di democrazia, ma in un sistema archico.

  • con la biosfera, come la crisi ambientale dimostra oltre ogni dubbio.

Un neologismo dunque – Tecno-archía – che nasce analizzando l’episteme (il sapere certo, che si impone come verità) della modernità; e quindi la sua ontologia e teleologia: e per ontologia intendendo l’uomo come deve essere-vivere-pensare per essere funzionale al sistema tecnico, stabilendo per lui i criteri, le forme e le norme della sua esistenza (molto più dispositive e disciplinanti di una legge); e per teleologia, le finalità da perseguire per garantirne l’accrescimento incessante secondo l’imperativo del sempre di più, rifiutando ogni limite e ogni responsabilità.

Se dunque la modernità è diventata un potere archico – come cerchiamo di dimostrare nel libro – allora dalla Tecno-archía del numero e del calcolo si deve uscire, in nome della libertà, della democrazia, della biosfera, della responsabilità; ma questo è possibile solo prima riconoscendolo come archico e insieme attivando un pensiero anti-archico/an-archico (ma in un senso tutto diverso dall’anarchismo classico) e cioè demo-cratico, umanistico ed ecologico. Cioè attraverso un pensiero destituente che deponga, rottamandola definitivamente perché nichilista ed ecocida, la Tecno-archía, ma che sia insieme un pensiero istituente che generi demo-crazia e auto-nomia (e non più eteronomia tecnica e capitalistica), basandosi su un sapere aude! umano e non macchinico. Come fece il demos dell’antica Grecia quando, prendendo consapevolezza del proprio potere, depose l’oligarchia.

Un pensiero istituente an-archico e quindi davvero demo-cratico (Di Cesare), posto che la democrazia (è la sua bellezza) non ha e non deve avere un’arché, cioè un fondamento chiuso e assoluto (come ieri il Dio della Creazione o le Tavole della Legge, come poi il calcolo con la modernità) - ma principi e valori sì - costruendosi su se stessa e con se stessa (è crazia e non archía).

Per questo serve – è la tesi filosofica del libro – una rivoluzione epistemica, da sinistra. Serve tornare a pensare e immaginare da sinistra – invece di solo calcolare e delegare alle macchine. Una rivoluzione «con nessun altro obiettivo che il bene della libertà» – come scriveva Hannah Arendt a proposito della rivoluzione ungherese del 1956; ma a cui oggi va aggiunto il bene della Terra/biosfera.

Una tesi radicale, definire la modernitàche molte cose buone ha fatto – come un potere archico? Sì, certo. Ma come altrimenti deporre (se non riconoscendola) la radicalità archica della rivoluzione permanente imposta (a prescindere da uomo e biosfera) dalla tecnica – e dal capitale?


Lelio Demichelis è sociologo della tecnica e del capitalismo, ha insegnato al Dipartimento di economia dell’Università degli Studi dell’Insubria. Tra gli ultimi saggi pubblicati: La religione tecno-capitalista (2015), La grande alienazione (2018), La società-fabbrica (2023). Collabora a «doppiozero.com», «naufraghi.ch», «centroriformastato.it», «agendadigitale.eu».
Per DeriveApprodi ha scritto Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male (2025).
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Comments

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Domenico Testa
Sunday, 21 June 2026 19:42
L'IA è centrale,ma necessita di regole,perchè,oltre gli straordinari vantaggi,porta con sè rischi da non sottovalutare,a partire dalla disoccupazione intellettuale.Bisogna stare attenti a non farne un mito, a credere che essa risolve tutti i problemi,insomma va letta anche con il principio di cautela,senza cadere in nuove forme di scientismo.Questo denunciavano Horkeimer ed Adorno in Dialettica dell'Illumiinismo,non solo l'asservimento alla razionalità,strumentalita capitalistica.Diamo tutto lo spazio necessario all'IA.ma al contempo valorizziamo l'umanesimo nelle sue molteplici manifestazioni:la filosofia.il diritto,l'arte,i valori etici,spirituali...Non possiamo certo cantare "le magnifiche sorti e progressive"del tecnocapitalismo di Musk e company
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Carlo Tarsitani
Monday, 22 June 2026 09:47
Non ho capito se condividiamo l'assunto fondamentale che un socialismo moderno deve avere una base tecnica grandemente sviluppata con lo scopo primario di ridurre al minimo il lavoro necessario, costrittivo e quindi per definizione alienato. Il godimento della libertà reale che ne deriverebbe, quello sì, dipenderebbe dalla creatività individuale, dalla capacità di immaginare e inventare. Ma sono le condizioni di questa libertà reale che vanno stabilite. Considero l'IA una risorsa preziosa. Ma ora siamo in pieno capitalismo con prevalenza oligarchica. Come vedere la contraddizione? Perché se il capitalismo annulla tutte le contraddizioni allora non c'è niente da fare.
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Lelio Demichelis
Monday, 22 June 2026 12:26
Per Carlo Tarsitani.
Da quanto tempo, da Marx, le sinistre cercano di immaginare un 'uso socialista[' di 'questa' tecnica, senza mai riuscirci, per la contraddizione che non lo consente? Il problema allora è nel tipo di razionalità che adottiamo. Questa della modernità è del tutto irrazionale, se ha prodotto la crisi climatica e ambientale (e non vedo altre cause...). Bisogna cambiare modello, uscire dalla sola logica del calcolo e tornare a pensare e a immaginare. E' la proposta contenuta nel mio libro. Ma consiglio anche questo saggio della filosofa Simone Weil, 'Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale' (Adelphi), scritto nel 1934 dopo una esperienza di lavoro in fabbrica e dove sosteneva che non è la proprietà privata dei mezzi di produzione la causa dell'oppressione, ma il 'regime di fabbrica', dove sempre qualcuno comanda (oggi un algoritmo/IA) e gli altri eseguono.
Cordialissimi saluti,
Lelio Demichelis
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Carlo Tarsitani
Sunday, 21 June 2026 18:26
Sono un fisico. La ricerca sperimentale avanzata in fisica non può fare a meno dell’Intelligenza Artificiale. Per il controllo di milioni di dati, confronto tra esperimenti diversi, simulazioni, ecc. Vuol dire che la ricerca avanza in fisica è contaminata di capitalismo? Ma l’IA è ormai una condizione necessaria per fare ricerca. Torniamo alla becera distinzione tra scienza borghese e scienza proletaria? Così come l’autore pare affermare il teorema (di vecchio stampo francofortino) che siccome la tecnica è la struttura di produzione del capitale allora per combattere il capitale si combatte la tecnica. In nome di che? Abbiamo tecniche alternative? Anche semplici embrioni di tecniche alternative? O facciamo i figli dei fiori? Non capisco.
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Lelio Demichelis
Sunday, 21 June 2026 23:04
Per prima cosa ringrazio tutti coloro che hanno commentato il mio articolo, anche coloro che lo hanno criticato. Ora rispondo a Carlo Tarsitani, a mia volta con alcune domande.
E' intelligente una macchina calcolatrice del pensiero - questo è l'IA - che si limita a dare risposte sulla base di correlazioni statistiche? E' scientifica e intelligente quella IA che ha allucinazioni e che si inventa sentenze della magistratura pur di legittimare la sua risposta? Se Claude, l'IA di Anthropic viene già sviluppato con un codice che all'80% viene scritto dal sistema stesso, confidando di arrivare al 100% in due anni, questa non è una violazione della scienza stessa, che si basa sulla conoscenza dei processi e sulla riproducibilità dell'esperimento? Come posso cioè delegare tutto a un sistema che si autoriproduce e di cui ignoro il funzionamento, come pure i programmatori iniziali?
Su tutto, la mia è una critica al potere archico del numero e del calcolo. Alla razionalità solo strumentale/calcolante-industriale della modernità, irrazionale oltre ogni possibile dubbio se sta producendo la crisi climatica e ambientale (oltre a quella sociale ormai cronica), che ovviamente non potremo risolvere con l'IA energivora all'ennesima potenza. Certo, il pensiero è anche calcolo, ma se azzero il pensiero (critico) e mi affido solo al calcolo, come oggi, allora non sono intelligente.
Io sono una persona, quindi non sono calcolabile; non sono un numero per il Big Data (che è anche la più grande macchina di spionaggio mai inventata), quindi calcolabile. Rivendico di essere una persona.
Le altre risposte alle sue domande finali sono per me nella parte finale dell'articolo, che poi riprende la parte finale del mio libro 'Tecno-archia, o la Nave dei folli'. A cui infine rimando. Se ha voglia, se avete voglia di leggerlo.
Un carissimo saluto e ancora grazie.
Lelio Demichelis
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Carlo Tarsitani
Monday, 22 June 2026 10:09
Mi scuso ma leggo con ritardo questo commento di Demichelis. Innanzitutto lo ringrazio per avermi preso in considerazione. Premetto che il dibattito su domande come queste, che rimandano alla questione cruciale del rapporto tra ricerca scientifica e tecnologica e modo di produzione capitalistico, erano, furono, al centro di un tanto vivace quanto grande dibattito negli anni 1970. Personalmente ero un allievo di Ludovico Geymonat, le cui posizioni sono oggi quasi del tutto dimenticate. Ora non possiamo sviluppare questo dibattito nei commenti a un intervento qui su SinistraInRete. L'auspicio è che si trovino le sedi giuste per riprendere organicamente quei temi, che oggi ritrovano, non a caso, grande attualità. La domanda di Demichelis è significativa. E' però una domanda sulla natura dell'intelligenza, per rispondere alla quale bisogna avere un definizione scientifica [filosofica? Ma che differenza c'è?] condivisa. Anche sulla ragione e la razionalità bisogna avere idee molto chiare. Nel modo di produzione capitalistico vige una razionalità "funzionale" e tutto viene assorbito e strumentalizzato. Ma il primato della ragione è l'arma fondamentale (l'arma della critica) di chi lotta per il superamento (dialettico, sottolineo dialettico) del capitalismo. Le obiezioni all'uso strumentale e oppressivo dell'IA si basano su una visione razionale, su un'analisi scientifica dell'esistente. Non sono il frutto di un sentimento irrazionale di tipo "romantico". Questo lo lasciamo all'estrema destra neonazista. Fiducia nella ragione umana vuol dire fiducia nel ripensamento radicale della preziosa funzionalità dell'IA in contesto produttivo diverso. Il nostro sforzo oggi deve essere proteso verso l'organizzazione della lotta al capitale. E qui ci sono le dolenti note di chi ha dimenticato anche Lenin. Ma vedete che bel discorso viene fuori.
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Franco Trondoli
Saturday, 20 June 2026 13:29
Sulla questione della Tecnica e della Natura Umana esiste la potente riflessione del Filosofo Francese
Gilbert Simondon. Deceduto nel 1989. Ma se nell'Articolo non è neanche citato, si desume che non se ne conosce addirittura l'esistenza.
Oppure, ancora più significativo, sarebbe occultarne il pensiero.
Vorrebbe dire non capire niente di niente. Basta fare una semplice ricerca iniziale con AI cliccando differenza tra Simondon e Aristotele; e si incomincia già ad intravedere un diverso modo di vedere il mondo, "l'individuo" e tutto quello che ne consegue. Ci vuole poco. È questa la tragedia.
Cordiali Saluti
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Lelio Demichelis
Saturday, 20 June 2026 14:24
Vorrei tranquillizzare Franco Trondoli, Simondon è conosciuto ed era citato nel mio libro precedente, 'La società-fabbrica' (2023). Così pure Alquati - risposta a chi si firma 'vive Bataille'. Ogni libro è diverso...
Consiglio comunque di leggere Anders o Ellul. O magari... 'Tecno-archia'.
Carissimi saluti,
Lelio Demichelis
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Franco Trondoli
Saturday, 20 June 2026 17:30
Grazie..e molto Gentile Signor Demichelis , mi sembrava strana la dimenticanza..!!
Ma la mia nota è più una segnalazione per i lettori che riferita a Lei naturalmente.
Il Marxismo ortodosso o classico, tanto per intenderci, ha secondo me in mente il concetto di individuo che si tramanda da Aristotele. Simondon apre una nuova prospettiva dì analisi che si dipana in tutte le direzioni "girando" per il verso giusto.
Quella di Ellul è una critica alla modernità Anarchica e Cristiana, diversa da quella di Deleuze il quale ha "scoperto" Simondon.
Anche Anders intravede l'obsolescenza Umana dietro il dominio della Tecnica. Però forse non ha considerato abbastanza che l'umano che ha in mente è signore e sovrano della natura. E questo non va bene. L'umano ha la possibilità di salvarsi se salva anche la Natura non umana e diventa tutt'uno con essa.
Deleuze è più " ottimista" secondo me, vede la fine "dell'umanesimo" come fatto positivo, in quanto l'umano (uomo), appunto ha ridotto a se anche la natura non umana considerandosi un essere superiore. Il Capitalismo mi pare figlio dell'umanesimo illuminista.
Grazie ancora.
Cordiali Saluti
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Domenico Testa
Friday, 19 June 2026 18:22
Il capitalismo storicamente è stato vincente,perchè si è rivelato superiore con la tecnica.Il comunismo sovietico ha perso la sfida,per interne contraddizioni,ma soprattutto per la sua arretratezza tecnologica.Oggi la Cina compete con gli Stati Uniti,ma più che comunista è una variante del sistema capitalistico.La constatazione che tutti dovremmo fare è che il tecnocapitalismo oggi dominante riesce ad anestetizzare le coscienze non solo delle moltitudini.La tecnoarchia oggi è egemonizzata dall'élite della Silicon Valley,di cui Elon Musk è il portabandiera.Dato che l'alternativa al disumano e pervasivo neoliberismo è lontana per tante ragioni,non rimane che affidarsi alla critica dell'esistente e alla concreta utopia che un mondo diverso è possibile....La rivoluzione,quando ci sarà, non può che essere quella di un socialismo dal volto umano,democratico,egualitatio...
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Luciano Piazza
Friday, 19 June 2026 11:19
Ho letto facendomi una ostinata violenza per capire quale alternativa si propone. Non l'ho trovata! E' un pensiero intrigato e per certi versi in incomprensibile. Una vera e propria faticosa farneticazione!
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vive Bataille
Thursday, 18 June 2026 19:23
Non mi voglio dilungare , nè sarei all'altezza in 4 righe, ma piu' del pensiero di Panzieri , direi quello di Romano Alquati .
Già negli 80 parlava e scriveva di intelligenza artificiale nelle sue lezioni universitarie e non solo in quei luoghi.
A.I. come esito del ipertaylorismo e del iper capitalismo .
Lasciava comunque aperta l'uscita da cio' ,attraverso proprio l'aver sottolineato come tutte le applicazioni della scienza galileiana fossero oltre che vecchie anche naturalmente ambivalenti.
Entrare nella ambivalenza delle macchine (sempre comunque costruite dall'uomo) è stato il suo lascito , come?
Attraverso la conricerca e ovviamente la lotta e il conflitto per piegare la ragione strumentale tecno capitalistica a quella della maggioranza degli iper proletari, tendenzialmente sottomessi , sfruttati e omologati , ma sempre tendenzialmente, occorre sottolinearlo, altrimenti non ci resta che il luddismo o la rassegnazione totale.
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Irene Starace
Thursday, 18 June 2026 10:23
Era ora che si dicessero queste cose a sinistra!
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