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L’economia di guerra nello stato d’emergenza

di Visconte Grisi

torino 2 840x4801. Capitalismo, pandemia, controllo sociale

In un libro uscito subito dopo il primo lockdown pandemico del 2020, dal titolo Lo spillover del profitto, denunciavamo “il linguaggio da tempo di guerra diventato subito virale nei mass media di regime (…) insieme al ritorno di una retorica patriottarda fuori tempo”, prendendo poi in considerazione alcuni fenomeni che potevano far ritornare alla mente situazioni tipiche di una economia di guerra. Citavamo, ad esempio, “la riconversione industriale in alcune fabbriche per la produzione di merci non più reperibili sul mercato nazionale, come le mascherine o i respiratori (…) la limitazione, certo notevole anche se limitata nel tempo, dei consumi interni, fatta eccezione per il settore alimentare e farmaceutico (…) l’aumento del risparmio privato, che diviene perciò obiettivo privilegiato sia dei fondi di investimento che delle emissioni dei titoli di stato”.[1] A tutto ciò si sarebbe aggiunto, poco tempo dopo, la speculazione sui prezzi dei generi di prima necessità, il coprifuoco di fatto, abbellito con il termine esotico di lockdown e l’introduzione di un lasciapassare per accedere a quasi tutte le attività, compresa quella lavorativa, anche qui camuffato con un termine falsamente ecologico, cioè il green pass.

L’origine della pandemia è da ricercarsi nel modello di sviluppo capitalistico, che comporta deforestazioni, grandi monoculture, allevamenti intensivi e distruzione dell’ambiente naturale e che ha così provocato lo “spillover”, cioè il salto di specie del virus. Il capitalismo quindi non può rimuovere le cause di questa pandemia o di altre che seguiranno. L’arrivo di questa pandemia era, inoltre, largamente prevedibile in anticipo solo osservando la catena di epidemie che si sono succedute dall’inizio del secolo, dalla SARS1 del 2003 alle influenze suina, aviaria, Mers ecc.

Stando così le cose l’unica possibilità che rimane al capitalismo è quella di trasformare la pandemia in endemia, per gestirla e trarne profitto. Ciò rende possibile continuare la produzione, e quindi l’accumulazione di profitti. I vaccini oggi esistenti sono decisamente interni a questa logica in quanto, per le loro caratteristiche, sono efficaci per evitare le forme gravi della malattia ma non per arrestare del tutto la diffusione del contagio. Un capitolo a parte meriterebbe poi il disastro provocato dallo smantellamento della medicina pubblica e, in particolare, della medicina di territorio e delle cure domiciliari, argomenti che abbiamo già a lungo trattato.[2] In questa sede vogliamo solo ricordare che una efficiente medicina del territorio avrebbe evitato moltissimi decessi e contribuito a non intasare i reparti di terapia intensiva nella prima fase dell’epidemia.

Torniamo alla questione dell’economia di guerra e ai suoi successivi sviluppi. Nel 2020 concludevamo “che, nonostante i fenomeni prima descritti, la situazione attuale non è quella di un’economia di guerra. Per lo meno non ancora. L’evoluzione verso una economia di guerra è una delle possibilità”, anche se esprimevamo qualche dubbio su una sua certa progressione automatica, che invece non era per niente assicurata. Quella conclusione era basata, già allora, sull’andamento della questione energetica.

Il blocco o il rallentamento della produzione a livello mondiale aveva provocato immediatamente il crollo della domanda di petrolio e del conseguente prezzo del greggio al barile. Tutto ciò contrastava con il fatto che in una economia di guerra la domanda di petrolio dovrebbe crescere, e molto, per sostenere lo sforzo produttivo bellico e le esigenze logistiche degli eserciti. Già dopo la crisi finanziaria del 2008 e la successiva recessione economica tutti i paesi produttori nel 2015/16 erano stati costretti a ridurre la produzione di greggio ma, poi, l’emergenza da pandemia aveva fatto precipitare la crisi già in corso. Le grandi corporation multinazionali del petrolio e del gas, in feroce concorrenza fra loro, non avevano naturalmente alcuna intenzione di mollare la presa sui loro profitti e puntavano a una – piuttosto dubbia in verità – ripresa della domanda e della produzione. Già allora però i guadagni più cospicui si realizzavano sul mercato finanziario: il crollo del prezzo del greggio aveva provocato immediatamente una impennata del prezzo dei derivati che funzionano come polizze di assicurazione contro il fallimento.

L’ipotesi più forte formulata in quel momento era stata quindi che la gestione della pandemia da coronavirus potesse costituire una simulazione di una situazione di guerra, ovvero un surrogato della guerra permanente che si era svolta finora in aree capitalistiche semiperiferiche, come il Medio Oriente, parti dell’Africa o l’Afghanistan e che coinvolgeva invece ora i paesi capitalisticamente sviluppati. Un surrogato che è contemporaneamente troppo e troppo poco: troppo per i sacrifici sociali che comporta e troppo poco per risolvere la crisi capitalistica. Dalla crisi dei mutui subprime del 2008 e dalla successiva recessione l’accumulazione capitalistica faceva già fatica a riprendersi e. ora, la pandemia stava dando un colpo molto duro alle speranze di ripresa. Quello che sembrava strano però è il fatto che i vari governi pensavano di trattare questa crisi come una normale crisi ciclica, a cui inevitabilmente sarebbe seguito un periodo di crescita, magica parola di cui tutti si riempiono la bocca.

Nel 2021 quindi la reazione capitalistica alla crisi è consistita ancora nel mettere in campo eccezionali stimoli monetari nella speranza di far ripartire l’economia reale: costo del denaro prossimo allo zero, quantitative easing, ogni sorta di garanzie sui prestiti, incentivi fiscali alle imprese. A questo fine le banche centrali stanno iniettando nel sistema enormi flussi di liquidità che, secondo le teorie monetariste alla moda, dovrebbero stimolare gli investimenti. Si scomoda addirittura il ricordo del Piano Marshall del secondo dopoguerra che avrebbe dato il là ai trenta anni gloriosi, ovvero alla golden age capitalistica degli anni 50/60.

È inutile però farsi illusioni: il Recovery Fund non è il Piano Marshall, oggi la situazione è completamente diversa. La Teoria Monetaria Moderna (MMT) negli ultimi anni è diventata di moda tra molti economisti di sinistra: secondo i teorici della MMT l’emissione di moneta in deficit da parte dello Stato si traduce immediatamente in investimenti produttivi ed in nuova occupazione, in realtà però il sistema non funziona così. I capitalisti privati sono disposti a prendere in prestito dalle banche il capitale monetario, anche se a tassi agevolati, solo se dall’investimento possono ricavare un profitto superiore o, quanto meno, uguale al saggio medio. “Ciò che governa un’economia capitalista (…) è la profittabilità degli investimenti dei capitalisti, che guida la crescita e l’occupazione, non le dimensioni del deficit pubblico.”[3]

Qui arriviamo al Recovery Fund e agli investimenti promessi che hanno scatenato i più diversi appetiti, in una specie di assalto alla diligenza da parte di tutti i gruppi o le lobby sociali e politiche – ciò che è veramente all’origine della grande ammucchiata nel governo Draghi. Parliamo quindi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che prometteva per i prossimi cinque anni un rilancio dell’accumulazione capitalistica, quindi la fuoriuscita dalla crisi e l’avvio di una nuova fase di grande sviluppo economico.

Uno dei punti del piano prevede il finanziamento da parte dello Stato di grandi opere pubbliche e di nuove infrastrutture: si tratterebbe quindi di un ritorno a politiche neokeynesiane di “sostegno della domanda” attraverso ingenti opere pubbliche finanziate in deficit. Le infrastrutture e le grandi opere pubbliche costituiscono da noi il tradizionale terreno di pascolo per appalti e subappalti, legami oscuri fra imprese private e pubblica amministrazione con il relativo contorno di intermediari e faccendieri. L’aumento dell’occupazione che, in qualche modo, queste grandi opere inducono è in netto contrasto con le devastazioni ambientali e lo stravolgimento dei territori che esse producono, come è risultato già evidente in Val Susa con il TAV Torino-Lione e con la TAP nel territorio di Melendugno in Puglia.

La sanità pubblica rimane comunque la cenerentola del PNRR, che prevede un finanziamento totale per la sanità di 20,23 miliardi, cioè un misero 8% del totale, quantificabile in circa 250 miliardi.[3] Ciò è tanto più preoccupante se consideriamo che il Documento di Economia e Finanza (DEF) per il 2021, approvato il 22/4 dai due rami del Parlamento, conferma i tagli alla Sanità Pubblica per il triennio 2022-24 per un totale di circa 7 miliardi, oltre ad aprire la strada a una legge per attuare l’autonomia regionale differenziata. Dei 20,23 miliardi previsti la maggior parte, cioè 11,23 miliardi, saranno destinati all’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero, il che conferma la tendenza ospedalocentrica della Sanità, che già è stata all’origine di tanti problemi nel corso della pandemia, puntare sulla centralità dell’ospedale all’interno della struttura sanitaria è però senz’altro funzionale alla concentrazione dei profitti capitalistici nel settore, mentre per la medicina del territorio la misera cifra rimasta per gli investimenti è di 9 miliardi, che dovrebbero servire per la costruzione di “Case e Ospedali di Comunità” e per l’assistenza domiciliare. In conclusione niente lascia intravedere una inversione di tendenza rispetto alla massiccia privatizzazione della sanità e alla trasformazione della malattia in fonte di profitto, come ben si vede anche nella campagna vaccinale in corso, in cui le grandi multinazionali farmaceutiche che hanno acquisito i brevetti dei vaccini fanno il bello e il cattivo tempo.[4]

Siamo così arrivati quindi a uno dei punti forti del PNRR, cioè alla transizione ecologica e qui ritorna prepotentemente la questione energetica. Chiariamo subito che le varie forme di energia rinnovabile, dal solare all’eolico, sono già oggetto di investimenti e di profitti da parte di svariate aziende private; è possibile che questi investimenti crescano nel prossimo futuro ma è difficile che possano soppiantare, in un futuro prevedibile, le fonti estrattive, dal petrolio al gas. In un articolo scritto pochi giorni prima dello scoppio della guerra in Ucraina e pubblicato su Umanità Nova con il titolo “Il Gas ed i Venti di Guerra”, Daniele Ratti affronta lucidamente questo tema. Dice Daniele: “Relazioni internazionali ed energia sono fattori che si condizionano a vicenda: l’energia da componente economica si trasforma inevitabilmente in geopolitica modificando gli equilibri globali e nei “venti di guerra” di queste settimane il ruolo centrale spetta al gas.” Quindi “se il gas è anche arma geopolitica” rappresenta anche “il conto che la dipendenza energetica europea deve pagare a Mosca”.[5]

Nell’articolo si indicano tre soluzioni che, al momento consentirebbero di reagire al ricatto energetico russo. “La prima è la ricerca di nuovi giacimenti al di fuori dell’area di influenza di Mosca; la seconda è l’utilizzo del gas nella forma liquida (GNL); l’ultima, tutta da verificare, lo sviluppo delle fonti energetiche alternative.” Riguardo alla prima soluzione vengono citati il giacimento egiziano di Zohr (ENI è stata la protagonista della scoperta) e il consorzio East Med per lo sfruttamento del bacino di gas compreso tra Cipro e Israele. A ciò potremmo aggiungere un aumento delle importazioni di gas dall’Algeria o dall’Azerbaigian (vedi TAP), lo sfruttamento di alcuni giacimenti nell’Adriatico, mettiamoci pure la riapertura di alcune centrali a carbone e, dulcis in fundo, il ricorso alle centrali nucleari tanto caldeggiato dal ministro Cingolani. La seconda soluzione riguarda lo shale gas prodotto, soprattutto negli USA, con la tecnica del fracking che ha costi di produzione più elevati rispetto ai concorrenti e quindi ha bisogno di mercati mondiali in crescita per raggiungere almeno il profitto medio, oltre a provocare enormi danni ambientali. Inoltre lo shale gas viene commercializzato in forma liquida, il che comporta ulteriori costi e problemi di logistica rispetto ai gasdotti. Stando così le cose la tanto sbandierata transizione ecologica sembra rinviata a data da destinarsi, per usare un eufemismo.

Appunto però la terza soluzione riguarda la ricerca di nuove fonti energetiche rinnovabili, dall’eolico al fotovoltaico, e inoltre “una nuova organizzazione della produzione e distribuzione dell’energia, dove il digitale ne è la componente principale”. Qui la transizione ecologica si interseca e si fonde con l’altro punto cardine del PNRR e cioè con la transizione digitale. Citiamo ancora dall’articolo: “Si passa dallo ‘stato centralizzato’ dell’energia ad un ‘federalismo energetico’: la ricerca è orientata alla creazione di ridotte unità produttive (indipendentemente dalla fonte energetica) (…) di piccole unità energetiche (anche con combustibile nucleare). Tali unità oltre che consumare ciò che producono, immetteranno in rete il surplus e la direzione dei flussi energetici sarà quindi bidirezionale. Per governare questo processo l’azione del digitale è fondamentale. Lo strumento digitale saprà modulare, di volta in volta, la direzione dei flussi energetici dal centro alla periferia e viceversa ottimizzando la domanda e l’offerta – forzando il concetto, per renderlo ancora più comprensibile, si potrà realizzare il KM zero energetico.” Non ho dubbi sulla possibilità di realizzare con tecnologie informatiche queste meraviglie ma mi viene da pensare che una tale sofisticata organizzazione del lavoro richieda una elevata socializzazione delle forze produttive e un livello di pianificazione che, a prima vista, mi sembrano fuori dalla portata del modo di produzione capitalistico.

 

2. Dove vanno le belle promesse

Lo scoppio della guerra fra Russia e Ucraina ha fatto quasi cadere nel dimenticatoio tutte le belle promesse di grande sviluppo economico contenute nel PNRR, provocando anzi una accelerazione vertiginosa della crisi. Ancora prima dello scoppio della guerra dicevamo: “L’ipotesi più probabile dunque è che la pandemia permanente possa costituire l’innesco di una grande e duratura recessione con tutte le relative conseguenze di disoccupazione di massa e impoverimento delle classi lavoratrici (…) Per completare il quadro manca solo un ulteriore crollo finanziario, dopo quello del 2008, ma le premesse ci sono tutte visto il mastodontico indebitamento sia pubblico che, soprattutto, privato.”

Intanto era già partito un altro elemento fondamentale dell’economia di guerra, vale a dire il vistoso aumento di prezzo delle materie prime con la conseguente ripresa dell’inflazione. L’aumento di prezzo interessava naturalmente il petrolio, il gas naturale o il carbone, di cui peraltro esiste oggi nel mondo una grande sovrapproduzione ma, ancora di più, alcune materie prime necessarie alla cosiddetta transizione green e a quella digitale. Parliamo di rame, litio (batterie), silicio (microchip), cobalto (tecnologie digitali), metalli rari ecc. “A questi vistosi aumenti concorrono diverse cause: dalle difficoltà di estrazione che comportano enormi devastazioni ambientali con l’utilizzo anche di lavoro minorile in Congo e altrove, all’aumento a dismisura dei costi di trasporto, per finire con le immancabili speculazioni finanziarie sulle materie prime e sui titoli derivati (futures) a esse legati. Questa combinazione fra stagnazione e inflazione potrebbe ricordare la grande crisi degli anni 70, dopo la famosa “crisi petrolifera” del 73, quando, per descrivere la nuova situazione economica venne coniato il termine, poi diventato corrente, di “stagflazione”.[6]

Lo scoppio della guerra ha naturalmente portato all’estremo questi fenomeni, compresa una inflazione galoppante che coinvolge ora anche i generi di prima necessità, con il conseguente taglio di fatto dei salari dei lavoratori, oltre all’aumento stratosferico delle bollette energetiche. Il riferimento naturalmente è alla “grande depressione” degli anni 30 del secolo scorso, tanto è vero che, a questo punto, sorge spontanea una domanda: la guerra e le distruzioni in Ucraina possono costituire i prodromi di una terza guerra mondiale? Certamente, anche se da diversi anni ormai si sente parlare di “terza guerra mondiale a pezzi”, di “guerra per procura” ecc., questa volta il ricorso a una terza guerra mondiale per risolvere la crisi è reso molto problematico dall’entità delle distruzioni che un tale evento comporterebbe. “Questo ragionamento poggia su una analisi classica della guerra intesa come risoluzione della crisi capitalistica, come ben dimostrato dalle due guerre mondiali del Novecento. Il meccanismo di risoluzione della crisi attraverso la guerra si basa schematicamente su due effetti esplosivi dello scontro bellico:

1) una distruzione ingente di forze produttive, quindi di capitale sovraccumulato che aveva dato origine alla crisi, e di forza lavoro in eccesso;

2) l’emergere nel conflitto di uno stato/nazione (o imperialismo) egemone nella ricostruzione postbellica e nella nuova fase di accumulazione capitalistica.”

Questa ultima affermazione non va intesa però in un senso puramente militare. In un articolo scritto nel 1940 dal titolo “La Guerra è Permanente” Paul Mattick afferma: “Analogamente, la guerra che sarebbe necessaria alla riorganizzazione richiesta dal capitalismo per continuare ad esistere, può pretendere energie che il capitalismo non è più in grado di fornire”.[7] Mattick non parla quindi di stato o nazione o imperialismo ma del capitalismo nel suo complesso, se abbia o no la forza di riavviare un nuovo ciclo di rapida accumulazione. Certamente nel 1940 gli Stati Uniti erano in grado di mettere insieme le forze necessarie al rovesciamento della situazione di crisi, forze che andavano dalla potenza militare a un apparato industriale decisamente superiore, all’organizzazione del lavoro fordista a una composizione sociale decisamente più dinamica di quella prevalente nella vecchia Europa. Tutto ciò ha portato alla sconfitta del regime nazionalsocialista della Germania e al cambio di egemonia mondiale rispetto a quella inglese basata sul sistema coloniale, cioè sulla rapina delle ricchezze delle colonie, dando origine al periodo della trentennale golden age del capitalismo e al mondo bipolare che abbiamo conosciuto.

Attualmente nessuna delle potenze in gioco sembra in grado di produrre questo immane sforzo: non gli Stati Uniti che rimangono comunque i più forti sul piano militare ma deboli sul piano industriale dopo decenni di delocalizzazioni, la cui egemonia mondiale si fonda ormai sul capitale finanziario; non l’Unione Europea, debole sul piano militare e in preda alle solite divisioni, con una industria tecnologicamente avanzata che ha bisogno dei mercati mondiali di gamma medio/alta; non la Russia che accoppia alla potenza militare ereditata dall’URSS una economia basata quasi esclusivamente sull’esportazione delle materie prime; non la Cina ancora indietro sul piano militare e tesa ad espandersi sul piano commerciale lungo le varie “vie della seta” e con problemi di sviluppo interno ancora non risolti. Le prime mosse dopo l’azzardo di Putin in Ucraina sembrano confermare questa ipotesi, con gli Stati Uniti aggressivi a parole ma cauti nei fatti, la Cina che attende sorniona l’evolversi degli avvenimenti e l’Unione Europea con smanie interventiste che servono per giustificare una politica di riarmo.

Esiste poi un altro elemento, vale a dire la fuoriuscita dalla fase precedente che ha caratterizzato gli ultimi decenni impropriamente definita “globalizzazione”. Credo però che bisogna operare una distinzione fra creazione del mercato mondiale, che è una caratteristica permanente e ineliminabile del modo di produzione capitalistico, pur con le sue diverse fasi, e la cosiddetta “globalizzazione”, intesa come la risposta data dal capitale alla crisi degli anni ’70 e alla relativa caduta del saggio di profitto, con le sue caratteristiche specifiche che oggi sono entrate in una fase di crisi. Una risposta che ha portato attraverso processi di concentrazione globale, di megafusioni transnazionali e acquisizioni all’estero, al formarsi delle grandi multinazionali senza patria in concorrenza fra di loro per il controllo del mercato mondiale. Tanto per fare un esempio il settore agro-alimentare è in mano a tre colossi multinazionali: Dow-Dupont, ChemChina-Syngenta e Bayer-Monsanto che controllano il 63/69% del mercato e il 75% del business dei pesticidi e diserbanti.[8] Non solo, il formarsi delle grandi multinazionali ha determinato una nuova e, forse, inedita divisione internazionale del lavoro basata sul controllo delle nuove tecnologie e sulle differenze, a livello mondiale, del costo del lavoro.

È noto che già prima della guerra si erano verificate gravi disfunzioni in importanti filiere produttive per la mancanza o la carenza dei chips (microprocessori di computer) e di altri semilavorati che viaggiano lungo le catene produttive delocalizzate. La guerra in corso ha accentuato in maniera estrema questi processi. Ad esempio in Germania BMW e Volkswagen rischiano di dover fermare la produzione di automobili per la mancanza di cavi elettrici in quanto avevano delocalizzato l’imbracatura di questi cavi ad aziende con stabilimenti in Ucraina.[9] Fin dagli anni 90 la grande industria automobilistica tedesca, al seguito dell’espansione della UE e della Nato verso est, ha delocalizzato in questi paesi le lavorazioni a basso valore aggiunto, mantenendo in patria quelle ad alta tecnologia con personale specializzato. Ora tutto questo rischia di saltare. Altro esempio: “il 27 febbraio scorso una nave avrebbe dovuto caricare nel porto d’Azov 30 mila quintali di grano tenero ma non è mai partita. A bordo c’era il carico acquistato dal pastificio Divella”. Lo stesso pastificio, per rifornirsi da altri canali ha pagato il 35% in più aumentando il prezzo della farina per pasticceria di circa il 15%. Situazioni simili si verificano per il mais, per i semi oleosi (girasole) e per i fertilizzanti.[10] Le speculazioni sul prezzo dei generi alimentari e sull’energia già stanno portando ad aumenti straordinari dei prezzi al consumo che spingono a interventi di calmiere da parte dello Stato, come già avvenuto con la benzina, fino a far agitare lo spettro dei razionamenti.

Tuttavia mi sembra difficile riorientare la divisione internazionale del lavoro (con il conseguente commercio mondiale) affermatasi negli ultimi decenni per costringerla entro i limiti di blocchi geopolitici, come sostengono i sostenitori della “fine della globalizzazione”. Una situazione simile si verificò nei primi decenni del secolo scorso. Molti non ricordano che il primo decennio del 900, passato alla storia come “la belle epoque”, fu un periodo di grande sviluppo capitalistico, sicuramente il più grande rispetto ai precedenti: sviluppo tecnologico (elettricità, telefono, cinema, automobili ecc.), con scoperte che oggi noi diamo per scontate o addirittura superate; nascita dei grandi monopoli; crescita del capitale finanziario; intervento dello Stato nell’economia; grande sviluppo del commercio internazionale (oggi noi diremmo “globalizzazione” ma, più correttamente, si dovrebbe dire creazione del mercato mondiale). La fine di questo ciclo capitalistico di sviluppo corrisponde al sorgere di protezionismi nazionalistici, dazi doganali ecc. che porteranno alla guerra. Come dice Mattick nel suo articolo, più che nei sistemi precedenti “la guerra capitalistica è direttamente causata dal sistema socioeconomico esistente. Nell’andamento ciclico del modo di produzione capitalistico una rapida accumulazione di capitale porta di conseguenza alla depressione e alla crisi, mentre il meccanismo stesso di risoluzione della crisi porta a una nuova fase di accumulazione e sviluppo. In maniera direttamente conseguente un periodo di pace capitalistica porta alla guerra e la guerra riapre a un nuovo periodo di pace.” È questa la storia del Novecento.

La situazione di oggi è però molto diversa. Nel 2014 i compagni di Clash City Workers nel loro libro Dove sono i nostri parlavano del fenomeno del “reshoring” cioè della tendenza al ritorno di alcuni settori produttivi nei paesi a capitalismo avanzato e in particolare negli USA. “È il caso del programma di attrazione di investimenti esteri ‘Select USA’ varato nel 2011 dall’amministrazione Obama che intende rappresentare il paese come destinazione produttiva senza pari e sostenere la campagna per una riscossa manifatturiera quale pilastro della ripresa economica (…) Emblematica di questo ‘nuovo’ scenario è la vociferata delocalizzazione di Foxconn – la famigerata multinazionale taiwanese che lavora soprattutto per la Apple e che in Cina ha stabilimenti di centinaia di migliaia di operai – nientemeno che negli USA : la ‘soluzione americana’ potrebbe richiamare il modello adottato da Marchionne con la Chrysler. Abbassando il costo del lavoro, per sostenere l’adeguamento e l’espansione degli organi produttivi (…) Per capirci: gli operai della Chrysler sono passati dai 30$ netti all’ora del pre-crisi ai 15$ del 2013”.[11] Il programma del “reshoring” era naturalmente al primo posto all’epoca della presidenza Trump. Trump convocò alla Casa Bianca i CEO di Ford, Fiat Chrysler (Sergio Marchionne) e di General Motors, promettendo una vasta “deregulation” in cambio del ritorno della produzione in USA e minacciando, in caso contrario, forti dazi doganali. La risposta dei CEO fu tiepida o ambigua, mettendo in evidenza la difficoltà delle multinazionali a rientrare in una visione “nazionale” dei loro interessi.

A meno che le sanzioni di guerra di Biden non riescano a fare quello che i dazi doganali di Trump non sono riusciti a portare a termine. Non parliamo qui dei punti vendita di McDonald’s che chiudono a Mosca o della vendita delle italiane borse di Gucci agli oligarchi russi e nemmeno della vendita di ville milionarie di Forte dei Marmi agli stessi oligarchi ma del gas liquido americano, quasi imposto da Biden ai dubbiosi alleati europei nel suo ultimo viaggio, anche se costa di più, ha un processo di estrazione più inquinante, deve essere trasportato via mare e necessita della costruzione di rigassificatori. A questo proposito Mattick dice: “Eppure la vittoria dei monopoli non potrà mai essere completa e la questione nazionale non scomparirà mai (…) Ma le classi dirigenti degli stati nazionali si sono storicamente sviluppate in una maniera che esclude la possibilità di una spartizione pacifica dello sfruttamento mondiale (…) Proprio questo processo, anzi, non fa altro che illustrare una volta di più la completa incapacità del capitalismo di portare a compimento un riassetto davvero razionale dell’economia mondiale (…) Il capitalismo, dopo aver creato il mercato mondiale, è incapace di garantire per sé stesso una spartizione pacifica dello sfruttamento mondiale e di controllare i reali bisogni della produzione mondiale, rappresentando quindi un vincolo per l’ulteriore sviluppo delle forze produttive umane (…) a meno che non venga creato un organo socio-economico per la regolamentazione cosciente dell’economia mondiale”. Ma anche questo sembra fuori dalla portata del modo di produzione capitalistico.

 

3. Sugli scenari futuri

La questione se la guerra in Ucraina potrà diventare l’inizio della terza guerra mondiale o rimanere un episodio della guerra permanente già in atto dipenderà dall’andamento della crisi capitalistica, iniziata ormai qualche decennio fa e ancora non risolta. Un episodio certamente doloroso per le distruzioni e le migliaia di vittime civili, emotivamente (e mediaticamente) più sentito di quanto avvenuto per la Siria o per la Libia in quanto più vicino a noi nel cuore dell’Europa. Se la crisi capitalistica in corso viene definita come una crisi ciclica dell’accumulazione, di cui è piena la storia del capitalismo, una sua soluzione attraverso una guerra generalizzata può essere una ipotesi sostenibile. Se la crisi in corso è però espressione del declino storico del modo di produzione capitalistico, pur con una sua accelerazione, l’ipotesi di una guerra generalizzata perde di vigore. Citiamo ancora Mattick:

“Nell’andamento ciclico del modo di produzione capitalistico una rapida accumulazione di capitale porta di conseguenza alla depressione e alla crisi, mentre il meccanismo stesso di risoluzione della crisi porta a una nuova fase di accumulazione e sviluppo. In maniera direttamente conseguente un periodo di pace capitalistica porta alla guerra e la guerra riapre a un nuovo periodo di pace. Cosa succede però se la depressione economica diviene permanente? Anche la guerra seguirà lo stesso andamento e quindi la guerra permanente è figlia della depressione economica permanente.” Mattick porta poi alle estreme conseguenze la sua analisi quando afferma: “Oggigiorno, si tratta solo di vedere se, nella misura in cui la depressione non sembra più poter ricostituire le basi di una nuova prosperità, la guerra stessa non abbia perduto la sua funzione classica di distruzione-ricostruzione indispensabile per innescare un processo di rapida accumulazione capitalistica e di pacifica prosperità postbellica”.

Un ragionamento che ci riporta a quanto dicevamo nel libro citato all’inizio a proposito della pandemia. “Nell’articolo che apre il libro Philippe Bourrinet comincia col sottolineare che, nel passato, le grandi pandemie hanno sempre segnato i grandi passaggi epocali o, diremmo noi, i cambiamenti del modo di produzione. Così è stato per la ‘peste di Giustiniano’ che devastò le coste del mar Mediterraneo dal 541 al 767, segnando la fine dell’impero romano. Ancor di più la peste del 1300, che fece circa 30 milioni di morti, cioè un quarto, se non un terzo della popolazione di allora, segnò il passaggio dal Medioevo all’epoca moderna, cioè dal feudalesimo al decollo del capitale commerciale. E infatti le grandi epidemie sono state sempre molto legate agli scambi economici e commerciali e anche legate strettamente alla guerra. La peste del 1300 venne portata dai Mongoli che posero sotto assedio la città di Caffa, una colonia genovese in Crimea. I genovesi, seguendo le loro rotte commerciali portarono il terribile bacillo in Europa e verso il nord, fino in Scandinavia. [ma] se allora furono necessari tre anni perché la peste passasse dalla Crimea alla Norvegia, oggi, all’epoca della globalizzazione del capitale (e del coronavirus…), si deve ragionare in termini di settimane”.[12] Quindi la domanda che viene posta implicitamente, ma anche esplicitamente, nel libro è la seguente: la pandemia di Covid 19 può segnare l’inizio della fine del modo di produzione capitalistico? Naturalmente non stiamo parlando del prossimo futuro, stiamo parlando dei tempi lunghi della storia, come diceva Braudel; quello che conta alla fine è però la prospettiva in cui ci si pone.

Per concludere, ancora un paio di elementi che caratterizzano una economia di guerra. La produzione di armi, di più o meno alto livello tecnologico, continuerà comunque a crescere a dismisura. Il complesso militare-industriale non rinuncerà facilmente a una sua particolare “riproduzione allargata”, anche perché al suo interno si svolge il grosso della ricerca scientifica e tecnologica, con le sue crescenti propaggini nelle università private e pubbliche. I droni e i missili, una volta fabbricati devono però essere impiegati per poterli poi di nuovo fabbricare, qualche capitalista deve realizzare i suoi profitti, anche se la produzione di armi in generale costituisce un consumo improduttivo di plusvalore per il capitale sociale, tanto più per il fatto che questa produzione viene comprata quasi per intero dallo Stato.

A questo proposito destano quindi stupore le affermazioni di Draghi relative alla cosiddetta “Bussola Strategica per la Difesa Europea”, quando parla di una ripresa economica trainata dalla produzione di armi. Si riferisce evidentemente alle ordinazioni che possono arrivare alla media e piccola industria italiana dalla nostrana Leonardo Finmeccanica o, più ancora, dal progettato riarmo tedesco. A questo proposito si parla della nascita del “Polo Imperialista Europeo”, mentre all’orizzonte si profila un nuovo PNRR europeo appositamente creato per supportare questa politica di riarmo. A questo serve anche la risoluzione, recentemente approvata dal parlamento italiano, di portare la spesa militare al 2% del PIL, come già richiesto da Trump nell’ambito del finanziamento della NATO. Naturalmente questo porterà a tagli alla spesa pubblica per il welfare (pensioni, sanità, istruzione ecc.), che sono comunque salario indiretto dei lavoratori: siamo comunque lontani dalla politica di riarmo praticata, ad esempio, dalla Germania nazionalsocialista.[13]

Infine dobbiamo ricordare che da due anni noi ci troviamo in uno stato d’emergenza che da praticamente mano libera al governo di legiferare attraverso decreti legge, uno stato d’emergenza giustificato finora con motivi sanitari e che ora viene prorogato a causa della guerra. A questo punto risulta sempre più difficile distinguere fra un regime definito come democratico e uno bollato come autocratico. Già all’inizio della pandemia avevamo previsto che si sarebbero imposte forme di governo autoritarie e decisioniste e sarebbe aumentata la militarizzazione del territorio e della società. A questo proposito vogliamo ricordare che nell’aprile 2003 la NATO ha pubblicato un rapporto di 140 pagine denominato “Urban Operations in the Year 2020” (UO 2020). Nel rapporto l’ipotesi di partenza è l’aumento esponenziale della popolazione mondiale entro l’anno 2020 e il contestuale spaventoso aumento dell’urbanizzazione, con il 70% di questa popolazione che vivrà all’interno delle città. Tutto ciò provocherà crescenti tensioni economico-sociali, alle quali si potrà far fronte – secondo il rapporto – solo con una presenza militare massiccia, spesso su periodi di tempo prolungati. Nell’UO 2020 si consiglia di iniziare gradualmente ad utilizzare l’esercito in funzione di ordine pubblico all’avvicinarsi della crisi mondiale ipotizzata per il 2020. Ebbene siamo arrivati al 2022 e gli scenari ipotizzati nel rapporto NATO si rivelano molto attuali e quindi la raccomandazione contenuta nell’ultima parte “sull’esercito in funzione di ordine pubblico”, già operante in Italia da diversi anni, ha subito una accelerazione proprio in occasione dell’emergenza coronavirus, segnando una ulteriore militarizzazione del territorio.


NOTE
[1] AA. VV., Lo Spillover del Profitto. Capitalismo, Guerre ed Epidemie, a cura di Calusca City Lights, Milano, Edizioni Colibrì, 2020 –“L’Economia di Guerra al Tempo del Coronavirus”.
[2] In un convegno tenuto a Milano nell’aprile 2014, organizzato dalla Rete Solidale di Lotta, sulla privatizzazione della sanità uno dei temi trattati è stato proprio la crisi della medicina generale e della medicina preventiva del territorio.
[3] vedi ROBERTS, Michael, “La Teoria della Moneta Moderna”, in folio.asterios, 2020.
[4 Vedi “Il P.N.R.R. e la medicina del territorio” nel Bollettino “TANTA SALUTE A TUTTI”, Milano, Gennaio 2022.
[5] RATTI, Daniele, “Il Gas ed i Venti di Guerra”, in Umanità Nova, n. 6 del 27/02/2022.
[6] GRISI, Visconte, “Arriva la Grande Depressione?”, in Umanità Nova n. 27 del 19/09/2021.
[7] MATTICK, Paul, “La Guerra è Permanente” – http://www.leftcom.org/it/articles/1940-01-01/la-guerra-è-permanente. Vedi anche un mio articolo con lo stesso titolo in Umanità Nova n. 29 del 28/10/2018.
[8] NOLAN, P. e ZHANG, J., “La Concorrenza Globale dopo la Crisi Finanziaria”, in Countdown 2, Studi sulla Crisi.
[9] SPAVENTA, Alessandro, “La guerra in Ucraina ferma la produzione di BMW e Volkswagen”, in notizie.tiscali.it del 21 marzo 2022.
[10] BORRILLO, Michelangelo e GABANELLI, Milena, “Pane, Mais, Concime: Abbiamo un Problema”, in Corriere della Sera, Lunedì 21 Marzo 2022.
[11] CLASH CITY WORKERS, Dove Sono i Nostri. Lavoro, Classe e Movimenti nell’Italia della Crisi, La Casa Usher, 2014.
[12] BOUTTINET, Philippe, “Capitalismo, Guerre ed Epidemie” in Lo spillover del profitto, op. cit.
[13] LIU, Larry, NATHAN, Otto, ROBINETT, Peter, HERBERT, Ulrich e HARRISON Mark, La politica economica del Nazionalsocialismo, Asterios, Settembre 2018.
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Alfred*
Sunday, 15 May 2022 10:15
ma del gas liquido americano, quasi imposto da Biden ai dubbiosi alleati europei nel suo ultimo viaggio, anche se costa di più, ha un processo di estrazione più inquinante, deve essere trasportato via mare e necessita della costruzione di rigassificatori

Va bene, che gli Usa vogliono vendere il loro gas di scisto, ma qualcuno si prende la briga di andare a vedere non quanto costa (molto), ma quanto ne producono?
Non trovo i link, ma il quantitativo che hanno proposto all'Europa copre una parte del fabbisogno della sola Italia.
Va bene parlare di guerre commerciali e capitali, ma bisognerebbe anche farlo con dati a fronte. Non e' che non si capiscono quelli che sono i desideri del capitalismo a stelle e striscie, ma bisogna vedere se hanno i mezzi per portare avanti quello che vorrebbero. Possono spolpare l'Europa, ma poi cosa resta agli iuessei? Detto senza alcuna simpatia per Putin, ma consapevole che quantomeno la Russia e' una fonte primaria di materie prime per il mondo, iussei compresi.
Andate a vedere da chi importano il 20% dell'uranio per le loro centrali, non hanno dichiarato nessuna sanzione in merito alla Russia e c'e' un motivo. Altro 20% di uranio lo importano da ex urss e attuali alleati della Russia.
Tutti possiamo desiderare moltissime cose, anche nel piccolo, bisogna quantificare che possibilita' abbiamo di farcela. Possiamo anche diventare aggressivi in caso di frustrazione, ma non e' detto che si diventi alti e con gli occhi azzurri se il dna ha deciso diversamente.
Piu spesso ci si cammuffa con lenti a contatto e tacchi, ma non sembra sia la stessa cosa.
Quindi si puo' anche produrre shale oil e affini, per il consumo interno e vendendo in oreficeria il residuo, ma non si acquistano per questo motivo le possibilita' dei giacimenti russi.
Ci piace? Non ci piace? Personalmente sarei per la distruzione dei confini, ma finche' esistono e gli stati vivono entro le dinamiche che vediamo... osserviamole almeno con attenzione e con dati alla mano e cercando di capire davvero cosa possono ottenere a prescindere dall'intensita'dei loro desideri
Saluti

Ps ho il forte sospetto che, per esempio, il vietnam ucraino allestito per i russi potrebbe diventare il vietnam europeo degli Usa (Nato) sempre guardando a risorse primarie, strutture, alleanze a cui gli schieramenti possono attingere. Mi piace? Non mi piace? Spero in qualche tipo di accordo prima che sia troppo tardi o di trovarmi al centro di una esplosione nucleare in caso di passaggio a quel tipo di arsenale.
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baubaubaby
Saturday, 14 May 2022 22:04
Mi scuso per questa mia nota polemica e parziale con i compagni di UN, mi scuso per non trattare tutta la lunga analisi qui esposta. Purtroppo sono fra quelli che in questi due anni so sono dovuti riempire le scarpedi sassolini e il fegato di rabbia, mentre i più dei compagni hanno fatto da misero pendant al canovaccio narrativo istituzionale, dello stato-capitale. Un, nella sua sicumera pari a quella di altri di altre parrocchie, è stata tetragona sull'origine del virus e sul vaccinismo.

L'origne dle virus Covid-19 è questione di ipotesi, non di certezze. E l'ipotesi dello spill-over naturale è via via la meno probabile. Per gli scienziati di riferimento di UN invece lo spill-over è un dogma assunto da subito. Questo dimostra pigrizia di mente: che sia uno spill-over naturale o che sia uno spin-off della rete internazionale dei laboratori di biologia molecolare è indifferente ai fini della attribuzione di responsabilità in capo al capitalismo e al suo modo di produzione.

Anzi, l'ipotesi dello spill over naturale offre anche un margine di attenuazione di tale responsabilità. Aggravando per giunta lo scarto cognitivo verso lo stato dell'arte della tecnologia capitalistica e del livello di manipolazione totale nella sua potenzialità.

Riguardo ai vaccini, è facile oggi, con doloso ritardo, presentarsi a dire "I vaccini oggi esistenti sono decisamente interni a questa logica in quanto, per le loro caratteristiche, sono efficaci per evitare le forme gravi della malattia ma non per arrestare del tutto la diffusione del contagio. Un capitolo a parte meriterebbe poi il disastro provocato dallo smantellamento della medicina pubblica e, in particolare, della medicina di territorio e delle cure domiciliari, argomenti che abbiamo già a lungo trattato.[2] In questa sede vogliamo solo ricordare che una efficiente medicina del territorio avrebbe evitato moltissimi decessi e contribuito a non intasare i reparti di terapia intensiva nella prima fase dell’epidemia.". Nei mesi passati non avete accolto nessuna voce critica del vaccinismo e vi siete subito schierati nelle file dello "scientismo" più becero e ottuso, con le fette di prosciutto del complottismo sugli occhi per non vedere le incongruenze e le ragioni su cui oggi bellamente passate sopra con disinvoltura.

Altrettanto avete partecipato con il resto della sinistra borghese, di cui siete parte integrante più che dell'anarchismo, a infamare l'insorgenza di buona parte della popolazione e dei lavoratori contro il lasciapassare. Avete solo pensato ad infamare e a dire che in piazza con i fascisti e i bottegai non si può andare. Bravi! Oltre a fare questo cosa avete fatto di alternativo alle piazze fasciste e bottegaie, che in realtà manco lo erano? Cosa avete fatto quando era evidente per chiunque non fosse pigro di testa ceh i fascisti erano uno strumento di manovra governativa per giustificare il sabotaggio operato dalla sinistra borghese contro il dissenso interno montante ei bottegai in realtà hanno a un certo punto preteso il lasciapassare, per poi disapplicarlo in gran parte per far lavorare le loro botteghe?

I lavoratori invece, ricattati, si sono dovuti fare 3 dosi di un farmaco sperimentale a codificazione genetica (altro che cibi OGM!) e si dovranno fare la 4* a ottobre prossimo. I lavoratori devono farsi green pass e mascherine senza se e senza ma.

Avete totalmente mancato l'essenza del salto totalitario che abbiamo subito e per degli anarchici questa mancanza di comprensione è imperdonabile. Ma voi di UN siete ampiamente perdonabili.
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Alfred*
Sunday, 15 May 2022 10:56
Non entro nel merito delle tue convinzioni su virus e vaccini, non condivido tutto, ma le rispetto.
Anche perche' ho visto persone pagare un prezzo troppo alto.
Vivere in un mondo in cui esiste questa industria farmaceutica ci autorizza ai peggiori dubbi i&n merito a cure che portano profitti immensi.
Sono tra quelli che considerano gli spillover non solo possibili, ma estremamente pericolosi anche senza l'intervento umano e considero la ricerca di farmaci e vaccini utile.
La peste, per esempio non e' scomparsa, casi si verificano in alcune parti del mondo (Usa compresi), ma avere studiato la malattia e trovato cure ci evita le epidemie passate (quando si invocavano i santi e big pharma non esisteva).
Adesso big pharma esiste e attinge a piene mani dai risultati delle ricerche pubbliche, universitarie e (strano, ma vero) paga poco i ricercatori che fanno guadagnare miliardi.
Per me il problema non sono gli spillover o da dove sono derivati (anche sapere che il virus e'uscito da un laboratorio che conforto-soluzione darebbe? ), ma la gestione dei malati (l'assenza di centri diffusi sul territorio e la carenza sanitaria progressiva) e, soprattutto, la ricerca farmaceutica. Se si possono espropriare terreni e beni per costruire strade non si capisce come il mondo non possa espropriare i brevetti dei vaccini e dei farmaci salvavita, con qualche indennizzo, ma non troppo, e a patto che siano davvero utili, altrimenti la casa farmaceutica se ha taroccato i risultati dovrebbe pagare in solido. Ovviamente in un mondo come questo.
Idealmente sono per la ricerca pubblica, universiraria e anche pura (non necessariamente finalizzata a applicazioni industriali) e credo sia la battaglia da fare e l'unica che puo garantirci un minimo di sicurezza sanitaria.

Ps: le pandemie in noi umani scatenano paure e comportamenti che non ci saremo mai aspettati, ne in noi stessi ne negli altri. Il contesto e' quello che e', ma ciascuno di noi, compagno o meno, ha sperimentato dentro di se e fuori di se cose che a volte hanno messo in discussione articolati castelli razionali su se stessi e sulla realta'. Personalmente ho dovuto affrontare dinamiche divisive che non avevo sperimentato neanche nelle peggiori contese ideologiche.
La guerra, paradossalmente, ha fatto riavvicinare molti. Credo sia perche' abbiamo di nuovo la percezione di combattere un nemico che e' dentro dinamiche che capiamo e possiamo affrontare. Lo dico solo perche' credo dobbiamo avere affettivita' e vicinanza e sapere che le paure a volte ci travolgono, in vari modi.
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baubaubaby
Saturday, 14 May 2022 22:03
Mi scuso per questa mia nota polemica e parziale con i compagni di UN, mi scuso per non trattare tutta la lunga analisi qui esposta. Purtroppo sono fra quelli che in questi due anni so sono dovuti riempire le scarpedi sassolini e il fegato di rabbia, mentre i più dei compagni hanno fatto da misero pendant al canovaccio narrativo istituzionale, dello stato-capitale. Un, nella sua sicumera pari a quella di altri di altre parrocchie, è stata tetragona sull'origine del virus e sul vaccinismo.

L'origne dle virus Covid-19 è questione di ipotesi, non di certezze. E l'ipotesi dello spill-over naturale è via via la meno probabile. Per gli scienziati di riferimento di UN invece lo spill-over è un dogma assunto da subito. Questo dimostra pigrizia di mente: che sia uno spill-over naturale o che sia uno spin-off della rete internazionale dei laboratori di biologia molecolare è indifferente ai fini della attribuzione di responsabilità in capo al capitalismo e al suo modo di produzione.

Anzi, l'ipotesi dello spill over naturale offre anche un margine di attenuazione di tale responsabilità. Aggravando per giunta lo scarto cognitivo verso lo stato dell'arte della tecnologia capitalistica e del livello di manipolazione totale nella sua potenzialità.

Riguardo ai vaccini, è facile oggi, con doloso ritardo, presentarsi a dire "I vaccini oggi esistenti sono decisamente interni a questa logica in quanto, per le loro caratteristiche, sono efficaci per evitare le forme gravi della malattia ma non per arrestare del tutto la diffusione del contagio. Un capitolo a parte meriterebbe poi il disastro provocato dallo smantellamento della medicina pubblica e, in particolare, della medicina di territorio e delle cure domiciliari, argomenti che abbiamo già a lungo trattato.[2] In questa sede vogliamo solo ricordare che una efficiente medicina del territorio avrebbe evitato moltissimi decessi e contribuito a non intasare i reparti di terapia intensiva nella prima fase dell’epidemia.". Nei mesi passati non avete accolto nessuna voce critica del vaccinismo e vi siete subito schierati nelle file dello "scientismo" più becero e ottuso, con le fette di prosciutto del complottismo sugli occhi per non vedere le incongruenze e le ragioni su cui oggi bellamente passate sopra con disinvoltura.

Altrettanto avete partecipato con il resto della sinistra borghese, di cui siete parte integrante più che dell'anarchismo, a infamare l'insorgenza di buona parte della popolazione e dei lavoratori contro il lasciapassare. Avete solo pensato ad infamare e a dire che in piazza con i fascisti e i bottegai non si può andare. Bravi! Oltre a fare questo cosa avete fatto di alternativo alle piazze fasciste e bottegaie, che in realtà manco lo erano? Cosa avete fatto quando era evidente per chiunque non fosse pigro di testa ceh i fascisti erano uno strumento di manovra governativa per giustificare il sabotaggio operato dalla sinistra borghese contro il dissenso interno montante ei bottegai in realtà hanno a un certo punto preteso il lasciapassare, per poi disapplicarlo in gran parte per far lavorare le loro botteghe?

I lavoratori invece, ricattati, si sono dovuti fare 3 dosi di un farmaco sperimentale a codificazione genetica (altro che cibi OGM!) e si dovranno fare la 4* a ottobre prossimo. I lavoratori devono farsi green pass e mascherine senza se e senza ma.

Avete totalmente mancato l'essenza del salto totalitario che abbiamo subito e per degli anarchici questa mancanza di comprensione è imperdonabile. Ma voi di UN siete ampiamente perdonabili.
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