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nuvole

Gig-economy: se il codice è legge

di Gianluca De Angelis

Questo contributo è tratto da un intervento proposto in occasione della conferenza internazionale Logistics: Labour, Infrastructures, Territories, tenutasi il 3 e il 4 Aprile 2017 e organizzata dal Dipartimento di Filosofia, Sociologia e Psicologia Applicata dell’Università di Padova[1]

gig economyCi siamo trovate a maturare la nostra coscienza
civica, il nostro impegno sociale all’interno di u
contesto dominato da un linguaggio che non siamo
noi a parlare. È il linguaggio che parla noi, perché è
un linguaggio costruito e manipolato retoricamente
per definire i confini in quel mondo: i diritti che hai,
quanto li puoi esercitare, le relazioni che costruisci e
il modo di gestirle. Se tu contravvieni ai codici ne
vieni espulsa perché quel mondo è costruito come
narrazione per essere il mondo. E quando sei fuori
da quell’universo ti viene anche strappata la lingua
per dire quello che ti è successo e ti viene rovesciata
addosso la responsabilità. La frusta dell’oltre, appunto.

da Il bene, il male e i loro campioni;
Luca Rastello

Le motivazioni che mi hanno spinto alla proposta hanno essenzialmente a che fare con l’esigenza di sistematizzare il lavoro di ricerca, ancora in fase esplorativa, che sto svolgendo rispetto alla questione della gig-economy e, più in particolare, al duplice ruolo del codice nel processo produttivo. Da un lato, infatti, il software può essere letto come esito di un processo produttivo a sé stante, dall’altro, però, agisce con funzione performativa rispetto ai processi lavorativi in cui interviene. Ciò avviene con maggiore evidenza in contesti come quello italiano, dove il superamento dei limiti alla subordinazione è l’ago che ha orientato gli interventi normativi dal 2003 a oggi e che osserviamo, plasticamente, nelle forme ibride di lavoro che ridefiniscono il confine tra lavoro autonomo e subordinato.

L’intervento è costruito a partire dalle interviste raccolte appositamente tra gennaio e marzo del 2017 che coinvolgono il CEO di un marketplace virtuale, il CEO di un’impresa attiva nel last-mile delivery e che offre un servizio di consegne in bicicletta; due foodrider che consegnano pasti per un’azienda bolognese e due sviluppatori, che si occupano della programmazione di algoritmi di varia natura.

Da queste interviste scaturiscono le due linee interpretative che orientano i prossimi passaggi e che ricompongo nelle conclusioni.

 

Dal lavoro gratuito alla gig-economy

Il mio approdo al tema della gig-economy, letteralmente economia del lavoretto, è da intendersi come il proseguimento delle riflessioni e delle attività di ricerca relative al più ampio processo di gratuitizzazione del lavoro. Per come lo intendo, e in estrema sintesi, tale processo è dato dall’inasprimento delle condizioni oggettive di impiego, consolidate e giustificate sul piano soggettivo grazie ad un’intensa attività di ridefinizione dell’attività lavorativa che ne riduce la valenza produttiva. Secondo questa prospettiva per comprendere cosa rende accettabile svolgere gratuitamente (o quasi) un’attività dalla quale altri ottengono un profitto, deve essere preso in considerazione il significato che il lavoratore vi attribuisce e le condizioni che rendono quel significato condivisibile. Per stare sul concreto, ciò che affermo è che non esisterebbero tirocinanti senza persone disposte ad accettare la marca formativa dell’attività lavorativa svolta.

Il legame tra la dimensione oggettiva e quella soggettiva è centrale per comprendere il processo che ha portato alla configurazione del soggetto neoliberale: non lavoratore, ma impresa; non subordinato, ma conforme; non docile, ma disponibile; non stabile, ma in perenne transizione. È questo doppio livello di analisi che permette di osservare la flessibilità del lavoro come un acceleratore delle dinamiche di transito, oltre che una modalità di governo dei lavoratori.

Man mano che dal macro ci si sposta verso il micro, infatti, i meccanismi di accumulazione si fanno più impalpabili. Voglio dire, tutti sappiamo che Facebook è una grande azienda, con un capitale, dirigenti, lavoratori, azionisti e un mercato; ma non per forza tale consapevolezza basta a farci sentire produttori mentre carichiamo la foto del compleanno che abbiamo festeggiato ieri.

La negazione della dimensione produttiva non riguarda solo le azioni che svolgiamo in prima persona. È lo stesso meccanismo di invisibilizzazione del lavoro che riduce la fase logistica della produzione nell’anonima barra di caricamento del sito di Amazon. Il lavoro c’è, ma non si vede, così come non se ne vedono le condizioni che lo caratterizzano e rendono riconoscibile.

Questa peculiarità può essere osservata da diversi punti di vista. Si pensi al lavoro accessorio, al momento sospeso sulla questione voucher, che nega la valenza produttiva dell’attività svolta negando all’esecutore il riconoscimento della sua condizione di lavoratore, sia istituendo la nuova figura del prestatore, sia traslandola, nel bilancio dell’impresa, dalla voce lavoro a quella servizi.

Il lavoro c’è, ma non si vede, o comunque si vede sempre meno.

Breman e van Der Linden[2] leggono questa ridefinizione dell’attività produttiva attraverso la chiave dell’informalizzazione. Gli autori evidenziano come la destandardizzazione del lavoro incida sui benefici che l’occupazione standard ha rappresentato per una parte significativa della forza lavoro nelle economie occidentali, con particolare riferimento a) alla continuità e stabilità dell’impiego; b) al lavoro a tempo pieno e indeterminato da svolgere per lo più nella sede di un solo datore di lavoro; c) ad un salario che mettesse in condizioni un lavoratore di sostenere la propria famiglia senza dover rinunciare ad uno standard di vita accettabile; d) ai diritti legali di rappresentanza, protezione e partecipazione; e) alle assicurazioni sociali basate sulla durata del lavoro e su quanto guadagnato.

Questa lente ci permette di contestualizzare l’emergenza del gig-work a prescindere dalle sue modalità organizzative ed esiti produttivi, più o meno digitali le prime, più o meno o materiali i secondi.

Uno tra i primi a ricorrere al concetto e a collegarlo con la questione dell’informalizzazione è Gerald Friedman, che con il significativo titolo Workers without employers: shadow corporations and the rise of the gig economy già nel 2014 individua la questione del gig-work come una possibilità interpretativa capace di cogliere alcune dinamiche caratterizzanti il mercato del lavoro negli USA. Per Friedman, « I gig-worker, sono lavoratori impiegati trasversalmente nell’economia americana. Sebbene il termine derivi dalle caratteristiche dell’occupazione dei musicisti chiamati a suonare per uno specifico set o per la performance di una serata, è oggi usato per descrivere un ampio ventaglio di impieghi. I gig-worker sono occupati nei bar e nelle sale di lettura delle università, aziende agricole, fabbriche e come addetti alla pulizia degli uffici durante la notte. Lavorano, talvolta, per bassi salari come addetti alla cura, dog-sitter e giardinieri per un giorno; talvolta per alti salari, come manager nelle installazioni IT, consulenti di varia natura, editor, avvocati e consulenti finanziari. I gigworker spesso fanno lo stesso lavoro dei loro colleghi con contratti tradizionali, o lo stesso lavoro che hanno svolto fino al momento dell’espulsione dall’occupazione tradizionale e che ritrovano come gig. Più che per le loro competenze, i gig-worker sono riconoscibili nella specifica relazione di lavoro, è la forma di contratto a fare la differenza, non la tecnologia o il tipo di lavoro»[3].

Così inteso, il gig-work è considerato un presupposto, prima ancora che uno degli esiti, dell’economia collaborativa che alimenta il capitalismo digitale e delle piattaforme. Adottando il punto di vista soggettivo, infatti, le condizioni che spingono il lavoratore ad accettare una certa forma di messa al lavoro, precedono la messa al lavoro stessa[4].

Questo non significa che il software non abbia alcuna rilevanza nel processo. Al contrario, software e piattaforme svolgono un ruolo centrale per almeno due aspetti: semantico, nella misura in cui depotenziano il significato produttivo dell’azione lavorativa, trasformando lavoratori e datori in utenti o, requester e contractor nel caso del crowdworking[5]; informativo, perché di fatto determinano le modalità di svolgimento del lavoro, riproducendo nel codice le esigenze organizzative dell’impresa.

Ecco perché, se da un lato il gig-work rappresenta per la gran parte dei Paesi a capitalismo avanzato una sfida alla dicotomia tra lavoro dipendente e autonomo[6], a prescindere dall’immaterialità degli esiti produttivi, dall’altro è per lo più associato all’agilità delle imprese digitali e che generalmente ascriviamo al platform-capitalism [7].

 

Quale spazio per il gig-work in Italia?

In Italia, dove il lavoro informale è da sempre molto diffuso, il processo di ibridazione tra lavoro autonomo e dipendente è iniziato prima della nascita delle principali piattaforme, attraverso l’introduzione di tipologie contrattuali specifiche, come quelle della parasubordinazione, o di modalità di impiego subordinato alternativo al lavoro standard, come quello accessorio e occasionale.

Come rilevato nel documento di supporto alla comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo sull’agenda dell’economia collaborativa con riferimento al trasporto, ad esempio, «è importante notare che in Italia la distinzione emerge tra autisti “occasionali” attivi nell’economia collaborativa e quelli tradizionali. Seguendo l’opinione rilasciata dal consiglio di stato nel dicembre del 2015, gli autisti privati che offrono i loro servizi attraverso le piattaforme di collaborazione, dovrebbero essere “lavoratori occasionali”, con soglie massime reddituali e relative alle ore lavorate a settimana (15 ore, contro le 12 ore al giorno per i taxisti professionisti»[8].

In assenza di una definizione univoca, giuridica o statistica, di gig-work, a distinguere il lavoretto  dal lavoro tradizionale non sono altro che i limiti relativi alle ore lavorate e al reddito totale corrisposto fissati, per il lavoro accessorio occasionale (10 Euro l’ora per un massimo di 7.000 € all’anno – provvedimento al momento sospeso con Decreto Legge 25/2017) e per quello occasionale autonomo (5.000 Euro l’anno). In Italia, queste tipologie di impiego sono quelle che definiscono l’ambito del gig-work, digitale o meno che sia, tanto dal punto di vista quantitativo, relativamente ai parametri economici, quanto dal punto di vista qualitativo, relativamente ai significati che il lavoro assume. Questa lettura trova un riscontro nelle interviste realizzate.

Dal punto di vista quantitativo, sia il CEO del marketplace virtuale, sia uno dei foodrider, che il proprietario dell’impresa di ciclo-fattorini, infatti, hanno preso il voucher del lavoro accessorio come riferimento minimo della paga oraria.

In particolare, per il CEO del marketplace il voucher ha giocato un ruolo centrale nella determinazione della retribuzione minima delle prestazioni richieste attraverso la piattaforma. Inizialmente la soglia minima era di 20 euro a prestazione, così da garantire anche un minimo di stabilità economica dell’impresa che guadagna sulle commissioni (20%). Tuttavia, per le prestazioni con una durata limitata e con la diffusione del sistema dei voucher, 20 euro risultavano una spesa troppo esosa per poter essere considerata minima. Per questo, mi ha spiegato, con l’ultimo aggiornamento l’applicazione fissa il minimo in 10 euro per alcune categorie di servizi, garantendone 8 al lavoratore. Il quadro è quello del lavoro occasionale autonomo. Lo stesso attraverso il quale sono garantiti gli 8 euro netti l’ora ai foodrider intervistati che lavorano nelle due imprese di delivery, oltre le commissioni sulle singole consegne.

Il proprietario dell’impresa di consegne, invece, riferisce che gli 8 euro sono la paga oraria assicurata ai suoi rider, si tratta dell’equivalente di tre corse, ma il riferimento, anche in questo caso, è alla normativa del lavoro autonomo occasionale. “Non tratto i lavoratori come Just-Eat, ma in ogni caso non è possibile investire su personale pronto a mollare per un erasmus”, spiega.

Nel suo caso, il voucher non ha mai rappresentato un’alternativa interessante. Gli stessi lavoratori, mi ha spiegato durante l’intervista, preferirebbero la contribuzione del 20% della ritenuta d’acconto a quella del 25% del voucher. Ovviamente si tratta di un ragionamento comprensibile solo dando per scontato che sia il lavoratore a dover pagare la differenza tra netto e lordo. In una relazione tra “pari”, infatti, una volta che il datore di lavoro ha acquistato il tempo di vita del lavoratore, non è tenuto a farsi carico del tempo restante, della malattia, delle ferie e, in generale, di quello non direttamente produttivo.

Passando agli aspetti più qualitativi della sovrapposizione tra gig-work e forme ibride di lavoro come quello occasionale, molti dei lavoratori ultraflessibili dell’economia digitale sono studenti, magari con borse di studio o sostenuti da familiari e amici. È questo il caso di diversi lavoratori, voucherizzati, intervistati in una precedente ricerca svolta per l’IRES dell’Emilia-Romagna, recentemente proposta in forma di volume dall’editrice Socialmente[9].

Come evidenzia la profusione di forme di lavoro più o meno gratuito, quali stage, volontariato e servizio civile, non tutti hanno lo stesso bisogno di lavorare (cioè di essere pagati per il lavoro svolto) e non c’è dubbio che il bisogno di relazioni meno impegnative possa darsi reciprocamente, soprattutto nel caso di quanti colgono nel gig-work e nell’occasionalità del lavoro l’opportunità di dare la priorità ad altri aspetti della propria vita o chi, semplicemente, rifiuta il meccanismo della subordinazione prediligendo una maggiore autonomia. Diverso è, però, per quanti hanno bisogno di maggiore stabilità, o che si sentono intrappolati dal meccanismo del gig-work. Nella prospettiva che sostengo, la differenza tra i primi e i secondi, determina la distanza tra i poli interpretativi della relazione lavorativa nel gig-work: quello della resistenza e quello della sopravvivenza.

Con riferimento al suo marketplace virtuale, il CEO intervistato afferma che il lavoro promosso attraverso la sua piattaforma, può essere visto in due prospettive. Per chi ha un progetto di vita altro, la sua piattaforma è un’opportunità per dedicarsi a quel progetto. Per chi non ha un progetto, allora la sua piattaforma è un’opportunità di sopravvivenza.

È chiaro che il mondo del lavoro sarà influenzato dalle trasformazioni e dovrà cambiare il paradigma. Probabilmente siamo stati educati ad andare alla ricerca del posto fisso, [mentre ora si tratta di] di andare alla ricerca del guadagno necessario per sopravvivere.

[…] E credo che lato nostro ci fosse intenzione e desiderio di dare un’opportunità in più. Perché nel momento in cui si è in difficoltà e uno non arriva alla fine del mese, allora gli dai quell’opportunità. Lui sta cercando quella possibilità, non quello che si innesca dopo. Per questo penso che il timore sia eccessivo. Perché quello se ha un’opportunità in più ci arriva a fine mese, se non ce l’ha, no.

Come evidenziato anche nelle ricerche condotte da Ursula Huws e Simon Joyce, dell’Università dell’Hertfordshire in collaborazione con il sindacato Uni Global Union sul gig-work nel Regno Unito, in Germania e in Svezia, le motivazioni dei lavoratori sono molto differenziate. Una parte sembra cogliere le opportunità in termini di libertà dalla subordinazione: «Una larga maggioranza (88%, equivalente a circa 8 milioni di adulti residenti in UK tra i 16 e I 75 anni) dei 470 rispondenti che cercano lavoro attraverso queste piattaforme, affermano di cercare un lavoro che possono svolgere online, da casa, su piattaforme come Freelancer , Upwork , Clickworker  o Peopleperhour . Questi sono lavori che possono essere svolti da qualsiasi posto, dando forma a un mercato del lavoro globale, forse mettendoli in competizione con I lavoratori indiani, dell’Est-Europa o americani o del resto del mondo (trad. mia)»[10].

Ciò che emerge dalla lettura complessiva, però, è che l’opportunità di resistenza alla subordinazione non possa considerarsi separatamente dalle motivazioni più marcatamente orientate alla sopravvivenza. Secondo gli autori, la gig-economy è per lo più vista nella prospettiva dell’altruismo o dell’aiuto economico saltuario per arrotondare il reddito derivante da un lavoro principale. Ciononostante, per una porzione sostanziale dei gig-workers intervistati, si tratti della sola fonte di reddito.

Il meccanismo di impoverimento è anche più intenso se si prende a riferimento l’intera economia generata dal gig-work: la domanda di gig-work proviene da clienti che dovrebbero essere in qualche modo più ricchi dei lavoratori che forniscono loro dei servizi richiesti, ma ciò non avviene così drammaticamente in Uk o in Svezia o in Germania dove, affermano i ricercatori, «i loro redditi sono molto simili»[11].

Questa evidenza contrasta con gli slogan e le retoriche di alcune tra le principali piattaforme diffuse in Europa che, come osservato da Willem Pieter De Groen, Ilaria Maselli and Brian Fabo pretendono di arrivare al «matching tra utenti poveri di tempo e lavoratori con molto tempo libero (Trad. mia)»[12].

Anche Vicker, un marketplace virtuale made in Italy, pubblicizza l’attività di intermediazione suggerendo che chi la utilizza avrà “più tempo per le cose che ama” ed evocando, di conseguenza, la distanza tra utenti/committenti privi di tempo e lavoratori che, paradossalmente, ne hanno molto, anche se poi il matching, piuttosto, sembra avvenire tra chi non vuole o non può spendere molto per il lavoro richiesto e chi è disposto ad accettare il prezzo più basso per farlo.

 

Lo spazio del codice

Se quanto detto sin qui è vero nell’universo del gig-work tradizionale, lo è anche di più in quello digitale, dove la negoziazione è mediata da un software. Infatti, mentre la sostituzione di lavoro tradizionale con il lavoretto esiste, abbiamo visto, anche al di fuori del platform-capitalism, con le tecnologie digitali il processo si accelera, annullando gli spazi della negoziazione tra le parti e ridefinendo i ruoli di lavoratore (contractor) e datore di lavoro (user o client).

Nel caso del marketplace che ho preso in considerazione, il CEO intervistato mi ha spiegato che il loro codice impedisce l’instaurazione di un rapporto di dipendenza, limitando il numero di candidature di uno stesso lavoratore alle proposte di lavoro di uno stesso datore, avvalorando quanto rilevato da Lehdonvirta quando afferma che «le piattaforme di microwork sono sempre più spesso concepite in modo tale da non costituire un innesco per il verificarsi di condizioni di lavoro dipendente, ad esempio evitando che un lavoratore lavori continuativamente per uno stesso cliente»[13].

Ma non si tratta solo di questo. Nel caso del gig-work svolto materialmente, tale limitazione impedisce che contractor e user si accordino al di fuori della piattaforma.

Questo elemento è rilevante con riferimento alla potenzialità in termini di reciprocità della collaborative economy. Anche se la creazione di una comunità di utenti è un tema che il CEO intervistato ritiene centrale, infatti, con il nuovo aggiornamento l’applicazione della piattaforma ridurrà ancora di più gli scambi diretti.

È lì, infatti, afferma, che si creano la gran parte degli errori. Con la sua applicazione di intermediazione lascia che in chat lavoratore e utente si accordino su prezzi e contenuto della mansione, ma individua proprio nella regolazione tra le parti la fonte dei principali problemi.

Se gli utenti sbagliano, sostiene l’intervistato, c’è un problema di sistema e ciò comporta una spesa maggiore, sia economica che di risorse in generale. Infatti con il nuovo aggiornamento le nuove enlist [arruolamenti] si baseranno su sistemi di intelligenza artificiale capaci di facilitare tanti passaggi e tagliandone altri, così da aiutare l’utente a conformarsi, riducendo l’esigenza di dire la propria.

Senza applicazione, sostiene il CEO, avrebbero potuto fare la stessa cosa, ma con venti dipendenti solo per l’assistenza ai clienti, mentre così possono limitarsi ad averne solo due.

L’applicazione in questione ha due interfacce. La prima per l’utente finale, che propone il lavoro e la paga. La seconda è del lavoratore, che vede le offerte adatte al suo profilo e ordinate in base alla distanza[14]. Il matching è la parte che finora è stata lasciata all’interazione per questo è l’elemento sul quale convergono i maggiori sforzi di programmazione. Su questa parte il CEO ha preferito non entrare nello specifico, limitandosi a dire che stanno programmando una cosa che da qui al breve permetterà alle persone di confermare una candidatura quasi in maniera istantanea. Quindi se entro nell’app e ho bisogno di qualcuno non dovrò neanche aspettare di dover ricevere attenzione.

Nel suo progetto, insomma, anche se l’intelligenza artificiale non andrà a sostituire la customer care alla quale spetta la funzione di monitoraggio, l’algoritmo, specialmente con la sua funzione di apprendimento, va a produrre una sostituzione dell’intervento umano in quanto a scelta e ottimizzazione delle scelte: più veloci, meno suscettibili di errori, ma non per questo più comprensibili e discutibili.

 

In conclusione, due piste di analisi

Come anticipato, il gig-work costituisce una modalità di informalizzazione del lavoro. Questo è vero in relazione al superamento del contratto, visto che la negoziazione è lasciata alle parti per tutto quello che riguarda i contenuti e i confini del lavoro (nei suoi tempi e nei suoi modi), prima ancora che economica. Ma, come osservato, ciò non vale in generale.

Una delle linee interpretative sulle quali mi sto concentrando, infatti, è sulla proprietà performativa del software, scritto per rispondere a determinate esigenze. Una volta che la legge stabilisce il contesto del lavoro accessorio e occasionale, proponendo forme di subordinazione svincolate dai limiti contrattuali, sul livello più basso interviene un’altra norma, che è quella codificata nel software. Diversi autori si sono concentrati sulla diversità degli effetti regolativi di codici e leggi, non voglio dire che siano la stessa cosa o che producono gli stessi effetti. Insisto, però, su un elemento che il codice ha in comune con la legge e lo riprendo direttamente dallo slogan di L. Lessig quando afferma che il «codice non si trova, si fa[15]» ed è l’esito di scelte ben precise. Ora, se è evidente come questa logica, una volta applicata all’organizzazione del lavoro, determini una riduzione della capacità di voice dei lavoratori e delle loro organizzazioni di rappresentanza, le prospettive di sviluppo futuro aprono questioni ancor più complesse. Se, infatti, come scrive Dubet nel 2006, la formalizzazione e la regolazione contrattuale della subordinazione può favorire la cristallizzazione delle asimmetrie proprie del rapporto di lavoro[16], questo rischio è ancora più forte nel caso in cui il codice sia la sola fonte di regolazione. Ciò per almeno tre aspetti che devono essere tenuti in considerazione: il linguaggio con cui il codice è scritto, che pone una barriera alla comprensione sia per chi esercita il potere, sia per chi lo subisce; la proprietà intellettuale che protegge il codice anche a chi sarebbe in grado di decifrarlo; la mole di informazioni che il codice gestisce e utilizza per fornire decisioni che diventano così indiscutibili. Se è vero, infatti, che come afferma D. Weinbergen in Too big to know, le tecniche algoritmiche permettono di gestire una quantità di informazioni che nessun singolo decisore potrebbe essere in grado di gestire da solo, l’esito di un processo decisionale basato sulla rete e tali tecnologie non può essere compreso al di fuori del sistema di scelte che l’ha determinato [17].

Il rischio della deriva tecnocratica è anche più evidente guardando agli orientamenti degli sviluppatori. Mentre la sociologia si affaccia oggi al tema degli algoritmi[18], uno dei programmatori intervistati ha spiegato che l’algoritmo, in sé, è una nozione in via di superamento proprio in relazione al rapporto deterministico tra scelta e risposta racchiuso nel codice, ormai troppo stretta viste le possibilità di sviluppo che oggi sono disponibili. Per lo più gli algoritmi usati nelle imprese rispecchiano le scelte fatte a priori e, ancora oggi, le imprese considerano più bravi quei programmatori che arrivano allo stesso risultato richiesto impiegando qualche secondo in meno. Ma lo sguardo di chi sviluppa è sempre più rivolto al superamento di quel determinismo. La prospettiva del machine learning è quella di creare macchine capaci di raccogliere e organizzare la grande quantità di informazioni disponibili in modo da renderle fruibili e utili a rispondere ad esigenze definite anche successivamente alla raccolta dei dati.

La seconda pista, è costituita dal discorso sulla sopravvivenza e resistenza che prima ho solo evocato attraverso le parole di uno degli intervistati. Per riprenderla, e concludere, faccio riferimento a un libro che recentemente leggevo sul Gobbo del Quarticciolo, un discusso personaggio della Resistenza romana al nazifascismo[19].

Il personaggio è interessante perché contrasta completamente con l’idea del partigiano politicamente impegnato che combatte sulle montagne. Giuseppe Albano, al contrario, è un bandito come a Roma ce ne sono tanti. Giorgio Bocca, storico della Resistenza romana, descrive questa doppia realtà della resistenza romana distinguendo la resistenza popolare “prepolitica, condotta da giovani predisposti dalla vita grama alla ribellione” a quella “politica degli intellettuali, degli artigiani e degli operai di Bandiera Rossa”, capaci di trasformare il malcontento in antifascismo. Con riferimento al primo gruppo, quello della resistenza prepolitica, Bocca afferma che inevitabilmente “nel calore dell’azione emerge l’astio classista, la rabbia dei dimenticati”, ma senza un’idea guida le azioni delle bande sono limitate agli scopi che i loro componenti riescono ad immaginare: difendersi dalle razzie tedesche e procurarsi cibo per sopravvivere. Casi analoghi li troviamo nelle storie di tutte le rivoluzioni, si pensi a quella Messicana, raccontata da Mariano Azuela in Quelli di sotto. Anche in quel caso, la lotta di resistenza di alcuni si intreccia a quella per la sopravvivenza di altri, ma solo in determinati momenti. Sono le pratiche e i nemici a costituire l’intreccio, ma le motivazioni e le giustificazioni di quelle pratiche mantengono i fili ben distinti. In altri termini, forzando un po’ l’analogia, resistenza e sopravvivenza si uniscono nella dimensione oggettiva, ma si separano su quella soggettiva.

Questa distinzione, secondo me, è centrale anche per comprendere come un’economia basata sul lavoro si stia trasformando in una che mette al centro il lavoretto, giustificando con l’idea della resistenza, l’alimentazione della logica della sopravvivenza. Questo vale con riferimento ai lavoratori ma, come abbiamo visto, può valere anche per i beneficiari, gli user, i requester, che grazie alla precarietà di altri possono ridurre gli impatti di quella vissuta in prima persona.


Note
[1] Da allora, I temi trattati in questo intervento sono stati oggetto di molteplici e lunghe discussioni  con colleghi e studiosi incontrati in diverse occasioni. In alcuni casi i miei ragionamenti sono stati confortati, in altri messi in dubbio. Non potendo citare tutti, né specificare il ruolo di ciascuno, mi limito a ringraziare per gli scambi più recenti Vando Borghi, Federico Chicchi, Davide Dazzi, Daniele Di Nunzio, Marta Fana, Daniela Freddi, Giuliano Guietti, Salvatore Iaconesi, Marco Marrone, Yahis Martari, Annalisa Murgia, Rebecca Paraciani, Angela Rauseo, Devi Sacchetto, Emanuele Toscano, Francesco Valle. Nessuno di loro, ovviamente, può considerarsi responsabile della parzialità di quanto scritto, confusamente, qui.
[2] Jan Breman and Marcel van der Linden, “Informalizing the Economy: The Return of the Social Question at a Global Level: Debate: The Return of the Social Question at a Global Level,” Development and Change 45, no. 5 (September 2014): 920–40, doi:10.1111/dech.12115.
[3] Gerald Friedman, “Workers without Employers: Shadow Corporations and the Rise of the Gig Economy,” Review of Keynesian Economics 2, no. 2 (April 2014): 172, doi:10.4337/roke.2014.02.03.
[4] La logica adottata è la stessa che Tronti mette in campo nell’analisi del processo di proletarizzazione in Operai e capitale, ristampato nel 2006 per DeriveApprodi.
[5] La crescente attenzione ai temi del capitalismo digitale rende sempre più difficile districarsi tra le accezioni che i ricercatori e gli studiosi attribuiscono a concetti nuovi, espressi esclusivamente in inglese e che potrebbero talvolta risultare indistinguibili. Il crowdsourcing, che letteralmente sta per esternalizzazione alla folla, è sicuramente, tra questi, uno dei più interessanti e complessi da analizzare. Proprio per questo mi sembra opportuno segnalare l’intervento di Elinor Wahal che, oltre a vantare una solida base empirica, ha il pregio di essere scritto in italiano e di essere reperibile in questo stesso spazio: http://www.nuvole.it/wp/3-invisibilita-e-invisibilizzazione-dei-crowdworker/
[6] È nel solco che collega i due poli, quello della subordinazione e dell’autonomia, che troviamo le ragioni delle vertenze e delle sentenze che negli ultimi anni hanno visto coinvolte imprese come Uber (cfr. i casi O’Connor e Youcesoy contro Uber in California) o TokTokTok (di cui il quotidiano Liberation ripercorre alcune vicende nell’articolo pubblicato il 20 giugno 2016, con il significativo titolo Livreur à domicile, salarié ou pas?
[7] Emiliana Armano, Annalisa Murgia, and Teli, eds., Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali (Milano: Mimesis, 2017); Benedetto Vecchi, Il Capitalismo Delle Piattaforme (Manifestolibri, 2017).
[8] La citazione è tratta dal documento di supporto all’analisi che accompagna la comunicazione dell’Agenda Europea per l’economia collaborativa e reperibile qui:  http://ec.europa.eu/DocsRoom/documents/16881/attachments/3/translations
[9] Gianluca De Angelis and Marco Marrone, Voucherizzati! Il Lavoro Al Di Là Del Contratto (Bologna: Socialmente, 2017).
[10] Qui il testo del rapporto di ricerca riferito al Regno Unito: http://www.feps-europe.eu/assets/a82bcd12-fb97-43a6-9346-24242695a183/crowd-working-surveypdf.pdf
[11] Qui il testo del rapporto di ricerca riferito alla Germania: http://www.uni-europa.org/wp-content/uploads/2016/11/crowd_working_survey_Germany.pdf
[12] Willem Pieter De Groen et al., The Digital Market for Local Services: A One-Night Stand for Workers?: An Example from the on-Demand Economy, 2016, https://www.ceps.eu/system/files/SR%20No%20133%20Sharing%20Economy%20for%20JRC.pdf.
[13] Jörg Flecker, ed., Space, Place and Global Digital Work (London: Palgrave Macmillan UK, 2016), doi:10.1057/978-1-137-48087-3.
[14] Anche il fatto che il cliente non abbia alcun modo di tenere conto della distanza del cont ractor può considerarsi un fattore di rimozione di una parte del lavoro.
[15] Lawrence Lessig, Code, Version 2.0 (New York: Basic Books, 2006).
[16] François Dubet, Injustices: L’expérience Des Inégalités Au Travail (Paris: Seuil, 2006).
[17] David Weinberger, Too Big to Know: Rethinking Knowledge Now That the Facts Aren’t the Facts, Experts Are Everywhere, and the Smartest Person in the Room Is the Room (New York: Basic Books, 2011).
[18] Massimo Mazzotti, “Per una sociologia degli algoritmi,” Rassegna Italiana di Sociologia, no. 3 (2015): 465–478, doi:10.1423/81801.
[19] Massimo Recchioni and Giovanni Parrella, Il Gobbo Del Quarticciolo: E La Sua Banda Nella Resistenza, Banditi Senza Tempo 7 (Milan: Milieu edizioni, 2015).
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