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Il superamento della religione nell’Anti-Dühring di Engels

di Enrico Galavotti

1185524015212L’ateismo del comunismo primitivo

È impossibile dar torto a Engels quando considera ridicola l’idea di Dühring di “abolire” la religione nella società socialista. Infatti il socialismo scientifico ha sempre detto ch’essa è soltanto un epifenomeno, una sovrastruttura che si estinguerà da sé, insieme allo Stato politico, quando il socialismo sarà realizzato.

Ciò che non piace, nella sintesi engelsiana sulla posizione del socialismo in merito al fenomeno religioso, è un’altra cosa. Scrive nel suo Anti-Dühring: “Agli inizi della storia sono anzitutto le potenze della natura quelle che subiscono questo riflesso…”, assumendo col tempo “svariate e variopinte personificazioni”. Quale riflesso? “Ogni religione non è altro che il fantastico riflesso nella testa degli uomini di quelle potenze esterne che dominano la sua esistenza quotidiana, riflesso nel quale le potenze terrene assumono la forma di potenze ultraterrene”.

Molto feuerbachiana questa definizione della religione. Cerchiamo di capir bene cosa Engels voleva dire. Anzitutto non si sta riferendo alle religioni politeistiche, tipiche dello schiavismo, poiché subito dopo parla di “mitologia comparata” dei popoli indoeuropei, di cui i Veda induistici costituiscono l’origine ancestrale. Egli si sta riferendo alle religioni più primitive, quelle clanico-tribali, cioè quelle passate alla storia col nome di “totemico-animistiche”.

Queste però non erano religioni che riflettevano rapporti sociali di tipo antagonistico. Erano dunque così alienanti? così predisposte a fuorviare gli uomini dall’idea di doversi liberare da rapporti sociali frustrati? Assolutamente no, anche perché appunto non esisteva ancora lo schiavismo.

Ma facciamo ora mente locale e cerchiamo di ricordare come sono fatte le tante pitture rupestri dell’uomo preistorico trovate in vari luoghi del pianeta. Presentano forse una simbologia magico-religiosa o animistico-totemica? Purtroppo per Engels dobbiamo dire che appaiono molto realistiche e naturalistiche, per quanto le figure siano stilizzate, appena abbozzate. Esse dovevano soltanto rimandare ad altro, non avevano la pretesa d’aver un significato in sé. Il pittore preistorico non voleva rappresentare tutto se stesso, né faceva della sua arte una forma di consolazione o di evasione o di protesta in rapporto alle contraddizioni della sua vita. Picasso rimase molto stupito di questo realismo ingenuo e cercò d’imitarlo nelle sue raffigurazioni dei tori.

Ora, perché questa assenza di riferimenti religiosi? Il motivo è molto semplice: nel comunismo primitivo non esisteva alcuna religione. Il fatto che seppellissero i loro morti con tutto ciò che d’importante avevano usato in vita, non voleva affatto dire che basassero la loro esistenza in funzione di una credenza religiosa. Non c’erano sacerdoti che si distinguevano dal resto della comunità, rivendicando un potere particolare. Se c’erano sciamani o stregoni, non svolgevano riti non compatibili con le funzioni attribuite alla natura. Alcuni eminenti studiosi han detto che non c’era la religione perché il cervello degli uomini primitivi non era sufficientemente sviluppato. Allora non lo è neppure quello dei socialisti! Ancora oggi ci si imbatte in qualche studioso di mentalità borghese che legge il passato con gli occhi del presente o che ritiene sia impossibile non credere in un’entità superiore.

Gli uomini primitivi erano forse religiosi perché mancava la scienza? Ma la fede cieca nella scienza non rende forse altrettanto superstiziosi? L’unica vera scienza è forse quella occidentale? La conoscenza diretta della natura, trasmessa per prove ed errori attraverso le generazioni, va considerata non scientifica? La scienza è davvero “scientifica” solo quando fa esperimenti in laboratori asettici, neutrali, non influenzati dall’ambiente esterno? La vera scienza è soltanto quella che sa “dominare” la natura perché ne conosce a fondo tutte le sue leggi?

Sono tutte domande le cui risposte, oggi, dovrebbero essere scontate, anche perché l’uomo primitivo, avendo una visione olistica delle cose, era inevitabilmente molto più scientifico degli odierni scienziati, sempre molto settoriali e privi di senso etico, in quanto, se sono idealisti, non si ritengono responsabili quando le loro ricerche vengono usate dalla politica o dall’economia in maniera negativa, oppure, se sono venali, si chiedono come ricavare dalle loro ricerche un utile economico. Quando parliamo di medicina non stiamo forse lì a chiederci perché in occidente si curi soltanto l’organo malato e non si abbia un vero rapporto col paziente?

Vivendo rapporti sociali naturali, l’uomo primitivo non poteva avere alcuna religione, e se aveva delle credenze che oggi qualifichiamo, sbagliando, col termine di “religiose”, esse non lo facevano sentire in balìa delle forze della natura, non provenivano da un senso d’impotenza nei confronti di tali forze, poiché la natura era considerata “madre”, non “matrigna”. Semmai è sotto lo schiavismo che si inizia ad attribuire a forze innaturali o sovrannaturali la causa e, insieme, il rimedio delle proprie frustrazioni. È così che si creano delle personificazioni simboliche, astratte, di ciò che si vive (il male) e che si vorrebbe vivere (il bene) nella realtà.

Gli uomini primitivi non si sentivano “dominati” dalla natura, né avvertivano il desiderio di “dominarla”. Per loro la natura era una partner dotata di personalità autonoma (che, p.es., non si poteva ferire con l’uso dell’aratro, per non devastarne il ventre, come dicevano tante popolazioni antiche). Era considerata una madre severa, esigente, ma anche protettiva, rassicurante, con cui misurarsi alla pari, man mano che si diventava adulti, senza mai scordarsi che gli esseri umani sono tutti “figli della natura”. Concepivano la natura come fonte esclusiva1 delle loro risorse, della loro stessa vita. Se per il fatto di ritenerla una sorta di “divinità” è necessario definirli “religiosi”, indubbiamente lo erano. Ma allora dovremmo considerare tali anche gli antichi filosofi ilozoisti o panpsichisti, quando invece erano fondamentalmente atei.

Credere che esista un aldilà o che la morte sia una forma di passaggio da un’esistenza a un’altra non significa essere “religiosi”, poiché anche la scienza parla di eternità e infinità della materia e dell’universo che la contiene, e della sua perenne trasformazione. Per non essere “religiosi” è sufficiente non credere in un dio onnipotente, onnisciente, onnipresente, preveggente…, in grado di leggere il pensiero umano, di anticiparne le decisioni, di condizionarne le scelte, di indurlo in tentazione e altre amenità del genere, che fanno sentire l’uomo una marionetta nelle mani di dio. Chi crede nell’eternità della natura, non ha bisogno di credere in dio, oppure crederà in un dio che sostanzialmente avrà caratteristiche umane. Il livello massimo di religione che potevano avere gli uomini preistorici era il culto degli antenati, che è quanto di più umano vi possa essere.

 

Schiavismo e paganesimo

Il secondo aspetto sbagliato nella sintesi di Engels, sullo sviluppo del fenomeno religioso, è che non mette in relazione il paganesimo con lo schiavismo. Eppure avrebbe dovuto essere scontato. Tutte le religione cosiddette “pagane” o politeistiche sono nate quando già esisteva la fine del comunismo primitivo. Tali religioni avvertivano la natura come un pericolo o una minaccia, in quanto gli uomini vivevano così i loro rapporti sociali. Cioè consideravano la natura uno strumento nelle mani degli dèi, che lo usavano a loro discrezione, il più delle volte per punire gli uomini di qualche mancanza; oppure veniva invocato l’aiuto degli dèi per nuocere al nemico.

Non è mai esistito – come invece dice Engels – un periodo in cui gli uomini temevano le forze della natura, antecedente a un secondo periodo in cui hanno iniziato a temere le forze sociali antagonistiche. Dopo la fine del comunismo primitivo l’uomo ha subito avvertito il proprio simile come un nemico, e là dove non riusciva a sconfiggerlo, a sottometterlo, s’inventava delle forze supplementari astratte che potessero aiutarlo. Oppure chi era in grado d’imporsi con la forza o l’astuzia, escogitava delle entità simboliche per giustificare la propria superiorità.

Che poi sotto il paganesimo ci fossero tante divinità, mentre sotto le cosiddette “religioni del libro” ve ne fosse una sola, non ha molta importanza. Forse le religioni monoteistiche sono emerse quando il peso dei condizionamenti sociali antagonistici era troppo forte per essere sopportato. Esse infatti appaiono come una forma d’illusione a un livello superiore, più astratto e sofisticato: hanno sostituito qualcosa che aveva fatto il suo tempo, nella convinzione che occorressero ideali più elevati, da realizzarsi a tutti i costi. Le religioni monoteistiche sono legate più alla storia che non alla natura, più all’azione che non alla contemplazione, più a una organizzazione collettivistica con addentellati politici che non a un approccio alla divinità di tipo clanico-parentale o individuale, più a una sensibilità universale che non a un riferimento urbano o locale, più a rigidi dogmi che non a riti conformi ai ritmi della natura. Il passaggio da tante divinità che si possono rappresentare visivamente a un unico dio non rappresentabile o, come nel cristianesimo, a un personaggio che insieme è umano e divino, potrebbe anche essere visto come una forma di cripto-ateismo, di disincantamento da una certa ingenuità di fondo.

Insomma la formazione e lo sviluppo delle religioni sono stati molto sfaccettati nei secoli e nei diversi luoghi geografici, per cui non è possibile stabilire un “prima” e un “dopo” tra una forma e l’altra. L’unica cosa che si può dire è che, se si escludono le religioni animistico-totemiche, tutte le altre riflettono rapporti sociali conflittuali, cui s’è cercato di trovare una spiegazione fantastica a seconda delle circostanze. Tutti gli dèi servono per giustificare la posizione delle classi dominanti, o possono essere inventati per contrastare tale posizione. Le divinità possono assumere col tempo nomi, funzioni, caratteristiche, modalità d’azione… incredibilmente diversi, a seconda della fantasia umana: quello che non cambia è che esse vengono sempre usate in rapporto agli antagonismi sociali.

Anche oggi esistono divinità laicizzate che chiamiamo Stato politico, Libero mercato, Scienza laboratoriale, Diritti umani universali, Democrazia parlamentare… Persino la Scrittura, rispetto alla semplice Oralità, è considerata una divinità. Siamo in grado di “deificare” qualunque cosa, vivendo in sua funzione, sottomettendoci come servi: il denaro da accumulare, lo shopping per spendere il denaro accumulato, il sesso da godere, la droga per evadere, lo sport della squadra del cuore, l’attività ginnica che tiene sempre in forma, la medicina che risolve ogni problema fisico, l’alimentazione che rende sani, giovani e belli, i film che fanno sognare, la musica che distrae, le chat che coinvolgono, il gioco d’azzardo che ipnotizza, l’analista cui confidare i nostri problemi… Quando dominano i rapporti antagonistici, tutto può essere trasformato in una “religione”, persino l’ideologia con cui vengono criticati questi rapporti.

La religione è una fissazione da cui è molto difficile liberarsi, se non ci si libera di ciò che la origina. Con uno sforzo di volontà personale al massimo si può passare da una fissazione a un’altra. Tutto può diventare una forma di dipendenza, esattamente come le classiche religioni. L’oppio dei popoli oggi è il capitalismo, ma, in alcuni Paesi del mondo, per 70 anni è stato il cosiddetto “socialismo reale”. Gli stessi Marx ed Engels avevano il culto per la scienza e la tecnica e avevano concepito una transizione socialista che non prescindesse minimamente da ciò che la borghesia aveva realizzato sul piano tecnologico.

Ecco perché oggi, se davvero vogliamo realizzare un socialismo democratico, dobbiamo rimettere tutto in discussione. Oggi ci vantiamo di conoscere la natura molto meglio di quanto potessero fare gli uomini prima della rivoluzione tecnico-scientifica del Settecento. Ma chiediamoci: forse per questo abbiamo eliminato il concetto di “religione”? O non l’abbiamo piuttosto trasformato in qualcosa di più laico, conseguente al fatto che la società borghese ha aumentato, col consumismo, gli oggetti di cui possiamo disporre per illuderci di superare le nostre alienazioni?

Tutte queste opinioni limitate di Engels non dipendono solo dal fatto che risalgono a 150 anni fa, ma anche e soprattutto da una visione piuttosto terribile della preistoria. Scrive a tale proposito: “Gli uomini, appena nelle origini emergono dal mondo animale (in senso stretto), fanno il loro ingresso nella storia: ancora mezzo animali, rozzi, ancora impotenti di fronte alle forze della natura, ancora ignari delle proprie; perciò poveri come gli animali e di poco più produttivi di essi”. In queste condizioni verrebbe da chiedersi come sia stata possibile un qualunque forma di progresso.

Se osserviamo che talune comunità primitive, ancora oggi esistenti, sono rimaste ferme al neolitico, pur essendo consapevoli, almeno a grandi linee, di un certo progresso tecnico-scientifico e urbanistico, avvenuto non molto lontano dai loro villaggi, verrebbe quasi da pensare che i membri di tali comunità non appartengano affatto alla specie “homo sapiens”. A Engels sarebbe parso del tutto incredibile che, pur consapevoli di un certo progresso tecnologico al di fuori del loro habitat, tali comunità abbiano preferito rinunciarvi altrettanto consapevolmente, nella convinzione che, così facendo, avrebbero potuto conservare meglio le caratteristiche della loro identità, le proprietà del loro ambiente vitale.

Purtroppo gli stessi etnologi che visitano tali comunità spesso non sono in grado di capire ch’esse, a causa dei condizionamenti esterni che subiscono, non sono più come vorrebbero essere. Esse sanno benissimo che il cosiddetto “mondo civilizzato” non vede l’ora di espropriarle delle loro risorse naturali. Il fatto stesso che vi siano degli studiosi che vanno a conoscerle come se fossero animali in via di estinzione, è indicativo del profondo abisso che ci separa da loro. Per Engels il criterio fondamentale che spiega la differenza tra “loro” e “noi” è il rapporto con la natura, che per loro sarebbe di “dipendenza”, mentre per noi è di “dominio”, come se il concetto di “dominio” ci caratterizzasse, nei confronti della natura, come “esseri umani”.

Dunque a che serve il sedicente “socialismo scientifico” se nei confronti della natura ha lo stesso atteggiamento “imperialistico” del liberismo borghese? Abbiamo davvero bisogno di “razionalizzare” un atteggiamento che è sbagliato nei suoi presupposti di fondo? Finché per noi il rapporto con la natura si configura solo come dominio, che possibilità abbiamo di diventare noi stessi, cioè “enti di natura”? È forse giusto ritenere che nel mondo primitivo l’uguaglianza fosse soltanto un prodotto inevitabile della loro impotenza nei confronti della natura? un effetto della loro povertà materiale? della loro incapacità produttiva? Per quale motivo è così difficile capire che una qualunque produzione umana deve essere compatibile con le esigenze riproduttive della natura?

 

Addendum riepilogativo

Là dove c’è paganesimo, c’è sempre schiavismo. E lo schiavismo è sempre basato sui rapporti di forza, in cui p.es., sul piano personale/sessuale, l’uomo domina la donna. Se esistono riferimenti ancestrali al primato della natura, all’eternità-infinità dell’universo ecc., ciò va considerato un retaggio del comunismo primitivo, che ha caratterizzato la vita del genere umano in tutto il pianeta per almeno un milione di anni (in genere si fa partire lo schiavismo a circa 6000 anni fa).

Là dove c’è schiavismo, non è possibile considerare il paganesimo migliore del cristianesimo: semmai si possono fare differenze tra ortodossia religiosa (di derivazione greco-bizantina) e cattolicesimo-romano, in cui il papato si considerava politicamente superiore agli imperatori.

Il cristianesimo è quella religione che favorisce il passaggio dallo schiavismo al servaggio, in quanto ha un maggior senso dell’etica, proveniente dall’ebraismo. Questo almeno fino a quando, assumendo atteggiamenti neopagani, desunti dalla passata civiltà greco-romana, il cristianesimo non arriverà a trasformare la dipendenza personale del servaggio in dipendenza contrattuale del lavoro salariato. Un processo, quest’ultimo, iniziato in Italia, con la formazione dei Comuni borghesi e sviluppatosi enormemente con la Riforma protestante, specie nella variante calvinistica. Criticando il cattolicesimo borghese del papato, la Riforma sembrava voler riprendere la severità del cristianesimo primitivo; invece estese soltanto la corruzione a tutta la società civile, facendo di ogni credente il pontefice di se stesso.

Tutte queste cose: schiavismo/paganesimo, servaggio/ortodossia-cattolicesimo, capitalismo/protestantesimo vanno superate con una forma di socialismo democratico e ateistico (umano-naturalistico), che riprenda lo stile di vita del comunismo primitivo, l’unico in cui vigeva l’uguaglianza sociale e quindi quella di genere. Questo per dire che non potremo ereditare nulla di significativo né dallo schiavismo pagano, né dal servaggio cristiano, né dal capitalismo borghese, e neppure dal socialismo statale (di matrice russa) o mercantilistico (di matrice cinese).


Nota
1 Oggi non usiamo più il termine “esclusiva” ma “prioritaria”, in quanto ci vantiamo di poter costruire artificialmente ciò di cui abbiamo bisogno.
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Comments   

#9 Eros Barone 2018-10-25 22:11
Friedrich Engels, il cui spirito è stato da me opportunamente evocato in merito a questo articolo, mi ha trasmesso la seguente lettera, che provvedo ad inoltrare al destinatario: "Caro signor Enrico Galavotti, soltanto oggi vengo a ringraziarla per il suo articolo sul "Superamento della religione nel mio 'Anti-Duhring'", che un compagno mi ha gentilmente inviato. Non volevo mandarle un cenno meramente formale di ricevuta del volume, ma, nello stesso tempo, dirle qualcosa in merito al suo contenuto. Di qui il ritardo. Comincio dalla fine, in cui lei ha stigmatizzato le mie opinioni sulla religione, definendole "limitate". Orbene, mi lasci dire che trovo divertente l'alterna fortuna di cui mi è capitato di fruire nella tradizione storica del socialismo scientifico. All'inizio, infatti, mi si attribuirono più meriti di quanti me ne spettassero, anche calcolando ciò che, col tempo, forse avrei potuto scoprire in modo autonomo, e che invece Marx, col suo piu rapido colpo d'occhio e la sua più ampia visione d'insieme, fece molto più presto a percepire. Quando si ha avuto la fortuna di collaborare per quarant'anni con un uomo come Marx, di solito non si è riconosciuti da vivi come si pensa di meritare; se poi muore il più grande, è facile che si sopravvaluti il più piccolo oppure, come sta accadendo da qualche decennio, che lo si sottovaluti. E questo, proprio ora, sembra essere il caso mio; la storia finirà per rimettere tutto in ordine, e allora si sarà felicemente andati all'altro mondo e non si saprà più nulla di nulla. Per il resto, manca soltanto un punto, che negli scritti di Marx e miei non è mai stato messo abbastanza in rilievo, e in merito al quale abbiamo tutti eguale colpa. Abbiamo cioè, prima di tutto, fatto cadere l'accento principale sulla derivazione delle concezioni politiche, giuridiche e, in generale, ideologiche, e delle azioni da esse mediate, dai fatti economici di base. Così facendo, abbiamo trascurato il lato formale a favore di quello sostanziale: il modo in cui queste concezioni ecc. nascono. Ciò ha offerto agli avversari un comodo appiglio a malintesi o a travisamenti, di cui gli scritti etnoantropologici di Marx e il mio saggio sulle "Origini della famiglia ecc." sono esempi clamorosi.
L'ideologia è un processo che il cosiddetto pensatore compie bensì con coscienza ma con falsa coscienza. Le vere forze agenti che lo muovono gli restano sconosciute; se così non fosse, non si tratterebbe di un processo, appunto, ideologico. Egli quindi si immagina delle false o, rispettivamente, illusorie forze agenti. Trattandosi di un processo raziocinante, egli ne deduce sia il contenuto sia la forma dal puro pensiero, il suo o quello dei suoi predecessori. Lavora con puro materiale intellettivo che, senza accorgersene, egli crede prodotto dal pensiero, non preoccupandosi di andare in cerca di un'origine più remota, indipendente dal pensiero; e tutto ciò gli riesce di per sé evidente, perché ogni azione in quanto mediata dal pensiero, gli appare anche fondata nel pensiero.
L'ideologo storico (qui, storico deve stare sinteticamente per politico, giuridico, filosofico, teologico, antropologico, insomma per tutti i campi appartenenti alla società e non soltanto alla natura), l'ideologo storico, dunque, dispone in ogni campo scientifico di un materiale enucleatosi autonomamente dal pensiero di generazioni precedenti e che ha percorso nel cervello di queste successive generazioni una serie autonoma e tutta sua propria di sviluppi. Certo, fatti esterni, appartenenti al suo o ad altri campi, possono avere influito in modo codeterminante su tali sviluppi; ma questi fatti, secondo la tacita premessa, non sono a loro volta che semplici frutti di un processo intellettivo, e così continuiamo a muoverci nell'ambito del puro pensiero, il quale, a quanto sembra, ha felicemente digerito anche i fatti più duri. È soprattutto questa
apparenza di una storia indipendente delle costituzioni statali, dei sistemi giuridici, delle concezioni ideologiche in ogni particolare campo, che acceca i più. Quando Lutero e Calvino "superano" la religione ufficiale cattolica, quando Hegel supera i Fichte e i Kant, e Rousseau con il suo repubblicano "Contrat social" supera il costituzionale Montesquieu, è questo un evento che resta nell'ambito della teologia, della filosofia, della scienza politica; che rappresenta una tappa nella storia di questi campi del pensiero, e da questi campi non c'è verso di farlo uscire. E da quando è sopravvenuta l'illusione borghese dell'eternità e definitività della produzione capitalistica, perfino il superamento dei mercantilisti ad opera dei fisiocratici e di A. Smith passa per una semplice vittoria del pensiero; non per il riflesso nel pensiero di fatti economici cambiati, ma per la giusta percezione infine raggiunta di condizioni materiali sempre ed ovunque esistenti; se Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto avessero introdotto il libero scambio invece di impelagarsi in crociate, ci sarebbero stati risparmiati cinquecento anni di miseria e cretinismo. Altrettanto sarebbe accaduto se l''obscina' russa avesse offerto un solido punto di partenza alla transizione dallo zarismo a quel "socialismo ecologico, locale, autogestito, democratico", che lei vagheggia. Questo lato della cosa, che qui posso soltanto accennare, noi tutti l'abbiamo, credo, trascurato più di quanto meriti. È la vecchia storia: in principio si trascura sempre la forma a favore del contenuto. Come già detto, anch'io l'ho fatto, e l'errore mi è sempre apparso chiaro solo a cose fatte. Perciò non sono soltanto ben lontano dal farle dei rimproveri in materia (avendo da più tempo condiviso tale colpa, non vi sono affatto autorizzato; al contrario!), ma vorrei richiamare la sua attenzione su questo punto per l'avvenire. A tutto ciò si collega la sciocca concezione degli ideologi, secondo cui, poiché neghiamo alle diverse sfere ideologiche che recitano una parte nella storia uno sviluppo storico indipendente, negheremmo loro anche ogni efficacia storica. Alla base di ciò è la volgare concezione antidialettica di causa e di effetto come poli rigidamente contrapposti, l'assoluta dimenticanza dell'azione e reazione reciproca. Che un fattore storico, una volta dato alla luce da altre cause, in definitiva economiche, possa a sua volta reagire sul mondo circostante e perfino sulle sue stesse cause, quei signori lo dimenticano, spesso, quasi di proposito." [Lettera di Engels a Mehring, del 14 luglio 1893, minimamente rimaneggiata per adattarla al contesto specifico]
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#8 Mario Galati 2018-10-23 10:43
Infine, un conto è stabilire il giusto rapporto tra struttura e sovrastruttura e un altro conto è trattare in termini essenzialisti la religione.
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#7 Mario Galati 2018-10-23 10:36
Non si può continuare a sostenere certe tesi contrarie al pensiero marxiano sulla base di supposti ripensamenti di Marx mai elaborati e tradotti in opere, seppure inedite. Questo modo di procedere mi ricorda il riprovevole uso pretesco di diffondere conversioni raccolte in punto di morte di atei inveterati (persino Gramsci sarebbe stato uno di questi convertiti: alla religione, secondo i preti, e al liberalismo, secondo i laici liberali).
Quanto alla lettera a Vera Zasulic, contesto recisamente che Marx pensasse ad un ritorno al comunismo primitivo sul modello dell'obscina. Marx scriveva tutt'altro, in un'ottica di tipo europeo e mondiale e considerando il grado di sviluppo capitalistico raggiunto fuori dalla russia dell'obscina.
Quanto all'interesse per l'etnoantropologia, anche Engels se ne occupò (Morgan, McLennan, alla base dell'Origine della famiglia...), ma non in alternativa al materialismo storico.
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#6 Enrico Galavotti 2018-10-23 10:20
Quanto alla religione, è stato lo stesso Engels a sostenere che il primato della struttura economica sulla sovrastruttura andava considerato valido solo in ultima istanza, in quanto non si poteva escludere una retroazione del pensiero o della cultura sull'economia. Lui stesso aveva detto che insieme a Marx si era visto costretto a dare così tanta importanza alla struttura economica per poter combattere efficacemente l'idealismo hegeliano, lo spiritualismo cristiano e le filosofie borghesi che eternizzavano il capitalismo, facendolo passare per un sistema economico del tutto naturale, compatibile con l'essenza umana.
Aveva detto queste cose 150 anni fa! Da allora quant'acqua è passata sotto i ponti? Basterebbe leggersi le opere di Max Weber o di Troeltsch per rendersi conto delle differenze abissali tra una religione e l'altra. Persino all'interno del cristianesimo vi sono nette incompatibilità tra cattolici, ortodossi e protestanti. Il capitalismo occidentale, nella sua fase iniziale, era strettamente legato al calvinismo (e prima ancora al cattolicesimo dei Comuni borghesi), come in Asia era strettamente legato allo shintoismo. Oggi è diventato un fenomeno così diffuso a livello planetario che va al di là di qualunque religione, e non sarà certo questa in grado di abbattere il sistema.
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#5 Enrico Galavotti 2018-10-23 10:02
I Quaderni etnoantropologici di Marx non sono poca cosa, tant'è che su quelli Engels scrisse L'origine della famiglia ecc. Diciamo che Marx morì troppo presto per scrivere qualcosa che andasse al di là dei suoi appunti. Diciamo anche però che il II e III vol. del Capitale Marx non li portò a compimento proprio perché aveva capito che il socialismo futuro sarebbe stato una riedizione in forme diverse del comunismo primitivo (lo dice in una delle bozze della lettera spedita alla Zasulič). Cosa che iniziò a capire dopo aver preso contatto coi populisti russi e non dopo aver studiato il colonialismo inglese in India.
Che Marx ed Engels fossero dei feticisti della tecnologia capitalistica non ci piove. Il socialismo scientifico altro non doveva essere che l'acquisizione di tale tecnologia all'interno di una socializzazione della proprietà dei mezzi produttivi. Proprio perché si voleva evitare il “socialismo della miseria”. Dei due però è solo Marx che nutre dei ripensamenti alla fine della sua vita, ritenendo che il primato del valore d'uso avrebbe risolto definitivamente la questione del valore. Arrivò persino a considerare positivamente il fatto che in Irlanda la terra fosse gestita come proprietà comune almeno sino al 1600, quando invece per Engels questo fu una delle cause della sua arretratezza.
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#4 Mario Galati 2018-10-22 21:52
Allo stesso modo, fermo restando che anche per me l'universalizzazione del genere umano è un progresso, giudicare il paganesimo e il cristianesimo come religioni ontologicamente diverse sul piano etico e non, invece, come riflessi ideologici delle strutture sociali e delle sue trasformazioni, crisi e transizioni è una maniera idealistica e moralistica di trattare la storia.
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#3 Mario Galati 2018-10-22 21:44
Chiedo scusa se il tono ironico del commento infastidisce, ma la sostanza della mia contrarietà alle tesi dell'articolo resta.
Sarà pure che Marx alla fine leggeva solo di etnoantropologia, ma poi non scrisse molto su quel piano. Scrisse tanto, invece, sul piano del materialismo storico.
Non si può far diventare Marx un etnoantropologo e, insieme ad Engels, un feticista della tecnica ed uno scientista razionalista e positivista che pensa che le superstizioni cesseranno con la rivelazione scientifica.
E non si può sostenere che, siccome la religione è una concezione del mondo, l'unica in certe fasi storiche e preistoriche, allora ogni concezione del mondo è religiosa. Che la religione primitiva fosse naturalistica materialistica; che fosse una concezione ed una spiegazione olistica, integrale del mondo, quindi per i tempi scientifica (nel senso che quella era la scienza e la riflessione sul mondo. La qual cosa vale anche per la cultura mitica); che non si fondasse sul concetto di anima, vita ultraterrena e divinità spirituale, era cosa non sconosciuta (in alcune religioni primitive, l'anima, il soffio vitale, era il sangue nella sua materialitá) e non è un motivo per non ritenerla concezione religiosa. Anche se è corretto e interessante quanto si dice sulla scientificitá, per il tempo, di tali concezioni (anche la teologia è stata una forma di conoscenza del mondo). Per il tempo, appunto. È sul piano storico che vengono a distinguersi scienza (con tutti i suoi limiti e il suo contenuto ideologico) e religione. Come è sul piano storico-sociale (il sorgere delle monarchie, ecc.) che bisognerebbe spiegare l'affermarsi del monoteismo.
Infine, pensare di risolvere le contraddizioni del presente ritornando alle comunità primitive idealizzate mi sembra veramente troppo.
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#2 Enrico Galavotti 2018-10-22 15:52
La metti sul ridicolo, eppure il problema è proprio quello di come superare Stato e Mercato, imponendo al valore di scambio il primato del valore d'uso, e sostituendo la democrazia rappresentativa con quella diretta. Trova te se ci riesci un modo di farlo accettando l'idea di Stato e Mercato. Non a caso l'ultimo Marx leggeva testi solo di etno-antropologia.
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#1 Mario Galati 2018-10-22 09:44
Potremmo cominciare con la costituzione di piccole comunità egualitarie locali che rifiutano ogni pratica di "dominio imperialistico" della natura. Saranno aboliti non solo i trattori, ma anche gli aratri e le zappe, per non cagionare ferite alla madre terra, e si vivrà solo della raccolta di frutti spontanei. Nessun ammalato grave che avesse bisogno, per es., di un intervento chirurgico con l'uso del laser vi ricorrerà, per non adorare il falso dio della tecnica e per non farsi partecipe di pratiche di dominio della natura . E' l'antimperialismo di cui abbiamo bisogno, non di quello anticoloniale, russo (sovietico) o cinese.
Io me li immagino gli uomini primitivi che vivevano in armonia e pienamente integrati nella natura. Erano indubbiamente felici. Tanto è vero che ritornavano alla natura, al tutto, felicemente a grande velocità, data la loro bassissima vita media.
E questo nuovo socialismo non è religioso come il socialismo sedicente scientifico, ma realistico come la cultura primitiva dopo diecimila anni di storia.
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