
Effetti e dinamiche di un mondo in crisi
Esercito industriale di riserva e dimensione urbana
Connessioni
Un effetto del processo di crisi del capitalismo è senza dubbio il binomio tra aumento dell’esercito industriale di riserva e urbanizzazione forzata. Questo meccanismo non è dell’oggi, ma trova in questo contesto specifico una dimensione quantitativa inedita, portando con sé dei cambiamenti strutturali all’interno delle classi. I suoi effetti possono essere solo tratteggiati oggi, ma è fuor di dubbio che rappresentino una questione su cui, chiunque si pone il problema della trasformazione della società, si dovrà confrontare.
L’esercito industriale di riserva
Marx nella legge generale e assoluta dell’accumulazione capitalista spiega come l’esercito industriale di riserva incrementa contemporaneamente il volume assoluto della classe lavoratrice e la forza produttiva del suo lavoro. Siccome la domanda di lavoro non è determinata dal volume del capitale complessivo, ma dal volume della sua parte costituiva variabile, essa diminuirà in proporzione progressiva con l’aumentare del capitale complessivo. Questa diminuzione relativa della parte costitutiva variabile appare dall’altra parte, viceversa, come un aumento assoluto della popolazione lavoratrice costantemente più rapido di quello del capitale variabile, ossia dei mezzi che le danno occupazione.
È l’accumulazione capitalistica che costantemente produce, precisamente in proporzione della propria energia e del proprio volume, una popolazione lavoratrice relativamente addizionale, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale, e quindi superflua. Insieme alla scala di produzione e al flusso più largo di tutte le fonti sorgive della ricchezza, si estende anche la scala in cui una maggiore attrazione dei lavoratori da parte del capitale è legata a una maggiore repulsione di questi ultimi e aumenta la rapidità dei cambiamenti nella sua forma tecnica. Quindi la popolazione lavoratrice produce in misura crescente, mediante l’accumulazione del capitale da essa stessa prodotta, i mezzi per rendere se stessa relativamente eccedente. Questa è una legge della popolazione peculiare del modo di produzione capitalistico.
E’ quindi la stessa opera degli operai che concorre a rendere in parte eccedente il proprio stesso lavoro. Gli operai infatti producono plusvalore che arricchisce i capitalisti e li mette in grado di rinnovare i processi produttivi al fine di risparmiare manodopera e comunque producono macchine che sostituiscono in parte il loro lavoro o di altri operai.
I capitalisti, per diminuire l’incidenza del costo del lavoro per unità di prodotto, sono costretti ad aumentare l’uso delle macchine e dunque modificare la composizione del capitale, aumentando la quota del capitale costante (macchinari, tra l’altro) a scapito di quella del capitale variabile (salari). Ma d’altro canto i capitalisti ricavano plusvalore dal lavoro operaio, e hanno dunque interesse a pagarlo il meno possibile, tendenzialmente non più del livello di sussistenza. Dall'osservazione di questa contraddizione nasce in Marx la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto. La presenza di un gran numero di proletari dentro l’esercito industriale di riserva è funzionale all’esistenza stessa del sistema capitalistico, poiché garantisce un basso livello di salari e di conseguenza si oppone alle rivendicazioni di aumenti salariali, che diminuirebbero ancor di più il plusvalore disponibile per il capitalista. La definizione marxiana è tratta dal linguaggio militare perché secondo Marx la disoccupazione è un’arma in mano ai capitalisti nel dispiegamento della lotta di classe.
Marx prosegue la propria analisi definendo l’esercito industriale di riserva come una sovrappopolazione relativa, e sottolineando come solo in natura, tra gli animali o le piante e senza l’intervento regolatore dell’uomo, si possa parlare di “sovrappopolazione assoluta”.
L’esercito industriale di riserva viene suddiviso da Marx in tre forme definite dal rapporto fluttuante tra occupazione/non occupazione: fluido, latente e stagnante.
- Con latente, definiva “una parte della popolazione rurale”, quella che “si trova costantemente sul punto di passare fra il proletariato urbano (…), e in agguato per acciuffare le circostanze favorevoli a questa trasformazione.” Questa popolazione rimane latente fino a quando “(…) i canali di deflusso si schiudono in maniera eccezionalmente larga. L’operaio agricolo viene perciò depresso al minimo del salario e si trova sempre con un piede dentro la palude del pauperismo.” Oggi il rapporto città/campagna possiamo rivederlo nella emigrazione ancora esistente dal sud al nord se si considera l’Italia e nella emigrazione extranazionale.
- Con stagnante identificava “(…) una parte dell’esercito operaio attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare.(…) Le sue caratteristiche sono: massimo tempo di lavoro e minimo di salario.” Oggi è quindi quella massa di lavoratori atipici, ormai “tipici” nell’estensione della contrattualistica precaria.
Quindi lo stesso esercito di riserva rappresenta una porzione di lavoro latente o direttamente occupato nella precarietà.
Così come al tempo di Marx la categoria statistica era il pauperismo (povertà), oggi troviamo la disoccupazione, introdotta con l’avvento del keynesismo. Entrambe la categorie statistiche presentano il capitalismo come un sistema perfetto, pauperismo e disoccupazione sono letti come ritardi nello sviluppo, come un cattivo funzionamento del sistema. Al contrario per Marx, l’esercito industriale di riserva e la sua pauperizzazione sono un tratto distintivo, non eliminabile, del processo di accumulazione capitalista.
I processi di crisi in atto ci portano a ragionare sulle modificazioni nel rapporto tra occupazione e non-occupazione. La domanda di lavoro (compreso l’auto-impiego) è determinata dal livello di investimento e dal lavoro che si richiede per mettere a funzionare le macchine. Un tratto dell’economia capitalista è che la domanda di lavoro è sempre inferiore all’offerta di lavoro, e la “fluttuazione occupato-non occupato” diventa tratto permanente del funzionamento del sistema. Questo anche perché il capitalismo non può funzionare senza meccanismi di coercizione sui lavoratori: ricatto occupazionale, precarizzazione, ecc…
Oggi l’esercito di riserva aumenta nei paesi centrali con l’addizione di immigrati alla popolazione attiva. Negli ultimi anni, c’è stato un cambiamento tecnico più accelerato del tasso di accumulazione con il risultato di una maggiore riduzione della richiesta di lavoro. Ossia la relazione tra una maggiore crescita della produttività rispetto al tasso di aumento del prodotto che produce una riduzione dell’occupazione. Accanto a questa caratteristica c’è il fenomeno dei working poors (lavoratori pauperizzati), cioè lavoratori che pur con regolare contratto di lavoro percepiscono un salario insufficiente a superare la soglia della povertà, dentro una più generale deregolamentazione dei rapporti di lavoro. Accanto quindi ai non-occupati strutturali vi è oggi una massa di persone con lavori precari intermittenti e con una alta mobilità. Si arriva ad una trasformazione dell' esercito industriale di riserva nel settore preponderante della classe lavoratrice, mentre si fanno sempre più frastagliati e mutevoli i confini fra i settori attivi e di riserva.
L’aumento dell’esercito industriale di riserva e la relativa pauperizzazione del lavoro, non è da metter in relazione con l’esclusione dei lavoratori a causa dello sviluppo delle macchine. Ogni progresso tecnico si fonda sul fatto che il lavoro diventi più produttivo, che esso cioè in rapporto ad un dato prodotto venga risparmiato. Che la macchina comporti l’esclusione di lavoratori, è un fatto inconfutabile, poiché esso risulta dalla funzione della macchina, come di un mezzo di produzione che risparmia lavoro. L’esclusione dei lavoratori, l’origine dell’esercito di riserva, non è provocato ineluttabilmente dall’avvenimento tecnico dell’introduzione delle macchine, ma dalla valorizzazione (1) insufficiente, che subentra nei livelli progrediti dell’accumulazione, dunque da una causa che risulta esclusivamente dal modo di produzione capitalista nella sua specificità. I lavoratori vengono esclusi, non, perché essi sono soppiantati dalle macchine, ma perché ad un certo livello dell’accumulazione di capitale il profitto diviene troppo piccolo e dunque non rende, e il profitto perciò non perviene a procurare le macchine richieste (2).
Ma se una sovrappopolazione lavoratrice è il prodotto necessario dell’accumulazione, questa sovrappopolazione diventa, viceversa, la leva dell’accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni di esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale come se quest’ultimo l’avesse allevato a proprie spese. Le alterne vicende del ciclo industriale, che si basa sul maggiore o minore assorbimento e sulla nuova formazione dell’esercito industriale di riserva, reclutano a loro volta la sovrappopolazione e diventano uno degli agenti più energici della sua riproduzione. L’aumento dei lavoratori viene creato mediante un processo semplice che ne “libera” costantemente una parte, in virtù di metodi che diminuiscono il numero degli occupati in rapporto alla produzione aumentata. La forma di tutto il movimento dell’industria moderna nasce dunque dalla costante trasformazione di una parte della popolazione lavoratrice in braccia disoccupate o occupate a metà. L’aumento del capitale variabile diventa allora indice di più lavoro, ma non di un maggior numero di lavoratori occupati. Ciò mette in grado i capitalisti di rendere liquida, con il medesimo esborso di capitale variabile, una maggiore quantità di lavoro, soppiantando progressivamente forza-lavoro qualificata con forza-lavoro non qualificata.
La produzione di una sovrappopolazione relativa, ossia la messa in libertà di lavoratori, procede ancora più rapida che non la rivoluzione tecnica del processo di produzione. Nella misura in cui cresce la forza produttiva del lavoro il capitale aumenta la sua offerta di lavoro con rapidità maggiore che non la sua domanda di lavoratori. Il lavoro straordinario della parte occupata della classe operaia ingrossa le file della riserva di lavoratori, che aumenta la sua concorrenza sulla prima, accelerando così la riproduzione dell’esercito industriale di riserva su una scala corrispondente al progresso dell’accumulazione sociale. Il movimento della legge della domanda e dell’offerta di lavoro su questa base porta a compimento il dispotismo del capitale. La sovrappopolazione relativa esiste in tutte le sfumature possibili. Ne fa parte ogni lavoratore durante il periodo in cui è occupato a metà o non è occupato affatto. Essa appare ora acuta al momento delle crisi, ora cronica in epoca di affari fiacchi, e ha ininterrottamente le tre forme sopra descritte: fluttuante, latente e stagnante.
L’aumento dell’esercito industriale di riserva da elemento costante del capitalismo (indipendentemente dai sogni socialdemocratici, legati all’occupazione totale o al salario sociale) si generalizza nei periodi di crisi e lo stesso manico con cui i capitalisti impugnano questa arma, diviene una lama che taglia la mano dello stesso capitale. Sta dentro questo meccanismo il processo di deintegrazione che investe oggi fasce sempre maggiori di proletari e del ceto medio (di fatto il vecchio movimento operaio letto come categoria sociologica). Spesso si generalizza questo processo, non considerando i diversi tempi e spazi del capitale, ma è indubbio che andiamo verso un meccanismo di de-integrazione verticale.
Dentro questa dinamica sarebbe errato parlare di aumento di sotto-proletariato. Il sotto-proletariato prende forma dall'impoverimento inizialmente associato all'espansione del sistema economico e la fine di questa espansione lo condanna a rimanere minoranza, anche se può essere minoranza in crescita, per molto tempo. Siccome la fase di auge sociale è molto rapida e il suo declino molto lento, una parte della popolazione lavoratrice risulta esposta a condizioni di impoverimento alle quali può rispondere solo in forma lumpen e alle quali si deve piegare. Sono queste le “vittime” di un lento processo di declassamento sociale che inizialmente non spinge gli individui a trasformarsi in rivoluzionari, ma in forze principalmente reazionarie: non appaiono possibili vie d'uscita rivoluzionarie, ma soluzioni individuali e necessariamente antisociali. Il sotto-proletariato può liberarsi da se stesso, dalla propria situazione, solo attraverso la propria crescita, che è allo stesso tempo indice del processo di avanzamento di possibile rivoluzionamento/rottura che si diffonde nella società. Questo non è un processo automatico, ma è la condizione perché una rottura rivoluzionaria sia possibile.
La forma di vita del sotto-proletariato deve diventare modo di vita di una parte dell'umanità tanto grande da non permettere all'individuo nessun tipo di vita, nemmeno all'interno del sottoproletariato stesso, tale da rendere inutile la stessa categoria di sotto-proletariato. E’ questa l’estensione dell’esercito industriale di riserva, ossia la fluttuazione sempre più veloce tra la condizione di occupazione e non-occupazione, che diviene oggi maggioritaria per quanto riguarda il proletariato stesso (3).
Se la teoria della de-integrazione è falsa, anche la rivoluzione è improbabile. Nonostante ciò, è ancora molto probabile che la deintegrazione sia rimasta finora senza conseguenze rivoluzionarie visibili solo perché ha riguardato sempre solo minoranze. Una grande massa di de-integrati (il proletariato assoluto zombizzato!) per la sua stessa ampiezza deve svilupparsi in una forza rivoluzionaria. In questo, l'abolizione del proletariato in quanto tale, è al tempo stesso la fine del sotto-proletariato. Alla luce di tutto ciò bisogna affermare che la deintegrazione è la condizione necessaria per la rottura rivoluzionaria e allo stesso tempo va combattuta giorno per giorno nella pratica. Questo non è contraddittorio, perché sono proprio i tentativi per diminuire la povertà dentro i confini del capitalismo ad avere in realtà l'effetto di aumentarla. Pensiamo che oggi solo nell’esercito industriale di riserva i lavoratori possono vedere il ritratto del loro futuro, a meno che i loro sforzi per cambiare le relazioni di produzione esistenti non procedano ad un ritmo maggiore. Per i proletari, la de-integrazione non è altro che l'altra faccia della medaglia che si suole ammirare e chiamare civilizzazione capitalista. Solo la fine di questa porterà con se l'altra.
Ma di fronte a questa classe de-integrata, in via di tendenza sempre più universale, le spinte alla divisione saranno sempre più forti, contrapponendo occupati contro non occupati, lavoratori immigrati a lavoratori autoctoni, ecc.. accelerando quel processo di lotta tra e dentro le classi stesse, ampliando quindi i margini della reciproca concorrenza. Gli sforzi e gli appelli all’unità artificiale, alle parole d’ordine, ai programmi unificanti sono carta straccia, se letti dentro una dinamica rivoluzionaria, anzi in questa fase minano e condannano i settori maggiormente de-integrati ad essere succubi e diretti da quelli più integrati. Questa dinamica è evidente dentro le attuali lotte che hanno attraversato gli ultimi mesi il contesto italiano. Oggi i settori de-integrati sono ancora minoranze, e le lotte portate avanti da questi settori, come i lavoratori della logistica (facchini immigrati per lo più), se messi artificialmente in relazione con le lotte dei lavoratori del pubblico impiego o gli stessi studenti sarebbero vissute come folcloristiche manifestazioni di forme passate di scontro di classe. E’ importante invece saper leggere queste dinamiche come anticipazioni di una condizione che si generalizza e capire lo scontro tra vecchio e nuovo movimento.
In questo senso l’estensione relativa dell’esercito industriale di riserva è oggi la condizione di passaggio del nuovo proletariato universale che proprio nella crisi ritorna ad essere elemento rivoluzionario, come classe che nella sua dimensione rivoluzionaria nega se stessa, in quanto impossibilità ad esistere nel sistema capitale, producendo la necessità di comunismo. In questo senso il proletariato rimane la forza produttiva della società non nel senso del lavoro rispetto al movimento del capitale, ma come forza produttiva della rivoluzione per sbarazzarsi di una vecchia società che se pur obsoleta non è ancora morta.
Per tutti i pro-rivoluzionari capire questo è fondamentale per impossessarsi e immergersi nelle dinamiche del futuro.
Lo sviluppo urbano
Dal 2007 per la prima volta nella storia del pianeta, la popolazione urbana ha superato quella vivente nelle aree rurali. Se all’inizio del 1800 solo 5 persone su 100 vivevano in città, oggi più di 3,3 miliardi di esseri umani abitano in città, e di essi più di 500 milioni in megalopoli di oltre 10 milioni di abitanti, oppure in citta di oltre 5 milioni di abitanti. Se Londra nel 1910 era 7 volte più grande di 100 anni prima, oggi Dhaka, Kinshasa e Lagos sono circa 40 volte più grandi rispetto a 50 anni fa, intervallo in cui Città del Messico passa da 3 a 22 milioni di abitanti, il Cairo da 2,5 a 15 milioni, Mumbay da 3 a 19, per non parlare dello sviluppo delle megalopoli cinesi.
Questa urbanizzazione “forzata” dell’umanità non più unicamente legata a motivi legati alla densità tecnologica che diminuisce senza posa, ma l’agglomerazione urbana e produttiva permane non per ragioni dipendenti dall’optimum della produzione, ma per il durare dell’economia del profitto e dei suoi rapporti sociali. In questo senso trova conferma la critica feroce fatta in anni non sospetti da Amadeo Bordiga, nello scritto Spazio contro cemento, dove parlando di questa contrapposizione:
In questo senso rimandiamo alla critica che ha impostato Bruno Astarian in: Sono le bidonville un pianeta a parte?, recentemente pubblicato sul nostro sito (5), alle teorie che vedono questi agglomerati come situazioni al di fuori del modo di produzione capitalista e che quindi descrivono i soggetti che vi abitano come masse di esclusi, di sotto-proletari, non cogliendo che questa massa rappresenta la parte più consistente di quell’esercito industriale di riserva sopra descritto, una massa fluttuante tra occupazione e non occupazione, che conosce immediatamente le dinamiche di de-integrazione del capitale. Deintegrazione non equivale a disintegrazione (anche se è indubbio che questo elemento sia presente), ma a masse che partecipano al processo di produzione e circolazione del capitale dove non esiste alcun margine (o comunque minimo) di integrazione alla società del “benessere”.
La crisi incrementa i concentramenti metropolitani, come immagazzinamento di forza lavoro precaria. La precarietà (fluttuazione della condizione lavorativa) non è più elemento secondario (se visto rispetto agli standard comuni delle economie miste), ma diventa elemento centrale dentro il rapporto sociale e di produzione capitalista, la dimensione metropolitana propriamente intesa diventa quindi il paradigma del presente.
Il mondo è sempre più piccolo, le zone rurali sono sempre più spopolate, le metropoli sono sempre più estese e connesse fra loro con reti di trasporto e comunicazione. Si può parlare di una accumulazione flessibile binomio di flessibilità/precarietà, in un processo di deintegrazione sociale provocata dagli stessi meccanismi di crisi del modo di produzione capitalista, che provoca una ulteriore polarizzazione sociale, con la costituzione di nuovi dannati della metropoli, estremamente mobili, accorpando settori di classe operaia “tradizionale”, vari comparti dell’esercito industriale di riserva, in cui confluiscono i working poors, studenti senza prospettive, e fasce di sotto-proletariato dentro meccanismi di lavoro criminale.
Utilizziamo la categoria di dannati della metropoli perché coglie due elementi sostanziali: la dimensione della precarietà sociale diffusa e il luogo dove si materializza in modo estensivo, la metropoli. La produzione dell’ ”urbano”, dove vive oggi la maggior parte della crescente popolazione mondiale, è sempre più strettamente intrecciata all’accumulazione del capitale, al punto che è difficile dividere l’una dall’altra. Intendiamo quindi la metropoli non come nuovo rapporto sociale capitalista, ma come luogo dove questo rapporto acquisisce nuova importanza.
La costruzione della dimensione urbana del capitale già criticata dai situazionisti e da marxisti geografici come David Harvey, tuttavia sottostimando la teoria del valore e dell’accumulazione rispetto all’analisi della società capitalista, con i suoi relativi processi di gentrificazione ed estensione verticale (i palazzi) e orizzontale (i kilometri di cemento e asfalto) rimodella nuovi contesti. e come l’estensione dell’esercito industriale di riserva diviene la faccia rovesciata della stessa dinamica del capitale che integra e de-integra il proletariato a sé, dove è la crisi che produce questo meccanismo dilatando la dimensione urbana.
Fourier e Marx definivano le fabbriche ergastoli, ma l'ergastolo si estende anche all'intero territorio metropolitano, questa è la condizione perché il capitale cresca in termini di produzione di valore riducendosi in termini di occupazione. Anche una cantina di 50 mq. diventa idonea a produrre cavi elettrici per l’industria elettronica, ammassandovi qualche decina di lavoratori, svincolati da ogni tutela legale o contrattuale, da ogni vincolo di continuità del rapporto di lavoro, minimizzando i salari e massimizzando la produttività, cosi come un call center, una cooperativa di servizio, ecc... Queste forme di nuovo schiavismo industriale sono il motore della competizione capitalistica. La metropoli, e al suo interno le stesse aree slum, diventa elemento di immagazzinamento di forza lavoro. Il repentino sviluppo urbano indiano o cinese è figlio di questo meccanismo, e non di un mero processo di marginalizzazione sociale.
Già Marx vedeva nella stessa morfologia urbana, attraverso l’agglomeramento degli operai, un presupposto essenziale per realizzare il risparmio che deriva dalla concentrazione dei mezzi di produzione e dalla loro utilizzazione di massa nelle metropoli. Il capitale, scrisse Marx, nei Lineamenti fondamentali, deve “tendere ad abbattere ogni ostacolo locale che si frappone al traffico, ossia allo scambio, e conquistare la terra intera come suo mercato” per arrivare “ad annullare lo spazio per mezzo del tempo”. Il risultato è che il mondo del capitale ha sviluppato la tendenza a produrre una compressione “spaziotemporale”, una realtà in cui il capitale si muove sempre più rapidamente e in cui le distanze di interazione vengono sempre più accorciate, dove la dimensione geografica metropolitana diventa paradigma e tendenza del capitale stesso, perché racchiude questa compressione in un delirio di onnipotenza, che si trasforma in formicai umani.
Riprendendo il saggio di Astarian si può dire che la questione della baraccopoli/sviluppo metropolitano offre la possibilità di rivedere la questione della definizione del proletariato. Il punto centrale di una definizione del proletariato è sempre quello di definire il soggetto della rivoluzione comunista. Gli altri punti di vista, economico o sociologico, in base a criteri di reddito, categorie socio-professionali, e anche la cultura e le opzioni politiche sono utili solo per coloro, politici e pubblicitari, che stanno cercando un pubblico che devono circoscrivere per sapere come parlargli.
Dal punto di vista rivoluzionario, il proletariato è la classe di coloro che sono senza riserve contro i capitalisti, e che possono riprodursi solo vendendo la loro forza-lavoro. Il proletariato è la classe che comprende coloro che sono costretti a insorgere per garantire la loro riproduzione immediata quando il capitale è in crisi e smette di comprare la forza lavoro. Scrivere questo, significa sollevare la questione di coloro, appunto, che non lavorano. I parenti dei proletari che restano a casa sono proletari? Sono i disoccupati dei proletari? Etc.. La risposta è ovviamente che lo sono, perché dobbiamo considerare lo scambio tra capitale e lavoro come un blocco. Un capitalista acquista una giornata di lavoro a un abitante delle bidonville e lascia venti vicini a spasso. Questo crea un proletario e 20 esclusi scartati dall'umanità? No, perché bisogna prendere le cose in termini di rapporti di classe. Il capitale nel suo complesso ha una parte variabile che acquista la totalità dei senza riserve, anche coloro che, forse, non lavoreranno mai. In questo insieme, troviamo i lavoratori formali (quelli che hanno un contratto, assicurazione sanitaria, pensione, ecc ..) e dei lavoratori informali, i disoccupati “formali” (coloro che beneficiano di welfare) e i disoccupati “informali” (coloro che condividono la massa salariale globale sotto altre forme rispetto al sussidio di disoccupazione -. solidarietà familiare, traffico, ecc), i lavoratori che sono produttivi di plusvalore così come coloro che sono improduttivi.
Non importa se parliamo di disoccupati occidentali a 1000 euro di indennità o di lavoratori cinesi a 100 euro. La cosa che conta in questo caso è definire la classe che, quando il capitale cessa in maniera massiccia di acquistare forza-lavoro, è costretta alla lotta, perché tutte le condizioni della sua esistenza sono nelle mani della proprietà. Non è la povertà che definisce la classe proletaria, ma il rapporto al capitale.
Da questo punto di vista, possiamo dire che la stragrande maggioranza degli abitanti delle baraccopoli, degli slum, delle “periferie” appartengono al proletariato, anche se probabilmente c'è una piccola classe di datori di lavoro in queste zone. A causa della loro relazione con il capitale, questi proletari delle baraccopoli sono i possibili soggetti di una rivoluzione comunista, così come gli operai salariati formali delle industrie e dei servizi.
Le metropoli immagazzinano forza proletaria in potenza, e questa quantità mai raggiunta fino ad oggi modifica alcuni paradigmi che hanno contraddistinto il 900, pensiamo alla strategia militare la campagna che accerchiava la città. Questa strategia ha caratterizzato più o meno tutti i processi militari nel 900. Mao, Lenin la stessa guerriglia latino-americana si basava sul concetto di accerchiamento che partiva dalla campagna, ponendo la questione contadina come centrale (indipendentemente se questa condizione fosse affermata o subita). La stessa insurrezione russa aveva nelle campagne il suo punto di svolta numerico.
Questo non significa che non esiste una questione contadina cosi come che non esistono aree urbane di piccole e medie dimensioni, ma la tendenza in atto è quella della megalopoli, della filiera urbana multicentrica ed è su questo livello che vanno individuate le tendenze in atto per quanto riguarda lo scontro di classe. Non abbiamo sicuramente ricette, ne fantomatici piani d’azione, tuttavia sarebbe utile capire che gran parte di quello che si considerano ostacoli insormontabili potrebbero rivelarsi falsi problemi (così come magari ne potremmo scoprire di nuovi ben più stringenti). Ma sicuramente tutta una certa retorica a sinistra oggi ha il valore dello studio delle guerre puniche, importantissime ma diciamo abbastanza storicizzate…
Oggi quali sono le strategie in atto, quali modificazioni avvengono? Le recenti strategie militari spesso vengono superate e abbandonate in fretta, di fronte ad una realtà che spesso si mette in moto molto velocemente. Dopo la “guerra fredda”, dalle relativamente recenti guerre nel golfo, la strategia è stata basata sul bombardamento cosiddetto chirurgico(?), per cui l’impianto logico si basava sul fatto che una maggioranza si scontrava con una minoranza, colpevole di bloccare lo sviluppo, quindi grazie a un piccolo sacrificio, ovvero l’eliminazione della minoranza, la maggioranza sarebbe stata bene. Già dalla guerra in Afghanistan questo paradigma salta, a causa dell’ostilità della popolazione.
Allo stesso modo le politiche securitarie nelle nostre città (telecamere, pattuglie, controlli ecc…), mantengono la loro forza quando sono a vantaggio di una maggioranza, termine che pur rimanendo presente sembra comunque essere meno cool in questo periodo. Ma essendo oggi la dimensione quantitativa in linea di tendenza inedita, assistiamo a repentini e inusuali cambiamenti: il controllo svanisce nell’insieme, il ghetto diventa ghetto dei ricchi, immensi agglomerati urbani raccolgono masse zombizzate sempre più enormi, ponendo lo scontro su un livello molto più acuto e radicale. Qui trova nuova potenza lo scontro tra spazio e cemento che è poi è un altro modo di dire per indicare lo scontro tra comunismo e capitalismo.
Conclusioni
L’estensione dell’esercito industriale di riserva e della dimensione urbana acuiscono la contraddizione di classe, le rotture. L’emersione del nuovo nasce solo in condizioni di malcontento che non esiste nelle condizioni di prosperità, sia pure –falsa- della società attuale. Finchè gli strati proletari de-integrati sono minoranze, anche se cospicue, rimangono sempre minoranze, per cui la loro azione rimane inespressa. Non possono quindi diventare una forza sociale abbastanza forte da poter combattere gli interessi particolaristici della ideologia dominante. Oggi le ribellioni, i riot, gli scioperi, sono bloccati, non perché esiste un apparato militare imponente da parte del capitale (che pure esiste), ma perché sono ancora minoranze relative. L’estensione dell’esercito industriale di riserva e lo sviluppo urbano possono essere le condizioni perché l’elemento quantitativo si trasformi in qualitativo. Ciò non è dettato da una legge divina, e non produce automaticamente una situazione rivoluzionaria, ma è la condizione perché essa possa svilupparsi.
In questo senso iniziare ad individuare tendenze in atto che vanno in questa direzione è un tentativo per definire l’emersione del nuovo movimento contro il movimento del capitale.
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