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Inception

di Augusto Illuminati

Wow! Abbiamo capito perché diavolo Veltroni volesse sempre recarsi in Africa. Apprendiamo infatti dal film che a Mombasa opera un misterioso chimico, capace di indurre con le sue droghe esperienze di sogni profondi in simultanea, talmente profondi che secondi sogni si annidano nei primi sogni e così via, sino a creare una realtà fittizia onirica da cui i dormienti mai vorrebbero svegliarsi. In quello stato è anche possibile realizzare una inception, l’innesto di un idea che viene fatta propria come nativa da tutti gli assopiti in collegamento. Questa idea, per Veltroni come nel film, dovrebbe essere la preferibilità di una scomposizione in settori di un impero piuttosto che la sua gestione aggregata. Una pluralità di correnti nel Pd è meglio di una qualche centralizzazione, visto che tanto il capo non è più lui. Astuto disegno, ma visto che l’intelligent design non regge come spiegazione evoluzionista, figuriamoci se funziona con walteruccio. Il quale poi, notoriamente, non va mai a vedere i film giusti e, se li vede, non li capisce, come risulta dalle sue malfamate recensioni d’antan.

Così, mentre cercava di suggerire a tutto il Pd il sogno di una scomposizione che ne favorisse lo spostamento al centro tagliando tutte le funi a sinistra e offrendo pure preziosi elementi di “modernizzazione” –le riforme di Ichino per il contratto unico sindacale e le lodi di Gentiloni alla parte “buona” della riforma Gelmini, cioè la valorizzazione del merito e della competizione fra atenei–, mentre si affaccendava in questo nobile intento, qualcun altro entrava nel sogno e gli fregava non solo l’idea ma anche gli addormentati. Il qualcun altro è Bonanni, il solo che abbia un progetto fattibile ovvero prendersi un pezzo consistente degli ex-popolari (Fioroni in testa) e portarseli direttamente nel polo di centro come area cislina. A questo punto Veltroni resterebbe appeso per aria, fra la diffidenza di Bersani e Franceschini e la riluttanza di Casini e Rutelli a prendersi un altro gallo nel pollaio –un gallo senza seguito, a differenza di Bonanni che gestisce parlamentari, un sindacato e qualche aggancio padronale (Marchionne più che Marcegaglia e Bombassei). Inoltre, nel suo sogno più profondo continuerebbe ad apparirgli D’Alema e a trascinarlo sempre più giù, come fa nel film la dolce e malefica moglie di Cobb-Di Caprio.

La Confindustria è stata sollecitata da Sacconi e Brunetta (con Tremonti defilato) a rompere con la Cgil e a giocarsi tutta la partita contrattuale con la Cisl di Bonanni (Uil e ‘ndrine gialle in coda), peccato che né Marchionne né il governo mettano sul tavolo dei bei soldi per convincere i lavoratori (bastano appena per corrompere pochi sindacalisti frugali). Non tira aria né di riformismo mega-aziendale né di aristocrazia operaia. E allora, non sarà meglio tornare a una politica nazionale di concertazione, di scambio politico e comunque di accordo con il sindacato in blocco, in primo luogo la Cgil? Non sarà meglio puntare sulla Camusso per contenere la Fiom, piuttosto che su Bonanni per contenere l’intera Cgil? Tale (più saggia) idea si è fatta rapidamente strada in Confindustria e la Marcegaglia ha cominciato a prendere le distanze dal governo e a dichiarare che, dopo le ultime sceneggiate con i finiani, la pazienza era finita: nel contempo ha riaperto il discorso per associare la Cgil a un accordo-quadro sui contratti, probabilmente concedendo qualcosa in termini di rappresentanze sindacali sui luoghi di lavoro (bruttissimo colpo a Cisl-Uil, forse non sgradito all’Ugl). Campane a morte per gli ultras sacconiani e il blocco Veltroni-Ichino, dialogo “costruttivo” con Bersani e Chiamparino, mentre Fioroni e Bonanni, a denti stretti, riusciranno a inserirsi da comprimari in una prospettiva sia di governo tecnico centrista che di patto sociale in stile politica dei redditi. Sarà questa la cornice dell’imminente conflittualità. Magari non è neppure un male che il Pd arrivi in briciole alla fase dura dello scontro, così da non essere in grado di immischiarsi troppo nella contraddizione fra Cgil e Fiom. Simmetricamente la Chiesa, tutta presa dai dissidi interni e dagli scandali, non riesce a gettare il proprio peso nelle vicende del centro-destra.

Ma come, ci occupiamo del destino della sinistra, mentre Tv, radio, giornali e siti web impazzano su un altro film, la molto evocata Sfida all’O.K. Corral, con Fini e i suoi nella parte dei fratelli Earp e dell’etilico Doc Holliday, Berlusconi e killer mediatici nella parte dei fratelli Clanton e dei loro mandriani? Sottovalutiamo, per eccesso d’attenzione al sociale e a una mesta memoria, l’importanza dei 55 mq. monegaschi con angolo cottura Scavolini?

Ebbene sì, e non siamo proprio soli. Un laburista browniano, forse più noto come autore di thriller e divulgatore storico, Ken Follett, sollecitato a occuparsi di una situazione marginale quale quella italiana, ha dichiarato: «Siamo seri, Berlusconi è molto buffo, se ne parla spesso in termini di macchietta, ma il vero problema in Italia è un altro. Il fallimento della sinistra». Illuminante medietà di uno scrittore di bestseller (e di un lettore straniero). I duellanti Fini e Berlusconi continueranno a lungo a battersi, come in un altro celebre film, ma più che a ferirsi baderanno a passarsi il cerino della crisi parlamentare. Con sovrana indifferenza nei confronti della realtà della crisi. Possiamo aspettare la prossima settimana, tanto per la nomina del Ministro allo Sviluppo quanto per l’apocalisse. Oggi il mondo non crolla, domani sì.

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