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“Neoliberismo ed Europa, serve una svolta”

Lettera aperta a Liberi e Uguali

liberi e uguali grasso d alema 510“Liberi e Uguali non sta riuscendo in quello che si era esplicitamente proposto, cioè chiamare a raccolta quel ‘popolo di sinistra’ che sempre più numeroso ha abbandonato il Pd”. Da un gruppo di intellettuali un appello affinché LeU dia un forte segnale di discontinuità con il passato, soprattutto rispetto all'accettazione delle idee del neoliberismo e all'adesione al Trattato di Maastricht e agli accordi che ne sono seguiti.

* * * *

Negli ultimi quarant’anni la scienza e la tecnologia hanno fatto progressi inimmaginabili e la ricchezza del mondo è aumentata, tanto nei paesi che avevano un minor livello di sviluppo che in quelli di più antica industrializzazione. In questi ultimi, però, la maggiore ricchezza generata è andata quasi esclusivamente nelle mani di un piccolo numero di persone, invertendo la tendenza a una più equa distribuzione che si era verificata a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Non si è trattato di una fatalità o di un fenomeno impossibile da controllare: è stato il frutto dell’ideologia economico-politica che ha conquistato l’egemonia dagli anni ’80 del secolo scorso.

Da questa ideologia si sono lasciati conquistare anche i partiti della sinistra storica, tanto da essere in molti casi protagonisti, come forze di governo, delle politiche che da essa venivano dettate.

L’Unione europea è nata sulla base di questa ideologia, le cui linee fondamentali sono ben sintetizzate dalle parole di Guido Carli, subito dopo la firma del Trattato di Maastricht, riportate nelle sue memorie: “L’Unione Europea implica la concezione dello ‘Stato minimo’, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva degli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di quest’ultimi”. Carli dimenticò di precisare “a favore di una parte di quest’ultimi”, ma per il resto la descrizione di quello che sarebbe accaduto è quanto mai precisa e definita.

Questa è l’Europa dell’euro e del Trattato di Maastricht a cui ci siamo legati. Con una aggravante: il dominio politico-economico della Germania e dei suoi alleati, a cui per ragioni storiche è stata associata la Francia. Questo gruppo di paesi guida l’Unione in base ai suoi specifici interessi, anche quando confliggono con quelli degli altri membri. Pensare di riuscire a cambiare sostanzialmente questa situazione è puramente illusorio: la modifica dei trattati richiede l’approvazione all’unanimità, che implicherebbe la rinuncia da parte del “nucleo forte” a una situazione che lo favorisce. La prospettiva è semmai di un peggioramento: le linee della riforma della governance europea, che dovrebbe essere approvata entro il prossimo anno, sono frutto di una trattativa essenzialmente tra Germania e Francia. Se verrà approvato lo schema attualmente in discussione, le conseguenze per l’Italia saranno pesantissime. Il nucleo-guida ha già dimostrato di non tenere in alcun conto le ragioni del nostro paese: da oltre tre anni abbiamo chiesto ufficialmente di cambiare il metodo di calcolo del Pil potenziale, che è la base di giudizio per i conti pubblici e che è stato giudicato poco attendibile da un gruppo di esperti incaricato di valutarlo dalla stessa Commissione, e ad oggi non abbiamo ottenuto alcun risultato. Questo è senza dubbio un pessimo segnale per il futuro.

I partiti politici che si sono alternati al governo dell’Italia hanno pesanti responsabilità per la situazione in cui ci troviamo. Ma ancor di più ne hanno i partiti di sinistra, che, come nel resto d’Europa, si sono convertiti ad una “terza via” inesistente, perché altro non era che un’adesione incondizionata al neoliberismo. La gestione della crisi ha poi portato alle estreme conseguenze questa linea politica: una scelta pagata dai partiti socialisti e socialdemocratici europei con disastrosi crolli elettorali. 

Il Pd, dopo un’evoluzione (o involuzione) durata quasi un trentennio, è definitivamente approdato alla completa condivisione dell’ideologia neoliberista. Molti dei suoi elettori lo hanno via via capito, e non ritenendo che vi fossero alternative valide hanno fatto arrivare il numero di chi si astiene dal voto a livelli mai toccati prima nella storia della Repubblica.

Liberi e uguali è un partito nato dichiarando esplicitamente di voler dare rappresentanza agli elettori della sinistra riformista. I sondaggi dicono però che ci sta riuscendo in modo molto parziale e che anzi negli ultimi mesi le intenzioni di voto mostrano una tendenza discendente. Se il risultato sarà quello delle attuali stime, che lo prevedono tra il 5 e il 6%, sarà sufficiente a superare la soglia necessaria ad eleggere una rappresentanza parlamentare, ma avrà coinvolto la metà o forse meno del suo elettorato potenziale.

Noi che sottoscriviamo questo documento crediamo che ciò avvenga perché LeU non ha dato precisi segnali di discontinuità rispetto al processo che ha portato i partiti tradizionali della sinistra a convertirsi alle idee del “pensiero unico” e alle scelte che questo ha comportato, prima fra tutte quella di disegnare un’organizzazione sociale funzionale ai desideri (non alle “necessità”) del mercato, subordinando ad essi le istanze di promozione sociale che la Costituzione pone come scopo della Repubblica. A parte alcune eccezioni, ci sembra che il suo atteggiamento rispetto all’Europa reale sia superficiale e reticente: non ha senso vagheggiare una ipotetica “Europa più giusta, più democratica e solidale” per cui non ci sono le condizioni né ci saranno nel prossimo futuro. Occorre invece porsi il problema di cosa fare per non farsi schiacciare dall’Europa che c’è. Che non abbia avuto il coraggio – o forse la convinzione – di dire che la strada dell’ultimo quarto di secolo era sbagliata per chi si ponga in un’ottica di sinistra. Riconoscere i propri errori è la condizione di base per elaborare una visione nuova, che proponga un’alternativa a una società che ha fatto aumentare le disuguaglianze in modo insopportabile, ha trasformato il lavoro in precariato e sfruttamento e promette ai nostri figli una vita peggiore di quella dei loro padri. Un primo passo può essere quello di proporre che sia possibile sottoporre preventivamente al giudizio della Corte Costituzionale, anche su iniziativa dei cittadini, le norme e gli accordi che hanno origine dall’Unione europea. Come del resto avviene in Germania.

Alcuni di noi hanno deciso che non voteranno LeU alle prossime elezioni, ma potrebbero cambiare idea se ricevessero risposte chiare ai problemi che qui sono stati posti, così come farebbero numerosi altri elettori del “popolo della sinistra”. Oppure no, se le riterranno insufficienti. Altri di noi hanno deciso che voteranno LeU comunque, per preservare un riferimento a sinistra, ma non smetteranno, anche dopo le elezioni, di insistere sulle scelte di fondo di cui qui si è detto.

Spetta ora ai dirigenti di LeU offrire un segnale senza ambiguità se vogliono davvero riconquistare il popolo della sinistra. Altrimenti sono destinati a seguire la sorte dei partiti socialisti e socialdemocratici che sono passati dal governo all’irrilevanza.


Primi firmatari:

Nicola Acocella, economista, univ. La Sapienza

Davide Antonioli, economista, univ. Chieti-Pescara

Lucio Baccaro, direttore Istituto Max Planck, Colonia

Roberto Balduini, dirigente, Roma

Annaflavia Bianchi, economista, univ. Ferrara

Paolo Borioni, storico, Roma

Luigi Bosco, economista univ. Siena

Sergio Cesaratto, economista, univ. Siena

Guglielmo Chiodi, economista, univ. La Sapienza

Carlo Clericetti, giornalista, Roma

Massimo D'Angelillo, economista, Bologna

Massimo D'Antoni, economista, univ. Siena

Sebastiano Fadda, economista, univ. Roma 3

Daniele Girardi, economista, univ. del Massachusetts

Andrea Guazzarotti, costituzionalista, univ. Ferrara

Ugo Marani, economista, univ. Napoli L’Orientale

Salvatore Monni, economista, univ. Roma 3

Antonio Musolesi, economista, univ. Ferrara

Domenico Mario Nuti, economista, univ. La Sapienza

Leonardo Paggi, storico, già docente universitario

Paolo Pini, economista, univ. Ferrara

Geminello Preterossi, Filosofo del diritto, univ. Salerno

Fabio Ravagnani, economista, univ. La Sapienza

Pasquale Santomassimo, storico, univ. Siena

Roberto Schiattarella, economista, univ. Camerino

Alessandro Somma, giurista, univ. Ferrara

Antonella Stirati, economista, univ. Roma 3

Francesco Sylos Labini, fisico Centro Enrico Fermi, Roma

Mirco Tomasi, economista, Bruxelles

Leonello Tronti, economista, univ. Roma 3

Antimo Verde, economista, univ. Tuscia

Marco Veronese Passarella, docente economia, univ. Leeds

Paolo Piacentini, economista, univ. La Sapienza

Marzia Zanardi, pensionata, Bologna

Gennaro Zezza, economista, univ. Cassino e Levy Institute

 

Adesioni alle 18 del 24.2

Adriano Prosperi, Scuola Normale Superiore, Pisa

Alessandro Visalli, urbanista, Napoli

Gregorio Caruso, pensionato

Davide Cassese, studente, Roma

Massimiliano Amato, giornalista, Salerno

Daniele Zoboli, architetto, Modena

Mauro Gentili, lavoratore dipendente

Bartolo Anglani, già docente all'Università di Bari

Mauro Poggi, Genova

Marco Nastasi

Filip Stefanovic, analista politico, OCSE, Parigi

Eugenio Campo, ingegnere, Torino.

Daniela Giambarba, elettore

Mario Marchi, elettore

Eugenio Galioto, sociologo

Anna Greco , psicologa, Torino

Roberto Beneduci, fisico matematico, Università della Calabria

Maria Chiara Acciarini, docente di materie giuridiche ed economiche, già parlamentare e sottosegretaria

Giuseppina Spadaccino

Fabio Pucci

Domenico Tambasco, avvocato

Tina Giacci

Marco Calistri, impiegato, Bologna

Carlo Marchetti, attore

Ludovica Jona, giornalista

Agostino Agrillo, direttore scientifico Mit Media lab Research Torino

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Comments   

#6 ndr60 2018-03-01 11:59
LeU è l'ennesimo cespuglio a sx nato per rimediare qualche poltroncina, in caso di (improbabile) vittoria elettorale del PD. Il cosiddetto "popolo della sinistra" farebbe bene a tenersi lontano da questi (in)utili idioti.
Quote
#5 Francesco Zucconi 2018-03-01 00:31
Intellettualmente non trovo D'alema e Bersani
accettabili, perché nascondono
anche a se stessi che il tipo di
adesione che loro ci hanno condotto
a dare nei confronti
dell Europa implica
l'accettazione di una diminuzione perenne
delle potenzialità di crescita dell'economia
italiana nei settori che contano veramente.
La chimica, l'elettronica, la moderna
industria legata alla robotica
sono essenziali per il progresso dell'Italia.
Tali industrie in Italia, e non solo, Mazzucato docet,
non possono che essere il prodotto anche di sane
e pervasive politiche condotte seguendo
le direttive
di uno Stato Nazionale orientato da una decisa
politica estera.Senza lo Stato alla guida della parte innovativa dell'economia, non avremo mai più una
grande industria moderna, come ancora esiste
in Francia (nelle mani dello Stato);
ma senza di essa potremo solo pietire,
implorare in ginocchio
un poco di "sviluppo" in settori secondari a
basso valore aggiunto, e questo in cambio
dell'ospitalità per milioni
di migranti inutilizzabili nelle industrie che contano veramente per il progresso sociale e intellettuale
di un paese; con le scelte di costoto
non avremo più nessun serio progresso sociale
in Italia. L'economia europea oggi è il terreno
di una guerra egemonica lanciata dai tedeschi.
LeU non sta con gli operai e i lavoratori italiani....
NO!
Quote
#4 clau 2018-02-26 12:18
Se il livello dei nostri economisti e storici di “sinistra”, è quello che traspare da questa lettera, siamo freschi! Secondo costoro, infatti, il fatto che i maggiori profitti negli ultimi quattro decenni siano andati ad un piccolo numero di persone, sarebbe dovuto al fatto d’aver abbracciato dagli anni ’80 l’ideologia neoliberista. Che il neoliberismo abbia e di molto peggiorato i rapporti tra l’alta finanza e l’insieme della classi subordinate, lo capiscono anche gli analfabeti, ma che tale prassi derivi dall’aver abbracciato tale ideologia e non dal sistema capitalistico di produzione basato appunto sullo sfruttamento della forza-lavoro, è una calcolata idiozia che mira soltanto a salvare il sistema e a perpetrarlo. Infatti, per questi soloni, credo sia proprio il caso di definirli così, prima degli anni ’80 i maggiori profitti andavano ai poveracci, e quindi, i grandi capitalisti dei decenni e secoli precedenti erano figli del proletariato… Insomma, per questi intellettuali pretesi sinistri il profitto non deriva dallo sfruttamento della forza-lavoro che crea plusvalore, ma deve essere un qualche cosa che piove dal cielo come la pioggia.
Per non farsi mancare niente questi signori non mancano poi di spendersi a favore del solito sovranismo anti europeo tanto caro all’estrema destra. Certo, chi non lo sa che la Ue con tutte le sue articolate istituzioni, così come tutti gli stati che la compongono, sono istituzione borghesi imperialiste, che nell’insieme costituiscono la maggiore potenza economica planetaria. Ma è anche vero che se in Italia la forbice tra ricchi e poveri si è allargata in misura molto maggiore che altri paesi europei non è dovuto all’Europa ma alla politica di casa nostra, portata avanti in prima persona dagli stessi figuri che hanno creato l’ennesimo coacervo partitico denominato “Liberi e Uguali”. E’ anche vero però che se l’Italia ha fatto qualche piccolo passo in avanti in materia sociale, ciò è dovuto al fatto che la tanto famigerata Unione europea ci ha obbligato e costretto, a suon di dispendiose multe, a mantenere il passo con gli altri paesi un po’ più civili di noi, impedendoci così di passare da paese del Sud Europa a paese del Nord Africa. Cercate di comprenderlo e smettete di dire corbellerie, ne va del vostro “prestigio” di accademici da quattro soldi.
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#3 andrea 2018-02-26 08:43
Vi state rivolgendo a dei leader che, nella migliore delle ipotesi, non hanno capito niente. Ma la qualità'fondamentale di un leader dovrebbe essere vedere + lontano o avere problemi di vista?
Capite benissimo, siete intellettuali, quale sia la peggiore delle ipotesi, se invece hanno capito molto bene ...
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#2 Sergio Cesaratto 2018-02-25 22:01
NO
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#1 Luciano 2018-02-25 17:19
Ma pensare davvero che vi ascolteranno?
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