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Fotografie segnanti

di Militant

image2654Nonostante l’offerta mediatico-elettorale coprisse sostanzialmente tutto l’arco della politica, dal neofascismo all’estrema sinistra passando per l’euro-liberismo, il protezionismo e tutte le gradazioni del populismo, quelle di ieri sono state le elezioni politiche con la più alta astensione di sempre. Un dato, come sappiamo, ambivalente e sfaccettato, ma che conferma una tendenza storica: senza mobilitazione politico-sociale non c’è alcuna significativa partecipazione elettorale. Da questo punto di vista, le elezioni si confermano un termometro ancora accettabile per leggere la realtà politica di un paese. Una realtà divisa in tre parti: il vasto campo dell’astensione, ormai strutturale e probabilmente irrecuperabile; il polo euro-liberista del consenso; il populismo, qualsiasi forma questo assuma, inteso come polo del dissenso. Diamo conto qui di alcune rapide fotografie emerse dalle elezioni di ieri, mentre affronteremo più nel dettaglio i diversi significati del voto nei giorni a seguire. Un voto denso come mai prima d’ora di valore politico.

 

La vittoria del Movimento 5 Stelle

Il partito grillino si conferma il primo partito italiano. Decifrare la sostanza di questa forza elettorale è pressappoco impossibile per chi insiste a svelarne solo le contraddizioni, come se queste non fossero plateali anche agli occhi del suo elettorato.

Qualche mese fa scrivevamo: «l’incapacità del M5S di essere forza politica credibile è un dato di fatto. Eppure, da più di cinque anni rimane saldamento il primo partito italiano. Anche fosse il secondo, o il terzo, il discorso non cambierebbe. La Lega o il Pd, Forza Italia o Rifondazione: tutti i soggetti politici hanno pagato elettoralmente il prezzo della propria incoerenza e incapacità, nel presente o in passato. Tutti tranne il M5S. Chi da anni si accanisce contro il partito di Grillo, svelando non si sa più a chi la sua natura reazionaria, ancora oggi non riesce a spiegare i motivi di questa tenuta elettorale, che è anche una tenuta politica, se non dando la colpa all’elettorato». Ancora oggi, a sinistra, ci si accomoderà nel confortevole banchetto intellettuale della superiorità morale. Ci si accanirà sui congiuntivi di Di Maio e sulle sconclusionate proposte politiche dei rappresentanti Cinque stelle. Accanendosi sul dito per non guardare la luna di questa tenuta politica mai vista, epocale, fuori da ogni ordinario della politica liberale. Una forza che risiede nella composizione di classe del suo elettorato, che tramite forme (evidentemente) alienate esprime un bisogno di rottura con la stabilità ordo-liberale, non affievolito dalle retoriche mediatizzate del “ritorno alla crescita”. Recuperare una relazione con questo elettorato, con lo sfaldamento sociale di una classe che si affida a Di Maio e Grillo per disperazione inconsapevole, dovrebbe essere il primo dei problemi per una sinistra sociale. E invece assisteremo alla solita parodia de-responsabilizzante, forti dell’ultima inchiesta giornalistica sull’assegno mancato, il rimborso non restituito, il dottorato millantato. Tutte questioni indubbiamente decisive per una certa sinistra di classe. Borghese.

 

La vittoria della Lega

L’altro capo del polo populista si impone come prima forza del “centrodestra”. La forza elettorale va rintracciata nelle stesse logiche dette poc’anzi per il M5S: il populismo trionfa (M5S+Lega arrivano a quasi il 50% dei voti) perché aggrega chiunque si percepisca fuori dal perimetro della compatibilità liberale. Nonostante ciò, la crescita di un forte e strutturato movimento reazionario di massa introduce un problema primario nei ragionamenti politici di qui al prossimo futuro. Lega e Partito democratico hanno quasi gli stessi voti: uno stravolgimento che cambierà in profondità la politica italiana nel suo complesso. Stante questa situazione, l’unica alternativa possibile per la stabilità europeista sarà quella di riformare drasticamente i meccanismi di accesso alla rappresentanza politica, cambiando la legge elettorale e, infine, anche la Costituzione. E’ inevitabile, l’Italia non è l’Ungheria e l’Europa non può permettersi un Orbàn padano in grado di minare tutta l’architettura continentale. Ma il successo della Lega rappresenta anche un problema di agibilità sociale. Da oggi la linea del colore diverrà sempre più il confine tra inclusione ed esclusione, sia essa civile, sociale, culturale. Con quello che ne comporterà in termini di rilevanza della questione razziale e neocoloniale interna.

 

La sconfitta del fronte della stabilità

Crolla il Pd, fatto questo ampiamente previsto, e perde il confronto interno Forza Italia. L’europeismo esce martoriato dalle elezioni, nonostante i proclami sulla crescita, la calma finanziaria e la studiata indifferenza politica dei partner europei. In questo senso è davvero la fine di un’epoca. L’unione storica tra Democrazia cristiana e Partito comunista raccoglie oggi neanche il 20% dell’elettorato, una sconfitta che provocherà smottamenti tellurici di vasta portata. Se non fosse abbastanza chiaro, da oggi non si scherza più: la stabilità andrà commissariata. Più la stabilità liberale vacilla, più verrà imposta con la forza.

 

La scomparsa della sinistra

Come dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio in questo ventennio, l’assenza sociale della “sinistra radicale” si traduce direttamente in scomparsa elettorale. La solita solfa delle elezioni “usate” per aggregare consenso si trasforma in certificazione del proprio stato di minorità. La sinistra elettorale riesce nell’invidiabile impresa di perdere voti, in percentuale e in termini assoluti, rispetto al cabaret civilista di Ingroia del 2013. Anzi: di dimezzarli in termini percentuali e di trimezzarli in termini assoluti. Un trend storico incontrovertibile, ma che puntualmente scompare dai ragionamenti dei compagni un mese prima di ogni elezione. Consci che nulla cambierà questo stato esistenziale, attendiamo con ansia le prossime elezioni per assistere al nuovo cartello elettorale attraverso cui prendere lo straordinario zerovirgola ideologico. Di sconfitta in sconfitta, fino alla sconfitta. Una sconfitta che però, come sempre, riguarderà tutti, non solo quei compagni che di volta in volta decidono di «scommettere» sulle elezioni. Sembrava impossibile, ma da oggi siamo ancora più deboli.

 

I numeri reali del neofascismo

Anche in questo caso, le elezioni contribuiscono a sgomberare il campo dalle tossine mediatiche a cui siamo sottoposti nel mese elettorale. I neofascismi d’ogni risma si infrangono di fronte alla loro inconsistenza sociale, definendo i contorni di un problema che rimane di agibilità ma che politicamente risulta, nonostante gli sforzi di ogni giornale e televisione, incapace di aggregare materialmente alcunché di significativo. Casapound raccoglie l’invidiabile zerovirgola niente, mentre Forza Nuova occupa militarmente il campo dei non pervenuti. E’ certo che molto voto nostalgico e razzista sia stato assorbito da Salvini. Ciò non toglie che queste elezioni confermano un altro trend storico. Dai due milioni di voti del Msi anche degli anni Novanta, si è passati stabilmente alle poche decine di migliaia di questo decennio. Reazione e neofascismo sono sempre più due cose diverse, anche in termini elettorali. Calibrare i nostri strumenti politici dovrà essere una conseguenza di questa ulteriore conferma.

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