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L’economia secondo Andrea Roventini, il candidato ministro del M5S

di Keynesblog

lista ministri m5s andrea roventini ministro economiaAl di là di come la si pensi sul Movimento 5 Stelle, occorre riconoscere che l’indicazione di Andrea Roventini, docente presso l’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa guidato fino a poco tempo fa da Giovanni Dosi, è una scelta di alto profilo. I suoi principali interessi di ricerca comprendono l’analisi di sistemi complessi, l’economia computazionale basata su agenti eterogenei, la crescita, i cicli economici e lo studio degli effetti delle politiche monetarie, fiscali, tecnologiche e climatiche. I suoi lavori sono stati pubblicati su Journal of Applied Econometrics, Journal of Economic Dynamics and Control, Journal of Economic Behavior and Organization, Macroeconomic Dynamics, Ecological Economics, Journal of Evolutionary Economics, Environmental Modeling e Software, Computational Economics. Inoltre partecipa a vari progetti di ricerca europei come ISIGrowth, Dolfins e Impressions.

Vale la pena quindi soffermarsi sui suoi lavori. Abbiamo perciò selezionato alcuni articoli e working paper che offrono una carrellata crediamo rappresentativa delle idee del candidato ministro. 

Da quando è scoppiata la crisi, ma in particolare negli ultimi 2-3 anni, la critica ai modelli standard è diventata sempre più serrata, tant’è che persino diversi economisti mainstream hanno sollevato pacati dubbi (Blanchard), invitato a guardare altrove (Summers), se non addirittura, in qualche caso, mosso aspre critiche (Romer, Krugman e soprattutto Stiglitz).

A tale proposito Roventini è coautore di due studi empirici (numeri [1] e [2] nella lista di seguito a questo articolo) che analizzano empiricamente  la frequenza di crisi profonde e periodi di crescite elevate e le performance dei modelli standard nello spiegare l’esistenza di tali fenomeni. I modelli dinamico-stocastici di equilibrio generale (NK-DSGE) c.d. “New Keynesian”, come anche i loro padri, i modelli neoclassici del Real Business Cycle (RBC) non riescono a spiegare perché forti fluttuazioni nell’attività economica sono più frequenti di quanto ci si aspetterebbe dalla distribuzione normale (gaussiana) di probabilità. La performance dei modelli NK-DSGE è perfino peggiore di quelli RBC: ci sono poche crisi anche in presenza di shock esogeni estremi. 

All’opposto, tra le alternative ai modelli standard, gli Agent-based Models (ABM) riescono a spiegare meglio l’esistenza e la frequenza delle crisi profonde. Gli ABM rappresentano l’economia come in effetti è: un mondo popolato da moltissimi agenti eterogenei, che interagiscono tra loro, in cui le proprietà del sistema “emergono” da tale interazione. Già Morris Copeland ed Hyman Minsky avevano immaginato l’economia a “partita quadrupla” come una “rete” i cui i nodi sono gli agenti economici e le connessioni sono gli stati patrimoniali degli stessi: il mio debito è il tuo credito (i fallimenti a catena si spiegano così). Gli ABM allargano questa intuizione a tutti gli aspetti dell’agire economico.

Molti dei lavori di Roventini sono basati proprio su modelli agent-based, in particolare quello di Dosi-Fagiolo-Roventini Schumpeter meeting Keynes [3] (d’ora in poi “K+S”) in cui gli autori fondano l’economia su due pilasti: quello della domanda aggregata keynesiana e quello dell’innovazione tecnologica come driver della crescita (o meglio dello sviluppo) di Schumpeter. Domanda keynesiana e offerta schumpeteriana si intrecciano e riescono a spiegare molto di più di quanto facciano da sole e in confronto ai modelli mainstream (DSGE/RBC). 

 https://youtu.be/5tfYL_mqrNI

Tale modello produce risultati keynesiani notevoli. Ad esempio, politiche keynesiane di gestione della domanda aggregata sono una condizione necessaria per ottenere crescita economia di lungo periodo. In Income Distribution, Credit and Fiscal Policies in an Agent-Based Keynesian Model[4] si evidenzia come la disuguaglianza nella distribuzione del reddito favorisce l’instabilità economica, un risultato “eterodosso” che spiega bene la crisi del 2007-8 e che persino in ambito maistream ha fatto più volte capolino. In Fiscal and monetary policies in complex evolving economies[5] gli autori ottengono dal modello altri risultati keynesiani riguardo l’effetto delle politiche fiscali di austerità, che risultano controproducenti, riducendo la crescita senza migliorare le finanze pubbliche. Anche le politiche monetarie restrittive, tese unicamente a contenere l’inflazione, presentano effetti avversi. Il mantra della stabilità monetaria andrebbe preso meno alla lettera insomma.

Il modello “K+S” risulta adatto anche ad analizzare il mercato del lavoro. Anche qui i risultati keynesiani sono evidenti. In When more Flexibility Yields more Fragility: the Microfoundations of Keynesian Aggregate Unemployment[6] gli autori trovano che le rigidità, per quanto possano avere effetti avversi a livello micro in termini di mobilità dei lavoratori tra imprese, hanno però un grande vantaggio a livello macro, con una crescita più elevata e meno volatile, e minore disoccupazione. Un risultato che ci ricorda molto quanto Keynes sostenne proprio nella Teoria Generale (capitolo 19) a proposito delle politiche che favoriscono la riduzione dei salari, le quali riducono la domanda e attraverso la deflazione minano la stabilità. In The effects of labour market reforms upon unemployment and income inequalities: an agent-based model[7] si analizzano le “riforme strutturali” del mercato del lavoro e si conclude che esse aumentano la disuguaglianza e la disoccupazione.

Nel paper Causes and Consequences of Hysteresis: Aggregate Demand, Productivity and Employment[8] si affaccia un altro caposaldo keynesiano (o meglio Post Keynesiano), quello dell’isteresi. L’idea che un’economia possa rimanere permanentemente debilitata da uno shock avverso era stata introdotta da Blanchard e Summers in un noto lavoro seminale (Hysteresis and the European Unemployment Problem) in cui si attribuiva la colpa alla rigidità del mercato del lavoro e in particolare al conflitto tra chi è occupato e chi non lo è (insiders vs outsiders). Qui invece l’isteresi emerge dal crollo della domanda aggregata che riduce gli investimenti e crea disoccupazione e, con il passare del tempo, tale disoccupazione diviene strutturale. Un mercato del lavoro più rigido, al contrario, sostiene la domanda e riduce gli effetti di isteresi di uno shock. Va detto tuttavia che lo stesso Summers oggi parla di isteresi in termini molto diversi, arrivando a sostenere che la domanda crea l’offerta.

In What if supply-side policies are not enough? The perverse interaction of flexibility and austerity[9] ci si chiede se le tanto decantate politiche attive del lavoro in un mercato del lavoro flessibile siano migliori dei più tradizionali sussidi e della gestione della domanda keynesiana pre-rivoluzione neoliberista. La risposta è no. Alla fine dei conti puoi anche avere i lavoratori più formati del mondo e gli uffici di collocamento più efficienti, ma se la domanda latita, gli imprenditori non assumono. Almeno da questo punto di vista i sussidi influenzano direttamente la domanda aggregata e risultano più efficaci anche nell’evitare il deterioramento delle competenze che le politiche attive dovrebberon elle intenzioni dei proponenti, affrontare.

Il paper Rational Heuristics? Expectations and Behaviors in Evolving Economies with Heterogeneous Interacting Agents[10], che vede tra i suoi autori anche Stiglitz, scopre che le aspettative euristiche – l’idea cioè che gli esseri umani prendano le loro decisioni seguendo modelli semplici e rapidi da “calcolare” mentalmente – sono migliori di strategie più complesse. Accade cioè che di fronte a incertezza radicale Knightiana e scenari mutevoli e imprevedibili, la formazione di aspettative basate su regole semplici produca risultati migliori in termini individuali e aggregati e migliori previsioni, con tutto ciò che ne consegue in termini di stabilità e crescita. Perciò i modelli di aspettative adattive, normalmente considerati “non razionali” dalla teoria economica mainstream, sono invece effettivamente razionali in ambienti macroeconomici con agenti eterogenei interagenti e “fondamentali” mutevoli. Non sono quindi da considerarsi una seconda scelta per risparmiare tempo e fatica, ma permetto agli agenti di ottenere risultati migliori  rispetto ad alternative econometriche sofisticate.

Concludiamo con altri due lavori empirici di cui è coautore Roventini ([11] e [12]), in cui gli autori si occupano dei differenti effetti del debito pubblico e del debito privato sul Pil, dai quali risulta che il primo è preferibile al secondo in termini di effetti e di stabilità e che le dimensioni del moltiplicatore fiscale sono significativamente influenzate dalla presenza o meno di strette creditizie. In particolare, in periodi di restrizione creditizia, i moltiplicatori sono significativamente superiori ad uno. 

* * * *

Selezione di paper di A. Roventini

Eventi estremi e modelli mainstream

[1] Fagiolo G., M. Napoletano, and A. Roventini (2008), Are Output Growth-Rate Distributions Fat-Tailed? Some Evidence from OECD Countries, Journal of Applied Econometrics, vol. 23, pp. 639-669.

Questo lavoro esplora alcune proprietà distributive delle serie temporali aggregate del tasso di crescita del prodotto. Si dimostra che, nella maggior parte dei paesi OCSE, le distribuzioni del tasso di crescita della produzione sono ben approssimate da densità simmetriche esponenziali con code molto più grasse di quelle di una distribuzione gaussiana. Le fat tails emergono in modo robusto nei tassi di crescita della produzione indipendentemente da: (i) il modo in cui si misura la produzione aggregata; (ii) la famiglia di densità utilizzate nella stima; (iii) la durata dei ritardi temporali utilizzati per calcolare i tassi di crescita. Si dimostra anche che le fat tails caratterizzano ancora le distribuzioni del tasso di crescita della produzione anche dopo aver eliminato outlier, autocorrelazione ed eteroscedasticità.

Versione working paper http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2006-23.pdf

[2] Ascari G., G. Fagiolo, and A. Roventini (2015), Fat-Tail Distributions and Business-Cycle Models, Macroeconomic Dynamics, vol. 19, p. 465-476.

Recenti risultati empirici indicano che le variabili macroeconomiche sono raramente distribuite normalmente. Ad esempio, le distribuzioni delle serie temporali aggregate del tasso di crescita del prodotto di molti paesi OCSE sono ben approssimate da densità simmetriche esponenziali (EP) con code di Laplace. In questo lavoro si valuta se i modelli Real Business Cycle (RBC) e New-Keynesian (NK) standard di scala media siano in grado di replicare questa regolarità statistica. Entrambi i modelli sono simulati assumendo shock con distribuzioni Gaussiane e Laplaciane per studiare le proprietà statistiche delle serie temporali simulate. I risultati mettono in dubbio che i modelli RBC e NK siano in grado di fornire una rappresentazione soddisfacente dei meccanismi di trasmissione che collegano gli shock esogeni alle dinamiche macroeconomiche.

Versione working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2012-02.pdf

 

Modelli Agent-based tra Keynes e Schumpeter

[3] Dosi G., G. Fagiolo, and A. Roventini (2010), Schumpeter Meeting Keynes: A Policy-Friendly Model of Endogenous Growth and Business Cycles, Journal of Economic Dynamics and Control, vol. 34, pp. 1748-1767.

Questo paper studia un modello Agent-Based che collega le teorie keynesiane della generazione della domanda e le teorie schumpeteriane della crescita economica alimentata dalla tecnologia. Utilizziamo il modello per studiare le proprietà delle dinamiche macroeconomiche e l’impatto delle politiche pubbliche sull’offerta, sulla domanda e sui “fondamentali” dell’economia. Riteniamo che le complementarità tra fattori che influenzano la domanda aggregata e fattori di cambiamento tecnologico influiscano sia sulle fluttuazioni “a breve” che sui percorsi di crescita a lungo termine. Da un punto di vista normativo, le simulazioni mostrano una corrispondente complementarità tra le politiche Keynesiane e Schumpeteriane nel sostenere percorsi di crescita di lungo periodo caratterizzati da fluttuazioni e livelli di disoccupazione accettabili. La corrispondenza o l’inadeguatezza tra l’esplorazione innovativa delle nuove tecnologie e le condizioni della generazione della domanda sembrano suggerire la presenza di due distinti “regimi” di crescita (o assenza di questi) caratterizzati da fluttuazioni di diversa ampiezza  e livelli differenti di disoccupazione.

versione working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2008-21.pdf

[4] Dosi G., G. Fagiolo, M. Napoletano, and A. Roventini (2013), Income Distribution, Credit and Fiscal Policies in an Agent-Based Keynesian Model, Journal of Economic Dynamics and Control, vol. 37, pp. 1598-1625.

Questo articolo studia le relazioni tra distribuzione del reddito e politiche monetarie/fiscali utilizzando una versione aumentata con il credito del modello keynesiano basato su agenti sviluppato in Dosi et al. (2010). Modelliamo un settore bancario e un’autorità monetaria che fissano tassi di interesse e condizioni creditizie in un quadro che combina i meccanismi keynesiani della generazione della domanda, un processo di crescita basato sull’innovazione schumpeteriana e la dinamica del credito Minskiana. Dimostriamo che il modello è in grado di rappresentare un insieme ricco di regolarità empiriche alla base delle recessioni attuali e passate, tra cui l’ impatto dei fattori finanziari sull’economia reale e il ruolo nella distribuzione del reddito. Riteniamo che le economie più disuguali siano esposte a fluttuazioni più gravi dei cicli congiunturali, a tassi di disoccupazione più elevati e a maggiori probabilità di crisi. Da un punto di vista di politica economica, il modello suggerisce che le politiche di bilancio attenuano i cicli economici, riducono la disoccupazione e la probabilità che si verifichi una crisi e, in alcune circostanze, influenzino anche la crescita a lungo termine. Inoltre, più la distribuzione del reddito è spostata verso i profitti, maggiori sono gli effetti delle politiche fiscali. I tassi di interesse hanno invece un forte effetto non lineare sulle dinamiche macroeconomiche. La regolazione del tasso d’interesse al di sotto di una determinata soglia non ha effetti rilevabili. Al contrario, l’aumento del tasso d’ interesse al di sopra di tale soglia produce una crescita della produzione sempre più volatile, tassi di disoccupazione più elevati e una maggiore probabilità di crisi.

versione working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2012-03.pdf

[5] Dosi, Giovanni & Fagiolo, Giorgio & Napoletano, Mauro & Roventini, Andrea & Treibich, Tania, 2015. Fiscal and monetary policies in complex evolving economies, Journal of Economic Dynamics and Control, Elsevier, vol. 52(C), pages 166-189.

In questo paper esploriamo gli effetti di combinazioni di politiche fiscali e monetarie alternative nell’ambito di diversi regimi di distribuzione del reddito. In particolare, ci proponiamo di valutare le regole fiscali in economie soggette a crisi bancarie e a profonde recessioni. Lo facciamo utilizzando un modello ad agenti, popolato da imprese eterogenee di beni di consumo e di capitale, banche eterogenee, lavoratori/consumatori, una banca centrale e un governo. Dimostriamo che il modello è in grado di riprodurre un’ampia gamma di regolarità empiriche macro e micro, in cui sono presenti fatti stilizzati riguardanti le dinamiche finanziarie e le crisi bancarie. I risultati della simulazione suggeriscono che il policy mix più appropriato per stabilizzare l’economia richiede politiche di bilancio anticicliche non vincolate, in cui gli stabilizzatori automatici sono liberi di attenuare le fluttuazioni dei cicli congiunturali, e una politica monetaria mirata anche all’occupazione. Regole fiscali restrittive, invece, come il Patto di Stabilità e Crescita o il Fiscal Compact, deprimono sempre l’economia senza migliorare le finanze pubbliche, anche quando si considerano clausole di salvaguardia in caso di recessione. Di conseguenza, le politiche di austerità sembrano essere auto-distruttive. Inoltre, dimostriamo che gli effetti negativi di regole fiscali sono amplificati da politiche monetarie conservatrici incentrate esclusivamente sulla stabilizzazione dell’inflazione. Infine, gli effetti delle politiche monetarie e fiscali si accentuano con l’aumentare della disuguaglianza di reddito.

versione working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2014-07.pdf

 

Agent based models e mercato del lavoro

[6] Dosi G., Pereira, M., Roventini A., and Virgillito M. E. (2017), When more Flexibility Yields more Fragility: the Microfoundations of Keynesian Aggregate Unemployment, Journal of Economic Dynamics & Control, 81, pp. 162-186.

I salari sono un elemento di costo che incide in modo determinante sulla competitività delle singole imprese. Ma la spesa in salari è anche un elemento cruciale della domanda aggregata. Di conseguenza, un mercato del lavoro più “flessibile” e fluido, pur consentendo una più rapida ridistribuzione interaziendale del lavoro, potrebbe anche rendere l’intero sistema economico più fragile, più soggetto alle recessioni e più volatile. In questo lavoro investighiamo su alcune condizioni in cui tale congettura si applica. Il paper presenta un modello ad agenti eterogenei che indaga gli effetti di due “archetipi del capitalismo”, in termini di regimi di governance del lavoro – definiti dai meccanismi di determinazione dei salari, licenziamenti, protezione del lavoro e condivisione degli incrementi di produttività – su (i) regolarità del mercato del lavoro e (ii) dinamiche macroeconomiche (tasso di crescita a lungo termine, fluttuazioni del PIL, tassi di disoccupazione, disuguaglianze, ecc.). Il modello si basa sulla famiglia di modelli “Keynes meets Schumpeter” (Dosi et al., 2010), che incorpora esplicitamente diversi regimi microfondati del mercato del lavoro. I nostri risultati dimostrano che mercati del lavoro e relazioni di lavoro apparentemente più rigidi favoriscono la coordinazione sul mercato del lavoro e dei beni, conseguendo una crescita più elevata e meno volatile.

Versione working paper http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2016-06.pdf

[7] Dosi G., Pereira, M., Roventini A., and Virgillito M. E. (2017), The effects of labour market reforms upon unemployment and income inequalities: an agent-based model,  Socio-Economic Review, mwx054, https://doi.org/10.1093/ser/mwx054

Questo paper ha lo scopo di analizzare gli effetti delle riforme strutturali del mercato del lavoro attraverso un modello basato su agenti eterogenei. Partendo da Dosi et al., (2016b) introduciamo un cambio di regime politico caratterizzato da una serie di riforme strutturali sul mercato del lavoro, mantenendo costante la struttura dei mercati dei capitali e dei consumi. Confermando un recente rapporto del FMI (Jaumotte e Buitron, 2015), il modello mostra come le riforme strutturali del mercato del lavoro che riducono il potere contrattuale dei lavoratori e comprimono i salari tendono ad aumentare (i) la disoccupazione, (ii) la disuguaglianza funzionale del reddito e (iii) la disuguaglianza personale. Svolgiamo inoltre un’analisi globale di sensibilità su variabili e parametri chiave che conferma la solidità dei nostri risultati.

Versione working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2016-27.pdf

[8] Giovanni Dosi & Marcelo C. Pereira & Andrea Roventini & Maria Enrica Virgillito, (2017), Causes and Consequences of Hysteresis: Aggregate Demand, Productivity and Employment, Industrial and corporate change, forthcoming 

In questo lavoro sviluppiamo un modello basato su agenti in cui l’isteresi nelle principali variabili macroeconomiche (ad esempio PIL, produttività, disoccupazione) emerge dalle interazioni decentralizzate di imprese e lavoratori eterogenei. Basandoci sul modello di Dosi et al. (2016, 2017), specifichiamo un processo endogeno di accumulazione delle competenze dei lavoratori e un processo di ingresso delle imprese , studiandone gli impatti isteretici. L’isteresi è onnipresente. Tuttavia, ciò non è dovuto a imperfezioni del mercato del lavoro, ma piuttosto al funzionamento stesso delle economie decentrate caratterizzate da esternalità di coordinamento e da rendimenti dinamici crescenti. Così, contrariamente all’ipotesi dell’insider-outsider (Blanchard and Summers, 1986), il modello non supporta le conclusioni secondo cui relazioni industriali rigide possono favorire comportamenti isteretici nella disoccupazione aggregata. Al contrario, in linea con la recente discussione di Ball et al. (2014), questo contributo dimostra che in caso di grave recessione, e quindi di calo della domanda aggregata, fenomeni quali la riduzione dei tassi di investimento e di innovazione, il deterioramento delle competenze e la diminuzione delle dinamiche di ingresso sul mercato del lavoro sono candidati migliori per spiegare periodi di disoccupazione di lunga durata e una minore crescita della produzione. In questo modo, mercati del lavoro più rigidi smorzano le dinamiche isteretiche sostenendo la domanda aggregata, rendendo in tal modo l’economia più resiliente.

Versione working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2017-07.pdf

[9] Dosi G., Pereira, M., Roventini A., and Virgillito M. E. (2018), What if supply-side policies are not enough? The perverse interaction of flexibility and austerity, Scuola Superiore Sant’Anna, Institute of Economics, LEM Working Papers 2018/01.

In questo articolo sviluppiamo una serie di sperimentazioni sul mercato del lavoro e sulla politica fiscale nel modello basato sugli agenti “Schumpeter meeting Keynes” aumentato col credito e il lavoro. Il mercato del lavoro è declinato in due varianti istituzionali, “fordista” e “competitivo” destinati a catturare la transizione storica dal fordismo al periodo “Thatcher-Reagan”. All’interno di questi due regimi, analizziamo i diversi effetti delle politiche attive sul mercato del lavoro (ALMP) dal lato dell’offerta rispetto a quelle passive sul mercato del lavoro (PLMP). In particolare, analizziamo gli effetti delle ALMP volte a promuovere la ricerca di un posto di lavoro e a fornire formazione ai disoccupati. Successivamente raffrontiamo gli effetti di queste politiche con le indennità di disoccupazione esclusivamente orientate a sostenere il reddito e quindi la domanda aggregata. Considerando l’onere delle indennità di disoccupazione in termini di bilancio pubblico, colleghiamo tali misure agli obiettivi del Patto Europeo di Stabilità e Crescita. I nostri risultati mostrano che (i) un adeguato livello di competenze non è sufficiente a sostenere la crescita quando i lavoratori affrontano una domanda sfavorevole di manodopera; (ii) le politiche sul versante dell’offerta non sono in grado di invertire l’interazione perversa tra flessibilità e austerità; (iii) le PLMP superano le AMLP nel ridurre la disoccupazione e il deterioramento delle competenze dei lavoratori; e (iv) le politiche di gestione della domanda sono più adatte a mitigare le disuguaglianze e a migliorare e sostenere la crescita a lungo termine.

Working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2018-01.pdf

 

Aspettative semplici ma “razionali”

[10] Dosi, G., Napoletano M., Roventini A., Stiglitz J., and T. Treibich (2017), Rational Heuristics? Expectations and Behaviors in Evolving Economies with Heterogeneous Interacting Agents, Scuola Superiore Sant’Anna, Institute of Economics, LEM Working Papers 2017/31.

Analizziamo gli impatti individuali e macroeconomici di aspettative e regole di azione eterogenee all’interno di un modello ad agenti popolato da imprese eterogenee e interagenti. Gli agenti devono fare i conti con una complessa economia in evoluzione, caratterizzata da una profonda incertezza derivante da cambiamenti tecnici, informazioni imperfette e ostacoli al coordinamento. In queste circostanze, troviamo che né le dinamiche individuali né quelle macroeconomiche migliorano quando gli agenti sostituiscono le aspettative miopi con regole di apprendimento più complesse. Infatti, aspettative più sofisticate, ottenuto attraverso stime economiche basate sui minimi quadrati ricorsivi (RLS), producono previsioni individuali meno precise e peggiorano notevolmente le prestazioni dell’economia. Sperimentiamo infine agenti che si adattano semplicemente agli shock tecnologici, e dimostriamo che le prestazioni individuali e aggregate degradano drammaticamente. I nostri risultati suggeriscono che aspettative basate su euristiche  robuste, veloci e frugali non sono un’opzione second-best: sono invece “razionali” in ambienti macroeconomici con agenti eterogenei, interagenti e “fondamentali” mutevoli.

Working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2017-31.pdf

 

Debito, credito e politiche fiscali

[11] Ferraresi T., A. Roventini, and G. Fagiolo (2015), Fiscal Policies and Credit Regimes: A TVAR Approach, Journal of Applied Econometrics, vol. 30, pp. 1047-1072.

Nel presente lavoro investighiamo su come le condizioni dei mercati del credito influenzi in modo non lineare l’impatto delle politiche fiscali. Stimiamo un modello di autoregressione vettoriale TVAR su dati trimestrali statunitensi per il periodo 1984-2010. Utilizziamo lo spread tra il rendimento delle obbligazioni societarie con rating BAA e il rendimento dei titoli del tesoro a 10 anni come “proxy” per le condizioni di credito. I risultati empirici mostrano che la risposta del Pil agli shock di politica fiscale è più forte e persistente quando l’economia si trova in una situazione di stretta creditizia. I moltiplicatori fiscali sono abbondantemente e persistentemente più elevati di uno quando le imprese devono far fronte a costi di finanziamento crescenti, mentre sono più bassi e spesso inferiori a uno in regimi di credito “normali”. Dal punto di vista normativo, i nostri risultati suggeriscono ai responsabili politici di pianificare con attenzione le misure di politica fiscale in base allo stato dei mercati del credito.

Versione working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2013-03.pdf

[12] Guerini, M., Moneta, A., Napoletano M., and Roventini A. (2018), The Janus-Faced Nature of Debt: Results from a Data-Driven Cointegrated SVAR Approach, MacroeconomicDynamics, forthcoming.

In questo articolo, investighiamo gli effetti causali dei debiti pubblici e privati sulle dinamiche dell’output degli Stati Uniti. Stimiamo una batteria di modelli Cointegrated Structural Vector Autoregressive e identifichiamo gli shock strutturali utilizzando la Independent Component Analysis, una tecnica guidata dai dati che evita scelte di identificazione ad hoc. I risultati econometrici suggeriscono che l’impatto del debito sull’attività economica è un “Giano bifronte”. Gli shock del debito pubblico hanno un’influenza positiva e persistente sull’attività economica. Al contrario, l’aumento del debito privato ha invece un impatto positivo più moderato sul PIL, ma con il passare del tempo esso diminuisce. L’analisi dei possibili meccanismi di trasmissione rivela che il debito pubblico attrae (crowd-in) i consumi e gli investimenti privati. Al contrario, il debito delle famiglie  alimenta i consumi e la produzione a breve termine, ma li riduce nel medio periodo.

Versione working paper: http://www.lem.sssup.it/WPLem/files/2017-04.pdf

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Comments   

#2 Matteo 2018-03-16 10:19
Sono d'accordo in parte con quanto scritto nel precedente commento. Io rispetto al bravo economista Roventini ho altre perplessità. Premettendo che non ho letto gli articoli di Roventini, baso la mia valutazione su quanto scritto dal blog. Egli ha avuto la grande abilità di spiegare meglio aspetti empirici, pur sempre da un punto di vista teorico. Non ci sono dati (sulla base di quello che ho letto), ma credo siano basati su simulazioni che si sono dimostrati migliori nello spiegare (predire) meccanismi economici rispetto al mainstream. Qui mi riferisco a Friedman e Lucas in particolare, i quali, praticamente sulla base della sola teoria, hanno creato le basi per quella che è stata la peggior crisi finanziaria dopo quella del 1929. La teoria della complessità, con annessi e connessi, è molto promettente, ma manca di fondamenti empirici. Diceva un mio amico: con la teoria si può dimostrare tutto ed il contrario di tutto, ma è con i dati che bisogna provare a stabilire la bontà delle teorie. Per quanto riguarda il precedente commento: ok, siamo d'accordo, va tutto nella direzione del profitto, che ha una sua logica disumanizzante, però fino a che si critica senza proporre un sistema alternativo, la vedo difficile. Il comunismo? Storicamente agli occhi degli esseri umani ha perso. Roventini prova a mediare (secondo me), cercando di favorire politiche redistributive e promuovendo maggiore cooperazione tra paesi non strettamente legate a motivi nazionalistici. Fino a che non si riesce a promuovere e trascinare le persone verso un sistema differente, la critica di chi mi ha preceduto, dal mio punto di vista è abbastanza sterile.
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#1 clau 2018-03-10 20:52
Ringrazio innanzitutto la Rivista che ci presenta Andrea Roventini, il candidato ministro dell'eventuale governo 5stelle, un economista di indubbio elevato profilo teorico. Prendo atto, inoltre. che Luigi Di Maio, che lo ha scelto insieme a tanti altri cattedratici, da queste prime mosse non sembra essere quel "giovane allievo burocrate reazionario di periferia", che sulla base di niente mi era sembrato. Per averlo sommariamente dipinto in quell’orribile modo, chiedo scusa, anche se dobbiamo ancora vederlo all'opera, per capire di che taglio borghese è fatto.
Premesso ciò, osservo: non è detto che un bravo economista che lavora su modelli teorici astratti, nella pratica in cui si debbono risolvere contemporaneamente molteplici problematiche confliggenti tra loro, in cui si presentano le più disparate situazioni più o meno tragiche e concomitanti, in cui si deve ottenere ciò che interessa alla classe dominante, ossia realizzare il massimo profitto possibile, indipendentemente da quello che sarebbe teoricamente e socialmente corretto, fregandosene altamente delle condizioni in cui versano gli operai e le altre classi subordinate, del livello di disoccupazione e di tutto il resto, sia altrettanto bravo e capace a risolvere gli irrisolvibili problemi che il sistema continuamente pone. E' però positivo, che un economista di elevato livello, che si è speso per anni nel cercare di dimostrare che le politiche di austerità producono effetti opposti a quelli voluti, possa un domani andare a Bruxelles a sostenere le proprie ragioni, nell'interesse della popolazione italiana, europea e mondiale. Ma è anche vero che se fino a aggi, tali teorie, per precisi interessi economici e politici del grande capitale, sono state respinte, sarà difficile che il designato ministro riesca a fargli cambiare impostazione.
Al di là comunque di tutte le splendide teorizzazioni, va precisato che si tratta di elaborazioni teoriche che mirano ad efficientare il sistema capitalistico di produzione, che si basa sul profitto estorto dallo sfruttamento della forza-lavoro, sulla produzione per il mercato e sulla competitività tra produttori, il che lo portano periodicamente ed irrimediabilmente a misurarsi con terribili e prolungati periodi di crisi, come quello iniziato nell'ormai lontano 2008. E queste dotte teorie girano elegantemente attorno all'irrisolvibile problema, cercano in qualche modo di mitigarlo, ma non possono pensare e non pensano di poterlo evitare.
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