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Separazioni, divorzi e scissioni mancate

La riforma del Senato è servita

di Giorgio Salerno

senato comdono 537x315La riforma del Senato è fatta. “Il sacrificio della patria nostra è consumato” direbbe oggi l’eroe foscoliano Jacopo Ortis. La legge costituzionale è passata con 179 voti favorevoli, 17 no (SEL e Fittiani), 7 astenuti e mezzo Senato assente. Una maggioranza ampia che supera di 18 voti i 161 necessari corrispondenti alla metà più uno dei componenti della seconda Camera.

Sono stati determinanti i 13 voti del gruppo di Verdini, i 2 della coppia Bondi-Repetti, i 3 del gruppo GAL ed i 2 in dissenso di Forza Italia. La minoranza Dem, fino a ieri forte di 29/30 dissidenti, è stata silente, allineata e dissolta. Hanno resistito votando no o astenendosi solo Mineo, Tocci, Casson e la senatrice Amato assente. Assistendo al dibattito, meritoriamente trasmesso in diretta dalla RAI e guardando le facce, i sorrisi, le strette di mano – singolare quella tra Verdini e Napolitano – mentre si faceva scempio della Carta costituzionale, tornavano a mente le accorate parole di Ugo Foscolo. Tuttavia si spera, diversamente da Jacopo Ortis, che non tutto sia perduto e che il referendum ribalterà questo vergognoso risultato.

E’ stato detto ed illustrato efficacemente che il combinato disposto tra Italicum e Senato prefigura una drastica diminuzione della democrazia, uno schiacciante prevalere dell’esecutivo sul parlamento ed un potere assoluto del Presidente del Consiglio sempre più dominus, uomo solo al comando.

Il principale argomento, avanzato dai fautori di questa riforma, è stato quello di ricordare che già molti padri costituenti – Mortati, Dossetti, Lazzati – erano favorevoli al mono cameralismo. La burbera Anna Finocchiaro, già dalemiana, bersaniana ed oggi renziana, con tono falsamente soave lo ribadiva con arrogante soddisfazione in una recente trasmissione televisiva intervistata da Floris.

La Presidente della Commissione Affari Costituzionali è troppo intelligente e preparata per non sapere che i padri costituenti, dubbiosi sul modello bicamerale, erano invece profondamente convinti, ed in tal senso decisero, che il sistema elettorale dovesse essere rigorosamente proporzionale, assicurare che il Parlamento fosse specchio del paese, che i deputati rappresentassero anche correnti di opinione minoritarie, che ‘fotografassero’ il paese reale. In breve è il principio di ‘una testa un voto’.

Tra le tante falsità avanzate per far ‘digerire’ questa sconcezza, quella della Finocchiaro è stata tra le più insidiose poiché diceva una mezza verità tacendo sul contesto in cui queste posizioni si collocavano.

Si è arrivati a questo punto perchè la minoranza del PD ha ceduto accontentadosi di concessioni che non mutano l’impianto di fondo della cosiddetta riforma. Vi sono state mal riposte speranze nella ‘sinistra dem’, ci siamo fidati troppo delle veementi affermazioni che di fronte ai cambiamenti costituzionali non vi era disciplina di partito che tenesse (Bersani). Asor Rosa ha stigmatizzato il comportamento della minoranza del PD definendola ridicola e penosa.

Antonio Padellaro sul Fatto e Paolo Mieli sul Corriere della Sera, in due articoli di fine agosto, si chiedevano cosa possa e debba essere la sinistra, non solo in Italia, in questa fase della vita politica. La tesi di fondo dei due testi è che la sinistra non deve scindersi perché procurerebbe solo dei danni al partito madre e, per sopramercato, Mieli aggiunge che per vincere deve occupare il centro.

Sul concetto di separazione è alquanto singolare che un principio ritenuto, giustamente, valido per la vita privata (quando due coniugi non vanno più d’accordo su niente è giusto e salutare separarsi) viene considerato negativamente se applicato alla vita politica. Ma anche in questo ambito ricordiamo tutti cosa si disse all’epoca della frantumazione della ex Cecoslovacchia, Jugoslavia et coetera: non si possono tenere insieme popoli ed etnie che non vogliono piu’ continuare un percorso comune, non si possono tenere uniti chi vuole separarsi. E’ il principio dell’autodeterminazione dei popoli. (E’ anche vero che i maestri della doppia morale sono pronti a rinnegare questo principio quando non lo considerano più conveniente rispetto ad altri interessi geo-politici: allora si ricorre al principio dell’intangibilità delle frontiere, vedi l’Ucraina oggi).

L’articolo di Padellaro, dal tono divertentemente provocatorio, vuole dare un disinteressato consiglio alla sinistra del PD: essa farebbe bene a restare nel partito perché solo dall’interno dello stesso puo’ continuare ad avere voce in capitolo, non condannarsi all’irrilevanza, sparire dai talk show. Invece dando vita ad un nuovo soggetto politico (parola che fa venire l’orticaria all’estensore dell’articolo), con Sel, Landini, Cofferati, RC e rimasugli vari potrebbe forse raccogliere anche una percentuale di voti interessante ma comunque non incidere più di tanto sulla scena politica. In sostanza farebbe la fine del PSIUP di Basso, Foa, Vecchietti, Libertini, che pur avendo raccolto un milione e mezzo di voti si sciolse dopo pochi anni.

Sarebbe facile ribattere che la sinistra dem è diventata veramente irrilevante oggi, molto più di ieri, mentre se avesse votato no avrebbe sicuramente inciso profondamente sugli equilibri politici non solo del proprio partito ma di tutto il panorama politico. Per quanto riguarda il PSIUP, invece, la scissione fu utilissima per evitare che il PCI si accodasse pedissequamente alla politica del Centro-sinistra nenniano. Giorgio Amendola, leader della destra del partito, (allora si chiamava cosi, dopo si chiamò migliorista), fu costretto, arrampicandosi sugli specchi, a scrivere un editoriale sull’Unità in cui assegnava al PCI il compito di essere unitario per due, verso il PSI e verso il PSIUP. Le divergenze….parallele!

Di ben altro tono l’articolo irridente e sbeffeggiante di Paolo Mieli. L’autore, già militante in gioventu’ di Potere Operaio, l’organizzazione di Piperno e Scalzone, divenuto poi il più autorevole esponente del ‘mielismo’ politico e giornalistico, fa tornare alla mente la poesia che Pier Paolo Pasolini dedico’ “Ad alcuni radicali” (quelli del Mondo di Pannunzio) (Lo spirito, la dignità mondana,/l’intelligente arrivismo,l’eleganza,/l’abito all’inglese e la battuta francese,/il giudizio tanto più duro quanto più liberale,/la sostituzione della ragione alla pietà,/la vita come scommessa da perdere da signori,/vi hanno impedito di sapere chi siete:/coscienze serve della norma e del capitale.)

“Proletari di tutto il mondo unitevi”. Inizia proprio cosi’ il pezzo dell’ineffabile Mieli, da trasecolare. E poi giù con il randello: il cofferatiano Luca Pastorino ha fatto perdere la Paita in Liguria, gli scissionisti di Syriza faranno perdere le elezioni (non si era ancora votato in Grecia) a Tsipras, Jeremy Corbin impedirà al Labour di vincere le elezioni in Gran Bretagna, Oskar Lafontaine toglie voti alla sinistra tedesca e costringe la SPD ad allearsi con Angela Merkel. In sostanza per Mieli la sinistra ‘buona’ è quella che non è più sinistra come il Labour di Tony Blair, la SPD di Schroder, il PD di Renzi e cosi’ via. In epoca di grandi mistificazioni una delle più grandi è proprio questa falsificazione nominalistica e terminologica per cui partiti che furono di sinistra, e ne conservano solo il nome (il PD nemmeno questo), sono considerati solo per questo ancora socialisti o progressisti. Che facciano poi politiche neo-liberiste o schiettamente conservatrici e di destra i commentatori come Mieli fanno finta di non saperlo o di non vederlo. A loro piace la sinistra che fa la destra ma bisogna far credere, allo sprovveduto elettore, che sia sempre ‘sinistra’.

Stefano Fassina con una lettera al Corriere ha molto efficacemente contestato le affermazioni dell’articolo: Mieli scambia le cause con gli effetti. “Le scissioni e le costruzioni avviate sono effetti non cause della sconfitta della sinistra. Seguono le scissioni di popolo. In Italia larga parte del popolo pd ha lasciato il PD” dopo il Jobs Act, dopo la riforma della scuola e, prosegue Fassina, è vano restare nel partito con l’idea di riconquistarlo ad una politica di sinistra perché “non considero Matteo Renzi un intruso ma interprete abile ed estremo del PD nato al Lingotto” quello di Veltroni, “segnato dalla democrazia plebiscitaria dello statuto e dal liberismo europeista del programma”.

Parole ampiamente condivisibili ma come passare dalle parole ai fatti? Come dare consistenza organizzativa ai tanti senza partito, socialisti, comunisti, ‘radicali liberi’, citoyens,”un volgo disperso che nome non ha”, manzonianamente parlando?

Gli avversari politici fanno il loro mestiere e non vogliamo imputare loro le nostre difficoltà perché il vero problema è che coloro i quali si considerano di sinistra in questo paese, non riescono a fare il proprio di mestiere.

Le prime delusioni ci sono già state, la “Cosa Rossa” non decolla. SEL appare divisa sulla partecipazione alle prossime elezioni amministrative: se in alleanza con il PD in alcune città come Milano o Napoli o all’interno di una coalizione alternativa al PD ovunque, senza eccezioni. Dire di lasciare ai territori la decisione da prendere caso per caso significa riconoscere che non vi sia una linea politica e che l’analisi sul PD sia ancora legata all’immagine di un centro-sinistra che fu. Non si vuol capire che il PD di Renzi è ormai lanciato per fare piazza pulita alla sua sinistra ed inglobare invece tutti quelli che provengono dal centro e dalla destra.

Civati, dopo la delusione per il non raggiungimento delle firme per i referendum da lui proposti senza accordi con altre forze di sinistra, pare non intenzionato per ora a concorrere alla creazione di un rassemblement di sinistra. Cofferati tace, L’altra Europa con Tsipras vuole stare ancora con Tsipras o con Varoufakis?

Un quadro non entusiasmante. Qualcuno ha proposto che, se ancora una volta non si riuscirà ad unire le forze e presentare un’alternativa credibile, i tanti leaders di questa sinistra dispersa possano andare in una salutare vacanza alle isole Falkland o anche all’isola di Pasqua, tra le pensose ed immobili statue di pietra.

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Stefano
Monday, 19 October 2015 10:31
I signori citati nell'articolo di Giorgio Salerno, tutti dissidenti nei confronti del PD, in verità dormono tutti sonni tranquilli poiché la loro condizione economica non ha niente, ma proprio niente a che fare col famoso proletariato. Ma ve l'immaginate un Civati proletario? e un Fassina? un Bersani, poi, dà l'idea del buon padre di famiglia che ci tiene a non dilapidare i risparmi messi su con tanta fatica: càspita, rischiarli per una scissione, ma siamo matti? Che hanno a che fare, questi individui, con tutta la tradizione sindacale e di matrice comunista, ma anche socialista, degli anni '50,'60 e mettiamoci pure i '70? Per me, nulla, sono un'altra cosa, altro che proletariato! Sono, in verità, individualisti e narcisisti, ognuno attaccato alla propria piccola rendita - e non solo in senso figurato - di posizione in attesa che il potere si accorga di loro. Guardate quel capolavoro di opportunismo intrallazzone che risponde al nome di Gennaro Migliore: lui appartiene alla stessa schiatta dei già citati, solo che è meno schizzinoso, va più per le spicce. Quindi, che facciamo, la lunga marcia? Sì, se il panorama politico italiano fosse tutto riconducibile alla palude già descritta. Ma, io mi chiedo, perché non prendere atto che in Italia, oggi, esiste un movimento di protesta, certamente non riconducibile agli aurei canoni della sinistra, ma di protesta, fuori e dentro il Parlamento; un movimento che potrebbe diventare veicolo di cambiamento, anche di sinistra, se solo la si piantasse di esibire sempre quella maledetta spocchia che caratterizza tutti quelli che credono di avere la verità in tasca solo perché sono stati, sono e saranno di sinistra? Che non si sa più ormai che cosa sia questa sinistra se anche la dott.ssa Boschi si professa tale. Il M5S, oggi, rappresenta l'unica opportunità disponibile per cercare di invertire, e radicalmente, la linea di tendenza espressa da Renzi; e che cosa fa la "sinistra" in Italia? Invece di nattivarsi per praticare una efficace forma di entrismo, litiga spocchiosamente come tanti galletti ognuno dei quali si sente l'ombelico del mondo o, nella migliore delle ipotesi, si prepara a una lunga marcia, lunghissima quasi "asintotica", pur di non misurarsi con le opportunità presenti nella fase politica. E magari questi ultimi si definiscono pure "leninisti"|!
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Enea Bontempi
Sunday, 18 October 2015 23:22
Occorre prendere atto della differenza irriducibile tra la nozione di ‘sinistra’ e il concetto di ‘partito comunista’. Come sappiamo ormai da alcuni anni, il voto della sinistra si è frantumato dirigendosi verso l’astensione, verso il cosiddetto “voto utile” al Pd e a Sel, ma anche verso il voto alle formazioni populistiche, come il M5S e la Lega Nord. Abbiamo così assistito alla fine di una fase iniziata, almeno in Italia, con il collaborazionismo delle sinistre sedicenti “radicali” (Prc e Pdci) rispetto alla borghesia e la loro progressiva delegittimazione rispetto al proletariato: epoca che si è conclusa con la loro scomparsa dal parlamento. La bancarotta politica, ideologica e morale delle formazioni opportuniste, non meno che la costituzione del Pd, partito della borghesia imperialista, dovrebbero indurre ad una seria riflessione coloro che hanno sopravvalutato il grado di permeabilità di tali formazioni rispetto a posizioni autenticamente comuniste e che non si rendono ancora conto che una fase della storia del movimento di classe, legata alla nozione otto-novecentesca di ‘sinistra’, si è definitivamente chiusa. Ciò è reso ancor più evidente dalla presenza, dentro la sinistra, di una cultura anticomunista e pro-imperialista sempre più diffusa, che ostacola fortemente lo sviluppo di un metodo e di una teoria capaci di superare il movimentismo e la pura protesta: quel movimentismo e quella protesta che sono, per dirla con Mao Tse-tung, come i palloni che, quando piove, si afflosciano. Quella che un partito comunista degno di questo nome deve intraprendere è dunque una ‘lunga marcia’ verso i lavoratori, verso le fabbriche, verso gli uffici, verso le periferie, verso le scuole e le università: i tanti luoghi nei quali nessuno sa più quali siano le grandi ragioni di un partito comunista fondato sul socialismo scientifico. Questa ‘lunga marcia’ va condotta all’insegna della parola d’ordine formulata da un grande dirigente della socialdemocrazia tedesca, un marxista della ‘seconda generazione’, August Bebel, che in questi precisi termini indicò i cómpiti del movimento di classe negli anni ottanta del XIX secolo: «Studiare, propagandare, organizzare». Il cómpito immediato che si pone è perciò quello di lavorare a diffondere tra le masse un’idea di partito comunista animata dal gramsciano “spirito di scissione”. Un’idea che nasce dalla volontà e dalla capacità di tracciare una netta linea di demarcazione che separi nell’economia il lavoro salariato dal capitale, nella società il proletariato dalla borghesia, nella politica i comunisti dalla sinistra, nell’ideologia i rivoluzionari dagli opportunisti.
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