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intrasformazione

Gli equivoci del populismo

di Edoardo Greblo

introduzione populismo libro di alain de benoistPopulismo è una parola abusata. L’uso polemico che prevale nella discussione pubblica ha trasformato il termine nell’etichetta che le élites mainstream applicano a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. Ma il concetto rimane ambiguo e controverso anche nella discussione scientifica.1 Il populismo viene generalmente considerato come una strategia di mobilitazione politica che considera come mero formalismo la legittimazione elettorale e promuove una politica della personalizzazione centrata su un leader carismatico capace di concentrare nell’unità della sua persona la “volontà generale”.2 Altre interpretazioni ne mettono invece in evidenza lo “stile politico”3, incentrato sulla polarizzazione fra una comunità del “noi” contrapposta agli altri4 e su un discorso antirappresentanza5, che fa ricorso a soluzioni semplicistiche per risolvere problemi politici complessi attraverso un linguaggio diretto e immediato, che si appella al senso comune della ‘gente’ per denunciare la congiura dei disonesti perpetrata dalle élites economiche, mediatiche, finanziarie e intellettuali6. Altre ancora fanno riferimento a un heartland, e cioè a un nucleo stabile di significati tradizionali7 in sintonia con la destra e la reazione contro la modernità8, o a una thin-centered ideology, una ideologia debole che assume la propria collocazione di destra o di sinistra a seconda dei leader politici, dei paesi e delle circostanze9.

È opinione generalmente condivisa, comunque, che per il populismo la società sia attraversata da una relazione antagonistica fondamentale tra il popolo, concepito come una entità omogenea e indifferenziata, e le élites, considerate come oligarchie autonome e paternalistiche corrotte e improduttive. Il populismo si configura come un “appello” rivolto al popolo “contro tanto la struttura consolidata del potere quanto le idee e i valori dominanti della società”10, poiché le élites vengono accusate di privatizzare le istituzioni politiche per metterle al servizio di una “casta” economica, politica e finanziaria nella quale ci si scambia disinvoltamente ruoli e incarichi11.

Esso mira perciò a restituire il potere al popolo e a ripristinarne la piena sovranità dando immediata espressione della volontà popolare, come se “la democrazia significasse il potere del popolo e soltanto del popolo”12. Il populismo è perciò diffidente nei confronti delle negoziazioni e dei compromessi attuati negli organismi parlamentari e sottolinea la necessità di una politica della volontà e della decisione che sposti l’equilibrio costituzionale dei poteri a vantaggio dell’esecutivo. Il parlamento dello Stato democratico di diritto, il luogo in cui si realizza una pubblica discussione delle opinioni politiche, dovrebbe cedere il passo alla forza plebiscitaria dell’omogenea volontà popolare che si incarna nel leader carismatico, il quale personifica l’intero popolo a livello simbolico e istituzionale anche al di là e al di sopra dei rappresentanti eletti.

Alla luce di questo dibattito, è inevitabile concludere che il populismo rappresenta una “tentazione”13 ricorrente del discorso pubblico, poiché evoca conflitti d’azione che traggono origine da contrasti di interesse per i quali una politica ritenuta burocraticamente alienata non trova soluzioni. Il fatto che questa “tentazione” sia alla base dei terremoti politici del nostro tempo nasce dal fatto che le condizioni imposte dalla globalizzazione neoliberale rendono gli ideali della democrazia moderna sempre più difficili da realizzare. La crescente disillusione nei confronti dei partiti consolidati ha lasciato che la protesta e la proposta venissero fatte proprie da forze genericamente etichettabili come “antistema”, le quali hanno acquistato energia per effetto della crescente insofferenza nei confronti di una politica percepita – a torto o a ragione – come tutta interna alle logiche del “sistema”. Tuttavia, anche se il populismo assume forza e vigore, come afferma lilek, in “tempi interessanti”14, si tratta di un fenomeno che non può essere considerato estraneo alle classiche promesse democratiche, prima fra tutte l’impegno a rispettare la volontà popolare, alle quali anzi dichiara esplicitamente di ispirarsi. Ciò nonostante, il populismo altera il fragile equilibrio tra le due diverse fonti di cui si alimenta il senso normativo dello Stato democratico di diritto: da un lato il “sistema dei diritti”, che serve a dare forza di legge ai diritti soggettivi che delimitano il raggio legittimo delle libertà private; dall’altra il “principio democratico”, il quale consente al popolo di intendere se stesso come l’autore di quelle stesse leggi di cui è destinatario15.

In alcune circostanze, però, il compromesso politico che lo Stato democratico di diritto si è dimostrato capace di instaurare tra queste due fonti può diventare instabile. La triplice crisi scoppiata nel 2008 – che vede coinvolti le banche, i governi statali e lo sviluppo economico e che ha generato povertà, lavoro precario sottopagato, disgregazione sociale, debito predatorio, incertezza del presente e del futuro – rappresenta precisamente una queste circostanze. È la condizione di disagio economico- sociale ad alimentare la crescente insofferenza dei cittadini nei confronti della politica, a incrementare la perdita di legittimazione del “sistema” che deriva dal voto di protesta e dalla diserzione delle urne e, soprattutto, a rafforzare la ribellione anti-establishment di cui il populismo è, a suo modo, voce ed espressione. Il populismo rappresenta, in questo senso, una rivendicazione della sovranità popolare, e quindi dell’elemento democratico, all’interno di un sistema della rappresentanza che rende sostanzialmente ininfluente la volontà politica di chi è e si sente escluso. Una rivendicazione che è anche, però, tutt’altro che priva di incognite, poiché può risultare dirompente per la grammatica costituzionale che regola lo Stato democratico di diritto, in particolare per i filtri istituzionalizzati delle procedure che disciplinano l’esecuzione della volontà popolare. In democrazia, sono i processi formali di creazione parlamentare dell’opinione e della volontà a fare in modo che maggioranza e minoranza si sentano egualmente motivate a rispettare le regole del gioco: la prima per timore di perdere il potere, la seconda nella speranza di un ricambio di potere e quindi di una regolare alternanza tra governo e opposizione.

L’equivoco del populismo nasce dalla tendenza a scambiare il contenitore, lo Stato costituzionale e rappresentativo, con il contenuto, una politica al servizio delle élites economiche, mediatiche, e finanziarie. La critica a una democrazia svuotata da processi oligarchici può così deragliare in una critica generalizzata al principio stesso della rappresentanza, un principio che si basa sull’assunto razionalistico secondo il quale l’interesse collettivo può essere accertato solo al livello deliberativo dei corpi rappresentativi, e perciò staccandosi dal piano della volontà popolare empirica. La tentazione populista nasce dalla convinzione che un’alternativa sia possibile solo restituendo lo “scettro al principe”, dando così attuazione al principio per cui ogni potere dello Stato discende dal popolo anche, però, attraverso modelli di lotta politica suscettibili di alterare il delicato compromesso tra sovranità e diritti inviolabili su cui si fonda lo Stato democratico di diritto. È per questo insieme di ragioni che appare riduttivo definire i populisti come i “nuovi barbari”, dediti unicamente a sovvertire i codici di sistema e a riportare la democrazia al grado zero della semplificazione politica. Nella democrazia moderna il populismo è una tentazione ricorrente perché è l’espressione di un’istanza di partecipazione democratica dei cittadini, in quanto dà voce al desiderio di “portare la politica al popolo” ispirandosi alla fonte democratica della democrazia costituzionale16. Ne sarebbe, in questo senso, il lato critico, espressione della volontà di riequilibrare la distribuzione politica del potere e di costringere la politica dello Stato a rispettare i reali interessi del “popolo”.

Ora, se lo si considera come una forma di mobilitazione politica che si propone di riportare il potere organizzato dello Stato in sintonia con il principio democratico, secondo il quale i cittadini devono legare la loro volontà soltanto alle leggi che si sono autonomamente dati, il populismo può essere analizzato secondo tre diversi punti di vista. Anzitutto, dal punto di vista specificamente politico, il populismo può essere considerato come una possibilità permanente della democrazia moderna, compatibile con la sua impostazione rappresentativa e con i processi istituzionali di consultazione e decisione giuridicamente istituzionalizzati nello Stato di diritto. In secondo luogo, può essere analizzato spostando l’attenzione sui canali partecipativi attivati dal populismo e che scorrono in parallelo o in alternativa alle operazioni condotte secondo le procedure ordinarie della routine democratica. Con la sua denuncia della vacuità della rappresentanza, esso apre alla possibilità che le procedure di routine restino aperte agli stimoli di rinnovamento provenienti dalla società, anche sovrapponendo altre e diverse modalità operative di partecipazione al modo di procedere convenzionale. In questo senso, la mobilitazione populista può funzionare come un sistema di allarme dotato di sensori non specializzati che riportano le istanze della periferia sociale al centro del sistema politico. Entrambe queste dimensioni sono compatibili con il quadro di riferimento dello Stati democratico di diritto. È se lo si guarda da un terzo punto di vista che il populismo può invece alterare il fragile equilibrio tra principio democratico e governo delle leggi, tra volontà popolare e diritti inviolabili. Anche questa dimensione deriva dalla necessaria coestensione di populismo e democrazia, ma nel momento in cui il populismo cede alla possibile tentazione di trasformare la regola della maggioranza nel dominio della maggioranza, esso può riportare dentro le democrazie di massa la sostanza autoritaria del potere sovrano anche se a essere sovrano è il “popolo” e non più il principe o il re. È questa la dimensione più inquietante del populismo, poiché ciò mette in discussione il diritto politico delle minoranze a una partecipazione paritaria sino al punto da spingersi in direzione di una tirannia della maggioranza – per quanto pacifica questa possa essere. Mentre la regola maggioritaria si basa sulla presunzione che la fallibile opinione della maggioranza possa provvisoriamente valere come base ragionevole di una prassi comune, il potere della maggioranza può facilmente condurre alla occupazione delle istituzioni rappresentative intorno a una narrazione egemonica e al leader carismatico che la impersona.

 

1. Populismo e rappresentanza

Il populismo può essere considerato come una possibilità permanente della democrazia moderna poiché anch’esso aspira, almeno nominalmente, a riscattare la promessa democratica dell’inclusione, cioè dell’eguale partecipazione di tutti i cittadini al processo politico. Il confronto polemico con le istituzioni della democrazia rappresentativa nasce precisamente dall’accusa di perdita di rappresentatività dei parlamenti rispetto al popolo. In questo senso, esso è il sintomo di una crisi ricorrente della rappresentanza democratica, una denuncia dell’asimmetria tra la volontà politica del “popolo” e le istituzioni, giudicate incapaci di ascoltare le istanze dei cittadini esclusi dalla cerchia dei “poteri forti” perché subordinate ai soli interessi delle élites dominanti. Ora, per valutare la trasformazione della rappresentanza in senso populista nella prospettiva di una possibile compatibilità con la vita politica democratica è opportuno partire dalle tesi degli studiosi che hanno posto l’accento sullo “stile” populista, ossia sulle strategie retoriche che si appellano al senso emotivo di una propaganda pseudoargomentativa destinata a produrre legami di massa.

Nonostante la relativa indeterminatezza semantica del termine, il populismo può essere definito secondo varie caratteristiche riconoscibili – l’identificazione tra il popolo e i suoi rappresentanti, una mentalità antagonistica e polarizzante, il sostegno a leadership carismatiche che personificano gli interessi della nazione, una mobilitazione permanente che dia al popolo la possibilità di aggregarsi contro i suoi “nemici” –, ma diversi autori ritengono che una importanza particolare vada attribuita allo “stile” che ne caratterizza l’azione politica17. Lo “stile” può essere inteso come la capacità di comunicare in modo semplice e diretto dando voce a un “popolo” manipolato dalla partitocrazia e dai media, di offrire un’interpretazione radicalmente semplificata della realtà in funzione di soluzioni altrettanto semplificate e di proporsi come l’incarnazione della trasparenza18. O anche come una forma di comunicazione politica che dipende dal prevalere della politica digitale o virtuale su quella reale e che offre perciò agli imprenditori più abili o visionari la possibilità di comunicare direttamente con il pubblico dei cittadini-utenti secondo gli stilemi o i codici espressivi tipici della rete. In particolare, soprattutto, del meccanismo per cui una notizia, per il solo fatto di circolare, corrisponde a un fatto reale. “Una notizia può essere attivata da qualsiasi fonte, naturale, scritta, visiva o digitale: nel momento in cui entra nei meccanismi della diffusione in rete, può divenire virale e quindi vera, anche se non ha alcun fondamento reale”19. E poiché circola nelle nicchie autoreferenziali delle cosiddette comunità virtuali, attraverso le quali un leader sufficientemente spregiudicato può creare l’illusione di un rapporto diretto con i propri sostenitori saltando ogni mediazione tra microlivello (livello individuale) e macrolivello (livello di sistema). Tutto ciò genera una cultura linguistica basata su una forma di comunicazione a senso unico, che alimenta retoriche di tipo oppositivo e trasforma il codice politico in un codice di tipo morale, quando non moralistico, come risulta evidente dalla struttura discorsiva manichea che genera le polarizzazioni caratteristiche del populismo, a cominciare da quella, primordiale, che divide il mondo in un “noi” (il collettivo indifferenziato del “popolo) e un “loro” (le élites che concorrono a costituire l’establishment).

Ora, non si tratta certo di negare che al populismo sia connaturata una spiccata tendenza anti- intellettualistica, che trova il suo ambiente naturale in una cultura digitale dove la verità è spesso una funzione di chi la pronuncia e i modelli comunicativi servono prevalentemente a formare correnti d’opinione identitarie e omogenee. Né che questa tendenza sia orientata a respingere la cultura del compromesso e della mediazione in nome della convinzione, illusoria, che la complessità dei problemi sia risolvibile per via decisionistica. E tuttavia, l’idea che il populismo sia caratterizzato da uno “stile” comunicativo semplicistico e privo di sfumature non sembra cogliere del tutto la specificità del fenomeno, poiché anche i partiti tradizionali, non appena si sono trasformati in macchine elettorali, hanno iniziato a ricercare il consenso attraverso strategie comunicative simili a quelle del marketing elettorale. Anche il discorso politico mainstream è costituito da temi e contributi semplificati espressamente per il “pubblico” dei cittadini e poi “mandati in onda” tramite tweet e slide, blog e social network , secondo strategie di trattamento dell’informazione che non contribuiscono affatto a curare la sindrome di “spoliticizzazione” che minaccia attualmente la comunicazione pubblica. E anche i partiti tradizionali riducono gli argomenti politici a suggestioni retoriche o a slogan pubblicitari, per cui gli argomenti agitati nello scontro politico assumono un significato emotivo destinato a produrre legami di massa e ad assolvere a funzioni di tipo socio-psicologico piuttosto che cognitivo.

Allo stesso modo, anche il fatto di appellarsi al “popolo” non costituisce di per sé una caratteristica suscettibile di conferire al populismo lo status di una categoria analitico o di un regime a sé, poiché l’appello alla sovranità popolare quale fonte di tutte le competenze di produzione giuridica è un tratto distintivo della democrazia, e non solo di coloro che mobilitano la dimensione “redentiva” della politica. Può darsi che l’appello alla sovranità popolare si caratterizzi come specificamente populista per effetto della sua particolare intensità: secondo Schmitt, per esempio, non vi è una sostanza naturale all’origine della politica, ma un’intensità di volontà polemica che attraversa ogni forma politica, che trova espressione nel rapporto amico/nemico e, nel caso più estremo, nella guerra. Ma ciò presuppone un telos di intensità, perché quanto più l’opposizione si avvicina al conflitto estremo – nella rivoluzione, nella guerra civile oppure, in casi estremi, nella guerra esterna – tanto più ci si avvicina all’essenza della politica20. La distinzione tra populismo e democrazia che si basa sull’appello al popolo o che identifica il primo con uno stile argomentativo, una retorica o una modalità del discorso politico ripropone lo stesso problema: come è difficile individuare una soglia di discontinuità in un continuum di crescente intensità polemica, così è difficile cogliere con precisione il momento in cui il mito populista della volontà generale del popolo che sta alla sua origine altera il fragile equilibrio tra i due principi normativi sui quali poggiano le moderne democrazie costituzionali.

Per questo è forse opportuno spostare l’attenzione sull’istituto della rappresentanza, che da un lato implica il ricorso alla dimensione perlocutiva della retorica propagandistica destinata a propagandare gli interessi in un linguaggio capace di mobilitare convinzioni e orientamenti di valore, e dall’altro incanala il populismo nei binari della politica tradizionale. Il modo consueto di affrontare questo legame consiste nel considerare il populismo come la conseguenza di una crisi della rappresentanza, l’espressione di una realtà inascoltata che si ribella all’establishment, di un risentimento in cerca di una guida e che si presta facilmente a essere politicamente mobilitato da un leader carismatico capace di interpretare l’insicurezza ostile che alimenta il risentimento contro tutte le élites. È vero che i partiti generalmente considerati populisti vengono massicciamente votati da elettori che sembrano corrispondere al profilo sociologico dei “perdenti della globalizzazione”, e il fatto che il populismo faccia ricorso a forme di unificazione e stabilizzazione identitarie (la nazione, la religione, la comunità locale) offerte a livello simbolico e organizzate sul conflitto contro un nemico creato ad hoc non significa che le esigenze di sicurezza e protezione rispetto alle gravi difficoltà economiche e sociali che da anni i cittadini sperimentano non siano reali. Anzi: si potrebbe sostenere che l’adozione di queste forme di unificazione e di stabilizzazione, che servono a fare di un simbolo uno strumento di identificazione collettiva, assolva di fatto alla funzione di trasformare i cittadini in una facile “preda” ideologica di abili illusionisti politici. È importante, tuttavia, evitare che il riferimento alla “crisi” riduca la portata dell’esperienza populista al momento in cui falliscono le chance della società civile di influenzare democraticamente il sistema politico, poiché in questo modo ci si precluderebbe la possibilità di distinguere il populismo da movimento di opposizione a forza di governo, che sfrutta il sostegno popolare per lanciare una nuova classe politica21.

Può essere opportuno, allora, accennare al senso generale della rappresentanza per meglio distinguerlo dalla sua interpretazione populista. Il concetto fa riferimento da un lato a un rendere- presente, che trasmette il concetto di qualcuno cui è demandato il compito di agire o di parlare in nome e per conto di qualcun altro; dall’altro richiama l’idea del rappresentante come di qualcuno che si rivela capace di dare forma a un’unità del volere non esistente in precedenza, in base al presupposto che l’ipotetico bene comune possa essere accertato, staccandosi dal piano della volontà popolare empirica, solo al livello deliberativo dei corpi rappresentativi22. Questa forma di autorizzazione ad agire o parlare per conto di qualcun altro implica tre aspetti. In primo luogo, l’esistenza di un doppio livello, l’uno occupato dai rappresentati e l’altro dai rappresentanti che agiscono in loro vece. In secondo luogo, il sussistere di un divario tra i due livelli, che impedisce all’uno di collassare nell’altro e che perciò distingue la rappresentanza dall’autogoverno. Terzo, poiché il “re-” della rappresentanza cui allude il termine latino di re-praesentare, rendere qualcosa manifesto o latente, implica una ripetizione, in cui “il popolo” ritorna attraverso un sostituto, ciò che “ritorna” non può essere ridotto a un’identità inalterata, a una semplice espressione di identità e di interessi pre-costituiti. Come ogni iterazione, il compito di “rendere-presente” introduce un elemento differenziale che modifica la presenza assente del “popolo”. In altre parole, la presenza è un effetto della rappresentanza nella misura in cui implica una spinta per configurare l’identità e gli interessi del rappresentato in risposta a interrogativi del tipo “chi siamo” e “cosa vogliamo”.

I populisti sono notoriamente ambigui in proposito. Da un lato affermano di parlare in nome del popolo e ne adottano il linguaggio in una sorta di paradigma del rispecchiamento23, che mima il linguaggio della “gente” per accentuare la logica aggressiva della prevaricazione linguistica allo scopo di ottenere facile consenso – anche se non vi è nulla che offra al linguaggio populista una garanzia automatica di successo, perché tra le condizioni della produzione e le condizioni della ricezione dei messaggi non vi è alcuna simmetria prestabilita anche per effetto, in tempi di crescente insofferenza nei confronti della politica, della imprevedibilità di un elettorato oscillante pronto a mutare rapidamente appartenenza politica. Dall’altro, i populisti sono egualmente sfuggenti riguardo alla definizione di “popolo”, che coincide di volta in volta con gli espropriati, gli esclusi, i ceti medi laboriosi, i contribuenti oberati dalle tasse, l’“uomo comune”, la maggioranza morale e così via. In generale, la rappresentanza populista del popolo impone di distinguere tra un “noi”, i molti onesti, le persone comuni, e un “loro”, i pochi disonesti, i professionisti della politica, la casta o le élites. Ciò implica l’esigenza di definire l’identità del “popolo” per specificare la polarizzazione semplificatrice della comunità politica che oppone il “noi” ai “loro” non più secondo il cleavage destra/sinistra, ma secondo una linea di frattura dell’arena politica strutturata secondo l’asse alto e basso, sistema e antisistema (establishment vs antiestablishment). Ma si tratta di un’identità convenientemente vaga e sfumata, dai contorni incerti e dal contenuto indifferenziato, così da poter ricomprendere chiunque abbia a lamentare una forma di esclusione rispetto all’impianto politico-economico che genera scontento e frustrazione.

Un’analoga ambiguità investe lo scarto che tra gli elettori e gli eletti, tra la persona repraesentata e il rappresentante che ne tiene il luogo. Nel populismo, questo scarto viene colmato da una “presentazione” che non tiene conto della iterabilità al lavoro nel “re-”. Anzitutto perché il populismo tende a una identificazione di rappresentante e rappresentati, del leader e del popolo, per cui la rappresentanza politica non viene esercitata in assenza del rappresentato, ma prevede una presenza congiunta senza una rappresentanza vera e propria. In secondo luogo, poiché asserisce che il leader carismatico in grado di personificare nella sua figura gli interessi del “vero” popolo rende superata la diarchia tra il rappresentante e i rappresentati al modo di un idem sentire fra il Capo e il popolo sulla base di una relazione monadica di uno-a-uno che scorge ed esalta nell’Eletto la presenza trasfigurata del popolo sulla scena politica nella sua immediata e omogenea pienezza identitaria. “Rappresentare”, in questo caso, “significa rendere visibile e illustrare un essere invisibile”, cioè l’identità del popolo, la sua unità politica quale origine immateriale del potere, “per mezzo di un essere che è presente pubblicamente”24. Si è così di fronte a una doppia e simultanea presenza piena, del popolo e di chi agisce in sua vece. Una rappresentanza che simula di non essere tale sposta il terreno della rappresentatività dall’ambito formale e procedurale all’ambito dell’essere e dell’identità: non più “una procedura regolata da norme ma qualcosa di ‘esistenziale’”25, che fa risiedere l’unità del popolo in una sostanza politica originaria, autonoma e omogenea. Come Rousseau, i populisti degradano la rappresentanza a una forma di corruzione della volontà generale e considerano se stessi non tanto come i rappresentanti quanto come la voce reale del popolo. A differenza di Rousseau, guardano però con diffidenza alle iniziative che provengano spontaneamente dal basso per trasformare i parametri di formazione della volontà politicamente costituita e conquistare ulteriore terreno attraverso l’estensione dei diritti e delle garanzie. La rappresentanza di tipo populista si distingue perciò in misura significativa dalla concezione prevalente della rappresentanza politica perché si basa su una sorta di sovrapposizione tra un “agire in vece di altri”, la logica dell’autorizzazione nel senso di Hobbes, per cui il cittadino aliena il suo potere alla persona rappresentativa, e una intensa dimensione simbolica che cerca di produrre un effetto di immediatezza virtuale – ossia una identificazione immaginaria che annulla la distanza tra il “popolo” e l’autorità. Non è azzardato sostenere che questa sovrapposizione tenda attualmente a prevalere all’interno della stessa democrazia liberale.

Ora, la riflessione di Bernard Manin sui rapporti tra istituzioni rappresentative e democrazia non ha specificamente per oggetto il populismo, ma le sue considerazioni possono tornare utili per guardare a questo fenomeno da una prospettiva un po’ diversa. Anzitutto, Manin ritiene che sia opportuno sfatare la diffusa convinzione circa la crisi della rappresentanza politica. Ciò a cui si sta attualmente assistendo va piuttosto interpretato nella prospettiva di una sua metamorfosi26. Egli identifica tre forme storicamente in successione l’una rispetto all’altra: il parlamentarismo classico del periodo che precede l’introduzione del suffragio universale maschile, la democrazia dei partiti che ha dominato in Europa per la maggior parte del Ventesimo secolo dopo l’emergere di partiti di massa, e la democrazia del pubblico, che si afferma negli anni Settanta in seguito al declino della democrazia dei partiti per effetto della personalizzazione della scelta elettorale, della fiducia personale diretta e del ruolo dei nuovi canali di comunicazione politica. Tutte e tre questa forme condividono gli stessi principi: l’elezione dei rappresentanti a intervalli regolari, la libertà di azione relativa di cui godono, la libertà dell’opinione pubblica e la decisione dopo la prova della discussione. E tutte e tre coesistono e possono fondersi insieme, “ma a seconda del tempo e del luogo l’una o l’altra sarà predominante”27. A noi è familiare la seconda forma, la Parteienstaat di Kelsen o la democrazia dei partiti28, criticata a suo tempo come partitocrazia per effetto delle pratiche lottizzatrici e spartitorie dello Stato dovute in larga parte alla necessità di soddisfare le esigenze di apparati sempre più pletorici. Ma questa situazione è attualmente mutata: la democrazia del pubblico, nella quali i rappresentanti sono eletti in base all’“immagine”, che è tanto l’immagine personale del candidato quanto della organizzazione o del partito cui appartiene, subentra all’antica egemonia di partiti capaci di dominare sia la scena elettorale sia l’articolazione delle opinioni politiche, creando l’impressione generalizzata di una crisi della rappresentanza. Nella democrazia del pubblico, sostiene Manin, prevale una politica sbilanciata sul lato dell’offerta, per cui i votanti sembrano rispondere agli stimoli politici che vengono loro offerti piuttosto che semplicemente esprimersi secondo le loro identità sociali o culturali, e che mira a identificare i cleavages all’interno dell’elettorato al fine di differenziare il candidato dai suoi avversari. Gli esperti dei media sostituiscono i burocrati di partito e gli attivisti politici e la disciplina elettorale si indebolisce a causa della imprevedibilità degli elettori, non più strutturalmente legati ai partiti – trasformati in comitati al servizio di un leader – che competono per il voto29.

Per i suoi critici, la democrazia del pubblico trasforma la politica in uno spettacolo gestito dai professionisti dei media e del marketing, in cui domina il senso emotivo di una propaganda pseudoargomentativa che plasma i programmi politici in base a inchieste demoscopiche che aggirano l’autentica dimensione deliberativa di una pubblica formazione dell’opinione. Questo potrebbe essere però un modo parziale di descrivere la democrazia del pubblico. È vero, secondo Manin, che i nuovi canali della comunicazione politica influiscono sulla natura del rapporto di rappresentanza e una propaganda elettorale elaborata secondo strategie prevalentemente commerciali tende a sostituire una seria riflessione sui programmi di partito e le promesse elettorali. Ma l’avvento dei media popolari offre a chiunque, quali che siano le sue preferenze politiche, di ricevere le stesse informazioni di tutti gli altri e di percepire le questioni o i fatti in modo relativamente uniforme lungo tutto lo spettro delle opinioni politiche, mentre i sondaggi di opinione possono portare alla luce linee di divisione diverse da quelle sfruttate dai candidati e riducono i costi dell’espressione politica individuale anche in termini di tempo e di energia30. Perciò, secondo Manin, anche se questa tendenza segna una rottura rispetto alla democrazia dei partiti, creando l’impressione di una crisi della rappresentanza, essa in realtà segna “il ritorno a una caratteristica del parlamentarismo: la natura personale del rapporto di rappresentanza”31. Se si applica l’interpretazione di Manin della democrazia del pubblico al fenomeno del populismo, questo cessa di apparire come un fenomeno esterno alla democrazia rappresentativa, e si presenta invece come un orientamento politico che si limita a rendere (nuovamente) visibile una caratteristica permanente della rappresentanza politica: la personalizzazione del potere. Il populismo porta cioè all’estremo un aspetto tipico del governo rappresentativo ai suoi esordi e riemerso con forza negli ultimi decenni, cioè il rapporto di fiducia di carattere essenzialmente personale tra candidati e votanti, per cui il rappresentante non è il portavoce dei suoi elettori – da cui il divieto del mandato imperativo – bensì il loro fiduciario.

Secondo Manin, la competizione per il consenso elettorale, invece di vertere sulle piattaforme programmatiche, si gioca sul rapporto immediato dei leader politici con i cittadini divenuti “gente”, “utenti”, “spettatori”, mentre i partiti, che operavano un tempo da catalizzatori destinati a trasformare l’opinione pubblica in potere politico affinché l’elettorato potesse scegliersi, tramite voto, la sua classe dirigente, si trasformano in macchine al servizio del leader. Manin offre in proposito due spiegazioni distinte, ed entrambe confermano l’idea della implicazione o necessaria co-estensione tra la democrazia del pubblico e la rappresentanza di tipo populista. Stando alla prima, i canali della comunicazione politica, principalmente radio e televisione, influenzano la natura della relazione rappresentativa: i candidati possono ora comunicare direttamente con i loro elettori senza doversi affidare alla mediazione delle reti di partito. In un certo senso, ciò “fa rivivere la natura faccia-a-faccia del legame rappresentativo che contraddistingueva la prima forma di governo rappresentativo”32. Tuttavia, dal momento che le mediazioni in realtà non sono scomparse, ma hanno assunto un profilo diverso, è possibile offrire una descrizione più precisa del fenomeno e sostenere che i mass media creano una parvenza di immediatezza o, meglio ancora, danno origine a una forma della rappresentanza politica caratterizzata dal “come se” di una immediatezza virtuale. Questo “come se” sublima il legame rappresentativo in una immediatezza puramente presuntiva e fictional, che occulta la distanza incolmabile tra la presenza virtuale del leader nella vita della “gente” grazie alla dimensione mediatica o lo spazio condiviso digitale, e la sua concreta assenza dagli esseri sociali reali.

La seconda spiegazione proposta da Manin per comprendere il ruolo sempre più accentuato della personalità a scapito dei programmi muove dal fatto che i politici eletti sono costretti a operare in un ambiente sociale sempre più complesso e imprevedibilmente mutevole, nel quale la libertà soggettiva di azione e la responsabilità per le conseguenze delle decisioni non possono essere previste in anticipo e non possono perciò essere formalizzate o esplicitate nei programmi di partito. La prassi amministrativa odierna è caratterizzata da un livello così elevato di complessità, contestualità e incertezza, che le scelte politiche e le produzioni legislative non sono più né concettualmente prevedibili né normativamente determinabili. Ciò richiede una forma di governo che può essere paragonata al potere “prerogativo” di cui parlava Locke, ossia di un potere che dispone di un certo margine discrezionale poiché non è limitato da chiari indirizzi precostituiti né è legato ai paradigmi della razionalità strumentale. Se perciò l’ambiente sociale complesso e imprevedibile richiede una certa forma di potere discrezionale, “per i candidati è razionale presentare le proprie qualità personali e la propria predisposizione a prendere buone decisioni piuttosto che legarsi con promesse specifiche”33. Questo significa che la fiducia personale nel candidato diviene un presupposto sufficiente a garantirne l’eleggibilità e che il politico di turno, una volta eletto, si vede addossato l’onere di una tutela fiduciaria di interessi futuri. In questa prospettiva, perciò, il populismo non è un’aberrazione della democrazia rappresentativa né l’espressione di una crisi della rappresentanza, poiché in esso rivive il rapporto di carattere essenzialmente personale tra il rappresentante e i suoi elettori caratteristico del parlamentarismo. Un rapporto che ri-nasce all’interno della cornice della democrazia del pubblico, dove i partiti cedono spazio alle persone, l’organizzazione alla comunicazione, il rapporto tra società avviene attraverso i media e il marketing politico e lo spazio della rappresentanza coincide con lo scambio fra leader e opinione pubblica. In questa prospettiva, il populismo si limiterebbe perciò a rendere nuovamente visibile una caratteristica permanente della rappresentanza politica.

 

2. Le ambivalenze del populismo

Ma c’è un’altra caratteristica che rende il populismo incomprensibile se ci si affida unicamente alla macchina per la guerra linguistica che si serve del termine per costruire i fronti del Bene e del Male, opponendo, per esempio, la parola razionale allo scadimento del discorso pubblico nella semplificazione volgare e nell’aggressività ad personam. È stata Margaret Canovan, in particolare, a richiamare l’attenzione su un’altra caratteristica permanente del populismo. Ispirandosi a Oakeshott, che considera politica della fede e politica dello scetticismo come due modelli ideali che si ripetono e sovrappongono nella storia politica e nella storia del pensiero34, Canovan suggerisce di interpretare il populismo come una “politica della fede” che mira a correggere la politica ordinaria da una procedura puramente strumentalistica nella formazione democratica della volontà35. La democrazia presenta due volti, reciprocamente necessari e inseparabili: uno che aspira alla redenzione, l’altro pragmatico. Il primo implica la mobilitazione politica della popolazione, in modo che gli organi decisionali siano obbligati a tener conto degli interessi di tutti e non di una sola parte, mentre per il secondo l’unico obiettivo a cui realisticamente aspirare consiste nell’assicurare la stabilità dell’ordine garantito attraverso il bargaining, cioè la negoziazione di compromessi. Se si fissa lo sguardo sul suo volto redentore, la democrazia si configura come una ideologia salvifica che restituisce “lo scettro al principe”, se invece lo si sposta su quello pragmatico appare semplicemente come una forma di governo, che permette una ordinata transazione di interessi in conflitto secondo procedure che offrono alle parti coinvolte pari opportunità di far valere i propri orientamenti in basa alla fondata presunzione di poter raggiungere accordi equi. La coesistenza tra i due volti rappresenta uno stimolo permanente alla mobilitazione populista: quando il divario tra l’uno e l’altro assume proporzioni troppo ampie, i populisti spostano la loro azione politica sul terreno rimasto sguarnito ed elaborano programmi e messaggi nei quali il popolo, visto come una unità omogenea e indivisibile, viene opposto alle élites politiche, considerate irreparabilmente corrotte, in nome di una democrazia partecipativa dei cittadini. In questo senso, i due volti della democrazia – redenzione e pragmatismo – si richiedono l’un l’altro e convivono come due gemelli siamesi che litigano l’uno con l’altro36.

Localizzando il populismo nello spazio lasciato vuoto dalla rinuncia al carico di idealizzazioni che la democrazia si porta appresso, Canovan propone una concezione del populismo che mantiene una relazione di internità con il processo politico democratico. Il populismo non è l’“Altro” della democrazia, ma è piuttosto un’ombra che l’accompagna costantemente. E, proprio come la metafora dell’ombra lascia intendere, non senza rischi – primo fra tutti, che l’appello alla illimitatezza della sovranità popolare possa squilibrare il castello di norme dello Stato di diritto e neutralizzare il sistema delle garanzie che tutela le libertà prepolitiche del singolo e pone limiti alla volontà sovrana del legislatore allo scopo di scongiurare il pericolo di una “tirannia della maggioranza”. Gli studi critici hanno però messo in guardia contro altri e ulteriori rischi della “tentazione populista”37. Per esempio, il culto della personalità può trasformare i leader in figure quasi-messianiche che ritengono di personificare l’intero popolo a livello simbolico e istituzionale anche al di là e al di sopra dei rappresentanti eletti, e che ricavano dall’investitura popolare l’autorizzazione a spostare l’equilibrio costituzionale dei poteri a tutto vantaggio di un governo privo di contrappesi. Eppure, se pensiamo la politica secondo il modello dello sviluppo scientifico elaborato da Kuhn, per cui il funzionamento “normale” della scienza viene interrotto dalle “rivoluzioni” che introducono nuovi paradigmi soltanto in rari momenti, allora anche nella vita politica gli attori sociali operano normalmente in modo strategico, cioè razionale rispetto-allo-scopo, secondo un modo di agire guidato da preferenze e orientato alle conseguenze. La volontà popolare tende così a rimanere sottotraccia in lunghi periodi di latenza e convivere senza particolari attriti con l’attività legislativa dei rappresentanti eletti. Quando però il corso della storia si surriscalda e tra il popolo e chi ne esercita la luogotenenza a livello istituzionale si apre una profonda frattura politica di legittimità e di rappresentatività, allora il popolo abbandona la routine del suo privatismo civico e cerca di riappropriarsi di una politica percepita come estranea e alienata per muoversi alla ricerca di alternative. Il populismo può essere perciò considerato come una sfida a quella tendenza regressiva per cui i cittadini accettano la propria condizione sociale come qualcosa di dato e immodificabile, e decidono perciò di orientare la loro volontà in una direzione che promette rinnovamento e trasformazione.

Non a caso, la sovranità popolare viene attualmente considerata con crescente sospetto dalle élites mainstream che si ispirano al neoliberalismo e che definiscono come “populiste” tutte le posizioni che rivendicano politiche per il lavoro e diritti sociali dopo lo smantellamento di un intero ciclo politico-economico, quello democratico-keynesiano che ha dato vita ai cosiddetti “Trenta gloriosi”. Ciò nonostante, nello Stato democratico di diritto l’idea di sovranità popolare rinvia a condizionamenti giuridici e istituzionali complessivi che, pur rendendo possibile alla società di organizzare se stessa, non sono immediatamente disponibili alla volontà dei cittadini. Per questo, se assolutizzata, svincolata cioè dalle regole della rappresentanza pluralistica, la sovranità può alterare le regole del gioco democratico, in particolare la regola di maggioranza. Come ha sostenuto John Dewey,

“la regola di maggioranza, considerata esclusivamente come regola di maggioranza, è sciocca proprio come i suoi detrattori l’accusano di essere. Sennonché essa non è mai soltanto una regola di maggioranza [...] La cosa più importante sono i mezzi attraverso cui una maggioranza riesce infine ad essere maggioranza: per esempio i dibattiti preliminari, la modifica di certe opinioni per venire incontro a quanto pensano le minoranze. [...] In altri termini, è assolutamente importante migliorare i metodi e le condizioni di ciò che è dibattito, discussione e convincimento”38.

Se la si analizza alla luce delle sue ambivalenze, ma anche senza preclusioni di principio, in quale

prospettiva diviene allora possibile valutare i rischi della “tentazione populista” per la tenuta delle democrazie rappresentative? Un buon punto di partenza per comprendere se la rivendicazione dell’unità collettiva del “popolo sovrano” può costituire una reale minaccia per la democrazia delle rappresentanza, delle istituzioni e delle procedure è rappresentato dalla teoria della democrazia di Robert Dahl, che permette di immaginare quali siano le circostanze che rendono il populismo un minaccia oppure un correttivo per la democrazia.

Nelle sue opere, Dahl sostiene che la democrazia è essenzialmente un ideale, che vive dello scarto tra “essere” e “dover essere”, un’utopia pragmatica la cui forza critica opera all’interno della fattualità. La parola si riferisce sia all’ideale sia alla realtà e per questo è irrealistico pensare che un’associazione reale possa essere realmente democratica, nel senso che ogni membro di un’associazione abbia davvero eguali opportunità di conoscere i problemi in gioco o di fissare l’agenda39. Poiché finora nessun ordinamento politico ha mostrato di soddisfare in misura sufficiente i criteri di una democrazia ideale, Dahl introduce il concetto di “poliarchia” allo scopo di evidenziare gli indicatori suscettibili di cogliere il contenuto normativo embedded nei processi democratici nelle attuali democrazie costituite. La “poliarchia” è ordinamento politico che si distingue dagli altri per la presenza di otto istituzioni, fra le quali due giocano un ruolo di particolare rilievo. La prima è la “contestazione pubblica”, ossia un sistema aperto alla percezione e tematizzazione dei problemi sociali e in grado di rendere possibile una competizione tra schieramenti concorrenti che perseguono i rispettivi interessi assicurando le condizioni di un ricambio tra governo e opposizione. La seconda è l’“inclusività”, che denota l’ampiezza del diritto di partecipare al sistema di contestazione pubblica.

È importante notare che le due dimensioni della poliarchia sono l’una indipendente dall’altra, per cui sono possibili regimi particolarmente avanzati in una dimensione, ma non nell’altra. Per esempio, gli Stati Uniti dispongono di un sistema molto sviluppato di contestazione pubblica, eppure i cittadini afroamericani del Sud hanno di fatto conquistato la pienezza dei diritti politici solo nella seconda metà del XX secolo. Viceversa, Cuba rappresenta l’esempio di un paese in cui vige il suffragio universale, ma dove non esiste alcun reale sistema di contestazione pubblica. Vale la pena di ricordare che Dahl riferisce l’inclusività soprattutto al diritto di partecipare a elezioni periodiche a suffragio universale libere, eguali e segrete e di concorrere all’accesso a cariche pubbliche, così da legittimare attraverso la legalità l’esercizio amministrativo del potere. Ma è anche consapevole del fatto che l’inclusività consiste nella capacità delle persone di “partecipare su un piano di maggiore o minore eguaglianza al controllo e alla contestazione della condotta del governo”40. Non sorprende pertanto come Dahl sottolinei il fatto che un elevato livello socioeconomico di esclusione abbia un impatto negativo sull’inclusività, perché limita la capacità di partecipazione effettiva a tutti i processi consultivi e decisionali rilevanti ai fini della legislazione. I diritti a una eguale partecipazione politica non si limitano alla partecipazione alle votazioni ed elezioni politiche, poiché le opportunità effettive, ed egualmente distribuite, di partecipazione al processo politico prevedono anche la possibilità per tutti di farsi un’idea precisa – alla luce di informazioni sufficienti e buone ragioni – delle materie da disciplinare e degli interessi controversi41.

Allo stesso tempo, la dimensione della contestazione pubblica riguarda principalmente le libertà liberali classiche, che servono a garantire una contro-circolazione rispetto al circuito ufficiale del potere, sia attraverso le associazioni che formano il sostrato organizzativo del “pubblico dei cittadini” sia attraverso una competizione pacifica tra i candidati e i partiti che aspirano a conquistare e utilizzare il potere. Secondo Dahl, questo sistema di competizione politica può reggersi in piedi e regolare conflitti e aspettative nell’eguale interesse di tutti gli attori soltanto se tanto le élites quanto le masse accettano che i loro destini siano legati tra loro, quando accettano cioè di governare ed essere governati da regole derivanti da compromessi politici. Queste due dimensioni della poliarchia sono entrambe essenziali per comprendere il rapporto di ambivalenza tra populismo e democrazia. Ciò significa che se vi sono buone ragioni per pensare che il populismo possa essere una minaccia per la contestazione pubblica, forse ve ne sono altrettante per immaginare che a certe condizioni esso possa anche rappresentare una spinta in direzione di una maggiore inclusività.

Questa ipotesi potrebbe essere vera soprattutto per le società gravate da elevati livelli di esclusione socioeconomica, perché allora il populismo – inteso sia come una strategia politica sia come una thin-centered ideology – può costituire una modalità di contrasto alle pratiche di esclusione che colpiscono i gruppi svantaggiati. È lo stesso Dahl, d’altra parte, a suggerire alcuni argomenti a sostegno di questa tesi. Discutendo le “convinzioni degli attivisti politici”, egli afferma che quando un settore consistente della società si vede privato della possibilità di intervenire o esercitare una qualche influenza sul sistema politico, riterrà verosimilmente opportuno promuovere una maggiore partecipazione politica a spese della contestazione pubblica. Questa prospettiva consente di avanzare l’ipotesi che considera il populismo una sorta di correttivo democratico alle società che presentano rilevanti problemi di inclusività. In questo senso, sarebbe possibile osservare che le versioni latinoamericane del populismo combattono per l’accesso degli esclusi all’arena della lotta per il potere. Ciò significa che il populismo latinoamericano può essere interpretato come una particolare ideologia e/o come una strategia politica con cui i leader politici dei più diversi schieramenti cercano di mobilitare i settori esclusi della società e creare le opportunità per una loro maggiore integrazione economica e politica.

Tuttavia, il modo in cui le diverse versioni del populismo latinoamericano hanno inteso e intendono incrementare la dimensione di inclusività non può che risultare problematico nella prospettiva dell’altra dimensione della poliarchia, cioè la contestazione pubblica. Si contano sulle dita della mano i populisti latinoamericani che hanno evitato di definire e praticare la lotta politica come una guerra senza esclusione di colpi tra il popolo e i suoi nemici, poiché tendono a considerare di secondaria importanza il rispetto delle più fondamentali regole del gioco democratico. Se poi si prende in considerazione il contesto europeo, l’idea che il populismo possa promuovere i processi di inclusività potrebbe suonare decisamente sorprendente. In effetti, il populismo europeo “di governo” sembra caratterizzato non tanto dalla volontà di favorire i processi di inclusione dei cosiddetti “perdenti della globalizzazione”, quanto da uno spirito escludente, nei confronti per esempio degli immigrati o delle minoranze etniche. Anche se questo è vero, ciò non impedisce di differenziare il populismo in quanto tale da alcuni tratti o da alcune caratteristiche che non gli sono necessariamente propri. Mudde ha sottolineato il fatto che in Europa i partiti populisti della destra radicale condividono un’ideologia fondamentalista che miscela nativismo, autoritarismo e populismo in dosi più o meno variabili42. È questa particolare combinazione di caratteristiche ideologiche a rendere il populismo europeo “di governo” sostanzialmente escludente. Dal momento che si basa su una visione concretistica del popolo visto come una “cosa”, come un’entità omogenea e indifferenziata, può trovare un ancoraggio sostanzialistico di tipo nazionalistico o persino etnico suscettibile di alimentare forme di razzismo palesi, violente e xenofobe.

Il populismo latinoamericano tende invece a evitare ogni definizione di popolo in chiave etnica. I suoi successi elettorali si devono – almeno in alcuni casi – a una strategia di inclusione rispettosa delle diversità nell’origine sociale e nella composizione etnico-culturale della popolazione. Questo esempio dimostra come il populismo non sia necessariamente collegato a una definizione escludente di “popolo”, per quanto l’esempio europeo sembri invece dimostrare il contrario. È vero che in Europa, dal momento che i populisti desiderano una unità di popolo irraggiungibile (e neppure auspicabile), la negazione del disaccordo legittimo lascia trasparire una sorprendente affinità tra l’immaginario politico populista e il totalitarismo (inteso anch’esso come una forma di immaginario politico). Non il totalitarismo descritto dai liberali all’epoca della Guerra fredda, ma la visione di una società/popolo/nazione che cerca di ritrovare la propria omogeneità chiudendosi a riccio su se stessa per rispecchiarsi nella figura di un leader dai tratti carismatici. Ma il fatto che il populismo venga usato come “definizione generale per connotare polemicamente le nuove opposizioni che premono per delle alternative nazionali a quella internazionalizzazione che viene invece dichiarata necessaria e inevitabile”43, suggerisce l’idea che quello tra il populismo e la destra radicale possa anche essere un “matrimonio di convenienza”. Il populismo come definizione generale permette infatti di ignorare le differenze in gioco e di mettere nello stesso calderone propagandistico personaggi così diversi come Trump e Sanders oppure Farage e Corbyn. Tutto ciò non significa che il populismo non possa rappresentare una seria minaccia per lo Stato democratico di diritto. Ma per valutare se e in quale misura il populismo sia culturalmente retrivo e politicamente antidemocratico sarebbe opportuno partire dalla distinzione tra le due dimensioni proposte da Dahl. In questo senso, il populismo potrebbe essere considerato in termini negativi riguardo alla dimensione della contestazione pubblica, in termini positivi riguardo alla dimensione dell’inclusività.


Note
1 Per una analisi complessiva condotta sia in prospettiva storica sia in prospettiva analitica, cfr. M. Anselmi, Populismo. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017.
2 Y. Mény e Y. Sorel, Populismo e democrazia, trad. it., Il Mulino, Bologna 2004 [2000].
3 M. Tarchi, L’Italia populista. Dal qualunquismo ai girotondi, Il Mulino, Bologna 2003.
4 A. Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017, p. 37.
5 N. Urbinati, Democrazia sfigurata. Il popolo fra opinione e verità, Università Bocconi Editore. Milano 2014, p. 179.
6 M. Canovan, Trust the People! Populism and the two Faces of Democracy, in “Political Studies”, XLVII (1/1999), pp. 2-16.
7 P. Taggart, Populism, Open University Press, Buckingham 2000.
8 H.-G Betz, Radikaler Rechtspopulismus im Spannungsfeld zwischen neoliberalistischen Wirtschaftskonzepten und antiliberaler autoritärer Ideologie, in D. Loch e W. Heitmeyer (a cura di), Schattenseiten der Globalisierung. Rechtsradikalismus, Rechtspopulismus und separatistischer Regionalismus in westlichen Demokratien, Suhrkamp Frankfurt am Main 2001, pp. 167-185.
9 C. Mudde, The Populist Zeitgeist, in “ Government and Opposition”, XXXIX (4/2004), pp. 542-563.
10 M. Canovan, Trust the People! Populism and the two Faces of Democracy, cit., p. 3.
11 A. Schedler, Anti-Political Establishment Parties, in “Party Politics”, II (3/1996), pp. 291-312.
12 Y. Mény e Y. Sorel, Populismo e democrazia, cit., p. 9.
13 S. lilek, La tentazione populista, in H. Geiselberger (a cura di), La grande regressione, trad. it., Feltrinelli, Milano 2017 [2017], pp. 221-235.
14 Id., Benvenuti in tempi interessanti, trad. it., Ponte alle Grazie, Milano 2012.
15 J. Habermas, Lo stato democratico di diritto. Nesso paradossale di principi contraddittori, in Id., Tempo di passaggi, trad. it. Feltrinelli, Milano 2004 [2001]; Id., Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, trad. it., Laterza, Roma-Bari 2013 [1992], in particolare pp. 123-126 e pp. 491-495.
16 M. Canovan, Trust the People! Populism and the two Faces of Democracy, cit., pp. 26-28.
17 M. Tarchi, L’Italia populista. Dal qualunquismo ai girotondi, cit.
18 M. Canovan, ‘Trust the People! Populism and the Two Faces of Democracy’, cit., pp. 2-16.
19 A. Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, cit., p. 64.
20 C. Schmitt, Il concetto di ‘politico’ [1932], in Id., Le categorie del ‘politico’, trad. it., a cura di G. Miglio e P. Schiera, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 121 e ss.
21 M. Revelli, Dentro e contro. Quando il populismo è di governo, Laterza, Roma-Bari 2015.
22 N. Urbinati, Democrazia in diretta. Le nuove sfide alla democrazia rappresentativa, Feltrinelli, Milano 2013, p. 94.
23 G. Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica, Laterza, Roma-Bari 2017.
24 C. Schmitt, Dottrina della costituzione trad. it., Giuffrè, Milano 1984 [1928],, p. 277.
25 H. Hofmann, Rappresentanza-rappresentazione. Parola e concetto dall’antichità all’Ottocento, trad. it., Giuffrè, Milano 2007 [2003], p. 5.
26 B. Manin, Principi del governo rappresentativo, trad. it., Il Mulino, Bologna 2010 [1997], pp. 215 ss.
27 Ivi, p. 225.
28 H. Kelsen, Essenza e valore della democrazia, trad. it., Il Mulino, Bologna 1981 [1929], p. 64.
29 B. Manin, Principi del governo rappresentativo, cit., pp. 247-260.
30 Ivi, pp. 254-256.
31 Ivi, p. 243.
32 Ivi, p. 244.
33 Ivi, p. 246.
34 M. Oakeshott, La politica moderna tra scetticismo e fede, trad. it., Rubbettino, Soveria Mannelli 2013 [1996].
35 M. Canovan, Trust the People! Populism and the Two Faces of Democracy, cit., pp. 8-9.
36 Ivi, pp. 9-10.
37 S. lilek, La tentazione populista, cit., pp. 221-235.
38 J. Dewey, The Public and its Problems [1927], Chicago University Press, Chicago 1954 , pp. 207 ss.
39 R. Dahl, Sulla democrazia, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2000 [1998], p. 46)
40 R. Dahl, Polyarchy. Participation and Opposition, Yale University Press, New Haven 1971, p. 4.
41 Ivi, p. 82.
42 C. Mudde, The Populist Zeitgeist, cit.
43 W. Streeck, Il ritorno del rimosso come inizio della fine del capitalismo neoliberista, in H. Geiselberger, La grande regressione, cit., p. 195.
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Comments   

#2 Eros Barone 2018-10-09 00:00
L'articolo conferma, alla luce dell'ottica liberale che Mario Galati, segnalandone aporie ed antinomie, ha correttamente individuato, che è venuto il momento di elaborare una critica della democrazia, poiché, pur essendo la democrazia una tradizione di pensiero forte, la deriva populista della pratica della democrazia, cui stiamo assistendo, ne rivela una crescente debolezza ideale. Infatti, nella storia della democrazia vi è un nodo assai stretto fra i due elementi che ne sono costitutivi: una pratica di dominio e un progetto di liberazione. Due elementi che nei periodi di crisi confliggono l’uno con l’altro e nei periodi di normalità sono entrambi
compresenti e si ìntegrano l’uno con l’altro. Si tratta di due facce della stessa medaglia, la quale, a seconda dei casi e dei rapporti di forza tra le classi, mostra ora l’una ora l’altra faccia. Sennonché oggi, essendo il rapporto di forze profondamente squilibrato da una parte, non si vede che una faccia sola della democrazia: quella del dominio.
Se questo è il nodo, la novità allora consiste nel fatto che, mentre nel passato, si doveva cercare di sciogliere questo nodo, oggi occorre tagliarlo. Ma ciò implica che la critica della democrazia abbia un carattere molto radicale. Sia il ‘demos’ che il ‘kratos’ sono, in effetti, entità compatte, uniche ed univoche, non duali e non scindibili. Così, la democrazia presuppone l’identità di sovrano e popolo (la sovranità popolare), ma la società divisa in classi ha scisso e reso illusoria questa identità, mettendone a nudo la falsità ideologica, mentre la divisione dei poteri, nel corso del grande passaggio storico dal liberalismo alla democrazia, si è rivelata una maschera dell’unità del potere in mano ad una classe. È possibile affermare che, se la libertà è differenza, la democrazia è identità (si badi bene, identità dei dominanti e dei dominati, dei governanti e dei governati, di coloro che comandano e di coloro che ubbidiscono, ossia la completa identità del popolo omogeneo): ciò rivela, fra l’altro, la costante presenza germinale del populismo in seno alla democrazia, e la dialettica, a volte aspramente conflittuale (è l'odierno caso italiano), che si instaura fra liberalismo e democrazia.
Orbene, nella fase storica che stiamo vivendo oggi, questo nodo teorico-pratico si sta avvicinando alla sua conclusione. Al punto che la ‘democrazia dei moderni’, or-mai identificàtasi con le sue realizzazioni, può essere giudicata dai suoi esiti. Naturalmente, la critica della democrazia che personalmente auspico non è la critica della democrazia condotta da un punto di vista liberale (che è quanto dire: Locke contro Rousseau); essa è una critica di tutt’altra natura, che muove da una realtà storica in cui, paradossalmente, la democrazia entra in crisi perché ha vinto su tutta la linea. Ma, quando si è vinto su tutta la linea, l’unico nemico che rimane è se stesso.
Il problema di una critica della democrazia va allora affrontato da due lati: una critica decostruttiva della democrazia deve accompagnarsi ad una teoria rifondativa (sia della pratica che del concetto) della libertà.
Qui si apre il discorso sulla costruzione del soggetto, laddove è da sottolineare che la differenza, nucleo concettuale della libertà e del soggetto, è sia l’elemento portante della libertà che l’elemento scardinante della democrazia. In termini di antropologia politica, si potrebbe dire che oggi la democrazia, dopo l’accoppiata novecentesca tra rivoluzione operaia e ‘grande crisi’, è l’incontro di carattere epocale tra l’‘homo oeconomicus’ e l’‘homo democraticus’, fra il ‘bourgeois’ e il ‘citoyen’, fermo restando che in ciascuna di queste coppie il secondo termine è oggi totalmente assorbito dal primo. Gli spiriti capitalistici trovano perciò la loro incarnazione tipica nell’‘homo democraticus’, ovvero nel borghese-massa, che, come mostra oggi la curva ascendente della parabola del popopulismo, è il vero soggetto interno al rapporto sociale contemporaneo.
In conclusione, non vi sarà un’efficace critica della democrazia senza un grande affondo antropologico sia a livello sociale sia a livello individuale, che concentri il
punto focale della critica sul mito, che giunge a noi dall’America di Bush, dei ‘teocons’, ma anche di Trump, della ‘società dei proprietari’. In questo senso, per citare il titolo del capolavoro di Tocqueville, è vero che la democrazia è sempre ‘democrazia in America’. Né deve sorprendere, giacché gli Usa lo hanno sempre fatto, che la democrazia sia da loro esportata con la guerra: esattamente, una lunga guerra civile (1915-1945: la ‘guerra dei Trent’anni’ del Novecento) e tre guerre mondiali (due ‘calde’ e una ‘fredda’), tutte vinte dagli Usa. La democrazia ha trionfato, essa è ormai l’unico modello che esista a livello di regimi politici. Dunque, proprio perché ha trionfato, è più che matura per entrare in crisi e, prima ancora, per essere sottoposta ad una critica radicale che punti, da un lato, a contestare la pratica di dominio e a recuperare l’originario progetto di liberazione e, dall’altro, a rifondare su basi comuniste una teoria del soggetto e della libertà.
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#1 Mario Galati 2018-10-08 09:06
Lo scritto pretende di avere la parvenza di uno studio articolato e oggettivo del populismo. Ma se parte dal presupposto della natura essenzialmente procedurale della democrazia e dalla considerazione dei partiti di un tempo quali "catalizzatori destinati a trasformare l’opinione pubblica in potere politico affinché l’elettorato potesse scegliersi, tramite voto, la sua classe dirigente" (curiosamente del tutto interna al paradigma populista aclassista), o la personalizzazione del potere come una caratteristica della rappresentanza in sè (anche questa pienamente liberale e residuo feudale della democrazia dei maggiorenti, ritornata, per es., nel sistema elettorale uninominale) è chiaro il campo ideologico (liberale) nel quale può essere collocato (iluminante anche il giudizio sul populismo di sinistra sudamericano: "Si contano sulle dita della mano i populisti latinoamericani che hanno evitato di definire e praticare la lotta politica come una guerra senza esclusione di colpi tra il popolo e i suoi nemici", come se la lotta senza esclusione di colpi fosse il portato del populismo, non della lotta reale, di classe, in corso).
In definitiva, volendo analizzare una categoria, un'ipostasi, cercandone la sua molteplice manifestazione, o incarnazione, ricorrendo ad astratte categorie formali, sociologiche e giuridiche, si finisce per non arrivare a nessuna definizione.
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