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“Il capitalismo? Va ridiscusso, ora serve radicalità”

Giacomo Russo Spena intervista Fabrizio Barca

cop assolo 736x1024A partire da 15 proposte elaborate per contrastare le crescenti disuguaglianze nella società, l’ex ministro spiega come non sia sufficiente battersi per la sola redistribuzione delle ricchezze: “Su questo il pensiero keynesiano ha mostrato i suoi limiti, si deve ricominciare ad incidere sui meccanismi di formazione della ricchezza”. Sa che la battaglia sarà lunga, anche per costruire un’alternativa credibile al salvinismo: “Bisogna mettere insieme i mondi della ricerca e della cittadinanza attiva e pensare nuovi luoghi che possano acquistare egemonia culturale e politica nel Paese”.

Qualcuno se lo sarà chiesto: che fine ha fatto Fabrizio Barca, l’ex ministro 'illuminato' che doveva rigenerare i circoli Pd e rilanciare la sinistra? La risposta è arrivata quando, lo scorso 25 marzo, ha illustrato a Roma un rapporto con 15 proposte programmatiche che mirano a modificare i principali meccanismi che determinano la formazione e la distribuzione della ricchezza: dal cambiamento tecnologico al salario minimo, dal concetto di sovranità collettiva al campo della ricerca. “L’ingiustizia sociale e la percezione della sua ineluttabilità sono all’origine dei sentimenti di rabbia e di risentimento dei ceti deboli verso i ceti forti e della dinamica autoritaria in atto”, evidenzia Barca. Lontano dai riflettori, ha ideato il Forum disuguaglianze e diversità collaborando con le migliori menti in circolazione ed aprendo a volti noti come l’ex presidente dell’Istat Enrico Giovannini, il direttore del Servizio Analisi statistiche di Bankitalia Andrea Brandolini e a diverse onlus come la Fondazione Lelio Basso, ActionAid, Cittadinanzattiva, Caritas e Legambiente.

* * * *

Partiamo dai numeri: i dati Oxfam evidenziano come nell’era della crisi ci sia stata un’accumulazione delle ricchezze nelle mani di pochi a scapito di molti. Ciò dimostra che la crisi non è stato un fenomeno generalizzato?

Da come si evince dal grafico relativo al periodo tra il 1995 e il 2016, la quota di ricchezza dell’1% più ricco della popolazione adulta è passata dal 18 al 25%, quella del 10% più ricco dal 49 al 62%: l’andamento, quindi, è cominciato vari anni prima della crisi economica.

Il problema era strutturale. Possibile che la politica ha impiegato 20 anni per capire che, persino in una società capitalistica, quel trend era insostenibile?

 

Mentre le diseguaglianze crescevano, la politica non si occupava minimamente del tema: scelta strategica o semplice svista?

Di mezzo ci sono gli interessi di una classe dirigente – sempre più intrecciata ai poteri economici e finanziari – che ne ha tratto beneficio. Esiste, secondo me, anche una seconda ragione che gli studi di Anthony Atkinson ci sottolineano: alla fine degli anni ‘70 è cambiato il senso comune su parole chiave come povertà e merito.

 

Ci faccia capire meglio...

Prima il merito era legato al visibile impegno di una persona nell’aggiungere valore, anche privato, che avesse delle ricadute sociali. Oggi viene vincolato al risultato patrimoniale che una persona esibisce nella vita. Quindi il solo aumento di ricchezza viene inteso come segno di successo. Lo stesso discorso vale per la parola povertà: una volta si pensava – finanche con pietismo – alle sciagure capitate al povero disperato, adesso si tende a colpevolizzarlo. Questo cambiamento gramsciano del senso comune ha sviluppato una distorsione culturale.

 

Il sociologo Luciano Gallino parlava di una controffensiva neoliberista iniziata da Reagan e Thatcher che aveva portato ad un pensiero unico dominante, riducendo le differenze tra destra e sinistra. Questo dato rimane, però, centrale?

La svolta avviene quando si accetta in maniera dogmatica il motto “There is no alternative”. Ma la crisi che la socialdemocrazia incontra alla fine degli anni ‘70 non è casuale: quel modello evidenzia i propri limiti in quanto burocratico e top-down. L’idea straordinaria di Olof Palme e Willy Brandt di celebrare la redistribuzione delle ricchezze e la partecipazione democratica vacilla perché l’intervento, a monte, sul come si formasse la ricchezza era stato insufficiente.

 

Sta criticando il pensiero keynesiano?

Certo, la diseguaglianza non si può contrastare soltanto con la redistribuzione. Bisogna assumere il dato che la socialdemocrazia viene spazzata via da Reagan e Thatcher perché il modello keynesiano, in quegli anni, manifesta i suoi limiti.

 

Il miliardario Warren Buffett è il terzo uomo più ricco al mondo e qualche anno fa ha detto: ‘‘la lotta di classe esiste da vent’anni e la mia classe l’ha vinta’’. Che ne pensa? È ancora sensato parlare di lotta di classe?

A lui piace il paradosso, però coglie una verità all’interno del processo finora descritto: l’arroganza degli Mark Zuckerberg di questo mondo che si permettono di non recarsi nemmeno davanti al Parlamento britannico. I potenti dettano legge e si sentono intoccabili.

 

Passiamo al rapporto del Forum, le vostre 15 proposte si possono considerare liberal-socialiste?

Dal punto di vista culturale riflettono le tre componenti – liberale, socialista e cristiano sociale – che sono nell’articolo 3 della Costituzione che sancisce come “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Sono due le parole che ci contraddistinguono. La prima è “persona”, termine che rappresenta un valore comune a tutte le culture politiche. Una seconda parola è “radicale”. Non ci interessa il riformismo perché non sfrutta i grandi spazi non capitalistici che puoi guadagnare dentro il capitalismo. Si deve ricominciare ad incidere sui meccanismi di formazione della ricchezza.

 

Un Barca rivoluzionario che mette in discussione il capitalismo?

È stato già messo in discussione tra gli anni ‘50 e ‘70. Poi abbiamo lasciato per 30 anni che la società si adattasse al capitalismo, ora dobbiamo invertire la rotta: pretendiamo che la società riprenda il governo del cambiamento tecnologico e del passaggio generazionale ridando potere negoziale al lavoro.

 

Tra le proposte, alcune mirano a contrastare i giganti del web. Come si possono combattere i vari Amazon, Google e Facebook?

Sono almeno 4 anni che una letteratura globale ha la consapevolezza di aver abbandonato il web nelle mani di pochissimi e questa consapevolezza parte da intelligenze femminili perché le donne hanno sempre lottato contro il lavoro gratuito ed hanno intuito la sussunzione dei giganti del web insita nel caricamento dei nostri dati. Per questo bisogna riconquistare una sovranità collettiva sui dati personali e sugli algoritmi, pur sapendo che sarà una battaglia lunga e non facile. Siamo agli inizi.

 

Cosa significa, in pratica, costruire nuove sovranità collettive?

Innanzitutto reclamare la possibilità di esprimerci sul modo in cui vengono utilizzati i nostri dati. In secondo luogo, significa chiedere l’aumento del numero di open data in modo tale da far accedere ai dati web nuove Comunità di Innovatori.

 

Quali sono le altre problematiche che avete riscontrato nel mondo della Rete?

In una logica di pricing l’amministrazione pubblica regala i numeri alle grandi multinazionali senza passare per la Rete per cui il cittadino si ritrova a pagare i propri stessi dati. Capisce bene l’assurdità.

 

Nella proposta 2 si parla del “modello Ginevra per un’Europa più giusta”. L’idea è dell’economista Massimo Florio, in che consiste?

Si va oltre il pensiero di Mariana Mazzucato, non sono sufficienti le mission strategies. I grandi monopoli sicuramente vengono infastiditi dal lavoro dal basso, ma vanno contrastati in altro modo. Come? Creando un gigante ex novo che entri in competizione con loro. È una vecchia idea geniale di Enrico Mattei. E questo gigante deve essere pubblico. In Europa già esistono 300 infrastrutture pubbliche governate da manager con autonomia di bilancio. Si fermano alla ricerca di base. Con il modello Ginevra chiediamo che a partire da quelle stesse strutture si dia vita a hub tecnologici pubblici o pubblico-privati che si spingano a realizzare innovazioni di prodotto e commercializzarle.

 

Nell’era delle privatizzazioni selvagge, Barca va controcorrente e si schiera per il ritorno alle nazionalizzazioni?

Mettiamola così: l’Italia detiene molte imprese pubbliche, dalle Casse depositi e prestiti a Leonardo, per intenderci. Esse non ricevono dallo Stato una trasparente missione strategica sulla competitività, sull’ambiente e sulla giustizia sociale. Noi chiediamo che ciò avvenga, introducendo regole che garantiscano da un uso distorto di tale ruolo.

 

Parlate anche del salario minimo fissato a 10 euro l’ora...

È una battaglia fondamentale e il salario minimo legale deve riguardare tutti perché ci dobbiamo prefissare l’obiettivo di raggiungere anche il lavoro dipendente ma non riconosciuto, oggi, come subordinato o la vasta area del precariato giovanile.

 

A tal proposito come giudica il provvedimento del M5S e il niet dei sindacati?

La proposta pentastellata ha un pregio: intuisce che non è realizzabile il salario minimo in Italia se prima non è stato risolto il problema di rendere validi erga omnes le condizioni minime sindacali dei contratti nazionali. Questa è la via maestra.

 

Come replica a chi le dice che al Sud costa meno la vita e, quindi, fissare il salario minimo a 10 euro ha valore diverso a seconda dell’Italia che si abita?

Che è una follia, se da un lato in alcune zone del Mezzogiorno costa meno la vita dall’altra si hanno meno servizi pubblici garantiti (trasporto, sanità, scuola). Il provvedimento deve essere su scala nazionale.

 

Un’altra proposta è quella di introdurre un’eredità incondizionata di quindici mila euro per tutti i giovani che raggiungono la maggiore età. Dove si trovano le coperture economiche per un provvedimento simile?

La proposta viene associata ad un’altra che riguarda la trasformazione delle imposte di successione, che ad oggi coinvolge circa 110mila persone. Il meccanismo attuale infastidisce il ceto medio e fa il solletico ai ceti abbienti. Noi vorremmo che 80mila persone cessino di pagare ogni imposta sui lasciti delle donazioni e che gli altri 30mila benestanti paghino quello che è dovuto. La proposta di una robusta progressività viene caldeggiata persino dall’Economist, la potremmo considerare liberale e di destra.

 

Le aggiungo una sedicesima proposta: la patrimoniale. È favorevole o meno?

La patrimoniale appartiene ad un’altra storia, al passato. In queste 15 proposte noi vogliamo cambiare i meccanismi di formazione della ricchezza e guardiamo al futuro. Come ha detto Franco Ippolito, il presidente della fondazione Basso: siamo convinti che ognuna di queste proposte sia realizzabile fin da subito. Aggiungo che se si attuassero tutte e 15, il Paese verrebbe così radicalmente trasformato che non ci sarebbe bisogno di una sedicesima proposta.

 

Quale partito guarda al futuro e può fare sue queste 15 proposte?

Noi siamo un piccolo gruppo - o forse neanche così troppo piccolo - che si è dato lo scopo di lavorare subito con 12 alleati nella società e poi di essere usati dai partiti per iniettare idee nel loro lavoro. Non vediamo un progetto ma vediamo molti giovani in partiti diversi che cercano una strada.

 

Al momento non ci sono chance per costruire un’alternativa al salvinismo ma sono necessari tempi lunghi?

In atto ci sono due partite. La prima è nell’immediato: a breve ci saranno le elezioni Europee ed ognuno voterà secondo coscienza nella consapevolezza che siamo nell’ottica del “meno peggio”. La seconda partita è, invece, sul lungo periodo: bisogna mettere insieme le conoscenze dei mondi della ricerca e della cittadinanza attiva. Vanno costruiti nuovi luoghi che possano acquistare egemonia culturale e politica nel Paese, penso al frammentato, ma ricco, mondo dell’associazionismo alle campagne sociali, ai movimenti, alle alleanze contro la povertà. Per fare questo lavoro ci vorranno almeno 3-4 anni.

 

Non siete, quindi, soltanto un semplice think-thank utile a rielaborare idee e teorie?

Siamo un misto di “ricercazione”. Abbiamo rispolverato questo termine nobile perché abbiamo mescolato teste e braccia delle organizzazioni di cittadinanza con teste e braccia dell’accademia.

 

Quali sono i prossimi passi del Forum?

Abbiamo posto la base programmatica, nei prossimi mesi gireremo l’Italia per dibattere e sperimentare queste proposte. Ci interessa realizzare campagne sociali e radicarci sui territori. Riteniamo che non ci sia nulla di ineluttabile nelle disuguaglianze: se i poteri, le opportunità e i risultati non vengono riequilibrati, è perché si è scelto di non farlo. Un’alternativa esiste ed esistono le condizioni per trasformare i sentimenti di rabbia nella leva di una nuova stagione di emancipazione che accresca la giustizia sociale.


Twitter: @giakrussospena
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Comments   

#2 ernesto rossi 2019-04-11 16:18
Franco scrive... Se no rimangono le tante buone intenzioni che creano solo gruppi di adepti "privilegiati" che formano "ceto" politico a parte distanti dalla popolazione.... Esatto! non è altro che l'ennesimo tentativo di popolani che cercano di metterla in quel posto agli altri, abbindolandoli con le chiacchiere e vendendosi al Potere, facendosi pagare il merito di aver deviato e bloccato gli eventuali cittadini ribelli; consegnandone anche le liste... Quì i casi sono due, come sempre, o si è in buona fede, o si è in mala fede. O sono idioti loro o ci considerano idioti e in questo risultano anche offensivi. Basta osservare che costui intende mostrarsi credibile, esibendo notevoli medaglie, come la partecipazione di Legambiente e Caritas... Legambiente è una struttura che non ha mai fatto niente per l'Ecologia, è una struttura che ha deviato il senso e il significato del concetto di Ecologia, portandolo sul racconto cattolico-conservatore, disinquinare... Come se fosse possibile, mantenendo un regime industrial-consumistico-edonistico. Consumare meno... 1 su 99 quello significa. Riciclare... Che è una scempiaggine, perchè non si possono riciclare le materie prime all'infinito, queste si disgregano e non son più buone a nulla; ad esempio il rame, non può essere fuso e rifuso sempre, è l'illusione che ci hanno offerto costoro, che altro non sono che i servi dei preti e tengono conservatoristicamente la situazione ecologica bloccata da almeno 50 anni; più fascistoni di così... Veniamo alla Caritas, ancora tramite il riverbero che una simile struttura può vantare, verrebbe illuminato il Movimento, benissimo! Intanto si vuole oggi far passare come avanzato un Sistema economico, vecchio di 4.000 anni, quello giudaico che in ultimo usava il correttivo dell'elemosina... Una visione aristocratica che pur si può considerare civile, visto il livello tecnologico e i dati etnologici di 4.000 anni fa. Oggi, viene riproposta, l'idea che l'Elemosina è il Bene! Non fare meglio o bene, ma proprio il BENE! E certamente, data la situazione dei rapporti di forze, legata anche alla gestione dell'informazione e della cultura, i nazisti-fascisti-cattolici rialzano la testa. La Caritas è un Lager, uno strumento carcerario e torturator a vita per innocenti assoluti, se non proprio per meritevoli rivoluzionari! Si scambiano i poveri con i disoccupati, non è così, i poveri non sono disoccupati, sono delle persone a cui non è permesso vivere in questa società, che hanno colpa di esser ribelli e rivoluzionari e per tanto devono soffrire per tutta la vita le torture inflitte dagli aguzzini kapò, che organizzano la Caritas; anche perchè in questo modo tale immagine si riverberi su tutti gli altri e li minacci, tenendo tutti sotto quella minaccia, dire "ti licenzio" significa "muori di fame"! Ecco che intervengono i cattolici che siccome sono buoni, "no fratello, non si uccide"... "Basta torturarli fino a quando avranno abiurato e ammesso le loro colpe comuniste"... Per non parlare dei malati mentali, fisici, tutte e due, costretti in questi Lager perchè sono inutili e fanno schifo. Per non parlare dei compensi economici che tale Gestapo riceve. Tutti conosciamo ormai lo scandalo "Mafia Capitale", così come tutti ancora ignorano o fingono per opportunismo ma in ultimo per terrore.... Che quello è l'uso comune ad ogni Lager Caritas ovunque, è un sistema., una tecnica precisa. Come ci si può presentare dicendo "eco guardate, Noi siamo i compagni quelli veri e sinceri stiamo con la Caritas"! Che è come dire "Noi stiamo con Heinrich Himmler e per tanto siamo credibili"... Ripeto o questi sono idioti o credono che sono idioti i cittadini. In realtà si riferiscono ai loro stessi gruppi di riferimento, costituiti da Gestapo e Kapò, per contrattare sempre e solo il proprio prezzo, il proprio cospicuo stipendio e basta! (Comitato dei Poveri - Taranto).
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#1 Franco 2019-04-11 13:34
Sarebbe interessante che Fabrizio Barca e il suo gruppo si facessero conoscere pubblicamente e creassero delle strutture stabili di partecipazione. Se no rimangono le tante buone intenzioni che creano solo gruppi di adepti "privilegiati" che formano "ceto" politico a parte distanti dalla popolazione. Ma e' un tema che credo non avra' una facile soluzione. Non saremo in questa condizione di impotenza e di emarginazione democratica se si fosse cercato di fare qualcosa negli anni passati. Ma Pd e Rifondazione, i grandi "agglomerati" , che potevano fare qualcosa, hanno scelto altre strade o si sono dileguati. Alla fine penso che "i buoi siano scappati dalla stalla". Siamo in altri pessimi tempi. Il passato non ritorna. Ormai esiste una "spoliticizzazione totale" con una democrazia del marketing che e' solo all'inizio. Non ci sara' partecipazione delle persone alla "politica". Solo proteste locali fatte da quelli che si troveranno in situazioni di vita dura e pericolosa. Il populismo e' questo. La stragrande maggioranza se ne stara' a "casa" a fare i fatti propri. Qualunque essi siano. Del "mondo" non gliene freghera' un tubo. Anzi sara' infastidita da chi si interessa di qualcosa. Sara' senz'altro un lungo periodo. Per arrivare alla rottura catastrofica ce' ancora un po' di tempo. Poi i ridicoli esseri umani correranno per le vie sperduti e piangenti come agnellini spaventati in cerca di aiuto. Ma sara' troppo tardi.
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