
Diritto d’asilo
di Giorgio Morbello e Luca Rastello
Il diritto d’asilo è uno dei pilastri dell’identità europea. "Chi, nel proprio Paese, non può godere dei diritti civili, venga da noi! Sarà accolto, tutelato, protetto, accudito. Siamo l’Europa! La patria, la culla della libertà e dei diritti umani". E non si tratta di enunciazioni di principio: è tutto stato messo nero su bianco e firmato nella Convenzione di Ginevra, per non dire delle Costituzioni dei singoli Stati. Ma a un certo punto, in modo più opportunistico che schizofrenico, questo elemento fondante è diventato un ostacolo. Terminato il pericolo del comunismo sovietico, quando noi eravamo il "bene" pronto ad accogliere chiunque riuscisse a scappare da "oltrecortina", oggi il diritto d’asilo viene di fatto negato. Non nella sua enunciazione, certamente, ma di sicuro lo è nella sua prassi.
Da questa idea di fondo è nato il saggio La frontiera addosso (Luca Rastello, Laterza): dalla constatazione che l’Europa ha mosso una vera e propria guerra al diritto d’asilo. E non in senso figurato. Si tratta di una guerra con il suo esercito, i suoi soldati, i suoi elicotteri, i suoi aerei, le sue armi. E ci sono i nemici: tutti quelli che, in fuga dai propri Paesi, cercano di entrare in Europa. E ci sono anche i "danni collaterali": gli oltre 15.000 tra uomini donne e bambini che negli ultimi dieci anni sono morti alle frontiere della fortezza nel tentativo di trovarvi rifugio da guerre, fame, persecuzioni, povertà estrema (è il dato dei morti "certificati" raccolto dal preziosissimo fortresseurope, il numero reale è sicuramente molto piu alto).
Moltissimi di loro sarebbero stati di sicuro certificati ufficialmente come "rifugiati politici" da una qualunque delle commissioni di valutazione per le richieste d’asilo presenti in ogni Paese europeo. Il problema vero è che questi 15.000 non ce l’hanno proprio fatta ad arrivare di fronte a una di queste commissioni... E non ce l’hanno fatta mica per caso. L’obiettivo dichiarato di questa guerra è proprio questo: rendere inesigibile un diritto che continua a essere enunciato come tale. E siccome noi europei abbiamo una dignità, una storia da difendere, dei valori e dei principi da sbandierare, non possiamo permettere che non vengano riconosciuti sul nostro territorio i diritti di un rifugiato. Eccola qui la formula magica: "sul nostro territorio".
Basta che il poverino si trovi fuori Europa, che non arrivi a varcare i nostri confini, che il problema è risolto. E' una vera e propria moderna segregazione: quella di quanti, pur avendo diritto a essere riconosciuti come rifugiati politici, non arrivano neanche a poter porre la domanda. Restano fuori. Li segreghiamo con molti strumenti. Il primo sono i respingimenti in mare, quelli dell’accordo Italia-Libia, per intenderci. Ma questa idea, cioè il fatto di non permettere a queste persone di entrare nel "cono di luce" all’interno del quale i loro diritti sono esigibili, ha messo in campo molte altre strategie operative. L’Unione Europea, direttamente o attraverso Stati membri, finanzia campi di detenzione amministrativa fuori dall’Europa. Di fatto, significa costruire carceri che trattengano fuori dai nostri confini quanti hanno commesso il "delitto" di fuggire guerre o persecuzioni nel proprio Paese. Strutture di questo tipo, solo per citare alcuni casi, sono in Libia, Algeria, Ucraina, Mauritania, Turchia... E ancora: il Consiglio d’Europa nel 2002 sancì che ogni tipo di accordo (commerciale, economico, di diversa collaborazione...) con Paesi terzi debba comprendere una clausola di riammissione obbligatoria: il Paese non-Ue è obbligato a riprendersi i propri cittadini espulsi da uno Stato dell’Unione.
C’è un caso esemplare che spiega bene l’immagine del "cono di luce" dei diritti all’interno del quale l’Unione europea non vuole che entrino i richiedenti asilo (se no, poi, è costretta ad accoglierli...). Si tratta di un caso di alcuni anni fa che ha visto per protagonisti alcune centinaia di eritrei. In Eritrea c’è una dittatura spietata. L’espatrio clandestino è un reato grave, come nell’Unione Sovietica di un tempo. La pena per chi tenta di fuggire dal Paese è l’arruolamento forzato a vita nell’esercito, mentre quanti fuggono gravati da reati di opinione o perché ritenuti "nemici dello Stato" rischiano la pena di morte. Un eritreo che è uscito dal proprio Paese in modo non regolare, per la sua semplice presenza fuori dai confini nazionali, gode del diritto d’asilo. Non lo si puo rimandare indietro. Eppure questo avviene nel nostro caso. Non è successo in Europa, sarebbe stato impossibile, ma in Libia, fuori dal cono di luce dei diritti esigibili, là dove si è spostato il vero confine europeo. Il 27 agosto 2004 centinaia di eritrei rinchiusi in un centro di detenzione libico, uno di quelli che godono di finanziamenti europei, vengono imbarcati su cinque aerei per un rimpatrio forzato. Quattro di questi velivoli atterrano regolarmente in Eritrea per consegnare gli ex-aventi diritto d’asilo al proprio destino. Quattro? E il Quinto? Il quinto aereo trasporta i più convinti, i più decisi, i piu avveduti. Forse i più cattivi. Quelli in grado di compiere un vero e proprio reato internazionale gravissimo. Un dirottamento. E così avviene. L’aereo viene fatto atterrare in Sudan dove i dirottatori-rifugiati chiedono di arrendersi ai caschi blu dell’Onu. Accontentati. Ma l’Onu non è la Libia. E neppure il Sudan. I dirottatori riescono in questo modo a mettere un piede nel cono di luce. Di fronte alla loro situazione i rappresentanti Onu non possono che riconoscerli come persone che hanno diritto d’asilo. Gli eritrei dirottatori sono salvi. Per vedersi riconosciuto un diritto, hanno dovuto commettere uno dei reati internazionali piu gravi.
Ma oltre ai respingimenti, ai rimpatri e alla detenzione amministrativa in Paesi terzi, c’è un altro elemento di contrasto al diritto d’asilo, camuffato da opera di bene. Si tratta degli uffici decentrati per accogliere le domande dei richiedenti asilo. Nascono con le migliori intenzioni: "Perché sottoporre queste persone a viaggi estenuanti, a trafficanti di essere umani senza scrupoli, a passaggi di frontiera clandestini e insicuri? Andiamo noi da loro, con per- sonale indipendente. Raccogliamo le loro storie e portiamo quanti ne hanno diritto nella nostra civile Europa". E' fin troppo evidente che tali strutture, in Paesi che nella maggior parte dei casi non hanno firmato la Convenzione di Ginevra, hanno pochissime possibilità di lavorare in modo indipendente ed efficace. Quali garanzie avranno le persone che vi lavorano? Quale sostegno governativo, quali tutele avranno le persone che vi si recano a presentare
domanda? Eppure l’Unhcr e alcune ong si sono prestate, con le migliori intenzioni, a gestire alcuni di questi uffici. I risultati del loro lavoro hanno una scarsa evidenza, mentre la loro opera finisce per essere un altro ingranaggio di quella perversa macchina di esclusione che è la politica europea sul diritto d’asilo.
Lo strumento principe di questa macchina si chiama Frontex. Alzi la mano chi sa che cosa sia. Pochi. E' la piu opaca, sconosciuta, discreta agenzia dell’Unione Europea. Eppure può contare su 89 motovedette, 24 navi pesanti, 25 elicotteri, 22 aerei, oltre ai voli charter messi a disposizione per i rimpatri. Un sistema di pattugliamento permanente congiunto che utilizza mezzi militari sofisticatissimi. E costosi. Nel 2008 è stato finanziato dall’UE con 70,4 milioni di euro. Ma lo stanziamento pluriennale per il periodo 2007 — 2013 è di 1 miliardo e 820 milioni di euro: soldi, e tanti, per tenere tutti quelli che fuggono da fame, persecuzioni, guerre lontano dal "cono di luce". E' questo l’esercito "segreto" di cui parlavamo prima. Ma non sempre riesce a vincere. Nonostante tutti questi sforzi, nonostante questa mole di denaro investita, qualcuno ce la fa lo stesso. Passa attraverso le maglie, si infila tra una motovedetta e l’altra, si appiattisce nel doppiofondo di qualche tir e arriva. E chiede, accidenti a lui, asilo politico. Entra nel cono di luce. Ma non è che così ha risolto i suoi problemi. In Italia sono le Commissioni territoriali appositamente istituite a dover decidere se il richiedente asilo e la sua storia rientrano nella casistica prevista dalla Convenzione di Ginevra. Sfuggi dalla fame? Respinto. Cerchi un futuro per i tuoi figli? Respinto. Non sono queste le motivazioni del rifugiato politico. Il destino di una persona è tutto racchiuso in quel colloquio di venti minuti. Con un interprete. Di fronte a sconosciuti. Dirà la cosa giusta? Evidenzierà i particolari necessari perché sia effettivamente riconosciuto come rifugiato? Conosce i particolari della Convenzione di Ginevra per poter raccontare, tra le tante disavventure subite, proprio quelle che rientrano nella casistica? Lo sa che l’appartenenza a un partito politico illegale nel proprio Paese è, qui da noi, non motivo di sospetto, ma anzi ragione per ottenere il riconoscimento del proprio status? Inoltre il regolamento di Dublino, che obbliga i richiedenti asilo a presentare domanda solo nello stato dell’Unione europea in cui sono arrivati o si sono "palesati", limita fortemente la libertà delle persone, soprattutto perché, in attesa del verdetto, sono obbligati a permanere in quel Paese, anche se hanno la famiglia, parenti o amici disposti ad accoglierli in un altro Stato. Alcuni poi "emergono" nel cono di luce europea nel posto meno indicato, come ad esempio la Grecia dove nel 2008 sono state accol-te meno del 2% delle domande di asilo contro una media europea del 25%. Questa norma,allora,e oggettivamente un ostacolo perché i richiedenti asilo possano vedere riconosciu-to un proprio diritto.
Ma i rifugiati, anche una volta ottenuto il proprio status, continuano a portarsi addosso la propria frontiera. Si confrontano, a questo punto, con problemi drammatici e molto, molto concreti: e la casa? E il lavoro? E la prospettiva di una vita futura, dato che per la maggior parte di queste persone il rientro in patria non è una possibilità ipotizzabile? E' la storia delle tante "emergenze" che con puntualità emergono nelle diverse città, soprattutto quelle che sono sedi delle commissioni che devono esaminare i richiedenti asilo. Da queste situazioni nascono i "problemi": gli stabili occupati, le minacce di sgombero, i progetti emergenziali, la mobilitazione delle associazioni volontarie, i cortei di protesta, gli scioperi della fame.
A Torino abbiamo seguito direttamente la questione dell’occupazione dell’ex clinica San Paolo di corso Peschiera. A distanza di quasi due anni le persone che avevano occupato quello stabile sono state più o meno tutte sistemate in micro-progetti di integrazione sparsi sul territorio piemontese. Un risultato ottenuto solo grazie all’impegno e alla cocciutaggine di una trentina di organizzazioni locali che si sono riunite in un Comitato. Ma è un risultato parziale. Che ha dato risposta a "quel" problema. Nonostante lo sforzo progettuale e propositivo del Comitato, le istituzioni (Comune, Provincia, Regione, Prefettura) non hanno ancora costruito una strategia operativa strutturata per affrontare in modo efficace il problema dei richiedenti asilo e dei rifugiati politici con soluzioni di lungo periodo e non legate a questa o quell’emergenza. Ma la storia degli occupanti di corso Peschiera ha avuto un epilogo che vale la pena raccontare. Delle centinaia di rifugiati passati dall’occupazione a una struttura temporanea gestita dal Comune e infine ai micro-progetti di integrazioni, nell’estate del 2010 restavano in 15 a non aver accettato una nuova sistemazione. Eppure dovevano andarsene dal posto in cui erano stati ospitati fino a quel momento. Bisognava sgomberarli. Ma come? Con manganelli? Fumogeni? Ma che brutta figura per la Citta! Già si leggono i titoli dei giornali: Rifugiati politici in fuga dalla repressione incontrano le manganellate della polizia democratica nella civile Italia. Eppure bisognava trovare un soluzione rapida. Tutto era pronto e un autobus aspettava i 15 in strada. I poliziotti sovrintendevano alle operazioni.
Persone del Comitato tentavano la mediazione. Tra mezze parole, accordi verbali, "io non voglio sapere.. io non ho visto nulla", i 15 sono saliti sull’autobus che li attendeva. Destinazione? Ignota. O quasi. La mediazione improvvisata prevedeva infatti che l’autista aprisse le porte del mezzo davanti a uno stabile abbandonato di Corso Chieri, probabilmente segnalato ai rifugiati da qualcuno dei Centri sociali. I 15 sono scesi, hanno sfondato le porte e hanno occupato la loro nuova dimora. Sotto gli occhi della polizia. Il questore Aldo Faraoni, criticato aspramente dal sindaco di centro sinistra Sergio Chiamparino per avere permesso la nuova occupazione e invitato a procedere all’immediato sgombero dello stabile, è stato molto chiaro: "I profughi che sono in corso Chieri pongono una domanda ben precisa, rilanciata attraverso la tv: ‘Dove andremo?’ Bisogna rispondere anche a questo interrogativo. Ricordiamoci che si tratta di persone. Non è solo una questione di ordine pubblico. E' un problema sociale, da affrontare e risolvere su altri piani". Sorprendente e ineccepibile, da vero servitore dello Stato, quello costituzionale...
Ma come si è potuti arrivare fino a questo punto? Al punto che una questione di diritti umani, sanciti addirittura da una Convenzione internazionale, possa trasformarsi in un problema di ordine pubblico? Dove è la crepa? Dove inizia a cedere tutta la nostra impalcatura legislativa in materia di diritti umani? C’e qualche possibilità di rinsaldare questa falla? Il Comitato di Torino ha deciso di partire da un’iniziativa piccola, ma molto concreta: una raccolta firme perché l’amministrazione comunale rilasci il certificato di residenza ai rifugiati politici presenti sul suo territorio. Fino a ora questo non avveniva: non hanno indirizzo, non hanno casa, non hanno domicilio fisso... e che residenza possono avere? Eppure si possono trovare delle soluzioni, come avviene per la residenza che viene assegnata ai cittadini italiani senza fissa dimora. La residenza è importante perché con questo documento i rifugiati politici fanno un bel passo in avanti per diventare cittadini a tutti gli effetti. Acquisiscono diritti esigibili. Possono entrare in graduatoria per la casa popolare, possono sostenere l’esame per la patente, hanno diritto all’assistenza sociale, possono godere, proprio come prevede la Convenzione di Ginevra, degli stessi diritti dei cittadini dello Stato in cui si trovano. Proprio quello che le amministrazioni comunali vorrebbero evitare...
Ma, pur riconoscendo la drammaticità delle questioni sollevate da La frontiera addosso, qualcuno potrebbe obiettare: di fronte ai milioni di persone che si spostano per fame, per sopravvivenza, per migliorare la propria vita non è un vezzo da legalitari incalliti scrivere un libro specifico su quel particolare gruppo che sono i richiedenti asilo e i rifugiati politici? Tanto più che chi abbandona la propria casa lo fa spesso per un insieme di motivi che sono politici, economici e di sopravvivenza insieme, magari senza avere ben chiaro in testa di essere un possibile "rifugiato politico". Scappa e basta. Se abbiamo focalizzato il nostro interesse sui rifugiati è perché questa vicenda è per noi europei uno specchio impietoso. Uno specchio che restituisce un’immagine molto diversa da quella del Vecchio continente fondato sul rispetto dei diritti umani e civili ("Fuori dall’Europa i Paesi che prevedono la pena di morte!") e nato come progetto antitetico alla follia nazista. L’ Europa che vediamo nello specchio è invece intrisa di sangue, morte e guerra. La sua storia di oggi, il suo benessere, la qualità della vita dei suoi cittadini si reggono sulla negazione di quei diritti umani sui quali si fonda la nostra ragione di essere. Le migliaia di morti davanti alle porte della nostra Fortezza, l’esercito di Frontex, i centri di detenzione amministrativa fuori confine, gli accordi per i rimpatri forzati ci parlano allora della nostra inimmaginabile capacità di rimozione e mascheramento della realtà, ci mostrano un capolavoro di segregazione che si regge, con il cemento dell’ipocrisia, su un falso mito. Quello dell’Europa dei diritti. Goebbels ne sarebbe ammirato.









































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