Vaccini: una questione molto complicata
di Michele Castaldo
Avevo cominciato a scrivere queste note una decina di giorni prima che accadesse la sospensione della distribuzione del vaccino AstraZeneca; purtroppo mi sono rivelato facile profeta, ma non era difficile. Riparto con ulteriore convinzione nell’esporre le mie tesi. Sono comparsi negli ultimi giorni sul Corriere della sera due articoli uno a firma di Fabio Colasanti, economista, il 6/3/21, e l’altro di Angelo Panebianco, politologo, l’8/3/21, che pongono in modo chiaro e schietto un problema che ne richiama molti altri e sui quali è necessario soffermare l’attenzione senza inforcare le lenti dell’ideologismo perché non ci aiuterebbero.
La questione di fondo nell’affrontare correttamente la necessità del vaccino, secondo i due saggisti, consisterebbe nella differenza tra l’agire pragmatico di certi paesi come Usa, Gran Bretagna e Israele, da una parte, quello giuridico dalla parte opposta, riferendosi all’Europa.
Se i due illustri saggisti si scomodano con tanta determinazione per intervenire su una questione che dovrebbe filare liscia come l’olio, vuol dire che c’è una preoccupazione di fondo irrisolta, ed è inutile fare finta di niente. E dalla lettura dei loro scritti emerge con chiarezza la difficoltà che consiste nella diffidenza popolare sulla valenza dei vaccini per debellare un virus che si sta dimostrando di una potenzialità del tutto imprevista (del tutto imprevista?) e di una varianza che complica oltremodo la possibilità di combatterlo.
In che modo si può affrontare, perciò, l’attuale pandemia Covid-19? Semplice la risposta: con i vaccini, ovvero rendendo immune progressivamente un numero sempre maggiore di persone in modo da evitare che la trasmissione dia la possibilità al virus di replicarsi e procedere in questo modo verso quella che viene ormai comunemente definita immunità di gregge.
Trattandosi però di una pandemia che ha prodotto a tutt’oggi già oltre due milioni di morti in tutto il mondo e una quantità di contagi il cui calcolo varia giorno per giorno per centinaia di migliaia senza arrestarsi, il problema non è regionale o nazionale ma mondiale, visto che ormai il mondo è interconnesso, dunque le complicazioni aumentano in misura esponenziale. E appare del tutto inutile cercare di suggerire di affrontare il problema partendo dalle cause che hanno prodotto il virus, perché da questo orecchio nessuno vuole sentire. Dunque si procede come sempre, non eliminando la causa che ha prodotto il virus. Ora, la legge che regola le produzioni alimentari è basata sullo sfruttamento intensivo sia dell’agricoltura che dell’allevamento degli animali destinati alla macellazione. Tale regola si basa proprio sul principio del pragmatismo, cioè si impone come necessità per “sfamare” la popolazione, lo stesso criterio dovrebbe essere applicato per produrre i vaccini per combattere la pandemia. Un principio che in una pandemia, secondo loro, sarebbe più che legittimo applicare senza stare troppo lì a cincischiare su regole e cavilli burocratici, c’è da salvare le vite umane, cosa state lì a discutere. E si elogia, ovviamente, chi seguendo questo principio sta ottenendo “ottimi” risultati, mentre chi – come i paesi europei – cincischiando sugli aspetti giuridici circa la produzione e la distribuzione dei vaccini ritarda colpevolmente la soluzione dei problemi che la pandemia sta producendo.
Sia chiaro: il giudizio complessivo da dare sul comportamento dei vari establishment nazionali, in modo particolare in Occidente, è che si naviga a vista in una sovrapposizione di fattori dove non si riesce a rintracciare una logica se non quella di fare in fretta perché riprenda la produzione di valore pena un declino definitivo nei confronti della concorrenza che avanza sempre più minacciosa dall’Asia, con una Cina che ha saputo tenere a freno il virus e l’India che sta introducendo una riforma agraria e si presenta sul mercato mondiale più agguerrita. Sicché la questione è sempre più seria e complicata.
Ora nella logica del pragmatismo capitalistico (o borghese, se si preferisce) c’è molta approssimazione e una sorta di fiducia cieca e presuntuosa al tempo stesso dovuta al fatto che storicamente l’uomo eurocentrico ha sempre saputo trovare la soluzione a ogni problema che il suo rapporto con la natura gli ha posto di fronte. Dunque vanno bene le raccomandazioni di immunologi, virologi, epidemiologi ecc., su distanziamenti, mascherine, chiusure di attività per impedire la diffusione dei contagi, ma quello che serve realmente per debellare la pandemia “è” il vaccino. Dunque di corsa a produrlo, non importa come, l’importante è fare presto, il prima possibile, altrimenti è la fine. E se c’è chi mostra perplessità perché la fretta è una pessima consigliera, lo si redarguisce con campagne anche infamanti per indurlo a più miti consigli in special modo se si tratta di personaggi della sanità e del mondo scientifico. Un esempio su tutti riguardò il povero professor Crisanti costretto prima a giustificarsi con un articolo sul Corriere della sera e poi obbligato a dichiarazioni più consone sull’argomento vaccini. La stessa Ilaria Capua, che col suo sorriso rassicurante in un primo momento cercava di buttare acqua sul fuoco di facili illusioni sulla brevità dell’attuale pandemia, più volte aveva ripetuto che prima della fine del “2023” non ne saremmo usciti; poi, ovviamente, tirata per la giacca, scrisse: « Paesi più avanti con la campagna di vaccinazione basta una firma e via. Ci deve essere un modo procedurale o digitale per ridurre al minimo questa immane perdita di tempo in un momento critico come questo. Non lasciamo le dosi in frigo, non possiamo permettercelo. Credetemi per piacere », Corriere della sera del 9/3/21. Così tutti gli addetti del mondo scientifico consigliano coralmente di vaccinarsi, perché è l’unica soluzione per frenare la corsa del virus e arrivare alla immunità di gregge.
Se dunque la soluzione è il vaccino, scatta la corsa a produrlo, il più in fretta possibile, perché prima si arriva a produrlo, prima lo si distribuisce, prima si guadagna. Ecco la folle corsa al profitto da parte delle case farmaceutiche, ecco la necessità del pragmatismo invocata da scrittori e giornalisti di un certo calibro.
Che le industrie farmaceutiche abbiano una missione da compiere, come pensava Max Weber per i capitalisti, ci appare un poco dubbia, lo diciamo sommessamente non perché non ci fidiamo della nobiltà dei manager che dirigono grandi aziende, come la Spa anglo-svedese AstraZeneca, per esempio; non è questo il problema, ma perché il criterio che sono costretti a seguire non consiste nel perfezionare il prodotto che richiederebbe tempo e verifiche, cioè sperimentazione, ma perché i personaggi chiamati a dirigere le industrie farmaceutiche devono rispondere al trend del fatturato, devono competere con le altre case farmaceutiche sui tempi di produzione e consegna del prodotto-merce, e per farlo devono essere ancora più “pragmatici”, e sempre più “pragmatici”, come raccomandano Colasanti e Panebianco e se succede l’incidente come la morte sospetta di alcuni poveri disgraziati, dopo la prima dose di AstraZeneca, l’azienda va in crisi e le altre industrie farmaceutiche si fregano le mani perché per ogni concorrente in meno che va in crisi aumentano le possibilità di produrre e vendere i propri vaccini, come succede per tutte le altre merci.
Siamo onesti: cosa può dire il Professor Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sui primi decessi sospetti dopo la somministrazione del vaccino AtraZeneca, se non: « Il vaccino AstraZeneca è sicuro, mi sento di affermarlo anche dopo aver rivisto tutti i dati. Il rapporto benefici-rischi è ampiamente positivo »? Ovviamente non abbiamo nessuna controprova per smentirlo, e capiamo benissimo che in assoluto non esiste il rischio zero. Ma è lo stesso professor Magrini che ci viene incontro sostenendo successivamente: « Si è arrivati alla sospensione perché diversi Paesi europei, tra cui Francia e Germania, hanno preferito interrompere la vaccinazione dopo singoli casi recenti di eventi avversi, che hanno suggerito di fare una pausa per le verifiche e poi ripartire. È stata una scelta di tipo politico », come riportano tutte le agenzie di stampa. Dunque il fattore scientifico è soggetto alle influenze economiche e agli aspetti politici che queste producono, come afferma il professor Magrini. Non è la nostra diffidenza di marci comunisti a essere prevenuti, ma i fatti reali, quelli veri che parlano da sé senza la necessità di essere artefatti.
Se succede che nella sfrenata corsa, spinti sempre dalla stessa necessità di fare presto, le aziende dei paesi “alleati” non ce la fanno a consegnare, ci si rivolge ai paesi “nemici” come per il vaccino russo Stputnik, che è ben lieto di andare in ”soccorso” a un paese un tempo nemico e che addirittura ci aveva invaso insieme ad altre potenze. Non solo, ma bisogna anche andare in “soccorso” ai paesi “poveri” da cui provengono i “poveri” immigrati che ci servono come l’aria per respirare sia per ragioni economiche, lavorano a basso costo, che per motivi demografici, vista la carenza della fertilità dei nostri maschi e l’insicurezza a fare figli per mancanza di garanzie economiche. Il tutto condito con la vendita dei vaccini agli Stati di paesi poveri con la conseguenza di impoverirli ulteriormente. E se un paese come l’Italia si appresta a produrre il vaccino Sputnik, secondo la legge “ubi bene ibi patria”, ecco sorgere la contraddizione con gli altri paesi europei oltre ai mugugni della potente America. E le mascherine cinesi? Insomma, come diceva il vecchio Mao: «grande è il disordine sotto il cielo », ma non aveva ancora assistito allo stato attuale del modo di produzione capitalistico.
Intendiamoci bene: da un lato non c’entra niente la cosiddetta posizione no vax, e conosciamo bene anche la locuzione latina post hoc, ergo propter hoc, « dopo questo, e quindi a causa di questo », ed altrettanto bene sappiamo che in termini percentuali poche unità di morti anche come effetto collaterale rispetto ai milioni di vaccinati son ben poca cosa e rientrano all’interno del calcolo delle probabilità, oltre al prezzo da pagare come rapporto costi benefici. Ma quello che con queste note vogliamo denunciare è il principio logico di curare il male con lo stesso criterio che lo ha prodotto.
Ad evitare equivoci maldestri, diciamo che il nostro giudizio non è riferito all’arte medica o farmacologica in quanto tale, ma ai criteri cui essa è sottoposta che non sono neutri, ma subordinati alle leggi dell’economia. Giusto per rapportarci a un esempio diverso ricordiamo di traverso che la scoperta della penicillina avvenne per puro caso nel suo laboratorio di St. St. Martin, a Londra verificando lo stato di una coltura di batteri, vi trovò una copertura di muffa che aveva annientato tutti i batteri circostanti. Fleming identificò la muffa come appartenente al genere Penicillium notatum. Ma solo nel 1941 , durante la guerra, si dimostrò l'efficacia reale di questo ritrovato. Da allora in Gran Bretagna e negli USA cominciò una massiccia produzione del preparato.
Dunque le preoccupazioni diffidenti del professor Crisanti non erano campate in aria. E che sia stato indotto all’obbedienza è la dimostrazione ulteriore della capacità persuasiva della potenza delle leggi dell’economia su quelle della scienza.
In questi giorni tra le tante cose dette da accademici di fama nazionale e mondiale e i vari arrampicamenti sugli specchi di politici molto “sensibili” alla salute del popolo, dei cittadini, delle persone, ecc. emerge nel variegato arcobaleno flessibile e interessato delle regioni, un dato italiano incontrovertibile: la regione Sardegna è bianca, ovvero è a meno rischi contagi rispetto a tutte le altre. Come mai, perché? Non è necessario interpellare grandi scienziati, basta leggere il numero di abitanti di quella regione: 1.639.362 su una superficie pari a 24.090 km², mentre la Lombardia, con una superficie di 23.844 km² ha circa 10 milioni di abitanti, con industrie di produzioni intensive di ogni tipo, comprese quelle delle armi di tutti i tipi, fra le quali chimiche e batteriologiche. Questo dato da solo basterebbe. È in questo inghippo che si nascondono tutti gli interrogativi per risalire alle cause, per cui tanto Massimo Galli quanto Ilaria Capua per tutto questo periodo hanno insistito sul distanziamento fra persone oltre che sulla mascherina. Poi vengono i vaccini e quindi l’immunità di gregge. Ma mai viene menzionato il modo di produzione come causa.
Non ci si ponga la domanda: ma allora cosa bisognerebbe fare? Non siamo ingenui e idealisti a tal punto da rispondere, come pure qualcuno fa proponendo « una decrescita felice » dimostrando in questo modo di non aver compreso esattamente il senso storico del modo di produzione capitalistico, che trattandosi di moto che ha espresso il modo è come il vento che non lo si può arrestare o sfidare sul suo stesso terreno, ovvero concorrendo come modello. Per questa ragione diciamo che in quanto moto è destinato a procedere verso il baratro.
A lor signori che a suo tempo osannavano Deng Xiaoping per il suo « pragmatismo » che lo definiva secondo il principio “asiatico” « non importa se il gatto è rosso o nero, l’importante è che prende i topi », diciamo eccovi serviti. E che la Cina sia immune è soltanto il sogno di quanti vogliono continuare a credere alla befana, perché quando sarà veramente contagiata saranno dolori veri, non come l’attuale livello pandemico.
Era certamente idealista il povero Mao che, oltre all’indipendenza nazionale per sottrarre quell’immenso paese alle mire colonialiste, ipotizzava uno sviluppo economico non solo autoctono, ma anche armonico in un rapporto città-campagna con comunità a misura d’uomo, diciamo così, in stile olistico-asiatico piuttosto che atomistico-occidentale. Oggi siamo al dunque: è vero che l’idea che il “comunismo”, inteso come modello di sviluppo capitalistico controllato e centralizzato, non potesse competere come modello dei rapporti sociali esistente il modo di produzione capitalistico; ma è altrettanto vero che proprio quell’atomismo occidentale ha plasmato ormai l’intero globo in modo monista e che lo sta avviando verso il crollo.
Ci sbagliamo? Tempo al tempo, signori.














































Ci parlano del cambiamento climatico, delle popolazioni del Sud che vivono nella prosicuità, insomma, di tutto il processo di reificazione, ma dovremmo dire tutta la merda che il capitale genera nella sua antropia e il colmo dell'impostura che pretende di regolare con la sigla ecologica (bisogna vedere tutta la merda che i miei vicini, contadini, spargono sulle loro coltivazioni per il grande beneficio delle transnazionali, Non entro volontariamente nella polemica pro o anti vax, sarebbe tuttavia giudizioso fare l'eziologia completa del paziente, sapere che cosa ha già ricevuto come atto medico prima, brevemente, piccola riflessione che mi viene in mente, l'immunità naturale può essere sviluppata, ma è GRATIS e il capitale vuole il suo più-valore, come conciliare l'inconciliabile? È urgente, vero, tutto questo in un contesto di crisi, abbiamo bisogno di ricordarcelo, noi comunisti reificati e alienati? È così semplice, il capitale è tanathos incarnato, tutto deve scomparire, compreso l'essere umano, ultimo territorio della conquista capitalista.
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