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sinistra

“Intelligenza” artificiale e stoltezza (senza virgolette) naturale

di Giulio Maria Bonali

wassily.jpgPer Natale un caro amico mi ha fatto un gradito regalo; mi ha segnalato la recensione (Meglio cyborgs che imbecilli — Stultifera Navis) di un libro di Claudio Paolucci (Nati cyborg) proposta da Francesco Parisi, professore di Teorie dei media e Fotografia e cultura virtuale, che aveva trovato in FaceBook e che mi ha fatto riflettere sull’ “intelligenza” artificiale, i suoi cultori, i suoi cantori e i suoi denigratori.

Espongo qui alcune di queste mie riflessioni.

Non concordo con la tesi, sostenuta da Parisi (e con tutta evidenza da Paolucci) dell' Homo sapiens "naturalmente debole" che per scampare alla selezione naturale avrebbe avuto bisogno della cultura e in particolare della tecnica (oggi quasi universamente detta -impropriamente; salvo prima o poi inevitabile adeguamento dei dizionari al pessimo andazzo- "tecnologia", che invece é lo studio teorico delle tecniche).

E' un luogo comune che secondo me deriva dalla corrente interpretazione e forzatura ideologica (reazionaria!) della nozione scientifica della selezione naturale, tendente a identificarla tout court con la selezione artificiale o culturale di allevatori e agricoltori (errore che fu già in qualche misura del pur genialissimo Darwin; ma allora era scusabile!). Quest' ultima (la selezione artificiale) opera "in positivo", consentendo la riproduzione solo dell' "ottimo" (il perfettamente adatto alle esigenze del mercato): fa riprodurre unicamente i “supercampionissimi” come Eddy Merckx eliminando perfino grandi campioni come Felice Gimondi! Invece la prima opera "in negativo", impedendo la riproduzione dei soli "troppo inadatti" (unicamente delle schiappe colossali come sarei potuto essere io se avessi praticato il ciclismo agonistico); dei soli troppo inadatti -presentemente- a un ambiente in continuo mutamento, ragion per cui l' "ottimamente adatto" di oggi può da un momento all' altro diventare "troppo inadatto" e perire senza riprodursi. 

E dunque le specie che si salvano dall' estinzione lo fanno solo grazie alla "tolleranza altruistica dei loro geni" (tanto per rovesciare la metafora ideologica reazionaria del pessimo Dawkins) i quali, lungi dal "lottare forsennatamente all' ultimo sangue (o all' ultimo codone)", “convivono pacificamente con molti altri alleli, anche momentaneamente meno adatti all' ambiente”.

Con tutta la sua relativa "debolezza naturale", l' umanità avrebbe potuto benissimo sopravvivere anche senza cultura (come molte altre specie in generale, e in particolare come molte altre specie di primati più o meno a lei affini quanto a "debolezza naturale"; ovviamente diffondendosi molto meno di quanto le accaduto grazie alla cultura, bensì piuttosto similmente a quanto accaduto per l’ appunto a queste specie "sue cugine"); e questo perché, con buona pace di Dawkins e compari, la selezione naturale non è un processo "spartano" -non getta gli handicappati dal colle Taigeto- o "nazista" -non pratica l' eugenetica "scientifica"- ma casomai "socialista": aiuta generosamente tutti quelli che può aiutare e salva generosamente tutti quelli che può salvare.

Ciò non toglie ovviamente che l' uomo ben presto (in termini biologici) abbia sviluppato una cultura assolutamente senza eguali nel mondo animale (un “salto di qualità dialettico” nell’ ambito della natura), realizzando e impiegando tecniche tendenzialmente sempre più raffinate ed efficaci (nel bene e nel male; vedi in proposito l’ incombente pericolo di "estinzione prematura e di sua propria mano", come diceva il mio amico e venerato maestro Sebastiano Timpanaro, che giustamente lo imputava al capitalismo -all’ uso CAPITALISTICO della tecnica- e non heideggerianamente alla "tecnica" indiscriminatamente intesa come un’ hegeliana cattiva astrazione brancolando nel buio della notte in cui tutte le vacche sembrano scure, metafora dell' ignoranza.

Come quasi ogni altra tecnica, quelle che Paolucci e Parisi considerano “protesi cognitive" o addirittura “mentali" o "personali-soggettive” (secondo me casomai “calcolative e/o registrative-archiviative) del corpo umano, dai disegni sulla sabbia, sulla cera o sul papiro al pallottoliere, all' abaco e così via fino ai computer e all' "intelligenza” artificiale, possono essere utilissime (nella fattispecie per facilitare ragionamenti e acquisizioni di conoscenze), e possono anche essere impiegate a fin di male, e pure con conseguenze dannose malgrado la buona fede dei loro utilizzatori.

Limitatamente a questo mi pare in sostanza di essere d' accordo con quanto sostenuto da Parisi (e da Paolucci).

Anch' io ho sempre diffidato della demonizzazione dell' "I"A operata da molti che, almeno soggettivamente, si ritengono di sinistra o progressisti, i quali di fatto sulla scia del (reazionarissimo! Soggettivamente e oggettivamente) Heidegger confondono lo strumento col soggetto dell' azione: non é il fucile che uccide la vittima, bensì l' (umano) assassino che le spara; e del tutto analogamente non é l' "I"A a turlupinare il popolo -nella misura in cui é carente di razionalità e senso critico!- bensì le classi dominanti che ne dispongono e la impiegano per ingannare oppressi e sfruttati).

E nessun mezzo artificiale potrà mai ingannare chi sia dotato di senso critico, ma casomai potrà farlo banalissimamente la rudimentalissima, rozzissima, "trogloditica" propalazione di falsità e l’ impedimento dell' accesso alla verità dei fatti imposto mediante la forza BRUTA (compresa, e non secondariamente, quella del denaro ovviamente).

La soluzione dei problemi pratici sta come sempre nella lotta di classe, non in velleitarie pretese luddistiche di abolire il tendenziale progresso tecnico (lotta di classe che sola può indirizzarlo verso uno sviluppo e un uso progressivi e benefici anziché regressivi e dannosi all' umanità).

Ma Parisi e Paolucci sostengono anche la tesi che noi siamo "ibridati con le tecniche" (ovvero completati, come parti integranti di noi stessi, dalle “protesi” o strumenti tecnici di cui ci serviamo), che a me pare al massimo una pessima, scarsamente calzante metafora.

La trovo anzi decisamente errata e falsa.

Secondo me noi siamo (o meglio: fenomenicamente appaiamo, nell' ambito della res extensa, come) il nostro corpo, anzi il nostro cervello o forse solo sue determinate parti con in corso determinati processi fisiologici; e tutte le “protesi” o gli strumenti coi quali ne potenziamo l' efficacia conoscitiva e pratica non sono che PARTI DEL RESTO DELLA REALTA' DA NOI DIVERSA, sulle quali il nostro cervello più direttamente (per il tramite del solo nostro corpo) agisce, così da influenzarne altre parti più indirettamente ma "di regola" più efficacemente (adeguandosi alle inderogabili leggi di natura ed applicandole intenzionalmente, consapevolmente, finalisticamente; e fallibilmente).

Che poi, come seguendo il filosofo Andy Clark sostengono i nostri, addirittura la nostra cognizione (letteralmente conoscenza: il nostro pensiero, i nostri ragionamenti, stati d' animo, sentimenti, ecc.) si estenda a -ed in- queste più o meno sofisticate protesi calcolative e/o registrative-archiviative (che ne sarebbero parti integranti!) mi sembra semplicemente demenziale.

Il nostro pensiero e in generale la nostra coscienza non si identificano, secondo me, con determinati eventi neurofisiologici cerebrali (presenti almeno potenzialmente, in quanto insiemi-successioni di sensazioni fenomeniche, nell’ ambito di altre, diverse coscienze, quelle di chi osservasse il nostro cervello (auspicabilmente in via indiretta, tramite immagini di risonanza magnetica o altre analoghe!): sono invece costituite da altre, diverse sensazioni o fenomeni (in particolare mentali e non materiali nel caso del pensiero); e tuttavia, come inequivocabilmente dimostrano le moderne neuroscienze, necessariamente corrispondono, sono necessariamente correlate, “andandovi di pari passo”, a determinati processi neurofisiologici del nostro cervello e a nient’ altro. E invece foglietti di appunti, files memorizzati, elaborazioni algotritmiche di computer e realizzazioni dell’ “””I””” A, ecc., di cui ci gioviamo per meglio pensare, sono solo eventi fenomenici materiali di tipo semantico, cioè significanti qualcosa (per qualcuno!), che a determinate condizioni “evocano” causalmente (meramente causano) determinati processi neurofisiologici nel nostro cervello cui necessariamente coesistono-corrispondono-“vanno di pari passo” determinate nostre esperienze coscienti in generale, mentali in determinati casi.

Stanno alla nostra “cognizione” esattamente come alla nostra visione di qualcosa sta il fatto che da tale “qualcosa” siano riflessi determinati raggi luminosi sulle nostre retine: fin qui nessuna visione cosciente, accade anche nei cadaveri! E solo dopo che attraverso le vie ottiche gli impulsi nervosi causati da tali raggi luminosi sui coni e bastoncelli della retina vengono propagati lungo le vie ottiche fino alla corteccia cerebrale e nell’ ambito di questa determinatamente elaborati, “di pari passo con” tali elaborazioni neurofisiologiche corticali accade la nostra visione di tale “qualcosa” (visione che potrebbe accadere in teoria e che talora di fatto accade perfettamente tale e quale anche senza l’ esistenza di tale “qualcosa” e della riflessione da parte di essa di raggi luminosi verso le nostre retine, per esempio se i medesimi processi neurofisiologici della corteccia cerebrale fossero invece causati da altri eventi neurofisiologici cerebrali “endogeni”, come avviene in caso di sogno o allucinazione). Sono cioè mere occasione “estrinsecamente” causanti, e non affatto “intrinseche” parti integranti, degli eventi coscienti (o meglio: degli eventi neurofisiologici cerebrali ai quali coesistono-corrispondono gli eventi coscienti; ma coi quali non si identificano): mere “circostanze al contorno” di essi.

Contrariamente a quanto preteso da Parisi e Paolucci, che “per esservi intelligenza”, in quanto (eventuale e più o meno spiccata) caratteristica del pensiero cosciente (intelligenza intesa nel senso corrente del termine), occorra “significato di parole” (se si tratta di pensiero intelligente linguistico, unicamente umano per quel che se ne sa), cioè “linguaggio verbale attraverso il quale un agente intenzionale ragiona”, non è affatto espressione di antropocentrismo preconcetto, bensì pura e semplice constatazione empirica della realtà dei fatti (ma tutto questo, cioè il pensiero più o meno intelligente, non accade affatto, come erroneamente da loro sostenuto, “nell’ intimità della sua [dell’ agente cosciente e ragionante] scatola cranica”, ove ci sono solo neuroni, sinapsi ecc. -tutt’altre cose!- E NON i suoi ragionamenti; accade casomai “nell’ intimità della" sua esperienza cosciente, la quale contiene fra l’ altro scatole craniche ma non è contenuta in alcuna di esse).

E confondere il pensiero cosciente (ma anche solo i suoi correlati neurofisiologici) con meri, ontologicamente banalissimi eventi meccanici che ne sono soltanto condizioni al contorno, come sono operazioni sul pallottoliere, appunti scritti su carta o riprodotti foneticamente da registratori, elaborazioni algoritmiche di computer o di apparecchiature di “I"A, è come confondere le parole del cameriere “il pranzo è servito”, che non si mangiano ma solo si odono, o magari le ricette stampate nel libro che il cuoco ha letto o -anche meglio!- che l’ “I”A ha formulato graficamente o fonicamente, che non si mangiano ma solo si leggono o si ascoltano, con le succulente vivande che si possono gustare e di cui ci si può nutrire!

Lascio volentieri le ricette su cui fantasticare a Parisi e Paolucci, e per parte mia, con Searle e Floridi da loro criticati, preferisco abbuffarmi!

E se, come loro affermano, si “scatena la macchina [dell’ “I” A] e si toglie l’ umano” (ammesso che questa pretesa locuzione abbia un senso, cioè sia veramente tale e non una mera casuale sequenza di caratteri tipografici), allora (secondo il solo significato che riesco ad attribuirle), si abbica -direi per definizione- all’ azione intenzionale cosciente (e men che meno critica razionale, praticata “a ragion veduta”) e ci si affida fatalisticamente al caso (non molto diverso dal seguire le imperscrutabili prescrizioni di un oracolo o altra autorità religiosa dogmatica): non fa per me, che da bravo democratico tollerante volentieri lo lascio fare a Paolucci e Parisi, se così loro aggrada.

Se loro preferiscono "vincere" una partita a scacchi seguendo le istruzioni di un computer (sai la soddisfazione!) anziché giocarla in prima persona, magari perdendola, beh, allora mi sembrano proprio dei masturbatori incalliti. A proposito: recentemente è morta Brigitte Bardot, che tanti anni fa, quando ero un ragazzino dell’ Azione Cattolica, mi indusse in reiterati “peccatacci mortalissimi” (allora la morale cattolica era infinitamente più rigida e severa di oggi); ma per fortuna dei ragazzini di oggi esistono migliaia di sue foto e filmati, malgari ulteriormente “migliorate” e “migliorabili” ad libitum dall’ ”I”A; personalmente da un bel po’ di tempo (ma se avessi potuto anche allora) preferisco rapporti sessuali reali, magari con donne non così magnificamente belle ma vive e vere (fra l’ altro esiste anche un “fascino del difetto” -ovviamente limitato- e dell’ imperfezione -modesta- e chi non l’ ha mai colto non sa cosa si è perso!).

Comunque de gustibus…

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