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Il patriarcato armato

di Mario Sommella

Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio

h 1 1024x885.jpg«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto di fronte all’umanità uno specchio che non ammette deviazioni dello sguardo. I milioni di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a partire dal 30 gennaio 2026 non riguardano soltanto un predatore sessuale condannato, morto in carcere nel 2019 in circostanze ancora avvolte nell’ombra. Riguardano il sistema che lo ha generato, protetto, alimentato. Riguardano l’aria che respira una parte del potere occidentale.

Questo articolo tiene insieme due fenomeni che troppo spesso vengono analizzati separatamente: la rete criminale globale di Jeffrey Epstein, con le sue radici ideologiche nell’eugenetica e nel suprematismo, e l’ascesa di figure come Nick Fuentes nell’ecosistema della nuova destra americana. Non si tratta di curiosità sociologica. Si tratta di capire la stessa cosa: un progetto di mondo in cui alcune vite contano e molte altre no, in cui il corpo delle donne è risorsa, non soggettività, e in cui la democrazia è un ostacolo da aggirare o da abbattere.

 

I. L’IMPRESA CRIMINALE GLOBALE: COSA DICONO I FILE EPSTEIN

Il 17 febbraio 2026, in una dichiarazione congiunta che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno usato un linguaggio inusualmente diretto per un organismo diplomatico: i fatti descritti negli Epstein Files «contengono prove credibili e inquietanti di abusi sessuali sistematici e su larga scala, traffico e sfruttamento di donne e ragazze» e alcune di queste condotte «possono ragionevolmente raggiungere la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».

Tra le violazioni citate compaiono schiavitù sessuale, tortura, violenza riproduttiva, sparizioni forzate, femminicidio. Non semplici reati. Crimini contro l’umanità. La differenza non è terminologica: è la differenza tra un processo penale ordinario e una responsabilità che chiama in causa il diritto internazionale. È la differenza tra un delinquente e un sistema.

Il file EFTA02731395, il diario di una minorenne, racconta dell’esistenza di quello che può essere descritto solo come una fabbrica della stirpe: bambine usate come incubatrici nel ranch del Nuovo Messico di Epstein, a cui il figlio appena partorito veniva strappato dalle braccia. Epstein, secondo i suoi stessi scritti, voleva che il proprio seme fecondasse almeno venti donne al giorno. Non è la fantasia malata di un singolo. È un programma. Ha un nome, una filosofia, dei finanziatori, degli alleati intellettuali.

 

II. LA SCIA IDEOLOGICA: DALL’EUGENETICA COLONIALE ALLA SILICON VALLEY

Per comprendere la profondità dell’abisso, occorre tornare indietro di trent’anni. Nel 1994, Charles Murray e Richard Herrnstein pubblicano The Bell Curve, un testo che sostiene l’esistenza di differenze cognitive ineludibili tra gruppi razziali, in particolare tra neri e bianchi. Il rimedio suggerito dagli autori è agghiacciante nella sua brutalità burocratica: scoraggiare le politiche di welfare per le donne a basso reddito, perché «spingono a fare figli le donne sbagliate». L’eugenetica coloniale riconfezionata come politica sociale. La pseudoscienza razzista con l’abito del paper accademico.

Epstein conosceva bene questo universo. Nella sua corrispondenza con Noam Chomsky, citava materiali provenienti da ambienti di estrema destra e discuteva di «scienza della razza» con una disinvoltura che rivela la normalizzazione di quelle categorie dentro reti di potere e rispettabilità sociale. Già da anni erano emersi i suoi finanziamenti a centri di ricerca specializzati nel controllo della popolazione e i legami con scienziati noti per posizioni razziste o apertamente eugenetiche.

I documenti emersi più di recente hanno aggiunto un tassello ulteriore: nelle comunicazioni con esponenti della Silicon Valley e del mondo dell’intelligenza artificiale compaiono discussioni sui presunti meriti della pseudoscienza razzista, ipotesi sulla superiorità cognitiva dei bianchi, teorie sulla morte di massa come strumento di gestione del pianeta. Il punto non è solo ciò che viene detto. È il contesto in cui viene detto: ambienti tecnologici e finanziari che si presentano come avanguardia del futuro, ma che in alcuni casi riaprono il cassetto più oscuro del Novecento.

Il caso più clamoroso è quello di Elon Musk, il cui nome compare nei file in relazione a una cena del 2015 organizzata da Reid Hoffman a Palo Alto, alla presenza di figure di primo piano della tecnologia e della ricerca. Nessuno dei partecipanti a quella cena è stato accusato di reati sulla base di quel solo elemento. Ma il dato politico e culturale resta: mentre si consolidano queste reti, Musk rende pubblica da anni la propria ossessione per la «crisi demografica» dell’Occidente, e immagina la riproduzione come compito storico delle élite. Il progetto di portare il proprio seme su Marte non è soltanto una bizzarria da miliardario. È la versione postmoderna di un immaginario eugenetico: la stirpe del padrone trasformata in destino cosmologico.

 

III. IL COMPLESSO SERVO-PADRONE: LA LETTURA DI MELINDA COOPER

La politologa australiana Melinda Cooper ha offerto una chiave di lettura preziosa per comprendere ciò che troppo spesso viene separato: da un lato gli abusi ripetuti e sistemici su donne e minori, dall’altro la fascinazione della «classe Epstein» per l’eugenetica e la supremazia bianca.

Cooper torna a Freud e a Totem e tabù per ricordare che l’inconscio collettivo è abitato dall’idea di orda: una fantasia primordiale di ordine tribale in cui i patriarchi si servono del possesso delle donne per creare una propria stirpe e ottenere una forma di immortalità. In questa prospettiva, pedofilia e riproduzione della stirpe non sono elementi casualmente accostati. Sono parti della stessa logica di dominio. Il corpo della donna e, nel caso dei minori, il corpo del futuro, non viene mai concepito come soggetto. Viene trattato come oggetto, come territorio da colonizzare.

Dietro la rete Epstein emerge così un’idea di società interamente regolata sulla relazione tra servo e padrone, in cui il dominio si fonda tanto sulla violenza economica quanto su quella sessuale. Lo scopo delle élite economiche che si muovono in questo orizzonte non è soltanto accumulare ricchezza, ma estendere un modello di comando anti-democratico all’intera società, celebrando una visione tribale, gerarchica, allergica all’eguaglianza. Una visione che non è una deviazione estrema del sistema. È la sua forma più nuda, quella che smette di fingere.

 

IV. NICK FUENTES E I GROYPERS: IL NAZISMO NON IRONICO MASCHERATO DA NAZISMO IRONICO

Mentre si svelano le dimensioni dell’impero Epstein, nell’ecosistema della destra americana emerge con crescente visibilità una figura che sembra incarnare in forma pubblica e mediatica l’ideologia coltivata in privato da quell’impero: Nick Fuentes, 27 anni, di Chicago, streamer politico, leader dei Groypers, autore di alcune delle affermazioni più esplicitamente fasciste prodotte da un influencer mainstream negli ultimi decenni.

L’11 febbraio 2025, nel suo programma America First su Rumble, Fuentes ha dichiarato: «Il nemico politico numero uno sono le donne. Devono essere arrestate». Poco dopo ha aggiunto che le donne che riducono il tasso di fertilità dovrebbero essere «spedite in gulag di riproduzione forzata». Le «buone» sarebbero liberate; le «cattive» condannate ai lavori forzati nelle miniere. Parole che non arrivano da un regime totalitario del secolo scorso, ma da una piattaforma di streaming contemporanea, davanti a centinaia di migliaia di utenti.

Non si tratta di una provocazione isolata. Nel corso della sua carriera, Fuentes ha sostenuto che le donne debbano «tornare in cucina», ha minimizzato la violenza sessuale, ha associato gli omosessuali alla pedofilia, ha descritto la segregazione razziale come una condizione preferibile per gli afroamericani, ha elogiato Hitler e banalizzato l’Olocausto con un linguaggio volutamente osceno. Il suo antisemitismo non è allusivo o simbolico: è esplicito, classico, da propaganda novecentesca.

Il meccanismo retorico è noto e terribilmente efficace: usare il linguaggio dell’odio in forma semischerzosa, con l’ironia come scudo, per rendere accettabile ciò che altrimenti apparirebbe immediatamente inaccettabile. È il passaggio dal “non si può dire” al “si può dire per scherzo”, e da lì al “si può dire sul serio”. In questo modo il nazismo non ironico viene fatto passare come nazismo ironico, finché la maschera cade ma il pubblico è già stato addestrato.

L’obiettivo è abbattere la finestra di Overton: rendere pensabile, poi dicibile, poi normale ciò che fino a pochi anni prima sarebbe stato considerato impensabile. E questo processo non riguarda più soltanto nicchie estremiste. Interi segmenti della nuova destra istituzionale convivono con questo linguaggio, lo sfiorano, lo legittimano, lo normalizzano senza mai assumerlo fino in fondo. È il modo più efficace per farlo crescere.

 

V. UN’IDEOLOGIA SENZA CONFINI: DAL RANCH DEL NUOVO MESSICO AL PODCAST MAINSTREAM

Cosa collega il ranch del Nuovo Messico di Epstein alle dirette di Fuentes su Rumble? Non una cospirazione lineare. Qualcosa di più profondo e diffuso: un’ideologia condivisa, un’antropologia reazionaria che concepisce il mondo come una gerarchia naturale in cui i forti hanno il diritto, anzi il dovere, di esercitare il dominio sui deboli, sulle donne, sui non-bianchi, sulle generazioni future.

In Epstein questa ideologia si esprimeva nel privato più segreto e criminale: la costruzione letterale di una stirpe, il controllo del corpo delle donne come strumento riproduttivo, la complicità di un’élite finanziaria, scientifica e politica attratta da quel nucleo di potere. In Fuentes si esprime nel pubblico più sfacciato: il linguaggio dell’odio portato fuori dai forum neonazisti e dentro lo studio televisivo, con giacca, cravatta e ironia calcolata.

Il comune denominatore è la disumanizzazione delle donne. Nel caso Epstein, è materiale e brutale: corpi ridotti a incubatrici, ragazze comprate, vendute, trafficate, torturate. Nel caso Fuentes, è programmatica: le donne sono il nemico, vanno rinchiuse, controllate, ridotte a funzione biologica. In entrambi i casi è in gioco la stessa ontologia reazionaria: la donna come non-persona, come territorio, come proprietà.

E in entrambi i casi, qui sta il nodo più inquietante, questa ontologia non vive ai margini del potere. Convive con esso. Talvolta ne parla la lingua, ne frequenta i salotti, ne attraversa le piattaforme, ne utilizza i codici.

 

VI. L’IMPUNITÀ COME SISTEMA

Gli esperti dell’ONU pongono una domanda che nessun governo sembra disposto ad affrontare fino in fondo: come ha potuto una rete simile prosperare così a lungo nel cuore delle élite politiche, economiche e mediatiche di diversi Paesi? La risposta è scomoda perché implica che l’impunità non fosse un difetto del sistema, ma una sua caratteristica strutturale.

Il rilascio dei documenti è avvenuto dopo anni di resistenza, con ritardi, lacune e perfino con la divulgazione accidentale di informazioni sensibili sulle vittime prima che fossero oscurate. In Europa, l’emergere di legami con la rete Epstein ha prodotto dimissioni e inchieste. Negli Stati Uniti, invece, molte figure coinvolte nei circuiti di relazione e influenza continuano a occupare spazi di potere o restano protette da un cono d’ombra politico e mediatico.

Anche la gestione istituzionale della vicenda rivela una logica selettiva: la trasparenza viene invocata e praticata in modo intermittente, spesso piegata alla convenienza del momento, mentre il cuore del problema resta intatto. La politica, anche qui, si mostra coerente con l’ideologia del dominio: l’impunità è un privilegio di casta. La legge è per i subordinati.

 

VII. IL PROBLEMA DEI LIMITI: LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E DIGNITÀ UMANA

Questa riflessione non può chiudersi senza affrontare una questione difficile ma inevitabile: quali limiti porre? Non si tratta di invocare censura generalizzata né repressione dell’opinione. Si tratta di capire se esista, e debba esistere, una frontiera oltre la quale certi contenuti non possono essere protetti in nome della libertà d’espressione, non perché offendono la sensibilità di qualcuno, ma perché costituiscono istigazione al crimine, negazione della personalità giuridica di gruppi umani, preparazione ideologica alla violenza.

Quando Nick Fuentes dichiara in diretta che le donne dovrebbero essere rinchiuse in gulag di riproduzione forzata, non sta semplicemente esercitando la libertà di parola in senso liberale. Sta formulando, sotto la copertura dell’ironia, una proposta criminale. Il confine tra provocazione e incitamento non è sempre semplice da tracciare, ma in alcuni casi è impossibile non vederlo. E ignorarlo non è neutralità. È complicità.

Le democrazie mature hanno già affrontato questa tensione. Esistono strumenti giuridici che puniscono la negazione dell’Olocausto, l’istigazione all’odio, l’abuso dei diritti per distruggere i diritti altrui. Il problema non è l’assenza di norme. È la mancanza di volontà politica quando a parlare non è un estremista isolato, ma un influencer con milioni di visualizzazioni o una figura che gravita attorno ai centri del potere.

La risposta, però, non può essere soltanto giuridica. Deve essere anche culturale, educativa, politica. Significa non lasciare soli i giovani, e in particolare i giovani maschi, in un ecosistema digitale dove le voci più forti sono spesso quelle che offrono una spiegazione semplice e tossica alla complessità: la colpa è delle donne, degli ebrei, degli immigrati, dei “globalisti”. Significa costruire narrazioni alternative capaci di parlare anche alla dimensione emotiva, identitaria, relazionale. Significa, soprattutto, interrompere lo sdoganamento dall’alto.

Non si rieduca con la violenza. Si rieduca con la cultura, con la presenza, con l’esempio. Ma c’è un prerequisito decisivo: riconoscere che il problema esiste. E che non è confinato ai margini. È al centro.

 

QUANDO L’INGIUSTIZIA SI FA SISTEMA

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.» Non è una citazione romantica. È una descrizione della realtà che stiamo vivendo.

Gli Epstein Files non sono uno scandalo nel senso giornalistico del termine. Sono uno specchio. Riflettono un sistema di potere che ha prodotto e protetto una rete criminale globale organizzata attorno all’idea che alcune persone siano superiori e abbiano dunque il diritto di disporre delle vite, dei corpi e persino delle future generazioni degli “inferiori”. Questa idea non nasce con Epstein e non muore con lui. Si diffonde nelle email delle élite tecnologiche, nei forum neonazisti, nelle dirette streaming di giovani arrabbiati che trovano in Fuentes una spiegazione del mondo e una comunità pronta ad accoglierli.

Il filo che collega Epstein a Fuentes, la villa di Palm Beach al ranch del Nuovo Messico, le conversazioni sulla “scienza della razza” ai gulag di riproduzione forzata predicati in diretta, non è complottismo. È analisi. È il filo di un’ideologia che considera le donne non-persone, la razza una gerarchia naturale, la democrazia un inganno dei deboli ai danni dei forti, e la violenza, sessuale, economica, simbolica, uno strumento legittimo di governo.

Dobbiamo essere grati, e qui il femminile è voluto, alle sopravvissute che hanno avuto il coraggio di denunciare. Alle protagoniste del #MeToo che hanno saputo nominare per prime il mondo che stava emergendo. Agli esperti dell’ONU che hanno usato le parole giuste anche quando fa paura farlo. E dobbiamo essere disposti a fare la nostra parte: nominare chiaramente ciò che vediamo, non accettare la normalizzazione, non confondere la libertà d’espressione con il diritto all’impunità ideologica.

Siamo nel terzo millennio. Certe cose non possono essere trattate come semplici opinioni legittime in un dibattito pluralista. Non perché siano solo offensive. Perché sono crimini annunciati.


Fonti e riferimenti
I. Dichiarazione congiunta degli esperti indipendenti ONU (Consiglio per i diritti umani), febbraio 2026.
II. Byline Times, inchiesta sui legami tra Epstein, “race science” e ambienti dell’AI nella Silicon Valley, dicembre 2025.
III. CNBC, approfondimento sui legami di Epstein con la Silicon Valley, febbraio 2026.
IV. The New York Times, ricostruzione sul progetto eugenetico di Epstein, 2019.
V. Melinda Cooper, analisi politologica sulla rete Epstein e l’eugenetica, 2025.
VI. Charles Murray e Richard Herrnstein, The Bell Curve, Free Press, 1994.
VII. ADL, profilo su Nick Fuentes, ottobre 2025.
VIII. AJC, analisi sull’antisemitismo di Nick Fuentes, dicembre 2025.
IX. Andrew Anglin, testo propagandistico sull’alt-right, 2016.
X. New Statesman, ritratto critico di Nick Fuentes, dicembre 2025.
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