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sinistra

Le pulsioni antirisorgimentali dei nostalgici del regime borbonico e di quello austriaco

di Eros Barone

1 Guttuso Renato Battaglia di ponte dellAmmiraglio H3706«…nel momento in cui il passato
diveniva l’avvenire e l’avvenire il passato…»
Victor Hugo, “L’uomo che ride”,
Parte seconda, Libro primo.

«L’Unità d’Italia è avvenuta con una feroce guerra di occupazione da parte dell’esercito sabaudo con un milione di morti e milioni di emigranti.» Così scriveva nel 2011, senza alcun timore di apparire ridicolo o delirante, un nostalgico del regime borbonico e delle ‘piccole patrie’ pre-unitarie in una lettera pubblicata dal quotidiano online “VareseNews”1 . Capisco, naturalmente, che l’uso politico-propagandistico della storia a fini di mistificazione e di falsificazione escluda l’obbligo della ricerca e della consultazione di fonti documentali affidabili e di testi storiografici seri; è sufficiente, infatti, per questo tipo di rigattieri della cultura prelevare dati da siti web privi di qualsiasi attendibilità e orientati in senso antirisorgimentale: puro folclore, che però rivela il carattere bifido di Internet (torbida fogna dell’ignoranza e, insieme, strumento prezioso di indagine), oltre che la deriva intellettuale di alcune fasce dell’opinione pubblica di questo Paese.

Eppure sarebbe bastato procurarsi il volume di Franco Molfese sulla “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”2 (una ricostruzione rigorosa e documentata svolta, fra l’altro, da un punto di vista critico nei confronti della gestione piemontese del processo di unificazione) per controllare i dati ufficiali riportati nell’Appendice seconda3 , da cui si apprende che, fra il 1861 e il 1865, i fucilati ed uccisi furono 5212, gli arrestati 5044, i presentatisi 3597, con un totale di briganti posti fuori combattimento, di 13.853. Circa, poi, l’emigrazione che si è verificata nell’ultimo quarto di secolo dell’800 e nel primo decennio del ’900, va detto che non solo è assolutamente arbitrario associarla al Risorgimento, ma che perfino gli studenti del liceo sanno che essa si inserisce nel contesto della prima grande depressione del capitalismo (1873-1895), un aspetto centrale della quale fu proprio la crisi agraria che colpì (certo sommandosi alla fragilità pregressa delle strutture produttive e alle scelte di politica economica dei governi post-unitari) non solo il nostro Paese, ma l’intera area occidentale, a partire dagli Stati Uniti d’America.

L’Italia sabauda non era la vera Italia, lo Stato nazionale non ha alcuna legittimazione etica e culturale e la rappresentazione del Risorgimento incentrata sulla classica triade ‘Vittorio Emanuele II-Cavour-Garibaldi’ e codificata a livello scolastico dai manuali e dall’insegnamento della storia, è falsa. Con queste affermazioni perfino un ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, ebbe ad esprimere, nel corso di un’intervista televisiva, il suo contributo alla celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. In realtà, simili prese di posizione, fra le quali va annoverata, buon’ultima, quella del Consiglio regionale della Puglia4 , dimostravano già nel 2011 che la questione dell’unità nazionale stava diventando nel nostro Paese la questione più importante e più urgente. In nessun altro Paese sarebbe stato concepibile che un ministro si dissociasse in maniera così plateale dalla celebrazione della nascita dello Stato che era chiamato a governare5 .

Ma proviamo a riflettere sul senso della critica, per la verità tutt’altro che nuova e originale, mossa a quella rappresentazione, ‘ça va sans dire’, in pari tempo oleografica, retorica e agiografica. Dovrebbe essere evidente, infatti, che il contesto narrativo in cui siffatta rappresentazione si colloca è quello che lo storico Eric Hobsbawm ha definito come ‘invenzione della nazione’, laddove tale sintagma pone in risalto la funzione pedagogica, progettuale e civile che il ceto politico post-unitario assegnava alla costruzione di una certa immagine del Risorgimento. La filosofia politica dei ‘padri della patria’, se da un lato mirava a celare i contrasti ideologici ed economici che segnarono le lotte per l’indipendenza nazionale, dall’altro, delineando il Risorgimento come il prodotto di una ‘concordia discors’ fra democratici e moderati, puntava a porre le basi storico-morali di una comunità, il ‘popolo-nazione’, che definisse i confini entro cui potessero svolgersi sia il conflitto fra le differenti ideologie sia lo scontro fra i diversi interessi. In questo senso, se si pongono a confronto la grande saggezza politica che caratterizza il ‘topos’ retorico dell’unità nazionale e la facile ironia dissacratoria degli intellettuali sedicenti àpoti, non vi è alcun dubbio che la prima meriti di essere considerata intellettualmente, politicamente e moralmente superiore alla seconda.

Del resto, la polemica sull’Unità d’Italia non desta particolare meraviglia se si considera che i traumi storici che il nostro paese ha vissuto, dalla “morte della patria” al secessionismo rampante, insieme con la crisi degli Stati nazionali, hanno oscurato a tal punto la consapevolezza del valore rappresentato, nella vita dei popoli, dalla costruzione dello Stato unitario, che è diventato difficile riconoscere, anche solo da un punto di vista puramente costituzionale, il nesso inscindibile tra lo Stato e i diritti e si tende a credere che il godimento effettivo degli uni passi attraverso il deperimento, se non l’abolizione, dell’altro. Il marxista Antonio Labriola, il quale giustamente asseriva che «noi siamo vissuti dalla storia»6 , non si sarebbe quindi meravigliato né delle provocazioni di Calderoli né delle proclamazioni pugliesi e le avrebbe giudicate come lo spurgo di un processo di lunga durata determinato da cause oggettive e da scelte soggettive. In realtà questo processo non è per nulla ineluttabile e non sta scritto nel libro del destino che il caos di Behemoth debba prevalere sull’ordine di Leviathan; parimenti, non è affatto dimostrato che “tutto ciò che è regionale è razionale e tutto ciò che è razionale è regionale”; infine, occorre considerare che la nazione non è solo un’invenzione, ma ha anche una base materiale nell’esistenza di un mercato nazionale e che quest’ultimo, in una fase che vede entrare in crisi la globalizzazione e scatenarsi le contraddizioni economiche del mercato mondiale, è destinato ad acquistare un’importanza crescente. In conclusione, è doveroso sottolineare che un patrimonio grande e prezioso come quello del Risorgimento e della conseguente unità nazionale non può essere posto in discussione dalle sparate dei nostalgici del dominio austriaco o di quello borbonico, ma solo dall’offuscamento e dall’indebolimento della coscienza storica.

Per quanto concerne i nostalgici del regime austriaco, è noto che i governatori leghisti Maroni e Zaia lavorano al fine di preparare il terreno per una secessione ‘morbida’ delle rispettive Regioni, facendo leva sulla indizione dei rispettivi referendum autonomisti, tanto inconsistenti sul piano formale quanto demagogici sul piano propagandistico 7 . Tali referendum, il cui svolgimento è previsto per il 22 ottobre 2017, non richiedendo il quorum, hanno unicamente valore consultivo e sono incentrati su quesiti diversi nella formulazione adottata dalle due Regioni, ma con lo stesso significato: agli elettori si chiederà di pronunciarsi pro o contro l’apertura di un negoziato col governo di Roma per il conferimento di maggiori poteri e competenze, avendo come prospettiva l’approdo allo statuto speciale. L’obiettivo immediato che perseguono i governatori leghisti per conto del blocco reazionario e neocorporativo che li sostiene e di cui essi sono l’espressione politica e amministrativa, non è solo quello di ottenere maggiori competenze e poteri per le rispettive Regioni in materia di scuola, ambiente, demanio idro-geologico, salvaguardia del territorio, beni culturali, strade e viabilità, ma è anche la possibilità di mantenere sul territorio una parte della tassazione che oggi finisce allo Stato, come l’Irpef. Il sogno neo-austriacante della maggioranza leghista che governa la Lombardia e il Veneto è che il 90 per cento delle tasse restino sul territorio (se si calcola che è in gioco tra lo Stato centrale e queste Regioni l’acquisizione di oltre 70 miliardidi gettito fiscale, si comprende tosto l’entità della questione).

Orbene, il progetto cripto-secessionista che si sta sviluppando in queste aree del paese spinge a riflettere, come marxisti, sui problemi della forma-Stato e della sua crisi. Pertanto, l’ignoranza, il pressappochismo o, addirittura, l’indifferenza rispetto a tali problemi, che dominano in una sinistra ormai culturalmente suicida e largamente subalterna alle impostazioni della classe dominante, rendono necessaria la riaffermazione delle basi dottrinali elaborate dal socialismo scientifico a tale proposito. In questo senso, Friedrich Engels è un punto di riferimento essenziale, poiché nella sua Critica del progetto di programma del Partito socialdemocratico tedesco (1891) distingue, con rigore materialistico e dialettico, le differenti situazioni della Germania, degli Stati Uniti d’America, della Svizzera e della Francia8 . Per gli Stati Uniti Engels riconosce che “la repubblica federale ancora oggi, nel complesso, è una necessità, data la gigantesca estensione territoriale” di quel paese. Il federalismo “sarebbe un progresso in Inghilterra”, perché “sulle due isole vivono quattro nazioni” [Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda]. Invece, la repubblica federale “già da tempo è divenuta un ostacolo nella piccola Svizzera, sopportabile soltanto perché la Svizzera si accontenta di essere un membro puramente passivo del sistema degli Stati europei”. Per quanto concerne la Germania, il giudizio di Engels è netto: “A mio parere, il proletariato può utilizzare soltanto la forma della repubblica una e indivisibile”. Per la Germania, infatti, “una imitazione del federalismo svizzero sarebbe un enorme passo indietro”. Ciò che divide “lo Stato federale dallo Stato unitario”, osserva Engels, è “il fatto che in ogni singolo Stato federato, ogni Cantone ha la propria legislazione civile e penale”. Ma - in un paese nel quale non convivano nazioni diverse con lingue e culture diverse - la legislazione dev’essere unitaria: e ciò corrisponde all’interesse di tutti i lavoratori. Gli esempi storici ai quali Engels si richiama, come ai più democratici, sono quelli della rivoluzione americana e della Francia negli anni della Rivoluzione che vanno dal 1792 al 1798: “Dal 1792 al 1798 ogni dipartimento francese, ogni comune godettero di una amministrazione completamente autonoma... L’America e la prima repubblica francese mostrarono a noi tutti in che modo si debba istituire l’amministrazione autonoma e come si possa fare a meno della burocrazia. ...Tale amministrazione autonoma provinciale e comunale è assai più libera che, ad esempio, il federalismo svizzero, dove il Cantone è bensì assai indipendente rispetto alla Confederazione, ma lo è anche rispetto al distretto e al comune”. Da questa analisi Engels ricava la rivendicazione da inserire nel programma del partito: “amministrazione completamente autonoma nelle province, nei distretti e nei comuni, da parte di impiegati eletti con suffragio universale. Abolizione di ogni autorità locale e provinciale nominata dallo Stato”. Pertanto, a quale conclusione si giunge sulla scorta di un’analisi scientifica che, come questa, nel cogliere le invarianti della forma-Stato moderna definisce l’esatto terreno dell’iniziativa del movimento operaio? La conclusione a cui si giunge è che in uno Stato che attraversa una crisi profonda, quale l’odierno Stato italiano, il federalismo è doppiamente pericoloso, perché nutre il germe del secessionismo, oggi voluto dalle forze più reazionarie delle regioni ricche dell’Italia del Nord a svantaggio dei lavoratori e della popolazione delle regioni più povere. Tutti gli autentici marxisti non possono dunque che avversare risolutamente il federalismo e il secessionismo, strumenti politici che mirano a separare e dividere i lavoratori. In ultima analisi, il pensiero marx-engelsiano insegna che solo uno Stato di tipo nuovo, che rechi in sé il codice della sua estinzione ed il cui orizzonte superi sia il macro-nazionalismo sia i micro-nazionalismi, potrà realizzare un’effettiva uguaglianza fra tutte le componenti territoriali della comunità nazionale.

Sennonché, nel marasma politico-istituzionale dell’attuale Stato italiano non era così difficile prevedere che simili rigurgiti anti-unitari avrebbero varcato i confini della “Padania” o del microcosmo filo-borbonico per assumere il rango e il peso di una mozione istituzionale come quella che è stata presentata dal Movimento 5 Stelle, ed approvata lo scorso 4 luglio da una larga maggioranza del consiglio regionale della Puglia, al fine di istituire una “Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia” (sic!). La domanda che sorge spontanea è allora la seguente: quale riposta occorre dare a questa recrudescenza di pulsioni anti-risorgimentali che, come una febbre maligna, giunge a manifestarsi perfino nella massima assemblea elettiva di un’importante regione meridionale? Sgombrato il campo dalle mistificazioni e dalle falsificazioni, per quanto concerne il punto di vista sul Risorgimento credo che un marxista debba identificarsi pienamente nell’affermazione che segue: «Per certo noi non nascondiamo di “tenere” per il Risorgimento, di riconoscere complessivamente in esso, con tutti i suoi conflitti interni che pure vogliamo “vedere”, un positivo moto della storia». Così scriveva Mario Isnenghi in apertura del primo volume dell’opera da lui diretta, “Gli Italiani in guerra”9 . Se Isnenghi non esitava a dichiarare il partito preso è perché sentiva il bisogno di comunicare ai lettori che il volume in parola esprimeva l’esigenza di una reazione agli attacchi che contro il Risorgimento si stavano levando da fronti diversi.

In questo senso, la risposta storico-morale alle pulsioni antirisorgimentali non può non essere altrettanto ferma e risoluta quanto fu quella che si espresse nei confronti delle velleità neo-secessionistiche che si manifestarono, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, nel gruppo dirigente della Lega Nord e che confermarono non soltanto la gravità anticostituzionale e antiunitaria del comportamento politico degli esponenti di allora della Lega Nord, ma mostrarono altresì come la polemica anti-unitaria condotta con parole, con gesti e con azioni colpisse, insieme con l’unità civile del Paese, anche i diritti dell’uomo e del cittadino e la separazione tra Stato e Chiesa, rispolverando in definitiva la panoplia più logora del pensiero tradizionalista ultrareazionario. Accade, dunque, che attacchi di questo tipo, oltre a suscitare fastidio tra quanti sono tuttora legati alla tradizione monarchica e nazionalista, inducano a reagire anche coloro che, pur consapevoli dell’importanza fondamentale del moto risorgimentale per l’affermazione in Italia dei princìpi dell’Ottantanove, avevano ritenuto opportuno richiamare l’attenzione e alimentare la discussione non tanto su questa verità quanto sul deficit di democrazia che caratterizzò lo Stato liberale in Italia.

Peraltro, se è vero che il Risorgimento fu un moto di cui la borghesia ebbe la guida, è altrettanto vero che nelle città e nei paesi esso non fu solo un monopolio di questa classe. Senza dimenticarne i limiti, possiamo oggi riconoscere, con il massimo dell’obiettività garantita dalla ricerca storica più accreditata e più autorevole, che si trattò di un vasto sommovimento politico, sociale e culturale che coinvolse ampi strati della popolazione e nel quale maturarono cambiamenti decisivi: la diffusione delle idee di libertà, di uguaglianza e di democrazia, l’emancipazione degli ebrei, gli albori del movimento femminile e dello stesso movimento socialista (basti pensare, fra i tanti, alle luminose figure di Carlo Pisacane, Giuseppe Ferrari e Giuseppe Garibaldi). Le migliori tradizioni della società italiana, più tardi rinvigorite dalla lotta antifascista e dalla Resistenza, affondano le loro radici in quella memorabile stagione.

Non meraviglia, quindi, che i reazionari sferrino i loro scomposti attacchi alla memoria risorgimentale, che è, insieme con quella resistenziale, il coefficiente decisivo di quel poco che resta dell’identità nazionale e della cultura democratica di questa Repubblica.

Certo, anche l’oblio è necessario alla vita, ma, come ci ricordano i rozzi e maldestri tentativi di mistificazione e di falsificazione della storia compiuti prima dai revisionisti filo-austriacanti e ora da quelli filo-borbonici, occorre pur sapere che ciò che vogliamo essere dipende anche da ciò che decidiamo di ricordare e di dimenticare. Il Risorgimento italiano non fu soltanto il processo di unificazione politica dell’Italia (sul cui valore è naturalmente lecito dissentire), ma anche la sorgente, per gli italiani, delle idee di libertà e di democrazia che troveranno più tardi una significativa espressione nella Costituzione della Repubblica. Infangarne la memoria non è una scelta né saggia né illuminata, ma rivela, ancora una volta, l’ignoranza storica e l’insipienza civile di chi vorrebbe che il passato divenisse l’avvenire e l’avvenire il passato.


Note
1 Si veda la lettera citata a questo indirizzo.
2 F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1974.
3 Ibidem, pp.361-364.
4 Il testo della mozione, presentata per iniziativa del Movimento 5 Stelle, recita quanto segue:
Oggetto: istituzione di una giornata della memoria atta a commemorare i meridionali morti in occasione dell’unificazione italiana.
La sottoscritta Consigliera regionale Antonella Laricchia, presentano la seguente mozione al fine di promuovere una deliberazione del Consiglio regionale sulla materia in oggetto,
PREMESSO CHE
- L’unità d’Italia costò la vita di almeno 20.000 meridionali, sebbene autorevoli storici annoverano finanche 100.000 vittime;
- numerosi paesi furono rasi al suolo. In particolare si ricorda la strage di Pontelandolfo e Casalduni;
- nella maggior parte dei testi scolastici e universitari le pagine più oscure della storia d’Italia sono appena annoverate;
- non esiste una giornata ufficiale della memoria dedicata ai meridionali che perirono in occasione delle procedure di annessione del Mezzogiorno;
TUTTO CIO’ PREMESSO
Si impegna il Presidente e la Giunta a:
- indicare il 13 febbraio come giornata ufficiale in cui si possano commemorare i meridionali che perirono in occasione dell’unità, nonché i relativi paesi rasi al suolo;
- avviare, in occasione della suddetta giornata della memoria, tutte le iniziative di propria competenza al fine di promuovere convegni e eventi atti a rammentare i fatti in oggetto, coinvolgendo anche gli istituti scolastici di ogni ordine e grado;
Bari, 13/02/2017
la consigliera regionale
Antonella Laricchia
5 Fra le poche prese di posizione che su questo tema finora si sono registrate va segnalata quella di un qualificato esponente della cultura pugliese e italiana, Alessandro Laterza, di cui si veda l’articolo a questo indirizzo.
6 Cfr. A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, in Id., la concezione materialistica della storia, Laterza, Bari 1965, p. 180.
7 Si veda sulla Rete la relativa documentazione a questo e questo indirizzo.
8 Lo scritto engelsiano è reperibile in Rete a questo indirizzo.
9 Fare l’Italia:unità e disunità nel Risorgimento, a cura di M. Isnenghi ed E. Cecchinato, in Gli italiani in guerra: conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, direzione Mario Isnenghi, Utet, Torino 2008, vol. 1, p. 5. 
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Comments   

#2 Eros Barone 2017-08-20 22:54
Ringrazio Mario Galati per aver integrato con alcune indicazioni più specifiche quanto da me sinteticamente richiamato in ordine alla crisi capitalistica del 1873 e alle sue conseguenze sull'agricoltura italiana e sul grande moto migratorio che coinvolse le masse contadine meridionali e consistenti settori delle masse operaie centro-settentrionali del nostro Paese, laddove le ricerche storiche di Emilio Sereni sono ovviamente imprescindibili. Solo una precisazione sul termine "apòta", un grecismo che letteralmente sta ad indicare 'colui che non se la beve'. Il termine fu coniato nel 1922 da Giuseppe Prezzolini poco prima della "marcia su Roma" attuata dal movimento fascista. Se l'atteggiamento che tale termine esprimeva di fronte agli eventi epocali di quel periodo storico era in parte scettico e in parte escapista, le successive prese di posizione dei sedicenti apòti del tipo di Prezzolini, Longanesi, Montanelli e Malaparte, non tardarono a dimostrare, come giustamente rileva Galati, la natura reazionaria di questi settori della piccola borghesia intellettuale, classica frazione dominata della classe dominante (per dirla con Bourdieu), di cui, anche ai nostri giorni, non mancano molteplici esempi nel vasto spettro, in apparenza multicolore ma in realtà monocromatico, che comprende le "tre destre".
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#1 Mario Galati 2017-08-20 17:47
Un paio di anni fa, in un paese della Calabria organizzarono un convegno sui trasporti e le ferrovie nel regno di Napoli. L'intento era evidentemente revisionista e si basava su dati e interpretazioni senza fondamento. Vi partecipava anche un prete della Piana di Gioia Tauro, discendente di una famiglia nobiliare, con tanto di bandiera borbonica al seguito. Siamo intervenuti un paio di compagni e gli abbiamo guastato la serata.
Gli apoti, di cui parla Eros Barone, sono dei reazionari camuffati che si abbeverano a fonti scadenti e ne diffondono i liquidi nocivi. La gente compra i libri di un certo Aprile e non ha mai letto una riga degli scritti sul risorgimento e sulla questione meridionale di Antonio Gramsci o degli scritti di Emilio Sereni. Le contraddizioni delle rivoluzioni borghesi vengono utilizzate dai reazionari per contestarne anche il carattere progressivo rispetto al vecchio mondo feudale. Il risorgimento italiano presenta aspetti e contraddizioni più profonde e peculiari che ne attenuano il carattere progressivo, indubitabile, rispetto ad altre rivoluzioni a guida borghese. Alcune forze ne approfittano per gettare il bambino con l'acqua sporca, facendo finta di essere dalla parte di generiche "vittime" del risorgimento, non dalla parte delle classi popolari oppresse dalla borghesia post unitaria dominante e divenuta, ovviamente, reazionaria. Invece di guardare avanti tornano ai Borboni.
Quanto alle cause dell'emigrazione post unitaria e successiva, mi sembra che non si possano individuare soltanto nella prima grande crisi capitalistica del 1873. Ci sono cause più specifiche legate alla trasformazione capitalistica dell'economia agricola nel contesto unitario ad egemonia borghese. Usurpazione dei terreni demaniali e limitazione degli usi civici, appropriazione dei terreni della manomorta ecclesiastica, produzione per il mercato che soppianta la produzione autarchica di sostentamento feudale, creazione, così, del classico esercito industriale di riserva di origine contadina che, però, la debolezza dello sviluppo industriale italiano non può assorbire, danno il via al processo migratorio. Emilio Sereni, ne "Il capitalismo nelle campagne - 1860-1900", riporta una circostanza specifica della forte emigrazione abruzzese che può essere molto istruttiva.
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