
Anticomunismo, controrivoluzione preventiva e fascistizzazione
di Eros Barone
Un anticomunista è un cane, su questo sono irremovibile e lo sarò sempre.
Jean-Paul Sartre
1. Un ciclo politico reazionario
Il processo di fascistizzazione si fa di giorno in giorno più evidente, più opprimente e più capillare, e chiunque abbia un minimo di sensibilità socio-politica ne avverte già da molto tempo la stretta. In questo senso, il governo Meloni è stato solo il punto di avvio di un ulteriore salto qualitativo. Se confrontiamo infatti la situazione della prima metà del XX secolo con la situazione attuale, risulta palese il tratto comune costituito dalla crisi strutturale del capitalismo. Il secondo elemento, però, e cioè un’alternativa rivoluzionaria in atto, è sostanzialmente assente. Inoltre, la crisi del capitalismo si produce oggi nel contesto generato da un altro evento epocale, di segno opposto a quello rappresentato dalla Rivoluzione d’Ottobre: l’abbattimento del vallo antifascista di Berlino e la fine del campo socialista, cioè la vittoria mondiale della controrivoluzione.
Orbene, questa particolare situazione, in cui il vecchio sta morendo ma il nuovo non è nemmeno in gestazione per assenza di antagonismo politico organizzato e diretto da finalità rivoluzionarie, dà luogo al fenomeno della “putrefazione dei processi storici”, di cui la fascistizzazione delle relazioni sociali è il frutto. Due elementi vanno allora posti in luce: la crisi strutturale del capitalismo e l’assenza di antagonismo organizzato, l’uno dei quali è convergente e l’altro è radicalmente divergente rispetto alla congiuntura storica che produsse storicamente il fascismo. Da ciò si ricava una prima conclusione: l’unica minaccia immediata che incombe sul capitalismo contemporaneo sono i suoi stessi limiti strutturali e le conseguenze che il loro manifestarsi comporta. Un fenomeno di acuta reazione, nella metropoli imperialistica del nostro tempo, necessariamente erediterà la lezione del fascismo storico, ma non la riprodurrà, quanto meno nei suoi aspetti apertamente dittatoriali, se non in presenza di una soggettività politica capace di minacciare il dominio della borghesia monopolistica.
D’altra parte, casi quali quello dell'Ungheria, della Polonia, dei paesi baltici e dell’Ucraina dimostrano come il tipo di potere autoritario che serve oggi al capitalismo non abbia bisogno di mettere in discussione apertamente le caratteristiche esteriori della democrazia liberale, ad esempio il multipartitismo. È opportuno, inoltre, sottolineare che il fenomeno della fascistizzazione non si realizzerà, nella metropoli imperialistica, se non entro i confini dettati dalle compatibilità tra i regimi politici nazionali e il controllo economico e burocratico da parte delle istituzioni sovrannazionali e, in buona sostanza, dei vertici della piramide imperialistica. Permanendo l’assenza di antagonismo politico e sociale soggettivamente organizzato, la borghesia è dunque libera di perseguire i propri interessi di classe dominante e di fornire alla crisi economica la propria risposta, che nella presente fase storica si identifica con la svalorizzazione delle forze produttive e l’accelerazione dei processi di concentrazione e centralizzazione del capitale.
Sennonché una conoscenza più adeguata del fenomeno della fascistizzazione, quale si esprime nella società italiana, richiede che esso venga situato all’interno di quello spazio più ampio e di quel tempo più lungo che va definito come ciclo politico reazionario. La Brexit, l’elezione di Trump, la questione migratoria, prima ancora le guerre imperialistiche contro i regimi progressisti della Libia e della Siria e le ‘dittature commissarie’ imposte all’Italia e alla Grecia sono stati gli eventi che hanno gettato una luce sinistra su una tendenza più articolata che include, tra i casi più rilevanti, la crescita delle forze neofasciste in tutta Europa, la restaurazione autoritaria in molti paesi latino-americani, lo spostamento a destra dell’India e dei paesi dell’Europa dell’Est. Un siffatto ciclo politico è, al contempo, l’effetto della crisi organica di egemonia delle classi dominanti e della stessa ideologia liberale. Esso si è configurato via via come reazione generalizzata all’erompere dei movimenti di massa contro le politiche di austerità negli anni centrali della crisi economica il cui inizio cade nel biennio 2007-2008. A partire da questi eventi, il nazionalismo, declinato sempre più in chiave gingoista, si è presentato, per un verso, come una scelta, entro certi limiti, vantaggiosa per le classi dirigenti e, per un altro verso, come uno strumento di rivendicazione immediata nella sempre più ristretta panoplia di cui dispongono le classi subalterne.
Da questo punto di vista, è opportuno ed illuminante aggiungere che la fascistizzazione si configura anche come il contraccolpo generato da un altro processo: la ‘democratizzazione’ della proprietà privata. Non per nulla, dalla Thatcher in poi la diffusione del neoliberismo in Europa è stata declinata come un grande progetto volto ad estendere a tutte le classi sociali l’accesso alla proprietà privata e a tutti gli àmbiti della vita la logica patrimoniale: la ‘democratizzazione’ della proprietà privata è stata quindi, nel contempo, un mezzo potente per imborghesire il corpo sociale e una strategia con cui i neoliberisti hanno compensato la progressiva distruzione di un’altra forma di proprietà – quella sociale – rappresentata, in qualche misura, dai moderni sistemi di ‘welfare’.
Questa particolare angolazione analitica permette di radiografare meglio quel vasto settore della composizione sociale della fascistizzazione, il cui protagonista non è affatto l’‘escluso’ o il ‘penultimo’, bensì una sorta di ‘sotto-borghesia’ costituita da quei ceti che si sono arricchiti negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso grazie al cosiddetto “capitalismo molecolare” e sono poi rimasti esclusi dalla nuova accumulazione di ricchezza seguita alla crisi del 2007-2008. In Italia, per citare un caso paradigmatico, le modificazioni che hanno contrassegnato la funzione e il ruolo della Lega sono state rispecchiate dai mutamenti intervenuti nel suo discorso politico e sociale con una tale fedeltà e simultaneità che si possono, da questo punto di vista, considerare esemplari. Così, sotto questo profilo interpretativo, diventa intelligibile il crescente consenso che l’ideologia reazionaria è andata riscuotendo presso i gruppi sociali più poveri, esclusi dalla politica di diffusione della proprietà: consenso che ha dato luogo, per dirla con Gramsci, alla formazione di un “blocco storico” specifico. Il fenomeno testé evocato – rappresentato dalla ‘sotto-borghesia’ e dal lato reazionario della proletarizzazione dei ceti medi – dimostra quindi che è sbagliato, in primo luogo, sottovalutare l’intensità raggiunta dalla crisi di egemonia delle classi dominanti e dalla crescita correlativa, per dirla con Gramsci, del loro “sovversivismo”, e, in secondo luogo, disconoscere la radicalità delle strategie che le classi dominanti sono disposte ad adottare per tentare di porre un qualche argine a tale crisi.
Nondimeno, occorre precisare, sempre sotto il medesimo profilo, che il problema principale è quello concernente la dislocazione dei soggetti di tradizione liberale e socialdemocratica. A tale proposito, va detto senza ambagi che una parte significativa dei gruppi dirigenti e dei maggiori gruppi editoriali del nostro paese non rifugge affatto dall’idea di fare ricorso a misure più o meno controllate di ‘guerra civile’ pur di superare la ‘crisi di legittimità’ a cui è esposta. Questa disponibilità non nasce semplicemente dall’esigenza di sintonizzarsi con quello che è considerato come un “senso comune popolare” né da un mero calcolo di natura elettoralistica. Quello che si delinea è infatti un progetto complessivo di ristrutturazione dei rapporti sociali in senso sempre più autoritario e sempre più repressivo.
2. Campagna anticomunista e controrivoluzione preventiva
Allargando e attualizzando il discorso in ordine al significato politico-ideologico che assume, sul piano sia interno che internazionale, la furibonda campagna anticomunista scatenata da Donald Trump, si tratta di precisare, in primo luogo, quale sia il reale scopo politico del suo intervento, poiché è evidente che questo non è stato provocato dall’emergere di un movimento operaio rivoluzionario, dalla crescita di un partito comunista di massa o da un’ondata di espropriazioni socialiste. L’intervento dell’attuale presidente americano fa parte invece di una più ampia offensiva anticomunista lanciata all’indomani del successo elettorale ottenuto a New York dai candidati appartenenti alla formazione politica dei Socialisti Democratici d’America, la cui figura più eminente è Zohran Mamdani, mentre figure come Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar rappresentano l’ala riformista del Partito Democratico. Questo solo fatto è sufficiente a rivelare il vero scopo della campagna anticomunista di Trump. Se i socialdemocratici riformisti sono ora presentati come comunisti pericolosi, allora lo scopo dell’anticomunismo non è più quello di contrastare e reprimere un movimento rivoluzionario esistente, ma è quello di impedire che esso emerga facendo apparire politicamente pericolosa anche la critica più moderata del capitalismo. L’assioma storico da tenere presente è infatti questo: l’anticomunismo, prima ancora di essere repressivo, è sempre stato preventivo, ha sempre costituito un’arma fondamentale della duplice e simultanea funzione svolta dal sistema imperialistico attraverso le guerre di aggressione all’esterno e la controrivoluzione preventiva all’interno.
Del resto, i Socialisti Democratici d’America non hanno nulla a che spartire con il comunismo rivoluzionario, così come, un secolo fa, la socialdemocrazia europea non aveva nulla in comune con il bolscevismo. Non per nulla, i marxisti-leninisti hanno criticato la socialdemocrazia per più di un secolo proprio perché cercava di riformare il capitalismo anziché rovesciarlo, di gestire lo Stato borghese anziché abolirlo e di preservare il sistema da ogni tipo di crisi smussando le sue contraddizioni più acute. Dal canto loro, Marx ed Engels non usarono né perifrasi né tantomeno eufemismi, e nel Manifesto del Partito Comunista scrissero seccamente quanto segue: «I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente». Trump comprende perfettamente questa distinzione e proprio per questo ha tutte le ragioni politiche per cancellarla: se i riformisti possono essere stigmatizzati come comunisti, allora ogni critica, per quanto moderata, del capitalismo monopolistico può essere liquidata senza il minimo dibattito, e l’anticomunismo svolge ancora una volta la funzione paradigmatica che ha sempre svolto: non una critica del marxismo, ma un’arma contro l’emancipazione politica e sociale della classe operaia.
È a questo punto che si palesa il vero significato della campagna anticomunista di Trump: avvelenare l’acqua dei pozzi in modo da rendere impossibile definire il comunismo con precisione e da privare il termine stesso di ogni contenuto storico e scientifico. Bollando come “comunista” ogni rivendicazione di maggiori tutele sindacali, di una sanità pubblica accessibile ai ceti popolari, di una tassazione progressiva delle grandi ricchezze o di una regolamentazione equitativa degli affitti, il capitalismo non deve più rispondere alle crescenti critiche dirette contro la disuguaglianza, lo sfruttamento, il potere monopolistico o la guerra imperialistica, e può limitarsi a sostituire il dibattito politico con le intimidazioni ideologiche. Il dispositivo dell’anticomunismo ha sempre funzionato proprio in questo modo: lo scopo non è quello di confutare il marxismo, ma di impedire a milioni di lavoratori di entrare in contatto con esso. Avvelenare l’acqua dei pozzi, si è detto, cioè paralizzare la coscienza politica prima che questa si sviluppi, ostracizzare il dissenso prima che questo si organizzi, e convincere i lavoratori che contestare il capitalismo stesso è in qualche modo illegittimo. In piena consonanza con l’obiettivo della controrivoluzione preventiva, l’anticomunismo, prima ancora di svolgere una funzione repressiva, è una misura di profilassi sociale.
I precedenti storici di questa strategia sono noti: l’anticomunismo ha accompagnato il capitalismo nel corso della sua storia moderna, emergendo ogni volta che frazioni della classe dominante hanno avvertito la necessità di restringere i confini della discussione politica accettabile. Nel corso del ventesimo secolo ha giustificato liste nere, persecuzioni politiche, dittature militari, guerre imperialistiche, interventi coloniali e la repressione sistematica dei movimenti operai in ogni continente. Dalla famigerata “caccia alle streghe” del periodo di McCarthy negli Stati Uniti alla repressione dei partiti comunisti e dei sindacati in Europa occidentale durante la “guerra fredda”, dal Piano Solo in Italia all’Operazione Condor in America Latina, sino alle innumerevoli campagne anticomuniste in altri paesi, l’anticomunismo è stato dovunque il ‘passepartout’ della controrivoluzione preventiva: se occorreva imprigionare i lavoratori, il comunismo veniva dichiarato un pericolo nazionale; se occorreva mettere fuori legge i sindacati, il comunismo veniva accusato di alimentare l’instabilità sociale; se occorreva rovesciare governi progressisti od eliminare personalità progressiste, il comunismo veniva accusato di cospirare contro la democrazia. Lo scopo dell’anticomunismo non è mai stato quello di difendere la democrazia, bensì di difendere il dominio capitalistico e imperialistico criminalizzando coloro che cercano di rovesciarlo. In altri termini, la storia dell’anticomunismo insegna che, prima ancora di dichiarare che i partiti comunisti sono illegali, occorre che le stesse idee comuniste siano dichiarate illegittime.
Trump è un tipico esponente di questa tradizione storica. La sua retorica può differire per stile da quella di McCarthy o di Reagan, ma serve esattamente gli stessi interessi di classe. La sua campagna anticomunista non è diretta contro un pericolo rivoluzionario concretamente esistente, ma contro la possibilità che il crescente malcontento sociale possa eventualmente acquisire contenuti rivoluzionari. L’obiettivo è persuadere i lavoratori che la più grande minaccia per la loro vita non è il capitale monopolistico, la speculazione finanziaria, la deindustrializzazione, l’occupazione precaria, le guerre imperialistiche o la dittatura delle multinazionali, ma una minaccia comunista immaginaria. Una simile propaganda sarebbe quasi assurda se non fosse così politicamente calcolata. In un periodo in cui il capitalismo americano manovra nei diversi scacchieri la più grande macchina militare del mondo, domina il sistema finanziario globale e concentra una ricchezza senza precedenti nelle mani di una ristretta oligarchia, la classe dominante si presenta come una vittima minacciata da riformisti il cui programma è circoscritto a maggiori tasse sui profitti dei miliardari, a tutele del lavoro più forti e ad un’assistenza sanitaria pubblica un po’ più ampia. Ma una siffatta isteria non rivela né fiducia né forza; rivela invece una classe dirigente sempre più consapevole che, al di sotto della oppressione sociale prodotta dal capitalismo, opera la “vecchia talpa” che apre la via alla possibilità che milioni di lavoratori possano alla fine prendere coscienza della loro forza, organizzarsi in modo indipendente e iniziare a mettere in discussione il sistema stesso.
3. Quale strategia per il proletariato? Rilanciare la prospettiva del socialismo
L’assunto da cui occorre prendere le mosse per rispondere alla domanda che dà il titolo a questo paragrafo e per porre in luce il nesso sempre più stretto che stringe l’una all’altra la controrivoluzione preventiva e la fascistizzazione, è che le classi lavoratrici sono l’unico strato sociale che abbia un interesse diretto alla salvaguardia della capacità del paese di produrre ricchezza. Questa realtà, chiaramente confermata dall’esperienza italiana della lotta di liberazione contro il nazifascismo e, segnatamente, dalla difesa armata delle fabbriche ad opera degli operai contro l’invasore tedesco, deve essere ovviamente occultata e rimossa per consentire al processo di concentrazione del capitale di tramutarsi in guerra economica perdurante il cui fine è la svalorizzazione delle forze produttive nei paesi subalterni. Al contrario, l’immaginazione politica dovrebbe ripartire proprio da qui per tendere a rompere la paranoia proprietaria: dalla memoria storica e dall’attualità socio-politica delle forme di appropriazione collettiva dei beni.
Del resto, se il fascismo è il rovescio della soppressione sistematica delle alternative di vita, non ci sono fronti popolari, democratici o costituzionali che reggano, né l’antifascismo militante può da solo invertire la rotta: se si intende lottare per davvero contro la Santa Alleanza del potere, della guerra e del denaro, è vitalmente necessario politicizzare la vita e rilanciare la prospettiva del socialismo. Dal punto di vista economico e sociale, la definizione terzinternazionalista del fascismo come “il cerchio di ferro che serve a tenere assieme la botte sfasciata del capitalismo”, oltre ad essere un modo efficace di rappresentare il nesso inscindibile tra i due fenomeni, è di un’attualità impressionante: basti considerare l’incidenza che la crisi economica mondiale e la guerra imperialistica esercitano sul processo di fascistizzazione delle istituzioni e sulla tendenza verso un autoritarismo sempre più marcato, i cui attributi esteriori non sono necessariamente la svastica e il fascio littorio, ma la cui sostanza è inconfondibile, essendo costituito dall’estensione e dall’intensificazione dello sfruttamento capitalistico, dell’oppressione padronale e del razzismo a tutti i livelli e in tutti i settori della società. Si tratta allora di capire che tra la democrazia liberale e il fascismo si interpone un lungo e articolato processo – la ‘post-democrazia’ - attraverso il quale l’estrema destra e le sue idee si socializzano gradualmente e diventano non solo ‘quasi-normali’, ma anche ‘quasi-normative’. Il fascismo può quindi apparire come un’opzione accettabile con cui talune frazioni dell’apparato statale stabiliscono apertamente i loro collegamenti. Non mancano, da questo punto di vista, le prove che talune idee fasciste stanno già circolando da tempo in strutture come la polizia o l’esercito. E se non è difficile immaginare che tali strutture possano fungere da supporto per passare all’offensiva quando la situazione sarà ritenuta matura dalle classi dominanti, non bisogna mai dimenticare che la transizione al fascismo è il risultato di un lungo processo. Siccome questo processo è in corso da diversi anni, ecco perché si deve parlare della fascistizzazione prima di parlare del fascismo. Naturalmente, tale processo, che non è ineluttabile e può essere contrastato e invertito, inizia ben prima del fascismo. Va da sé che quest’ultimo può pienamente affermarsi solo quando viene meno la mobilitazione rivoluzionaria delle masse nella lotta contro la fascistizzazione e nella lotta per il socialismo. Da qui scaturisce l’importanza di non minimizzare questo processo, dando per scontato che si tratti di una breve fase transitoria.
In realtà, i partiti politici tradizionali di orientamento liberale o socialdemocratico sono impotenti di fronte all’ascesa del fascismo e non riescono in alcun modo a fermare questo processo, di cui essi, tra le altre cose, sono la causa più o meno involontaria. Solo le classi lavoratrici sono in grado di contrastare e invertire il processo di fascistizzazione. Non si tratta, come dovrebbe esser chiaro, di deificare la classe operaia, ma di prendere atto, sul piano storico, che laddove il fascismo è stato sconfitto, la classe operaia era più attiva, più unita e più organizzata. Oggi, a differenza del passato, esistono le condizioni per ridare alla classe quel partito, quella teoria e quell’ideologia senza i quali il proletariato ha le armi spuntate. Oggi, a differenza del passato, esistono almeno le condizioni ‘negative’ per non ricercare quelle scorciatoie opportuniste che hanno determinato la dissoluzione del movimento comunista in Italia.
Un partito comunista degno di questo nome deve dunque adoperarsi per la più vasta unità dei comunisti, ma sulla base di una linea rivoluzionaria e ideologicamente coerente. Un partito comunista degno di questo nome deve adoperarsi per lo sviluppo di iniziative politiche di approfondimento, dibattito e studio sulle principali questioni strategiche e ideali che sono oggi in discussione, senza disgiungere queste iniziative dalla partecipazione alle lotte reali che si svolgono nel paese. È perciò una necessità vitale, per un partito di questo tipo, la realizzazione della massima unità, sul terreno delle lotte sociali, con le forze sindacali di classe, con le organizzazioni del movimento studentesco e con i comitati di lotta, per costruire una opposizione sociale alle politiche antipopolari e guerrafondaie del governo, per contrastare e invertire il processo di fascistizzazione, per rendere nuovamente concreta la prospettiva del socialismo. Nello stesso tempo, con altrettanta determinazione e chiarezza un partito comunista degno di questo nome deve respingere ogni appello all’unità con il centrosinistra. La storia degli ultimi anni ha dimostrato infatti che non esistono margini per qualsiasi riforma in favore dei lavoratori e delle classi popolari, che il potere è saldamente nelle mani dei grandi gruppi finanziari e che la collaborazione di governo con forze di centrosinistra conduce solamente al tradimento dei lavoratori. L’unità con il centrosinistra non è utile a fermare la destra, e anzi la rafforza e la radicalizza, aumentandone il consenso nei settori popolari.
Occorre quindi continuare la lotta politica e ideologica per far comprendere ai lavoratori e alle classi popolari che il Partito Democratico non è un partito che agisce in favore dei lavoratori; che non è migliorabile dall’interno; che non siamo tutti dalla stessa parte e che sulle questioni decisive il PD è il partito più rappresentativo degli interessi del grande capitale e della guerra imperialistica. In questo senso, occorre lavorare per contrastare il tentativo del PD di accreditare una “svolta a sinistra” che non esiste e che è solamente un espediente elettoralistico per riconquistare consensi. Allo stesso tempo, occorre spiegare che l’unità con la sinistra che cambia nome e sigla ad ogni elezione, che è pronta e prona ad accordi con il PD, porta all’immobilismo e all’estinzione; che è impossibile l’unità con chi nei fatti difende l’Unione Europea e la Nato, con chi non iscrive la propria azione nella prospettiva strategica del superamento del sistema capitalistico di produzione e di scambio. Infine, un partito comunista degno di questo nome non può che essere internazionalista, il che significa innanzitutto contribuire alla ricostruzione internazionale del movimento comunista, battendo gli orientamenti collaborazionisti, contrastando le tendenze ‘campiste’ e operando per la piena affermazione di una linea marxista-leninista.
In conclusione, la congiuntura storica che stiamo vivendo conferma che, al di là del successo a breve termine che la destra può ottenere nel mobilitare le masse intorno a un programma falso e divisivo, essa è sostanzialmente incapace di riscattarle dall’attuale condizione di disoccupazione, precarietà, incertezza del futuro e frustrazione. La storia insegna infatti che, sebbene vi siano momenti nella vita di una nazione in cui il sistema esistente appare stabile e destinato a sopravvivere a lungo, tutto ciò può cambiare rapidamente, lasciando il posto a momenti in cui il sistema semplicemente non può più continuare come prima. Per il capitalismo questo momento, se non è ancora giunto, sembra però avvicinarsi giorno dopo giorno. Per quanti successi possa ottenere qui o altrove, la destra non può modificare questo dato di fatto, la fascistizzazione non passerà e l’idea del socialismo è destinata a ritrovare, arricchita dalle meditate lezioni del passato e dalla freschezza con cui la parte migliore della gioventù la sta riscoprendo, tutta la sua credibilità e tutta la sua forza di avvenire.
4. L’anticomunismo: arma della borghesia internazionale e leva della controrivoluzione preventiva
Ripartiamo da una domanda di carattere seminale: come si spiega la ricorrente isteria anticomunista che sembra essere un tratto comune della borghesia internazionale? Certamente, la risposta non va ricercata nella forza attuale del movimento comunista negli Stati Uniti e, più in generale, in gran parte del mondo capitalistico. Nessun osservatore serio potrebbe sostenere che oggi il capitalismo monopolistico debba affrontare una sfida rivoluzionaria immediata. Sennonché occorre sottolineare che la borghesia non ha mai temuto i comunisti unicamente per la loro forza numerica, ma per la possibilità storica che essi rappresentano. Nella “struttura del mondo” le crisi economiche, gli scioperi, le lotte sul posto di lavoro e ogni atto collettivo di resistenza educano, poiché insegnano alle persone che lavorano lezioni che nessuna classe dominante desidera che esse imparino: che la ricchezza della società è creata dal lavoro, che lo sfruttamento non è né naturale né inevitabile, e che l’ordine esistente dipende in ultima analisi da coloro che in tale ordine sono sfruttati. Ecco perché l’anticomunismo è sempre stato preventivo, prima di mutarsi in repressivo. Il suo scopo è infatti quello di scoraggiare i lavoratori dal riconoscere la loro forza collettiva, organizzandosi in modo indipendente e contestando alle radici lo stesso sistema capitalistico.
Marx ed Engels hanno riconosciuto questo meccanismo politico molto prima che la guerra fredda fornisse all’anticomunismo il suo lessico moderno. Il Manifesto del Partito Comunista si apre con la famosa dichiarazione che «uno spettro s’aggira per l’Europa - lo spettro del comunismo». Dopodiché, viene posta una domanda che assume uno spicco sorprendente proprio oggi: «Quale partito d’opposizione non è stato tacciato di comunismo dai suoi avversari governativi?». A distanza di oltre 175 anni, il discorso di Trump fornisce l’ennesima identica risposta: l’anticomunismo può esistere senza che esista un potente movimento comunista. Esso richiede solo una classe dirigente sempre più consapevole del fatto che lo sviluppo delle forze produttive è in contrasto con i rapporti di produzione e di proprietà, che le contraddizioni sempre più acute del capitalismo monopolistico suscitano un crescente malcontento e che le rivendicazioni riformistiche di oggi possono diventare le conclusioni rivoluzionarie di domani.
L'ultima offensiva anticomunista di Trump non dovrebbe quindi essere scambiata per un'espressione di fiducia. Si tratta di una campagna ideologica preventiva condotta nell’interesse del capitale monopolistico. Il suo obiettivo non è semplicemente quello di attaccare i comunisti, ma di definire in anticipo i limiti del pensiero politico accettabile, di stigmatizzare ogni sfida al potere capitalista e di intimidire coloro che iniziano a mettere in discussione l’ordine esistente. Trump può parlare nella lingua della guerra fredda, ma gli interessi di classe che serve sono del tutto contemporanei. Una classe dirigente veramente convinta della superiorità del proprio sistema sociale risponderebbe alle critiche con i fatti, non con le cacce di streghe ideologiche. La vera paura del capitale monopolistico non è l’attuale forza del movimento comunista: è la possibilità che milioni di lavoratori, attraverso la propria esperienza dello sfruttamento, della crisi e della guerra imperialistica, riscoprano i loro interessi di classe, si organizzino in modo indipendente e sfidino il sistema capitalistico stesso. In altri termini, l’anticomunismo rimane indispensabile per la borghesia: non è diretto contro il passato, è diretto contro il futuro.
Ma quel futuro spiega anche perché l’anticomunismo è diventato ancora una volta un linguaggio politico internazionale, piuttosto che semplicemente americano. Le sue forme variano a seconda delle condizioni nazionali, ma la sua funzione di classe conserva una notevole coerenza: in America Latina, accompagna l’ascesa di governi e movimenti filo-americani che promettono “libertà”, mentre attaccano i sindacati, privatizzano la ricchezza pubblica e rafforzano il potere dei monopoli; in Europa si manifesta attraverso le risoluzioni ufficiali, il revisionismo storico e le misure discriminatorie che limitano l’attività comunista; in Turchia, avanza attraverso la repressione della polizia contro i comunisti e le forze antimperialiste, come è avvenuto in occasione del recente vertice della Nato ad Ankara. Quanto all’Unione Europea, per anni le sue istituzioni hanno lavorato per erigere l’anticomunismo ad interpretazione ufficiale della storia del XX secolo; lo stesso Consiglio d’Europa ha adottato risoluzioni che attraverso la nozione mistificante del “totalitarismo” hanno equiparato il comunismo al fascismo, oscurando il contributo decisivo dell’Unione Sovietica e dei movimenti comunisti alla sconfitta del nazismo e occultando il ruolo svolto dal sistema capitalistico che ha dato vita al fascismo. In tal modo, equiparando i liberatori del campo di sterminio di Auschwitz a coloro che l’hanno costruito, l’Unione Europea ha fornito la giustificazione ideologica ai governi che rimuovono i monumenti antifascisti, proibiscono i simboli comunisti e perseguitano le organizzazioni comuniste. Nei paesi baltici, in Polonia, nella Repubblica Ceca e altrove nell’Europa orientale, questa politica è stata portata avanti attraverso restrizioni legali e campagne di “decomunistizzazione” sostenute dallo Stato. Sono tutti casi esemplari di patenti contraddizioni performative, poiché risulta del tutto evidente che la lotta di classe non può essere posta fuori legge “per la contradizion che no’l consente”, in quanto la sua messa fuori legge è esattamente una manifestazione della lotta di classe (nella fattispecie, della controrivoluzione preventiva promossa dallo Stato borghese contro il proletariato e contro le organizzazioni in cui esso si esprime o a cui potrebbe aderire).
Sennonché la mobilitazione reazionaria e la campagna anticomunista che essa promuove non è determinata dalla forza attuale dei partiti comunisti, ma dalle contraddizioni sempre più profonde del capitalismo stesso. La palingenesi del capitalismo preconizzata dopo il rovesciamento del socialismo nell’Unione Sovietica e nell’Europa orientale – palingenesi fondata sulla promessa secondo cui il capitalismo avrebbe garantito una pace permanente, arrecato la prosperità e assicurato la stabilità democratica – è miseramente crollata sotto il peso della realtà. Il sistema che aveva proclamato trionfalmente la “fine della storia” è ora ridotto a temere la continuazione della storia, così come l’urto delle contraddizioni e delle alternative che questa implica. Ecco perché la ‘damnatio memoriae’ del socialismo assume un’importanza decisiva: le classi dirigenti non hanno soltanto bisogno che i lavoratori rifiutino il socialismo; vogliono che i lavoratori dimentichino che è esistito un altro ordine sociale, che le industrie sono state sottratte al capitale privato, che il nazifascismo è stato sconfitto dai popoli organizzati sotto la guida comunista e che milioni di persone hanno combattuto per costruire una società in cui la produzione avrebbe soddisfatto i loro bisogni e le loro esigenze, piuttosto che il profitto privato. Se la classe operaia viene mutilata della sua storia, è più facile convincerla che il capitalismo è eterno e che non esistono alternative allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Ma vi è una contraddizione che nessuna discriminazione e nessun ostracismo può eludere. I difensori del capitalismo dichiarano che il comunismo è morto, screditato, obsoleto e irrilevante, eppure continuano a mobilitare governi, parlamenti, tribunali, forze di polizia, scuole, intellettuali e mass media contro di esso; demoliscono i monumenti innalzati ad un’idea che, come essi affermano, nessuno ricorda; arrestano i membri dei partiti che essi definiscono come impotenti; bandiscono la falce e il martello, simboli di un movimento che, stando a ciò che essi sostengono, la storia ha sepolto. Sorge allora spontanea la domanda sul senso che assume una campagna repressiva martellante scatenata contro qualcosa che a parole viene considerato innocuo. Dopo tutto, nessun’altra ideologia politica viene dichiarata morta così spesso, mentre viene combattuta così incessantemente. E la risposta è che la crociata anticomunista di Trump, la repressione di Erdoğan, il revisionismo storico dell’Unione Europea, la criminalizzazione dei partiti e dei simboli comunisti in tutta l’Europa orientale obbediscono ad un’unica strategia di classe: la strategia, per l’appunto, della controrivoluzione preventiva e della fascistizzazione. Dappertutto le classi sfruttatrici tentano di screditare l’unica forza politica che è in grado, sia pure in prospettiva, di sfidare il potere del capitalismo monopolistico nelle sue radici. È inevitabile: il capitalismo produce merci e nel contempo riproduce l’antagonismo tra la borghesia e il proletariato. Finché lo sfruttamento rimarrà il fondamento della società, il capitalismo continuerà a produrre la forza in grado di rovesciare l’ordine che poggia su quel fondamento: una classe lavoratrice organizzata e consapevole della sua funzione rivoluzionaria. Questo è il futuro che le classi dominanti temono di più: sono obnubilate dal loro odio per il proletariato e le classi subalterne, ma avvertono istintivamente che nessuna campagna anticomunista, per quanto furibonda, per quanto preventiva, per quanto repressiva possa essere, può abolire le leggi della storia.












































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