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Il Time e la "vendetta" di Marx
di Sebastiano Isaia
Sulle pagine del settimanale statunitense Time è apparso un interessante articolo dedicato alle «profezie» marxiane. L’ha firmato Michael Shuman, corrispondente da Pechino. Nonostante il miserabile crollo dell’Unione Sovietica e il poderoso sviluppo capitalistico in Cina, eventi che secondo il marxologo francese avrebbero dovuto chiudere per sempre la scottante pratica-Marx, ecco che il barbone di Treviri torna in auge, e con lui la sua ancora numerosa schiera di epigoni specializzati in economia, ospitati nei talkshow per lumeggiare l’opinione pubblica intorno alla crisi economica che ormai da cinque anni impazza in Occidente. Perché nonostante? Piuttosto sarebbe corretto dire che anche quegli eventi confermano pienamente il materialismo storico di Marx (dei marxisti non mi curo). Ma su questo punto ritornerò dopo.
«Marx ha teorizzato che il sistema capitalista impoverisce le masse e concentra la ricchezza nelle mani di pochi, causando come conseguenza crisi economiche e conflitti sociali tra le classi sociali. Aveva ragione. È fin troppo facile trovare statistiche che dimostrano che i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri» (La vendetta di Marx: come la lotta di classe prende corpo nel mondo, 25 marzo 2013). A sostegno della sua tesi il corrispondente del Time cita uno studio dell’Economic Policy Institute di Washington che dimostra in modo inoppugnabile come il reddito medio del lavoratore americano sia stato nel 2011 più basso che nel 1973, e come negli Stati Uniti nello stesso arco di tempo la ricchezza abbia subito un forte processo di concentrazione: il 5% della popolazione controlla il 74% del reddito nazionale. Naturalmente gli Stati Uniti rappresentano solo il vertice di una tendenza mondiale.
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La maledizione del settennato
di Elisabetta Teghil
L’attuale presidente della repubblica conferma la fondatezza della leggenda metropolitana della maledizione del settennato, per cui l’ultimo presidente è sempre peggiore di quelli che lo hanno preceduto.
Quello attuale ha sponsorizzato l’aggressione alla Libia, con la violazione della Costituzione che diventa un dettaglio di fronte al fatto di non aver difeso gli interessi nazionali, che coincidevano con il mantenimento al potere di Gheddafi, e di aver permesso perciò la venuta meno della Libia dall’ambito della sfera di influenza italiana, come hanno sempre previsto i taciti accordi tra le potenze occidentali, cioè che le ex colonie rimanessero nell’ambito di riferimento degli ex paesi colonizzatori.
Poi, ci ha regalato un golpe “bianco” che ci ha imposto un governo portatore non di interessi nazionali, ma di quelli dei poteri forti transnazionali ed, infine…, dicono che il veleno è nella coda… si è inventato due commissioni che dovrebbero lavorare per dare indicazioni utili al parlamento per fare delle “riforme” istituzionali ed affrontare i nodi economici e sociali.
Ci dicono che la sua dichiarazione di rimanere nel pieno delle sue funzioni fino all’ultimo secondo del suo mandato sia stata dettata anche da una telefonata intercorsa con Draghi.
Se una volta Vienna condizionava la nomina del papa, perché oggi non dovrebbe farlo Washington?
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Il diritto all’insorgenza*
di Gianfranco Ferraro
1. “L’Italia – recita il primo articolo della Costituzione – è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”[1]. In effetti, affidare ad un simile formula il valore fondativo di uno Stato non è un esito scontato, se pensiamo che una carta costituzionale altrettanto progressista, e frutto di un momento rivoluzionario antifascista, come quella dell’attuale Stato portoghese, non ha nel lavoro, bensì nella “dignità della persona umana” il suo fondamento[2]. Del resto, qualunque costituzione di una sovranità statale è direttamente legata al periodo storico in cui nasce ed è esito delle mediazioni e dei conflitti che ne hanno attraversato l’epoca di incubazione. Tuttavia, soprattutto nelle parti che definiscono l’orizzonte dei valori in cui pretende di collocarsi, una carta costituzionale non è rivolta all’indietro: “Principi generali” e “preamboli” vari costituiscono anzi l’esito di un compromesso proiettato sul futuro. Nella pratica di elaborazione delle carte costituzionali, sin dall’89 francese, i principi fondamentali – nel caso italiano, gli articoli 1-12 – costituiscono cioè una sorta di prospettiva aperta sul futuro di quello spazio di cittadinanza. Si potrà essere compiutamente cittadini di un certo spazio pubblico proprio in quanto si condividerà un certo orizzonte di valori, e dunque un certo orientamento delle condotte pratiche di vita, che il legislatore è sempre chiamato a tenere in considerazione. In questo senso possiamo dire che per i padri costituenti italiani lo spazio di cittadinanza della Repubblica figlia della Resistenza, lo spazio pubblico da essa inaugurato, coincide, o doveva tendere a coincidere, con la possibilità di espressione politica dei lavoratori: si è cittadini, si può essere cittadini, in quanto si è lavoratori[3].
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Le disuguaglianze degli economisti
Sergio Cesaratto

Nel bel numero di Micromega di marzo (3/2013) dedicato alla diseguaglianza, pur in un comune sentire nei riguardi della crescente ingiustizia sociale che si è manifestata nelle decadi recenti, vi sono delle significative differenze nella maniera in cui la problematica è avvicinata. In particolare, nel suo saggio Maurizio Franzini accusa gli “economisti eterodossi” di sottovalutare il tema della diseguaglianza al pari degli economisti “ortodossi”. In un senso ha ragione, ma in un altro ha torto. Credo sia utile ai lettori un chiarimento su questo punto agevolandoli a discernere ancor meglio le diverse posizioni che la rivista ha cercato di veder rappresentate.
Intanto chi sono gli “economisti eterodossi”. Fondamentalmente si tratta degli economisti seguaci della tradizione critica che muove da Marx e dagli economisti classici (come Smith e Ricardo, tradizione ripresa nel secolo scorso da Piero Sraffa) e dagli aspetti più innovatori dell’analisi di Keynes. In sintesi, questa tradizione ritiene che il capitalismo soffra di una contraddizione fondamentale. Da un lato i ceti dominanti si appropriano di una quota notevole del prodotto sociale in varie forme quali profitti e rendite – quello che gli economisti Classici e Marx chiamavano sovrappiù, ciò che rimane del prodotto sociale una volta pagati i salari ai lavoratori. Dall’altro, tuttavia, i ceti dominanti non sono in grado di consumare tutto questo sovrappiù. Per gli economisti critici l’ingiustizia sociale è dunque un fatto congenito al capitalismo senza la necessità di defaticanti dispute etico-filosofiche. L’ingiustizia sociale è inoltre la fonte della crisi: la compressione dei salari dei lavoratori se accresce il sovrappiù, crea anche uno strutturale problema di domanda aggregata.
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Scontro fra temporalità: capitale, democrazia e piazze
di Massimiliano Tomba
Mentre l’Occidente stava celebrando la “pacifica transizione verso la democrazia” del mondo arabo, in molte piazze del mondo si potevano leggere i seguenti slogan: “La democrazia è uno scherzo” (Bruxelles), “La democrazia è un’illusione” (Londra), “La democrazia è stata sequestrata”, hanno detto gli Indignati spagnoli fuori dal parlamento il 25 settembre 2012: “abbiamo intenzione di salvarla.” “Democrazia reale adesso”, rivendicano i manifestanti scesi in diverse piazze del mondo. Perlomeno, la “transizione alla democrazia” richiede che si approfondisca una questione: quale democrazia stiamo parlando?
I poteri occidentali hanno tentato sia di neutralizzare che di cooptare le proteste nel mondo arabo mostrandole come transizione da una forma governativa a un’altra. Una transizione che, da un lato, permette all’Occidente di mantenere la sua egemonia nel golfo ricco di petrolio, dall’altro lato presuppone il modello di democrazia rappresentativa dell’Occidente come l’unica configurazione della democrazia contemporanea. Come tratterò nel presente articolo, questo modello democratico è in crisi. E non perché esso abbia brillato in una qualche golden age della democrazia, ma perché le tensioni interne ed esterne ne mostrano ora tutta l’obsolescenza. Anche e soprattutto per la sua capacità di autolegittimarsi.
Un articolo recentemente pubblicato sul New York Times (Krugman 2011) denuncia l’attuale livello di disoccupazione pericolosamente elevata sia in America che in Europa, e la sfiducia nei leader e nelle istituzioni come parte di un contesto generale in cui “i valori democratici sono sotto assedio”.
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La lancia e lo scudo
Il fantasma della speculazione nello scontro valutario
Francesco Schettino
Avete presente quel sabato di un fine settimana qualsiasi di un mese qualsiasi di un anno ormai già archiviato, quando, non più tardi delle ore 14, pensavate di servirvi il miglior armagnac della vostra riserva - sì, proprio quello del 1986 - preludio di una irresistibile pausa di riposo, guadagnata dopo quaranta e più ore di lavoro trascorse in azienda nei cinque giorni precedenti, la cui gran parte era stata, come di consueto, espropriata dal padrone, proprietario della vostra forza lavoro? Ricordate quando, in quell'esatto istante, mentre con un movimento guidato da una lentezza inusuale facevate tintinnare sulle pareti della tazzina un cucchiaino con l'intento di addolcire il caffè, vi voltaste repentinamente verso il balcone della cucina?
Esattamente in quei momenti il vostro odorato aveva comunicato alla parte più razionale del cervello un segnale di pericolo: sottile come un filo, ma pesante come un macigno, un puzzo misto di plastica e legna arsa, incuneatosi tra le ante socchiuse della porta-finestra era giunto proprio alla base delle vostre narici indicandovi che, in un indistinguibile locale, di certo non così lontano da poter lasciarvi intendere di stare al sicuro, qualcosa stava bruciando.
La prima idea che aveva attraversato la vostra mente era di certo quella più ovvia, sebbene catastrofica, ma vi sembrava del tutto impossibile che, come due anni prima, a causa di un problema strutturale, l'impianto elettrico del piano sottostante avesse causato un cortocircuito, riducendo in cenere mobilio ed abitanti di allora:
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Silenzi, apartheid democratico e futuro delle lotte
di Caprimulgus
C’erano oltre duemila persone sabato scorso a Bologna alla manifestazione per i diritti dei migranti e l’abolizione della Bossi-Fini. La parte schiacciante dei manifestanti erano i migranti stessi, mentre la presenza italiana era rarefatta per l’assenza delle tradizionali forze politiche e sindacali che, pur in modo contraddittorio, avevano sostenuto i lavoratori migranti negli anni scorsi. Un solco del resto già scavato nel 2010, quando le grandi centrali sindacali definirono lo sciopero del primo marzo contro la Bossi-Fini uno sciopero «etnico» e la gran parte dei sindacati di base lo ignorò, usando come paravento l’appoggio a quella giornata da parte di esponenti del PD. Con questi precedenti non stupisce che nessun sindacato, ad esclusione di quello incarnato dagli stessi migranti presenti in piazza, abbia organizzato una sua presenza.
D’altra parte i media avevano ben lavorato nel trascurare la manifestazione: perfino il Manifesto, che pure con tanta oculatezza aveva seguito lo sciopero nella logistica del giorno precedente, di cui la manifestazione era la naturale prosecuzione, non le ha dedicato un francobollo.
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La potenza di astrazione e il suo antagonismo
Sulle psicopatologie del capitalismo cognitivo
di Matteo Pasquinelli
La vita fende la materia, elabora e contrae la materia, dando vita alle virtualità contenute nel materiale in direzioni sconosciute. La vita emerge come divenire-concetto, divenire-pensiero o, nel caso della coscienza, come divenire-cervello. — Elisabeth Grosz[1]
Il dibattito filosofico-politico degli ultimi anni, almeno alle latitudini del pensiero francese e italiano, è stato caratterizzato da una oscillazione concettuale che ha focalizzato di volta in volta il lavoro immateriale o il lavoro affettivo, l’economia della conoscenza o l’economia del desiderio, il cognitivo o il biopolitico. Nessuna agenda di ricerca o politica è stata immune a questa oscillazione, talvolta recitando in modo polemico un polo contro l’altro. Dopo un periodo al lavoro sull’economia della conoscenza, per esempio, una maggiore attenzione veniva data al lavoro affettivo (tornando a riscoprire quello che il femminismo aveva già tentato di politicizzare negli anni ’70), mentre le biotecnologie occupavano il palco centrale del dibattito sulle nuove forme di potere. Spesso è capitato di sentire lamentele contro un paradigma cognitivo che si dimenticava della materialità biologica e genetica del corpo, della sua libido, dei suoi affetti, ecc. Da alcuni come Lazzarato la noopolitica fu allora proposta come estensione dello spazio del biopotere per arrivare a coprire anche le nuove forme dell’immaginario collettivo e delle tecnologie della conoscenza.[2] Ma solo recentemente si è cominciato propriamente a capire l’importanza delle neuroscienze nelle ricerche dell’operaismo e del post-strutturalismo.[3]
Nel mio intervento cercherò di fermare questa oscillazione e di ritornare ad un paradigma monistico, in cui questa opposizione tra corpo e mente, tra bios e noos, possa finalmente svanire — come sempre abbiamo visto questa opposizione svanire nelle opere di Spinoza, Merleau-Ponty, Canguilhem, Foucault, Deleuze e Guattari.
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Conseguenze italiche del metodo Cipro
(anche senza oligarchi russi)
di Quarantotto
Contr'ordine compagni: il Soviet UE ha deciso che non si fida e che le tranches di pagamento di 20 miliardi di crediti alle imprese, programmate per il 2013 e il 2014, non si possono fare.
Questo perchè, non sia mai, potremmo superare il 3% del deficit (dato che nonostante FMI e studi della stessa BCE, il moltiplicatore non esiste) e non potremmo così accedere alla deduzione dal futuro deficit di altrettanto futuri investimenti pubblici aggiuntivi, c.d. golden rule. La quale si applicherebbe solo se non sia più pendente una procedura di infrazione del limite del 3%, attivata sull'Italia per il deficit 2011 al 3,9.
Inutile dire che la Francia, per il 2011, per il 2012 e giacchè ci sta anche per il 2013 con deficit sopra al 4%, (e probabilmente sopra il 3% fino al 2015, secondo i calcoli di Sapir), non solo se ne frega ma addirittura fa nuove assunzioni pubbliche, sussidia le imprese nazionali e chiede l'innalzamento del contributo "de minimis", quello che non costituisce aiuto di Stato, da 200.000 a 500.000 euro.
Cioè, come avevamo anticipato, per Olli Rehn, si paghi pure l'arretrato ma con manovre di corrispondente copertura: con tutti gli effetti immaginabili sulla recessione in atto. Perchè, non lo ripeterò mai abbastanza, il moltiplicatore fiscale esiste...e "loro" lo sanno benissimo e anzi ci contano, ormai.
Insomma, non attendiamoci solo manovre di copertura per tali pagamenti ma anche niente c.d. "golden rule", dato che la recessione ci porterà, adottando tali misure di copertura, comunque a sforare autonomamente il limite del deficit.
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Capitalismo come religione
di Giorgio Fontana
Leggere Capitalismo come religione di Walter Benjamin (appena edito da il Melangolo) può sembrare soltanto un esercizio di memoralistica, o un vuoto sforzo intellettuale. Il capitalismo del 1921 – l’anno in cui il filosofo tedesco quando prese questi appunti – era molto diverso da quello contemporaneo: ancora non aveva subito l’onda della grande crisi, e soprattutto non era passato attraverso le successive, numerose metamorfosi. Cosa possono insegnarci quattro pagine scarne di novant’anni fa sul momento storico che stiamo vivendo?
Certo, il modo migliore per leggere questo frammento è quello di prenderlo con tutte le cautele del caso. La prosa di Benjamin è incisiva e oscura insieme – un’ottima scusa per lasciarsi prendere dall’entusiasmo e vedere in essa l’interpretazione compiuta di un genio, o una lezione da applicare tout court. Ciò detto, Capitalismo come religione ha comunque una sua attualità straordinaria – forse proprio per il suo messianismo così distante dall’urgenza con cui si vuole e si dovrebbe pensare il mondo contemporaneo: in termini sociali ancora prima che economici, ma di certo senza alcuna presunzione metafisica.
Eppure, è proprio questo capitalismo tardo, sopravvissuto alle guerre e ai movimenti, passato attraverso il filtro della società dello spettacolo e reincarnato in chiave informazionale, a porci la domanda: com’è possibile? Come ha fatto a sopravvivere attraverso queste mutazioni?
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Apologia della banca pubblica
di Vladimiro Giacché
Con la grande crisi scoppiata nel 2007-8 l’intero sistema finanziario del mondo occidentale è giunto sull’orlo del collasso. È stato salvato dall’intervento dell’autorità pubblica, spesso attraverso l’ingresso dello Stato nel capitale delle banche in difficoltà. Solo in Italia questa opzione è stata sempre esclusa anche solo dal novero delle possibilità. Qui da noi è ancora ben radicato il dogmatismo ideologico che portò alla dissennata stagione delle privatizzazioni degli anni Novanta. È giunto il momento di cambiare rotta.
La via italiana ai salvataggi bancari: pagare senza controllare
«L’Europa riscopre la banca di Stato». Con questo titolo il Sole-24 Ore del 2 febbraio scorso ci ha informato della nazionalizzazione del gruppo bancario-assicurativo olandese Sns Reaal. Costo dell’operazione: 3,7 miliardi di euro. Vale a dire 200 milioni in meno di quanto costano allo Stato italiano i Monti-bond per salvare il Monte dei Paschi di Siena. Ma con una differenza non piccola: mentre lo Stato olandese potrà subito entrare nel capitale e quindi nella gestione di Sns Reaal, questo in Italia avverrà solo e soltanto se Mps non sarà in grado di rimborsare il prestito e pagare gli interessi.
Siamo l’unico paese europeo che non è voluto entrare, neanche nell’emergenza, nel capitale delle banche in difficoltà.
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Le tasse, la recessione e la diseguaglianza
di Guglielmo Forges Davanzati
Nel corso del 2012, la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il suo massimo storico, ed è fisiologico il fatto che pressoché tutti i partiti politici dichiarino di volerla ridurre. Si tratta di una congerie di proposte che spesso si basano esclusivamente su ragioni di equità distributiva, a fronte del fatto che la distribuzione dei carichi fiscali ha effetti rilevanti sulla crescita economica. Sebbene implicitamente, esse sono formulate sotto il vincolo del tendenziale pareggio del bilancio pubblico, così che la detassazione di alcuni gruppi sociali non può che implicare l’aumento della pressione fiscale su altri soggetti. E soprattutto si tratta di proposte che non si sa quando e sotto quale forma saranno tradotte in leggi, a fronte del fatto che, nell’immediato, per effetto delle ultime decisioni assunte dal Governo in carica, i contribuenti italiani saranno ulteriormente gravati da tasse (l’incremento dell’IVA e dell’IMU, in primo luogo), per un importo stimato di circa 15 miliardi di euro.
Sulla questione, si confrontano schematicamente due orientamenti.
1) Si ritiene, come si è ritenuto negli ultimi venti anni, che la riduzione delle imposte a beneficio dei lavoratori autonomi, delle imprese e, più in generale, dei redditi elevati generi incrementi di produzione derivanti dal fatto che questi individui reagirebbero (in quanto possono farlo) a una minore tassazione lavorando di più e, per quanto riguarda le imprese, investendo di più. Di fatto, seguendo questa linea, si è prodotta, negli ultimi anni, una condizione nella quale il grado di progressività delle imposte si è significativamente ridotto, ovvero – in termini percentuali – le famiglie con redditi bassi pagano più (o comunque non pagano meno) di quelle con redditi elevati.
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L'invenzione di un Gramsci dimezzato
Un incontro sul "quaderno dimenticato"
Luigi Cavallaro
Nonostante il forte scirocco dei giorni scorsi, l'eco delle polemiche nazionali (e perfino internazionali) intorno alla sorte dei Quaderni del carcere di Gramsci è arrivata anche a Palermo, dove l'Istituto Gramsci siciliano ha organizzato lo scorso 21 marzo la presentazione dei due ormai celebri libretti che Franco Lo Piparo ha dedicato nell'ultimo anno al tema: I due carceri di Gramsci e L'enigma del quaderno, entrambi editi da Donzelli. Discussants d'eccezione: Luciano Canfora, Salvatore Lupo e Salvatore Nicosia, attuale presidente del Gramsci isolano. (Sui due volumi ne ha scritto Guido Liguori il 2/2/2012 e il 16/02/2013).
Ha introdotto il dibattito Lupo, che ha inquadrato i dissidi fra Gramsci e il gruppo dirigente del Pcd'I nelle più ampie e drammatiche divergenze che allora attraversavano il movimento comunista internazionale: considerazione affatto ragionevole, ma lo storico catanese, che vanta trascorsi giovanili fra i gruppi trockisti della sinistra extraparlamentare, non ha perso neanche stavolta l'occasione per sottolineare malignamente «noi 'ste cose le sapevamo».
La comunicazione a Ercoli
Poi è stata la volta di Canfora. Il filologo e storico barese ha accuratamente distinto la questione oggettiva, documentaria, del numero dei quaderni gramsciani da quella congetturale relativa al contenuto del presunto «quaderno mancante»: su quest'ultima non ha detto nulla, mentre sulla prima ha messo in fila alcuni fatti su cui insiste da qualche tempo.
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Quando si paga il debito sovrano?
di Giorgio Gattei
La lotta delle classi nel mondo antico si muove principalmente nella forma di una lotta fra creditore e debitore, e in Roma finisce con la disfatta del debitore plebeo, che viene sostituito dallo schiavo. "
(K. Marx, Il capitale. Libro primo, Roma 1965, p. 168).
1. Debito sovrano e "guerra di classe"
Alle volte l'indebitamento è necessario: altri ti prestano il denaro che ti serve per le necessità del momento e fino alla scadenza paghi soltanto gli interessi. Al termine rimborsi il valore-capitale, ma potresti anche non pagare niente se quel debito viene rinnovato con lo stesso od altro prestatore. Così l'obbligazione debitoria si può trascinare nel tempo, giusto il detto che "solo domani pagherò!". E' ciò che è successo al debito pubblico italiano che, di rinnovo in rinnovo, è raddoppiato dal 60% del PIL nel 1982 al 120% di oggi.
Eppure fino all'anno scorso nessuno sembrava preoccuparsene più di tanto: certamente ci si lamentava del peso finanziario che si stava accumulando sulle spalle delle future generazioni, ma si faceva ben poco per ridurlo. Tutto è invece precipitato con la firma del fiscal compact da parte del governo "tecnico" nel febbraio 2012 (e successiva ratifica parlamentare il 19 giugno): infatti col fiscal compact i cittadini italiani, volenti o nolenti, si sono impegnati a ridurre nell'arco di un ventennio il proprio debito sovrano fino al 60% del PIL, com'era peraltro la percentuale prevista dai parametri di Maastricht. Ma siccome quel debito ammonta a 2000 mld di euro (il 120% del PIL), ciò significa che, per portarlo a 1000 mld, i governi a venire, quale che sia la maggioranza che li sosterrà, dovranno iscrivere ogni anno al passivo di bilancio 50 mld di euro, da recuperare con imposte e tasse anche se si decidesse di non fare alcuna spesa pubblica!
Ma perchè è così precipitata la questione del rimborso del debito sovrano? Perchè si sono definitivamente rovesciati i rapporti di forza tra le classi sociali.
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Proficue ambivalenze del grillismo
di Nicola Casale e Raffaele Sciortino
Le elezioni di febbraio hanno sconvolto il quadro politico italiano. Le politiche rigoriste di Monti, appoggiato dalla Chiesa, hanno subito una sonora bocciatura. Si conferma che la borghesia che conta non è in grado di proporre un suo partito, mancandole sia il personale credibile che la capacità di costruire consenso (bisognerà tornarci su, se è vero che non è dato solo italiano).
Vittoria simile a una disfatta per Pd-Sel che si proponevano di continuare Monti con qualche pennellata di “attenzione” al lavoro. Credibilità decrescente per Berlusconi con la sua proposta di fare come se debito e crisi non fossero un problema per i ceti sociali di riferimento. Ridimensionamento secco per la Lega. Batosta senza attenuanti per la “sinistra alternativa”, di cui l’elettorato ha giustamente sancito la perfetta inutilità. Unico vincitore il M5S. Una vittoria che spariglia le carte, non a caso vista con grande preoccupazione dall’establishment politico nazionale ed europeo. Assai meno preoccupato quello Usa che intravede la possibilità di un maggiore incasinamento dell’Europa quale concorrente monetario nonché l’emergere di altri segnali favorevoli (di cui più innanzi).
Prima di esaminare questo successo, tre annotazioni minori ma non troppo: Berlusconi, dato per finito, ha parzialmente rigalvanizzato la sua base nella battaglia per scaricare i costi della crisi esclusivamente sugli altri settori utilizzando anche l’attacco al rigorismo di Berlino[1]; i ceti di riferimento del centro-sinistra escono ancor più depressi e spaesati dall’anno di sostegno a Monti, assieme ai loro sindacati, Cgil e Fiom; la Lega conquista la Lombardia contando di conservare forze sufficienti ad affrontare frangenti di precipitazione della crisi per riproporre la prospettiva padanista.
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Né totem né tabù*
di Sergio Labate
“Mi interessano le cose
che stanno per diventare qualcos’altro”
(Franco Arminio)
1. Premessa sul tempo uggioso che annuncia la primavera
Le macerie che le recenti elezioni ci costringono ad abitare qualcosa hanno cambiato, nelle nostre convinzioni. Vi sono tante prove di questo abitare spaesato cui siamo costretti. Ma non colgo disincanto, quanto sollievo: come se la necessità di spostarsi dal punto cieco in cui eravamo finiti prevalesse sul timore dell’ignoto verso cui ci dirigiamo. Questo strano impulso ad affrontare le cose proprio nell’istante in cui stanno diventando qualcos’altro da se stesse vale anche per la questione del rapporto tra democrazia dei movimenti e democrazia della rappresentanza. È da più di un decennio (da Genova 2001) che l’eventualità di un nodo tra movimenti e politica si lacera e si consuma tra due estremi.
Da un lato c’è chi sostiene che la rappresentanza sia come un totem, e che disinteressarsene non solo non è lecito ma è impossibile: perché non si può “uscire dalla politica” (a meno che non “si esca dalla società”).
Dall’altro lato invece ci sono coloro per cui la questione della rappresentanza è un vero e proprio tabù (posizione oggi egemonica nella società italiana, con tante di quelle buone ragioni che a volte le contro-ragioni addotte dai politici contro di essa appaiono discorsi di extraterrestri).
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La svolta di Confindustria
di Pasquale Cicalese
Nei “Diari intimi” Baudelaire scriveva, a proposito della Comune di Parigi, che “tutto è comune, persino Dio”. Celebrava quegli eventi e la città parigina, prima che questa venisse sventrata dalla hausmanizzazione imperialista di Napoleone III. Tracce della capitale francese all’epoca del sommo poeta francese si trovano nel capolavoro benjaminiano “Parigi capitale del XIX° secolo” in cui si analizza la dicotomia merce-lotta di classe di quei lavoratori che Marx giudicò l’avanguardia del proletariato mondiale.
A suo modo arrivò alle conclusioni di Baudelaire lo stesso Schumpeter: analizzando lo schema marxiano della trasformazione dei valori in prezzi ne subì, quasi inorridito, il fascino, per poi ritirarsi nella metafisica. Ebbe modo però di scrivere che il socialismo era superiore al modo di produzione capitalistico e che avrebbe avuto il sopravvento. Concetto poco chiaro ai breszeviani, che condannarono la gloriosa Unione Sovietica alla stagnazione: le proletarie russe volevano, giustamente, mangiare e vestirsi bene, il socialismo è anche questo, raffinatezza dei gusti, concetto precluso ai crucchi, che mangiano da schifo, e si vede.
Le proletarie meridionali, tra loro, parlano di tre cose: figli, cibo e moda. Da anni stanno rinunciando alle ultime due, tra poco anche al primo, e sono incazzate nere. Sembrano le russe degli anni ottanta, così come le descriveva il padre di Sami, un turco che era comandante di flotte mercantili in rotta verso Leningrado e il Mar Nero.
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A ottant'anni dal New Deal
di Giorgio Nebbia
Un uomo di cinquant'anni, colpito dodici anni prima da un attacco di poliomielite, scende dalla carrozzella e, pallidissimo, percorre faticosamente a piedi, appoggiandosi al braccio del figlio, i trenta metri che lo separano dal podio in cui lo attende il Giudice Supremo degli Stati Uniti per accogliere il suo giuramento di presidente degli Stati Uniti. E' il 4 marzo del 1933, una fredda e piovosa mattinata di Washington, e il nuovo presidente è Franklin Delano Roosevelt. L'America --- che lo ha eletto più per sfiducia nei confronti del suo predecessore, il repubblicano Hoover, che per convinta ammirazione per il democratico Roosevelt --- è un paese senza fiducia.
Rigurgiti di consumismo sfacciato si alternano con la disperazione di milioni di disoccupati pieni di debiti; l'agricoltura è allo sbando, con i silos pieni di cereali e di cotone che nessuno compera e con le famiglie rurali alla fame; il divieto di consumo degli alcolici ha dato vita a bande criminali organizzate di spacciatori, di distillatori clandestini di alcol, di importatori di bevande alcoliche che prosperano con la copertura della diffusa corruzione di funzionari e uomini politici.
L'America lasciata da Hoover non era soltanto quella delle banche e delle borse dissestate, del debito pubblico avanzante, ma si presentava con il suolo impoverito da decenni di sfruttamento, esposto all'erosione dovuta alle piogge e al vento, con le foreste devastate da incendi, con paesi e città senza fogne e senza discariche dei rifiuti, con città violente e inquinate, solcate da lunghe code di disoccupati pieni di debiti.
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Democrazia senza partiti
Marco Dotti intervista Marco Revelli
«Non può esserci democrazia funzionante senza il canale dei partiti. Nessuna nuova o più vitale democrazia può nascere dalla demonizzazione dei partiti». Con queste parole, pronunciate al Teatro Toniolo di Mestre nel settembre del 2012, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è fatto interprete di un timore largamente diffuso tra le classi dirigenti: il rapporto tra democrazie e forma-partito sarebbe sul punto di rompersi definitivamente. A tutto svantaggio, sostiene Napolitano, della democrazia. È davvero così? Marco Revelli insegna Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale e ha da poco pubblicato un libro, Finale di partito (Einaudi, pagine 138, euro 19), in cui affronta la questione collocandola in un passaggio d’epoca ben più radicale – il pieno ingresso in una società post industriale – senza il quale ogni “pro” e ogni “contro” i partiti rischia di rimanere una sterile petizione di principio.
Una caratteristiche della nostra società è che gli individui si fidano sempre meno gli uni degli altri, perché stentano a riconoscersi. Finita l’era dell’ottimismo – ottimismo tecnologico, fede nel progresso o nel mercato – le basi materiali della fiducia si sono sgretolate e la caduta generale del legame ha inevitabilmente toccato anche il rapporto tra cittadini e partiti. È una crisi che spinge non pochi analisti a una facile equazione: più si abbassa il livello di fiducia nei partiti, più cresce la passività tra i cittadini. La crisi della fiducia sarebbe quindi il vettore di ciò che impropriamente viene chiamato “populismo” o tacciato di “antipolitica”. Lei come legge la situazione dentro questo quadro generale di défiance?
Marco Revelli: La caduta del legame di fiducia è clamorosa e oramai conclamata. La fiducia nei partiti, in Italia, tocca livelli parossistici e non supera il 5 per cento. Questo significa che solo un cittadino ogni venti crede ancora nella possibilità di un’azione concretamente democratica condotta attraverso i partiti politici.
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La crisi di Cipro e la svolta "darwiniana" della BCE
di Emiliano Brancaccio
Nella crisi di Cipro la BCE si è resa protagonista di un'ingerenza politica senza precedenti che potrebbe dare l'avvio a un processo di ristrutturazione bancaria di tipo "darwiniano". Se così fosse i paesi periferici dell'Unione potrebbero vedersi costretti ad abbandonare la moneta unica per mantenere il controllo sui capitali bancari
Ancora non conosciamo i suoi esiti, ma dalla crisi bancaria di Cipro possiamo già trarre qualche indicazione per il futuro. Molti commentatori ne hanno tratto spunti per valutare le possibili conseguenze di una tassazione dei depositi bancari. Per Donato Masciandaro la decisione di coinvolgere i depositanti nei salvataggi “sta facendo fare all’Unione europea una pessima figura” [1] . Per Marco Onado, un prelievo forzoso sui depositi ciprioti solleverebbe dubbi sul valore atteso dei conti correnti di tutta l’Unione e potrebbe quindi generare “un disastroso effetto valanga” per l’intero sistema bancario europeo [2]. Queste valutazioni colgono dei rischi reali. Ma vi sono anche altre minacce all’orizzonte. La crisi di Cipro crea infatti un precedente per certi versi ancora più pericoloso: mi riferisco a una nota diramata ieri mattina con la quale il Consiglio direttivo della BCE ha dichiarato che la liquidità di emergenza a favore della Banca centrale di Cipro sarà fornita solo fino a lunedì prossimo. Dopo quella data, l’erogazione di liquidità da parte della BCE sarà condizionata all’avvenuta ratifica di un accordo tra il governo di Cipro, l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale, atto a garantire la solvibilità degli istituti di credito colpiti dalla crisi [3].
Il comunicato di Francoforte verte sull’idea che il banchiere centrale sia preposto a intervenire solo nel caso di una crisi di liquidità definibile di “breve periodo”, mentre non sia mai autorizzato a fornire ossigeno a istituti di credito che abbiano problemi di solvibilità di “lungo periodo”.
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Dieci tesi contro il capitalismo predatorio1
di Jean-Claude Lévêque
Il capitalismo contemporaneo è la forma estrema dello stesso, ovvero il capitalismo nella sua fase discendente, ancora inedita nei suoi effetti complessivi. La «servitù del debito» è uno dei suoi modi di oppressione e controllo delle masse, ma non il solo.
Si può a ragione parlare di «capitalismo predatorio» o di «Capitalismo assoluto» (Preve), anche se entrambe le definizioni paiono ancora insufficienti per coglierne le caratteristiche dominanti. Il dibattito attuale (considero come posizioni interessanti e opposte quelle di Dardot/Laval, di Bidet, di Lazzarato, Negri, Zizek, Badiou, di Aglietta e di Lévy) stenta a trovare una strategia di uscita dal dominio del capitale finanziario, per ragioni teoriche e ideologiche. Si fanno delle analisi convincenti- anche se non sempre-, ma quello che risulta pressoché impossibile (forse soprattutto perché, in generale, non si tiene conto di Lenin) è trovare un modo per opporsi efficacemente alla retorica intransigente della classe dominante.
La strategia dei capitalisti sembra invece molto più efficace nello spuntare le armi dei movimenti che vi si oppongono. La constante criminalizzazione di qualsiasi forma di opposizione e l’affermazione constante e martellante dell’assenza di alternative lasciano poco spazio ai movimenti2.
Un’altra caratteristica del capitalismo predatorio è la sua connivenza con le mafie mondiali, che ormai spesso appare assolutamente evidente, sebbene negata dai media di regime.
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La BCE torna in cattedra
In 15 slide Draghi mostra l'agenda all'Europa
Clash city workers
Ci risiamo: ancora una volta ci troviamo a commentare un intervento del presidente della Banca Centrale Europea. Sono ormai anni che seguiamo con una certa attenzione i contributi di Mario Draghi: sin da quando, da governatore della Banca d’Italia, segnando una discontinuità con i suoi predecessori, si distingueva per la capacità di rappresentare pienamente il punto di vista e gli interessi del grande capitale europeo fuori da logiche di tipo nazionale. Una capacità di sintesi e di raccordo che lo ha portato a presiedere la Bce, l’istituzione comunitaria che di fatto in questi anni ha scalzato tutte le altre, avviando un processo di centralizzazione delle funzioni esecutive e d’indirizzo politico inimmaginabile fino a pochi anni fa.
La crisi dell’Eurozona e la conseguente necessità di interventi di politica monetaria, tesi a stabilizzare i mercati e in particolare a difesa dei debiti sovrani, ha posto la Bce nella possibilità di poter imporre ai governi dei singoli Stati europei la propria “agenda” condizionando così la propria azione di tutela all’applicazione di determinati provvedimenti.
La lettera inviata il 5 agosto 2011 dalla Bce al governo italiano (che ha imposto misure durissime come l’anticipo del raggiungimento del pareggio di bilancio al 2013 e che successivamente ha determinato le dimissioni di Berlusconi e la nomina di Mario Monti alla guida dell’esecutivo con il compito di riformare pensioni, mercato del lavoro e di tagliare il welfare) è esemplificativa del nuovo ruolo assunto dalla Banca Centrale Europea.
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Rileggere Marx con le lenti della filologia
di Roberto Fineschi
È da poco uscita la nuova edizione italiana del I libro del Capitale per le Opere Complete di Marx ed Engels. Il curatore, Roberto Fineschi, ci spiega perché era necessario mettere mano a questa opera di rinnovamento editoriale
1. La nuova edizione del I libro del Capitale da me curata per le Opere Complete di Marx ed Engels (vol. XXXI, Napoli, La città del sole, 1600 pagine) è il tentativo di presentare al lettore italiano lo stato dell’arte dopo le significative novità emerse nel corso della pubblicazione della nuova edizione storico-critica, la seconda Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA2), monumentale progetto in 114 volumi in corso di realizzazione da quasi quarant’anni e lungi dal completamento[1].
La circolazione delle opere di Marx è stata scarsa negli ultimi decenni; recentemente si è assistito alla ripresa di alcune pubblicazioni, fatto da salutare positivamente. Tuttavia, nella quasi totalità dei casi si sono semplicemente riproposti i vecchi testi, oppure li si è ripresentati sulla base delle edizioni tradizionali. La grande novità della MEGA consiste invece, sostanzialmente, nell’aver mostrato come molte delle opere più significative di Marx fossero in realtà una cosa diversa rispetto a quelle storicamente lette. A cambiare sono quindi non tanto, o non solo, le interpretazioni di Marx o Engels, ma la stessa base testuale su cui tali interpretazioni si sono sviluppate o possono svilupparsi. La nuova edizione del primo libro del Capitale muove, prima nel mondo occidentale, da questa premessa.
È noto che Marx non ha pubblicato personalmente il secondo ed il terzo volume; fu Engels a farlo dopo la sua morte, rispettivamente nel 1885 e nel 1894. Per il secondo, egli disponeva di 8 manoscritti redatti dal 1864 alla fine degli anni 70, a livelli assai diversi di compiutezza, nessuno comunque pronto per la stampa[2]; per il terzo aveva sostanzialmente un grande manoscritto del 1864/5 e poche rielaborazioni successive di scarsa ampiezza[3].
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La cuoca e Lenin
L'incontro-scontro tra centri sociali e 5 Stelle
Franco Piperno
Alcune delle idee-forza del movimento M5S hanno ascendenze lontane. Si avverte, per chi eserciti l’arte della memoria, l’eco della parole d’ordine comuni ai movimenti degli anni 70. Il reddito di cittadinanza; la democrazia diretta; l’esercizio spesso inconsapevole di una certa potenza destituente; il rifiuto del lavoro salariato perché aliena e l’attrazione per l’attività scelta liberamente perché realizza; la critica beffarda al sistema dei partiti; un sentimento di estraneità ostile verso l’ideologia lavorista e progressista, per quella illusione di conseguire la felicità cercando d’arricchirsi in fretta; e così via.
V’è ancora qualcosa di comune in quella sorta di appercezione della trasformazione sociale come processo interiore, esercizio di autocoscienza; perché il nemico non è tanto fuori di noi ma piuttosto dentro di noi, e prima di cambiare il mondo bisogna mutare le nostre idee sul mondo. Per dirla in altri termini, la psicologia del sovra consumo di massa, quella del cittadino in quanto “consumatore obeso” è senza dubbio addebitabile alla smodata produzione di merci in cerca d’acquirenti, ma non si può non riconoscere che tutta la baracca, dirò così il sistema, riposa, in buona misura, sulle condotte complici del cittadini stessi.
Va da sé che queste similitudini non comportano, certo, una qualche identità tra il ciclo insurrezionale “68-78” e il movimento di cui Grillo si fa portavoce.
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I circuiti della ricomposizione
Verso e oltre lo sciopero del 22 marzo
di Anna Curcio e Gigi Roggero
Ripensare lo sciopero, trovare l’equivalente funzionale della forma-sindacato, costruire processi di generalizzazione. Ecco i rovelli con cui ci confrontiamo da anni, da quando cioè la nuova composizione del lavoro vivo e le trasformazioni produttive hanno reso inservibili o quasi molti degli strumenti organizzativi del passato. A fronte di tali nodi gordiani abbiamo fatto fatica ad andare al di là dell’enunciazione, magari dell’allusione simbolica, comunque a superare la semplice constatazione di ciò che non funziona più. Ancora una volta sono le lotte a indicarci forse non delle soluzioni, ma certamente delle corpose ipotesi verso cui direzionare le riposte. Così è per i blocchi e gli scioperi selvaggi dei lavoratori della logistica, in quello che ormai – per le caratteristiche comuni, per l’estensione e per la durata – possiamo definire un vero e proprio ciclo di lotte. É su questa base che è stato convocato per venerdì 22 marzo lo sciopero generale dei lavoratori della logistica: non sarà un semplice evento, ma un passaggio di straordinaria importanza che si colloca dentro un processo di accumulo di conflitti e di ulteriore espansione. Prima e dopo il 22 i facchini delle cooperative che gestiscono la circolazione delle merci del centro-nord Italia non faranno straordinari, per ribadire che vogliono colpire sul serio gli interessi della controparte. Definirlo uno sciopero di settore sarebbe riduttivo e probabilmente anche fuorviante, perché è proprio la settorialità che queste lotte stanno mettendo in discussione, ponendo con forza le questioni della generalizzazione e della ricomposizione.
Rottura della frammentazione e composizione di classe
I lavoratori della logistica al centro delle lotte, in particolare i facchini, sono nella loro quasi totalità migranti.
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