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Piccolo saggio sulla diserzione
Written by Paolo Mossetti
Henri Laborit, Elogio della Fuga, 1976.
(La resistenza è un congegno elettrico)
Collettivo Eveline, Milano, 2006.
C’è stato un momento, nella cultura italiana, in cui i temi dell’esilio e della fuga vennero esplorati in forme generose e originali. C’era il cinema di Gabriele Salvatores, «dedicato a tutti quelli che stanno scappando», e quello di Mario Martone, con i suoi sconfitti dalla vita; le musiche di 99 Posse, Almamegretta, Bisca, Daniele Sepe che esaltavano i valori delle radici e dell’antifascismo militante, ma ancor di più suggerivano una diserzione dal treno progressista; poi la letteratura nomade di Pino Cacucci, i fumetti di Sergio Bonelli, e in generale nelle arti si sentiva ancora l’influenza di Hugo Pratt, di Carmelo Bene, di Jodorowski. Quelle voci ci raccontavano, in modi assai diversi tra loro, di una generazione non ancora pronta a sentirsi adulta e borghese, di amicizie virili, di disgusto per la società del “reflusso”, di codardia persino. Lo facevano con linguaggi a volte ingenui, ma senza mai mancare di un certo gusto per l’avventura e della voglia di contaminarsi, di creare collaborazioni, intrecci inaspettati.
Ora tutto questo sembra un romantico ricordo. Gli anni che vanno dal G8 di Genova alla crisi finanziaria del 2008 hanno visto rinascita di mitologie che credevamo estinte per sempre: il Patriottismo di «sinistra», il Tricolore, il feticismo della Costituzione, la Legge e l’Ordine.
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La crisi globale
di Sergio Cesaratto
Lunedì 23 aprile si è svolta a Roma 3 la presentazione dei volumi di Bellofiore e Giacché sulla crisi, Radio radicale l'ha registrata, qui c'è la mia relazione con alcuni postscriptum
Mi occupo solo di uno dei due libri di Bellofiore, La crisi globale, l’altro è più teorico. Devo avanzare una critica di fondo a Bellofiore: l’eccesso di distinguo dalle altrui posizioni attraverso sottigliezze che lasciano il lettore smarrito circa l’argomentazione di fondo [molti l’han notato anche nell’esposizione al dibattito; un esempio è quando Riccardo ha disquisito circa la data di inizio della crisi … il 2008 non gli andava bene, le cause sono anteriori, ma questo è ovvio e non aggiunge molto. Il lettore potrà farsi una propria opinione attraverso la registrazione di Radio Radicale, che ringraziamo]. Tutto questo con amicizia, ma anche con franchezza.
Parto dalle conclusioni. I due volumi convergono nell’idea che una rottura/fuoriuscita dall’UME è improponibile, tanto sarebbero importanti le conseguenze. Non è di questa opinione Paul Krugman:
“What is the alternative? Well, in the 1930s — an era that modern Europe is starting to replicate in ever more faithful detail — the essential condition for recovery was exit from the gold standard. The equivalent move now would be exit from the euro, and restoration of national currencies. You may say that this is inconceivable, and it would indeed be a hugely disruptive event both economically and politically. But continuing on the present course, imposing ever-harsher austerity on countries that are already suffering Depression-era unemployment, is what’s truly inconceivable.”
Comunque, conclude Giacché, se continua così sarà l’Euro a rompersi. L’impegno dei paesi emergenti a sostenere l’intervento del FMI a sostegno dei paesi europei in difficoltà sembra però indicare che ci saranno degli sforzi ad impedirlo. Una lunga pena ci attende, più probabilmente. Ma può darsi che il redde rationem arrivi, ma siamo nel regno delle illazioni.
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Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa?
di Lorenzo Battisti
1. Le elezioni presidenziali francesi sono competizioni estremamente personalistiche. Conta molto il candidato, come si presenta e l’esposizione mediatica che ottiene. Così ha voluto de Gaulle quando scrisse la costituzione della Quinta Repubblica, soprattutto per contenere i comunisti. Per queste ragioni sarebbe sbagliato trarre dal primo turno delle presidenziali un giudizio compiuto sulle tendenze di fondo in atto nella società. Questo passaggio elettorale ha, semmai, impresso una istantanea e per poter leggere una dinamica di fondo è importante guardare a quanto avverrà dopo tutti i passaggi elettorali. Questa stagione, cominciata domenica con il primo turno delle presidenziali, si concluderà a giugno quando saranno eletti i deputati dell’assemblea nazionale (lo scorso autunno si sono tenute le senatoriali).
Tuttavia, alcune considerazioni posso essere tratte già da questo primo appuntamento elettorale e, come vedremo, non riguardano sono i destini della Francia.
2. Il primo dato molto importante da analizzare è stato il forte calo dell’astensione, scesa al 19,59%: il più basso da molti anni. Questo dato (come altri, che analizzeremo in seguito) ha colto di sorpresa tanto i sondaggisti quanto i commentatori, i quali si aspettavano un aumento dell’astensione, anche se lieve, rispetto alle passate presidenziali. Ciò mostra che molti francesi hanno compreso come queste elezioni avessero grande importanza per determinare i destini della Francia e dell’Europa nei prossimi anni. E ciò è stato possibile non solo perché i due candidati ora al ballottaggio (Sarkozy ed Hollande) hanno fatto il pieno dei propri voti, ma perché tanto il Front National, quanto il Front de Gauche, hanno dinamizzato la competizione elettorale, superando di misura i propri precedenti risultati e portando al voto fasce di potenziale astensione.
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Urss, il continente scomparso
Mario Tronti
Dal capitalismo al socialismo e ritorno. «L'esperimento profano» di Rita Di Leo ripercorre controcorrente il fiume di una storia rimossa, che illumina lo scontro di oggi fra politica ed economia
Siamo malati di anniversari. Se non ci fossero, per i giornali, bisognerebbe inventarli. E infatti spesso se ne inventano. E altrettanto spesso se ne nascondono. E' passato tutto intero il 2011 e nessuno, o quasi, si è ricordato che, esattamente vent'anni prima, era accaduto quell'evento che si chiama «fine dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche". Si può non avere simpatia per il presidente Putin e in effetti non ne suscita in gran quantità, ma ha detto almeno una volta la cosa essenziale e cioè che la caduta dell'Urss è stata la più grande catastrofe geopolitica del Novecento. Le futili vicende che abbiamo vissuto da allora, mascherate da improbabili accadimenti epocali, ce lo confermano. Ecco un libro che ci riporta, saltando indietro nel tempo che conta, a una vicenda, «un esperimento», si dice, che ha fatto storia e che non a caso alla sua conclusione ha fatto parlare di fine della Storia. Sto parlando di Rita di Leo, L'esperimento profano, sottotitolo eloquente Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Ediesse, Citoyens, Roma 2012.
È un testo da leggere, impossibile da riassumere. E' un testo breve, sintetico, con rimandi ad altri approfondimenti analitici della stessa autrice, dimostrazioni empiriche delle tesi teorico-storiche qui presenti, che varrebbe la pena di veder presto pubblicati a parte. Una narrazione, che non si può raccontare di nuovo, si può solo ascoltare. Ne parlo, usando le stesse frasi e parole del libro. 1917-1991: ecco date che stanno in piedi da sole, come corpi in carne ed ossa, non fantasmi evocati dalle pratiche magiche della comunicazione mediatica. Scelgo di dare subito conto, con una citazione di esempio, dello stile e del tono del discorso. A metà libro:
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Fail Monty
Lameduck
"Confutatis maledictis,
flammis acribus addictis,
voca me cum benedictis."
(E' un po' lungo, fatevelo durare).
"Il rigore porterà lavoro e crescita", ha detto oggi Mario9000. Un'altra frase che dà ragione a chi sostiene che il nostro potrebbe essere entrato definitivamente in modalità "giro giro tondo", insomma essere impazzito. Perché il rigore, inteso evidentemente come aumento spropositato della tassazione sulla produzione e i consumatori, e la conseguente recessione, per non parlare della depressione instillata nella popolazione - si direbbe apposta - con questo continuo parlare di sacrifici, pianti in diretta, proclami di ineluttabilità delle decisioni ed incertezza generalizzata per il futuro, escludono qualunque possibilità di crescita positiva.
La ricetta neoliberista finora applicata dal governo Monti e dai suoi tecnici, facenti parte di un'elite oligarchica ed aristocratica di ritorno, tesa solo alla protezione del proprio particulare e quindi totalmente inetta se portata a confrontarsi con l'interesse generale, può raggiungere solo lo scopo di condurre il paese al default; dopo il quale, si potrà parlare di crescita e ripresa solo applicando una politica economica che sia obbligatoriamente l'opposto di quella neoliberista, quindi in contrasto con i principi che sembrano difendere Mario Monti, il presidente minuscolo napolitano e tutto l'arco (in)costituzionale della politica italiana.
Quando in molti siamo caduti vittime della Sindrome del Salvatore, Monti veniva paragonato ad un chirurgo che non deve essere pietoso ma amputare senza pietà la gamba malata così il corpo guarirà.
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Il Quarto Stato del Capitale
di Rossana Rossanda
La lotta di classe non è finita, così come non sono scomparse le classi sociali. L'ultimo libro di Luciano Gallino per Laterza sgombra il campo da molte erronee convinzioni che hanno orientato le politiche delle sinistre. Ma è anche un invito a guardare con lucidità la crisi del pensiero critico, che non può invece essere aggirata proponendo soluzioni che non scalfiscono la religione del libero mercato. Con un titolo provocatorio, parole che le ex sinistre italiane non hanno il coraggio di pronunciare, Luciano Gallino ha chiamato il suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, pp. 212, euro 18).
Quante volte sentiamo dire «la lotta di classe» non c'è più? Non esistono più le classi sociali? Non ci sono più una destra e una sinistra? Dov'è oggi l'operaio? A che servono i sindacati? Come si può pretendere oggi un posto fisso per la vita? E poi, che noia il posto fisso!». Eccetera. E da queste asseverazioni parte Gallino nel dare al suo lavoro la forma di un'ampia intervista alla sociologa Paola Borgna, definendole come sciocchezze, ideologia, falsa coscienza della società. Mai infatti il capitale ha messo al lavoro tanti milioni di persone come oggi con l'estensione dell'economia mondializzata. Mai come oggi l'innovazione tecnologica ha permesso di ridurre il lavoro degli uomini su ogni segmento del produrre, aumentandone la produttività, non già per liberare il lavoratore dalla fatica ma per ridurne il costo al produttore. Mai la tecnologia della comunicazione gli ha permesso come ora di conoscere in tempo reale dove si trovano le forze di lavoro il cui costo è più basso. Mai come ora, organizzate in megafusioni e saltando da investimenti in produzione a quelli sulla finanza e viceversa, i mezzi di cui dispone gli permettono di spostarsi dove la forza di lavoro costa meno, lasciando a terra la manodopera di cui aveva bisogno per esempio in Europa, dove i lavoratori avevano conquistato da un secolo salari e diritti maggiori.
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La democrazia Imperiale e quella di Asterix*
Alfio Mastropaolo
Anche in Italia c’è un villaggio di Asterix e di galli irriducibili. Non saranno proprio galli, magari sono celti, magari sono qualcos’altro o non sono niente, ma irriducibili sembrano esserlo di sicuro. Li dove le Alpi si inchinano alla pianura c’è la Val di Susa. Lì finora si sono scornate le legioni di Pompeo (Prodi), quelle di Cesare (Berlusconi) e neanche quelle del regista della grande pax augustea (Monti) sembrano destinate a miglior sorte.
L’oggetto della disputa è arcinoto. I danti causa delle legioni vogliono scavare sotto casa degli irriducibili un buco colossale, la cui escavazione si protrarrà nel tempo per chissà quanto. Gli irriducibili valligiani non ne vogliono sapere. Gli escavatori dichiarano che il buco è assolutamente necessario, che di lì passerà l’avvenire del mondo che governano, quello delle generazioni future, il progresso, la modernità, lo sviluppo, l’occupazione e quant’altro. La replica degli irriducibili è che in questo non c’è nulla di vero, che il buco è superfluo, che costerà somme enormi agli escavatori, ma pure a coloro in nome di quali essi promettono progresso, modernità, sviluppo, occupazione, e che, smentendo le promesse, provocherà inquinamento aggravato, devastazioni ambientali irreversibili, oltre a non meno irreversibili devastazioni sociali.
Dall’una e dall’altra parte sono state mobilitate competenze di altissimo pregio. Si esibiscono studi d’impatto ambientale e di costi/benefici, valutazioni dei flussi di traffico attuali e potenziali. Le competenze esibite dagli uni, ad esser equanimi, non appaiono meno autorevoli di quelle esibite dagli altri. Perché se da un lato gli escavatori hanno dalla loro il potenziale di know-how che possono mobilitare i governi nazionali, cui si somma quello mobilitabile da quella parvenza di governo – in realtà molto efficace – che sono le istituzioni europee, dal canto opposto a fianco degli irriducibili si è mobilitato l’altrettanto imponente know how di coloro, che non sono pochi, né sono tanto meno culturalmente sprovveduti – che mettono severamente in discussione la qualità degli argomenti tecnici degli escavatori e le loro parole d’ordine. Progresso, modernità e sviluppo stanno da un’altra parte, o vanno conseguiti in altro modo. Non scavando altri buchi, ma semmai proteggendo quel poco di territorio che non è stato violentato, in micidiale e geometrica progressione, dalla rivoluzione industriali in avanti. Anzi cominciando a rimediare a tali violenze, laddove si voglia davvero, ammesso che lo meriti, salvaguardare il destino della specie.
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Titanic Europa
Helena Janeczek intervista Vladimiro Giacchè
Si chiama Titanic Europa (Aliberti, 14,00€), ma in circa 170 pagine contiene una nave e un iceberg ben più grandi: la crisi economica presa da molto prima del crack di Lehman Brothers, fino alla Grecia e l’Italia, perno del possibile naufragio, too big to fail ma troppo grande per essere salvata. L’ha scritto Vladimiro Giacché, dirigente della finanziaria Sator e, al contempo, marxista dichiarato. Nel saggio prevale lo sguardo dell’insider o la voce del militante? Entrambe, si direbbe, ma forse soprattutto qualcos’altro. Grande capacità di sintesi, chiarezza espositiva, scrittura agile. Si tratta per due terzi di un breviario utile a chiunque voglia integrare il costume di esprimersi come un allenatore con la più recente urgenza di dire qualcosa di sensato su spread e pareggi di bilancio.
Riconoscere le ragioni di una crisi di sistema e discernere le risposte affatto obbligatorie con cui si è reagito a essa, riduce il senso di impotenza di chi ne è investito quasi fosse un evento naturale. La grande bolla esplosa nel 2008 si stava preparando da decenni. Con la fine del boom industriale, la macchina del consumo e del profitto occidentale è stata alimentata togliendo ogni vincolo all’economia del credito e della finanza. Il suo rovescio è l’indebitamento, ma il conto della deflazione viene fatto pagare ai più deboli: negli Usa alle famiglie povere che avevano acceso un mutuo sulla casa, in Europa ai lavoratori costretti a rinunciare alle conquiste sociali. Il salvataggio delle banche, secondo un rapporto della Bank of England del 2009, è invece costato 14.000 miliardi di dollari, debito spaventoso assorbito a gratis dagli Stati che ora arrancano o si trovano nel occhio del ciclone. La cura non solo iniqua ma per giunta sbagliata – vedi i risultati in Grecia – dimostra, secondo Giacché, quanto un’ideologia possa resistere persino alla lezione della realtà.
Lei mostra di trovarsi in buona compagnia. Sempre più economisti riconsiderano Marx e ripetono, con Keynes, che imporre l’austerity in tempi di recessione è un’idiozia suicida. Ormai lo dicono non solo i più liberal, ma un numero crescente di colleghi mainstream. Perché la politica UE è diventata più realista del re nel farsi volonterosa esecutrice di una supposta volontà dei mercati?
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One (labour) market, one money
di Alberto Bagnai
(sempre per la serie ce l’avevano detto, e per l’altra serie “pe’ malati c’è la china...”)
Vi ricordate Pantegana? Il mio più tragico fallimento didattico? Il piddino che mi sono covato in seno? Dai, non è proprio così... Non siamo mai più tornati sul suo discorso, c’erano tante e tante cose da dire, ma in fondo l’idea del ripristino del Glass-Steagall, per esempio, non è mica cattiva. E poi, quando parlavo di fallimento didattico, io scherzavo, va da sé. Fosse stato vero, avrei preferito tacere: i fallimenti, di solito, si tende ad occultarli. Invece io so che lui ha imparato molto da me, e anch’io ho imparato molto da lui. Per esempio, l’uso dell’accordo di settima di quarta specie (ma anche di quello di nona), non preparato, a scopo di rimorchio. Pensa, Panty, che poi, quando ho preso il mio secondo diploma, ho fatto una gran bella figura con l’insegnante di lettura della partitura grazie a te, perché tu mi avevi insegnato che in questa musica decadente che piace a voi un accordo dissonante può avere funzione di tonica. Quattro note (ma giuste) e da cembalista puoi riciclarti pianista jazz (si fa per dire)... Che poi, volendo parlare a molti (come pochi mi chiedono) indubbiamente sarebbe una strategia vincente. Mi scuserai, Panty, se non ho ancora trovato tempo di far tesoro dei tuoi insegnamenti: ormai temo sia tardi.
In compenso tu hai fatto tesoro dei miei, e non sai quanto sono fiero di te.
Ecco che ricevo quindi dalle cloache della finanza un altro sms del buon Panty, che sottopongo alla vostra attenzione, perché si pone una domanda che credo qualcun altro si ponga (certamente l’amico del tornese, ma, ne sono certo anche molti altri).
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La più Grande Depressione della storia?
Antonio Pagliarone
Noi sappiamo bene che occorrono condizioni assolutamente determinate
perché sia possibile l'abbattimento del capitale. La volontà del
proletariato non basta, giacché se non esistono queste condizioni
determinate tale volontà non può svilupparsi affatto (Paul Mattick Crisi
Mondiale e Movimento Operaio, 1933).
Vedrai, vedrai… vedrai che cambierà…forse non sarà
domani ma un bel giorno cambierà (Luigi Tenco 1965)
Gli economisti più disparati e gli osservatori di ogni genere insistono nel definire l’attuale corso economico come una delle tante recessioni che hanno caratterizzato l’ultimo secolo, ma ben pochi hanno il coraggio di descrivere quella che potremmo forse qualificare come la più grande Depressione della storia. Per poter sostenere tale affermazione occorre prendere in considerazione le stime relative alle diverse grandezze economiche utili per fotografare una sistema economico e sociale che non è più in grado di riprodursi, un organismo seriamente malato di fronte al quale non si riescono ad applicare le solite terapie che in passato lo hanno rigenerato. Un malato terminale in via di decomposizione.
Uno dei protagonisti sorti alla ribalta dell’economia moderna è l’indebitamento.
Il debito accumulato negli Stati Uniti nel 2011 ammontava a poco più di 15 trilioni di dollari superando di poco il PIL dello stesso anno mentre nel pieno della crisi finanziaria del 2008 era di 9,6 trilioni Il debito al consumo delle famiglie americane, pur essendo declinato dal 2008, che era pari a 14 trilioni, registra nel 2011 un ammontare di 11,66 trilioni. La Figura 1 riporta l’andamento del debito complessivo rispetto al PIL nel quale si nota che nel 2009 ha raggiunto il 369.7 % mentre il picco del 1933 era del 299,8%
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La crisi europea oltre l'ideologia del mercato
di Paolo Massucci*
Inserendoci nel dibattito attuale sulla cosiddetta “crisi dell’Euro” ci proponiamo, pur senza pretesa di completezza, di coglierne alcuni punti essenziali, per poter ampliare il ragionamento al di là della preponderante informazione massificata, basata su ”l’ideologia del mercato”, fuorviante per una effettiva comprensione del processo storico sottostante.
Si tratta evidentemente di un compito ostico, soggetto ad errori e fraintendimenti e certamente parziale e provvisorio, in quanto si tenta di “afferrare” una fase della storia in tumultuoso corso di svolgimento, il cui terreno sembra continuamente “muoversi sotto i piedi”. L’attuale crisi appare comunque di proporzione “storica”: è in atto un profondo e drammatico processo di riorganizzazione del sistema capitalistico, il cui esito purtuttavia non può essere né noto né certo.
Siamo vicini al collasso del sistema capitalistico? Al momento è poco probabile, mentre siamo di fronte, almeno in Europa, ad una profonda ristrutturazione dei rapporti di potere, nel segno della scomparsa dei modelli cosiddetti “democratici” del funzionamento della politica e dei modelli cosiddetti “sociali” di redistribuzione delle ricchezze, la scomparsa dunque dei diritti, pur parziali, conquistati dai lavoratori nel secolo scorso. Ma lo scenario futuro rimane imprevedibile.
Quale è il principale fattore di questa incertezza, di questa instabilità, di fronte alle politiche economiche imposte dai poteri dei grandi azionisti dei capitali finanziari? Esso è, in ultima analisi, la possibilità e la capacità di reazione della società stessa (la classe lavoratrice in senso ampio), è l’imprevedibilità della storia, il fattore uomo, cioè la libertà dell’agire umano, la “risposta all’azione”.
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Hacking netculture e sabotaggio
di Arturo di Corinto
Autorevolezza contro autorità, competenza contro gerarchie, libertà contro controllo
All’inizio c’era l’attivismo.
Diverso dalla militanza nei partiti e nelle associazioni, l’activism è l’azione diretta dei movimenti di base per denunciare un torto, contestare una scelta politica e dare voce alla protesta sociale su questioni specifiche. Poi è venuto l’hack-tivism, l’attivismo al computer, l’azione diretta in rete con tecniche da hacker, e dopo ancora il media-attivismo, l’uso consapevole e critico di telecamere, televisioni di strada e web-tv autogestite. Oggi va di moda l’attivismo 2.0: giovani e meno giovani hanno abbracciato i social media (il web 2.0) per promuovere campagne sociali e fare attivismo oltre le forme tradizionali degli scioperi, delle occupazioni, dei boicottaggi, dei cortei e delle petizioni virtuali.
Questa nuova forma di attivismo che si esprime nel “Mi piace” di Facebook, nel commentare un video su Yutube o “retwittare” un post di 140 caratteri, pretende di contribuire a una singola causa con un piccolo atto pratico, un semplice click, ma spesso si risolve nel suo peggiore estremo, il clicktivism. Puoi twittare una causa e votarla su Facebook senza coinvolgerti in nessuna azione diretta o sentire che sei importante per il suo successo. Quel gesto ripetuto si trasforma allora in slacktivism, l’attivismo fannullone che non si interessa di come è andata a finire. Magari un piccolo click ci porta a impegnarci in una cosa successiva, ma la maggior parte delle cause richiede più di un semplice click. Soprattutto, se questi click non producono azione e cambiamento, c’è il rischio di diventare cinici e smettere di crederci. Perciò anche se qualcuno usa i social media come parte della propria strategia di cambiamento non vuol dire che li stia usando strategicamente. Ci sono tanti modi di perdere tempo in campagne che non cambiano niente. E non dipende dal fatto che gli strumenti sono inefficaci, ma dal fatto che vengono usati male. Un solo click non basta.
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Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi
di Nicola Melloni
Ormai è evidente a tutti che di austerity l'Europa muore. Ma come si fa oggi una politica espansiva, sotto il ricatto dei mercati? Serve una nuova politica monetaria, con l'arma della repressione finanziaria
Debito, politica monetaria e l’uscita dalla crisi
I dati degli ultimi giorni confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’austerity europea non funziona. Una volta esauritasi la liquidità fornita massicciamente dalla BCE, si è sciolta al sole primaverile la favola che i cambi di governo in Spagna ed in Italia avessero fermato la crisi e restaurato la fiducia dei mercati nell’Eurozona[i].
In Spagna la politica di Rajoy è sotto accusa dopo solo pochi mesi di governo. La finanziaria da 27 miliardi non ha avuto gli effetti sperati e le stime del PIL per il 2012 sono state riviste al ribasso. L’economia si contrarrà (almeno!) dell’ 1.8% mentre la disoccupazione è oltre il 23%. In una situazione di questo genere, inizialmente il governo spagnolo aveva negoziato una riduzione del deficit minore di quella prevista dal fiscal compact. Avrebbe dunque sì ridotto il deficit dall’8.5% al 5.3% del PIL, ma non di quanto richiesto dalla UE (il 4.4%). Ora però appare chiaro che pure quella finanziaria non sarebbe stata sufficiente a centrare l’obiettivo e, con lo spread risalito velocemente oltre i livelli di guardia, Rajoy si è impegnato ad altri tagli pari a 10 miliardi di euro.
Le origini del debito e l’inutile speranza nel settore privato
Ma, come già in Grecia, è una logica che crea semplicemente un circolo vizioso. L’austerity deprime l’economia, aggrava la crisi fiscale ed impone nuovi tagli. Si basa sulla speranza – esplicitata dal capofila dei supporter dell’austerity, George Osborne – che mentre il settore pubblico riduce le spese, il settore privato si rimetta in moto. Marxianamente si potrebbe dire che riducendo l’economia (la cosiddetta self-inflicted recession dei tempi del Gold Standard) ed aumentando la disoccupazione (l’esercito industriale di riserva) si riducono di conseguenza i salari (il costo del capitale variabile) favorendo gli investimenti.
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Cose che capitano alla Spagna...
di Alberto Bagnai
E così l'Argentina ha nazionalizzato la società petrolifera Repsol. Sono cose che capitano. Non sono addentro alla vicenda, non mi intendo di diritto internazionale, non posso attribuire torti e ragioni, ma il mio affettuoso pensiero va in questo momento al premier Mariano Rajoy.
Sai, caro, il tuo paese ha avuto due periodi di splendore. Uno nel XVI secolo, quando importava, con metodi che oggi non sarebbero ritenuti ammissibili (forse perché troppo artigianali) oro dall'America Latina. E uno nel primo decennio di questo secolo, quando ha importato euro dalla Germania.
Ora, vediamo le analogie: arriva finanza dall'estero, i consumi fioriscono, la capacità produttiva del paese non basta a soddisfarli, si importa, e alla fine si deindustrializza anche un tantinello. Pensa, se n'era accorto anche quel mio compatriota, sai, Guicciardini, che diceva nella sua Relazione di Spagna:
Sai, questo blog si chiama Goofynomics per ricordare che ogni medaglia ha il suo rovescio, e che ogni fenomeno può essere visto da due prospettive diverse. E infatti è noto che Alfonso Núñez de Castro la vedeva diversamente:
Certo.
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Scappare dalle riserve
di Elisabetta Teghil
La rappresentazione dell'"Altro" da sempre è utilizzata per la costruzione di un nemico che permetta la mobilitazione dei cittadini/e per dimenticare crisi e ingiustizie. Una valvola di sfogo.
Nelle correlazioni tradizionali c'erano queste classiche equazioni: comunismo-dittatura, lotta armata-terrorismo, autonomia-violenza, lesbiche-immorali, omosessuali-corruttori, anarchici-senza dio, femministe-rovina famiglie.... Alcune di queste sono venute meno, qualcuna è rimasta e molte altre si sono aggiunte: poveri-delinquenti, disoccupati-falliti, lavoratori pubblici-fannulloni, operai-scansafatiche, insegnanti-rubastipendio, pensionati- parassiti, politica-sporca, partiti-corruzione, collettivi e centri sociali-covi di estremisti e terroristi, resistenti della val di Susa-irragionevoli e violenti, solidali contro i Cie-fomentatori di rivolte..... Queste correlazioni, una volta costituivano l'armamentario dell'estrema destra, oggi attraversano l'insieme dei discorsi mediatici dell'intero arco partitico.
Ma chi le porta avanti con ricchezza di argomentazioni , utilizzando un lessico formalmente di sinistra e politicamente corretto sono i partiti e le organizzazioni socialdemocratiche, da quando, votandosi ai valori neoliberisti, si sono trasformate in destra moderna.
Uno dei temi più ricorrenti in cui si esercita il dualismo "noi e gli altri" è quello riferito agli immigrati.
Immigrato-disoccupato, immigrato-rubalavoro, immigrato-rubacasa, immigrato-sfruttatore del servizio sanitario e sociale, immigrata dell'est-rubamarito, immigrate-prostitute, immigrato-che qui pretende quello che a casa sua non oserebbe mai chiedere, immigrato-coniglio che si moltiplica a dismisura, immigrato-spacciatore, immigrato-stupratore....
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L'austerità è di destra
Nicola Tanno intervista Marco Passarella
È proprio vero che l’austerità risolverà i problemi dell’Europa? Quali sono le vere cause della crisi economica? E cosa dobbiamo aspettarci se si continuerà sulla strada del liberismo? Sono queste alcune domande a cui hanno tentato di dare una risposta Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, autori di “L’austeritá è di destra” (Il Saggiatore, 152 p., 13 €), un saggio che cerca di smontare con dati alla mano gli assiomi del pensiero economico contemporaneo: liberoscambismo, centralitá del pareggio di bilancio e flessibilitá. Il pregio maggiore del testo è quello di affrontare in chiave dialettica le contraddizioni del capitalismo senza mai cadere in un complottismo tanto in voga di questi tempi. Inoltre, pur essendo un lavoro teorico importante, il libro conserva un linguaggio accessibile anche per i non addetti ai lavori.
Di alcuni dei temi affrontati nel loro testo abbiamo parlato con Marco Passarella, ricercatore presso il dipartimento di Economia della Business School dell’Università di Leeds.
Gli spread tornano a risalire, nonostante l’austerità. La Spagna, ad esempio, che taglia sui servizi pubblici come pochi altri, è duramente punita dai mercati. A cosa lo s i deve? E perché in mancanza di effetti positivi si continua con questa politica? Vi è anche un elemento ideologico?
Anzitutto, è bene chiarire che cosa si intende quando si parla di "spread". Lo spread è la differenza nel rendimento di due titoli. Nello specifico, è il maggiore tasso di interesse pagato sui titoli del debito pubblico della Spagna (o dell’Italia) rispetto all’interesse pagato sui titoli di pari scadenza emessi da un paese ritenuto "sicuro", la Germania. Tale divario tende ad aumentare allorché gli investitori, i "mercati", prevedono una caduta del valore di mercato dei titoli spagnoli (o italiani). In particolare, minore è la fiducia che gli investitori ripongono nella solvibilità dello Stato spagnolo (o italiano), e dunque nella tenuta del valore dei suoi titoli, più rischiosi saranno il rinnovo ovvero la sottoscrizione di nuovi titoli, e maggiore sarà il tasso di rendimento richiesto a tal fine dai mercati. Venendo al quesito, la ragione per cui gli spread si mostrano insensibili ai tagli ed alle politiche di austerità è che, a differenza di ciò che si sente ripetere sui media, gli alti tassi di interesse sui titoli dei paesi periferici dell’Eurozona non dipendono dal livello assoluto dei deficit di bilancio statali o dei debiti pubblici, né dal loro rapporto rispetto al PIL.
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Il medioevo della fiction
di Pierluigi Sullo
Credo che abbiamo un problema. Noi chi? Quelli che in vario modo e in varie epoche hanno partecipato a tentativi di cambiare questo paese. Ma in generale, direi, qualunque cittadino. Il problema è stato enunciato da Goffredo Fofi in una recensione a “Romanzo di una strage”, il film di Marco Tullio Giordana su Piazza Fontana: “Ci si chiede dunque come mai il cinema e la televisione italiani non siano in grado di proporre altro che panettoni da povero pamphlet giornalistico, al posto di un buon cinema”. Vale per il film su Piazza Fontana ma vale anche per il film che si occupa di un altro strappo nella storia di questo paese, “Diaz”.
Uno esce dalla visione di “Romanzo di una strage” stralunato: se ha l’età per aver vissuto in quegli anni, si chiede che ne è stato dell’immenso lavoro di denuncia, inchiesta, documentazione che – al di là del nulla cui è precipitata la magistratura, come si è ripetuto puntualmente qualche giorno fa per la strage di piazza della Loggia, Brescia ’74 – ha fornito una conclusione inoppugnabile sulle responsabilità politiche del 12 dicembre. Se invece non ha quell’età, lo spettatore avrà ottenuto informazioni degne di un buon depistaggio.
Valerio Mastandrea è bravissimo, nel ruolo del commissario Calabresi, come Pierfrancesco Favino in quello di Pinelli. Il fatto che è il Calabresi e il Pinelli del film non c’entrano niente con il commissario che inseguì la “pista anarchica” e con l’anarchico che precipitò da una finestra mentre veniva interrogato dal commissario. Ha scritto Corrado Stajano, da cronista che quella sera era nella questura di Milano: “Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista; un eroe, è stato detto, l’uomo che aveva capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori”.
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Diaz
di Sandro Moiso
Diaz. Armando Diaz.
E’ il nome di colui che fu definito Duca della Vittoria alla fine della Prima Guerra Mondiale, dopo aver sostituito Raffaele Cadorna nella carica di capo di stato maggiore dell’esercito italiano.
Diaz, gran bel pezzo di macellaio che, negli anni seguenti, consigliò di non intervenire militarmente nei confronti della marcia su Roma, entrò a far parte del primo governo fascista sotto esplicito invito del re Vittorio Emanuele III ed assunse, infine, la carica di Ministro della difesa di quel governo, approvando la costituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale sottoposta direttamente al comando di Mussolini.
Diaz. E’ il nome di una scuola dove, nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, si è consumato uno dei più gravi atti di violenza barbarica e poliziesca nei confronti dei movimenti che si oppongono allo sfruttamento capitalistico delle risorse umane e ambientali del pianeta.
E’ un nome adeguato per ricordare le gesta dell’incredibile macchina repressiva fascista messa in atto per stroncare un movimento internazionale di lotta e solidarietà che si era sviluppato dall’opposizione al G7 di Seattle in avanti e, forse, anche prima.
Armando Diaz, classe 1861. Un nome e una data per ricordare uno stato di cui si è recentemente celebrato, in pompa magna e molta retorica, il centocinquantesimo anno dalla nascita.
Avvenuta nel sangue e nella merda in cui è stato soffocato qualsiasi movimento di reale rinnovamento che ne abbia accompagnato la storia e di cui la notte della Diaz non è che uno dei tanti tasselli.
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Togliere ai padri senza dare ai figli
Cosa c’è per i precari dentro la riforma del lavoro
Claudia Pratelli
Abbiamo seguito il plasmarsi della riforma del lavoro con un’attenzione che a tratti si è fatta ansia. L’abbiamo rincorsa dietro alle dichiarazioni (tutte altisonanti) dei Ministri del Governo e interpretata da documenti che erano prima “linee guida”, poi un “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri, ma mai testi definitivi. Le dichiarazioni promettevano meraviglie e svolte epocali. I testi circolati le smentivano.
L’attesa di un testo di legge, dunque, non era pignoleria: serviva per capire cosa questa riforma prevedesse davvero soprattutto per coloro in nome dei quali è stata sbandierata. Per i giovani e per i precari.
Proprio in nome della nostra generazione, infatti, è stato attaccato l’articolo 18, sono state abbassate le pensioni, è stato messo a dieta il sistema degli ammortizzatori sociali. “E’ la crisi, baby” ci hanno spiegato i teorici dello scambio “Bisogna togliere ai padri per dare ai figli”. Mentivano per almeno due ragioni. La prima è sempre stata chiara: i diritti non sono una quantità data, un kg di pane da ripartire tra gli affamati. Quanti ne vogliamo e come li vogliamo? Non c’è scienza economica che ce lo possa prescrivere. Sono scelte, scelte politiche. Checchè ne dicano i tecnici, la troika e tutto il cucuzzaro. Difficile non vedere, poi, che la logica dello scambio è una trappola, soprattutto quando riguarda la platea dei più fragili e costruisce artificiose contrapposizioni tra ultimi e penultimi, padri e figli, giovani e anziani, senza intaccare le rendite di posizioni, i grandi capitali, chi ha accresciuto i propri profitti. La seconda ragione è divenuta evidente con il testo definitivo del DdL: lo scambio (anche qualora avesse un senso) è truccato. Hanno tolto ai padri, ma non hanno dato ai figli.
Adesso il testo c’è ed è definitivo. Ma non ci siamo.
Letteralmente. Noi - giovani e precari- non ci siamo: non ci sono risposte né ai nostri bisogni, né ai nostri desideri, verso i quali questo Paese ha contratto il debito più pesante. Sull’impianto generale della riforma, su cosa fa e non fa per i precari, su cosa è inefficace e cosa dannoso valgono le considerazioni svolte qui, con qualche significativo peggioramento. Ricapitoliamo.
1. Non sono state ridotte le tipologie contrattuali precarie.
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La crisi vista dal muro della City
di Claudio Gnesutta
Perché la Grande Recessione non ha prodotto il rigetto dell'ideologia e delle pratiche che l'hanno causata? Le riflessioni nell'e-book "The neoliberal crisis", di Stuard Hall, Michael Rustin, John Clarke e Doreen Massey
What is this crisis? è la questione posta dall’ebook The Neoliberal Crisis nel quale Stuard Hall, Michael Rustin, John Clarke e Doreen Massey, collaboratori della rivista Soundings, indagano il ruolo materiale e culturale svolto dalla neoliberal revolution nella trasformazione della società inglese e ricercano le cause dell’attuale crisi e le prospettive politiche che ne possono derivare. Per quanto l’attenzione sia rivolta alla realtà britannica, le loro riflessioni hanno un interesse più generale, tenuto conto dell’importanza che ha avuto il thatcherismo e il suo prolungamento nel blairismo e nell’attuale cameronismo nel pensiero e nell’azione politica dell’ultimo trentennio.
I singoli contributi si presentano come articolazioni di un’elaborazione comune piuttosto compatta che analizza la crisi con riferimento non solo alla dimensione economica, ma anche alle tensioni accumulatesi a livello sociale, politico e culturale. L’analisi è condotta attraverso la conjunctural analysis con l’obiettivo di accertare come l’interazione tra l’instabilità dei diversi fattori possa determinare la specificità del processo di trasformazione di un dato assetto sociale. La convinzione che la dinamica di ciascuna dimensione è, almeno in parte, autonoma da quella delle altre e possa quindi presentarsi con differenti gradi di criticità indica che per l’emergere di una crisi è necessario che si condensino in un sufficiente numero di contraddizioni. Poiché le diverse dimensioni sono molteplici, la crisi può manifestarsi per l’affermarsi di diverse combinazioni di instabilità permettendo alla congiuntural analysis di sostenere che le crisi siano strutturalmente “sovradeterminate” e che i gradi di libertà che esse presentano ammettono una pluralità dei modi (politici) di soluzione.
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Che cos'è il Quinto Stato?
Roberto Ciccarelli
1. Il Quinto Stato è l’universale condizione di apolidia in patria in cui vivono almeno 7 milioni italiani a cui non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. Nella stessa condizione vivono almeno 5 milioni di cittadini stranieri che non possiedono tali diritti, e subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato.
Questa definizione è ricavata dalle statistiche ufficiali (dati Istat 2010) e presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e lo status tipico di un’appartenenza professionale, un’identità di classe, l’origine statuale del vivente, oltre che il suo rapporto con una comunità politica. Di questa scissione è possibile, ormai, fornire un ampio ventaglio di esempi, sempre e comunque parziali: innanzitutto il precario e l’atipico, detto anche parasubordinato, se vogliamo restare sul piano che descrive la condizione del Quinto Stato alla luce della posizione contrattuale del soggetto che lavora (o che non lavora).
Nelle cronache quotidiane, oltre che nei solidi convincimenti antropologici della sinistra, di qualsiasi tipo e ispirazione culturale, concentrata sul linguaggio e la cultura del sindacalismo prevalente (ormai l’unico discorso “di sinistra” riconoscibile ed accettato), la condizione dell’apolidia generalizzata e universale viene misurata in base alla posizione del soggetto, di qualsiasi soggetto italiano o straniero, rispetto al possesso di un contratto di lavoro. Ne deriva l’idea di una cittadinanza fondata sulla misura giuridica che prescinde dal lavoro svolto dal soggetto che detiene un contratto.
L’aberrazione di questa visione è il prodotto di una sanzione originaria: è cittadino solo chi possiede un contratto di lavoro, non importa quale lavoro sappia fare e, soprattutto, non importa la natura del lavoro in questione. Tale visione è, inoltre, il risultato di una confusione tra la condizione e il condizionato, cioè tra la vita del soggetto e la sua identità giuridica, peraltro ridotta ad uno status professionale fondato su un banale rovesciamento: quello tra una presunta condizione universale - è cittadino solo chi vanta un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, e comunque contrattualizzato - e un reale formalismo giuridico: è cittadino solo chi esercita un’attività regolata dalla rappresentanza sindacale, il contratto nazionale di lavoro, all’interno dell’impresa (quella della manifattura otto-novecentesca, ma non solo) oppure nella pubblica amministrazione.
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Alle origini del declino italiano
di Emilio Carnevali
Nella copiosa letteratura sulla crisi fiorita negli ultimi tempi il libro di Mario Pianta – "Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa" – ha il merito di collocarsi su un angolo visuale di più ampio raggio: quali sono le cause profonde del declino italiano? Perché su di noi la crisi ha avuto conseguenze peggiori che negli altri paesi europei? Come uscirne?
La precipitosa caduta dai “cieli azzurri” berlusconiani della quale il nostro Paese è stato recentemente protagonista ha lasciato dietro di sé una scia. Le sue origini si perdono nella fantasmagoria del “nuovo miracolo italiano” promesso all'inizio del millennio dall'“imprenditore prestato alla politica” (ed evocato anche dall'allora governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio). Il suo ultimo tratto, però, è ancora ben visibile ad occhio nudo e può essere a sua volta suddiviso in segmenti più piccoli, come gradini di una discesa sempre più rapida e rovinosa: dalla negazione più risoluta della crisi siamo passati all'ormai famoso «fattore psicologico» tirato in ballo per dare ragione della vendetta che l'economia reale si stava prendendo sugli slogan politico-pubblicitari. Quando poi non è stato più possibile negare l'evidenza è cominciato il mantra della crisi che c'è, «ma noi ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri»; oppure della crisi che c'è, «ma il governo ha risposto senza mettere le mani nelle tasche degli italiani».
Ora che quella parabola si è conclusa, almeno da un punto di vista politico, ora che volenti o nolenti siamo costretti ad un freddissimo bagno di realismo, è necessario equipaggiarsi con analisi crude, talvolta perfino angoscianti, ma sincere. E quindi utili. Una di queste è contenuta nell'ultimo libro di Mario Pianta, docente di Politica economica all'Università di Urbino e fra i fondatori della campagna “Sbilanciamoci!”, intitolato "Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa". Il volume, appena pubblicato da Laterza (pp. 176, 12 euro), ha il merito di collocarsi su un angolo visuale di più ampio raggio rispetto alla copiosa letteratura sulla crisi economica fiorita negli ultimi tempi. L'Italia non ha solo reagito peggio degli altri Paesi europei nel tratto più acuto della crisi (-5,5% di flessione del Pil nel 2009 a fronte di una media nell'area euro del -4,3%); non solo affronta prospettive di recessione peggiori degli altri per il 2012 (-2,2% contro il -0,5% dell'area euro secondo le previsioni del Fmi).
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Come spiegare l’anomalia positiva della Fiom?
Tiziano Rinaldini, Paul Ginsborg
Per iniziare questo dibattito pubblichiamo i testi di Paul Ginsborg e Tiziano Rinaldini scritti per i 110 anni della fondazione della FIOM-CGIL presentati nel Teatro Comunale di Bologna il 16 giugno 2011 con una premessa di Tiziano Rinaldini che chiarisce l’attualità di questo dibattito.
Con lo sciopero di venerdì 9 marzo e la manifestazione nazionale caratterizzata da una massiccia partecipazione di operai e operaie, giovani e meno giovani, la FIOM ha ulteriormente confermato la propria tenuta e radicamento sociale in una fase in cui all’interno della crisi vengono confermate e rafforzate scelte ed interventi di conferma del modello sociale ed economico che si è andato affermando ormai da molti decenni e che è alla base della crisi stessa. La conferma del prezioso ruolo e della forza della FIOM assume particolare valore a fronte della drammatica crisi in atto della democrazia a partire dalla dimensione sociale dei diritti e della stessa democrazia e libertà nelle dinamiche sindacali. Questa conferma risalta ulteriormente a fronte della virulenza degli attacchi di cui la FIOM è fatto oggetto e a fronte degli imbarazzi e timidezze con cui viene vissuta da molti che pure dovrebbero vedere nei contenuti su cui si caratterizzano i metalmeccanici una risorsa decisiva anche per loro per tentare di non essere travolti dalle attuali difficoltà.
A noi pare evidente che il problema da cui partire non è l’isolamento della FIOM, ma piuttosto l’isolamento che, senza la FIOM, oggi vi sarebbe su temi decisivi (vecchi e nuovi) della democrazia e dei diritti nel lavoro e nel non lavoro. Come è stato autorevolmente dichiarato la resistenza e l’opposizione diffusa e continuativa ai processi in atto “è oggi in larga misura incarnata dalla FIOM e dalle sue scelte politiche e di lotta” contro le attuali manovre economiche, i tagli al welfare, la svendita dei beni comuni e del territorio, la cancellazione dell’art. 18 e un Italia modello Pomigliano. Le posizioni assunte si accompagnano alla ostinata ricerca di coerenza nel sostenerle nella pratica dell’attività sindacale che si traduce nella riconferma qui ed ora della propria capacità contrattuale con la realizzazione della contrattazione aziendale più estesa nel complessivo campo sindacale. E’ nella chiarezza delle posizioni sostenute, nella riconferma della propria natura confederale e nella consapevolezza della contrattazione collettiva come strumento indispensabile per rapportarsi qui ed ora con la concreta condizione dei lavoratori, è nella tenuta di questo insieme che si fonda oggi la tenuta della FIOM.
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Eccesso di capitale e finanziarizzazione
Antiper
“Questo periodico riproporsi di espansioni finanziarie nel sistema capitalistico mondiale, fin dalla sue prime origini nelle città-stato dell'Italia rinascimentale, fu notato per la prima volta da Fernand Braudel, che sottolineò le loro condizioni dal lato dell'offerta. Tutte le volte che i profitti del commercio e della produzione hanno prodottoIn questa evoluzione
'lo stato del rigoglio finanziario [...] sembr[a] annunciare [...] una sorta di maturità' [3]
Le espansioni finanziarie
'sono il segnale dell'autunno' [4] ” [5].
Nella sezione di Caos e governo del mondo che contiene il brano precedente Giovanni Arrighi e Beverly Silver fanno un'operazione al tempo stesso meritevole e discutibile.
E' certamente meritevole aver sottolineato la contestualità tra eccesso di capitale (“accumulazione di capitali superiore alle normali occasioni di investimento”) ed espansione della sfera finanziaria. Braudel, da buon storico, non poteva non osservare questa ricorrente contestualità e se avesse avuto un approccio marxista avrebbe osservato qualcosa di più della contestualità - ovvero la causalità - esistente tra eccesso di capitale e finanziarizzazione, con quest'ultima che diventa periodicamente una sorta di “valvola di sfogo” per capitali incapaci di valorizzarsi adeguatamente nell'ambito dei settori produttivi [6].
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La rivoluzione nel mercato mondiale passa (nuovamente) dalla Cina
di Pasquale Cicalese
Gli occidentali si stracciano le vesti, le borse sprofondano giacché il segnale che proviene dall’import cinese di marzo (+5,9% annuo) rifletterebbe la frenata dura dell’economica di quel Paese.
Gli occidentali, immemori, non sembrano dare conto di un dato storico: nel primo trimestre del 2002 l’attivo commerciale della Cina è di appena 670 milioni di dollari, contro circa 40 miliardi di euro del surplus tedesco nello stesso periodo.
Tale numero rivela un cambiamento storico nel mercato mondiale. Per capirlo è utile analizzare cosa è avvenuto in Asia a partire dalla crisi del ‘97/’98. In quel periodo tutte le tigri cadono a terra, Fondo Monetario e Banca Mondiale si precipitano nelle capitali asiatiche per imporre alle popolazione di quei paesi il cosiddetto “Washington Consensus”, vale a dire terapie d’urto consistenti in privatizzazioni, deregolamentazioni, liberalizzazioni delle finanze e abbassamento dei livelli di vita.
Contro i desiderata occidentali avvengono però tre fatti “storici”: 1) i coreani si precipitano a decine di migliaia a consegnare oro alla banca centrale; con questo messaggio fanno capire chiaramente che non hanno nessuna intenzione di perdere un apparato industriale costruito con il sangue; 2) il premier malese Mahatir Mohamed sbatte fuori gli emissari del “Washington Consensus” e adotta politiche espansive; 3) fattore sconvolgente, che spiazzerà gli occidentali, è la mossa cinese di non svalutare lo yuan permettendo alle altre valute asiatiche di aver sbocchi commerciali.
Con questa mossa la dirigenza cinese si assicura l’amicizia delle potenze asiatiche nel primo decennio del 2000.
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