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Balle
di Sandro Moiso
Ivan Cicconi, Il libro nero dell'Alta velocità, Koinè Nuove Edizioni 2011, pp.190, euro 14,00
Il titolo è di quelli che non brillano per originalità.
I banchi delle librerie sono inflazionati di “libri neri” e di “libri che...non vi avrebbero fatto leggere” e, probabilmente, l 'autore avrebbe preferito quello che è stato scelto come sottotitolo: “Il futuro di Tangentopoli diventato storia”, sicuramente più consono all'indagine contenuta al suo interno.
Ma tant'è e, sinceramente, senza quel riferimento all'Alta Velocità, forse, non lo avrei preso nemmeno in mano.
Eppure ci troviamo davanti non solo ad un testo tra i più ricchi di informazioni sulla “grande truffa dell'Alta Velocità”, ma che ci permette anche di comprendere più a fondo le strategie del capitalismo odierno e, allo stesso tempo, le radici dell'attuale crisi economica.
Un libro che, per chi non lo avesse ancora capito, dimostra come la lotta e le lotte No Tav non siano solo lotte ambientali o localistiche, ma lotte che si pongono al centro dello scontro tra un sistema di sfruttamento parassitario destinato storicamente a fallire e le esigenze di una società altra in cui sono rappresentati gli interessi del 99% della popolazione (conscia o meno che sia del fatto).
Per citare direttamente il testo:”Questo fenomeno dei cosiddetti No-Tav, in un certo senso, rappresenta un paradigma dell'Italia di questa fase che non si è contrapposto alla modernizzazione, come si è ostinatamente cercato di far apparire, ma ha, anzi, rappresentato e rappresenta un modello da cui non si dovrebbe prescindere. Infatti, esaltando le fondamenta della democrazia, ha fatto emergere – forse non poteva essere disgiunto - competenze e culture tecniche elevate, apparse ancora più grandi di fronte all'insipienza, la superficialità, la grossolanità delle competenze espresse dalle istituzioni” (pp. 9 – 10).
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Le lezioni della crisi*
di Michele Nobile
Lezione 1.
Nell’autunno 2008 molti commentatori e politici di sinistra annunziarono la fine del cosiddetto neoliberismo. Si facevano così due errori, tra loro connessi. Il primo errore concerneva proprio la caratterizzazione dell’epoca, la stessa nozione di neoliberismo. Il secondo errore concerneva il rapporto tra crisi economica, sbocchi politici e radicalizzazione sociale.
Ora siamo nella fase in cui governi e padronato intendono effettivamente far pagare alla classe dei salariati i costi della crisi capitalistica e del salvataggio delle banche private. Con l’eccezione parziale della Grecia, questo accade senza che al momento si profili una risposta delle classi dominate europee all’altezza dell’attacco che ad esse viene portato.
La prima lezione è che non esiste alcun nesso meccanico tra crisi, anche crisi grave, e fuoriuscita dalla cosiddetta globalizzazione neoliberista; e non esiste neanche nessun nesso meccanico tra crisi e rilancio della lotta di classe.
Bisogna chiedersi perché.
Lezione 2.
La risposta alla prima questione è che la nozione di globalizzazione neoliberista è analiticamente errata e politicamente fuorviante. Non è vero che i poteri d’intervento economico degli Stati dei paesi a capitalismo avanzato siano in via d’obsolescenza o di drastico ridimensionamento. Gli Stati capitalistici hanno effettivamente dei limiti d’azione: ma non è vero che essi siano impotenti di fronte alla cosiddetta globalizzazione dei mercati finanziari e delle merci, o che ne siano vittime.
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Salvare il genere umano, non solo il pianeta
di Lucien Sève*
È più facile rimettere in discussione i nostri sistemi di consumo piuttosto che quelli di produzione? Se nessuno più ignora l’ampiezza della crisi ambientale che l’umanità sta affrontando, la crisi di civiltà, a cui questa si accompagna, rimane poco conosciuta. Non si può tuttavia uscire dall’impotenza se non la si diagnostica e non se ne misura l’effettiva gravità
Il pianeta Terra, modo di dire per designare il nostro habitat naturale, peggiora a vista d’occhio, ne siamo largamente consapevoli e non c’è formazione politica che non includa, almeno nei suoi discorsi, la causa ecologica. Il pianeta Uomo, modo di dire per designare il genere umano, peggiora in maniera altrettanto allarmante, ma non si è consapevoli del livello di gravità raggiunto e non c’è formazione politica in grado non foss’altro di attribuire alla causa antropologica un’importanza pari a quella ecologica. Di questo contrasto sorprendente vogliamo dare conto in questa sede.
Se chiedete ai meno politicizzati che cosa sia la causa ecologica vi verrà risposto, a colpo sicuro, che il riscaldamento del clima, causato dai gas a effetto serra, ci porta dritti verso un’era di catastrofi, che l’inquinamento della terra, dell’aria e dell’acqua ha raggiunto, in molti luoghi, delle soglie insostenibili, che l’esaurimento delle fonti di energia non rinnovabili fondamentali condanna il nostro attuale modo di produrre e di consumare, che l’uso dell’energia nucleare comporta dei rischi senza ritorno. Più d’uno menzionerà le minacce alla biodiversità per concludere, con parole sue, con l’indifferibile urgenza di ridurre l’impronta ecologica dei paesi ricchi. Come fanno i meno politicizzati a sapere tutto ciò? Grazie ai media che garantiscono un’informazione ecologica costante. Grazie alle esperienze dirette che lo provano, dal tempo che fa ai prezzi del carburante. Grazie ai discorsi di scienziati e politici che elevano saperi parziali al rango di visioni globali convertendoli poi in programmi politici affissi un po’ ovunque. Nel corso degli ultimi decenni si è così costruita una cultura capace di dare coerenza a molteplici motivazioni e iniziative di cui si compone tale grande questione, la causa ecologica.
Chiedete adesso notizie della causa antropologica.
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Un economista fuori dal coro
Andrea Pinna intervista Bruno Amoroso
Volevamo sentirla nel pieno della crisi, questa voce di economista, uno studioso italiano ma soprattutto europeo, e - da europeo - privo di alcun incanto per alcuna sirena globalista.
Le riflessioni del professor Bruno Amoroso viaggiano fra la Danimarca, l’Italia e l’Europa intera, quell’Europa che si specchia nella crisi finanziaria globale con la sua moneta soggetta a tensioni insopportabili. Ascoltandolo, leggendolo, scopriamo ancora una volta che solo chi, come lui, pensa fuori dal “pensiero unico”, oggi può fare analisi lucide e perfino proporre soluzioni.
Nell’intervista concessa a Rai-News a commento del vertice UE dell’8-9 dicembre lei, prof. Amoroso ha dichiarato che il summit ha visto un ribaltamento dell’agenda concordata. Può entrare nel merito di questa sua affermazione?
I vertici dei leader europei sono stati numerosissimi in questi ultimi sei mesi (dei Ventisette, dell’Eurozona, dei ministri delle finanze, della Banca Centrale, ecc.) e ogni volta presentati come l’incontro decisivo, ma sempre conclusisi con rinvii o flop. L’ultimo vertice al quale lei fa riferimento avrebbe dovuto decidere del “destino dell’Europa” per l’urgenza delle misure da prendere che riguardavano:
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Della colpa e del debito
Paolo B. Vernaglione
Come alcuni economisti critici hanno scritto, il paradigma biopolitico con cui interpretare la crisi del debito sovrano sancisce l'intreccio inestricabile della valorizzazione delle facoltà umane individuali con una certa configurazione morale, che dà luogo alla costruzione di un'etica pubblica.
Ciò che si manifesta nella crisi finanziaria prodotta da un capitalismo che da almeno tre decenni non esita a mettere in produzione le facoltà umane di linguaggio e cooperazione, è l'esito combinato di un mutamento decisivo dei rapporti tra saperi, poteri e soggetti, in primo luogo di un sapere sociale ed economico che entra a far parte della natura umana, nell'economia domestica, nel lavoro di cura e nell'estensione della condizione precaria d'esistenza.
Giustamente Christian Marazzi in una recente intervista sul quotidiano Il Manifesto e in un intervento al convegno di Uniniomade2 “Dal welfare al commonfare”, indica nella colpevolizzazione dell'individuo proprietario – che può essere identificato con il piccolo risparmiatore, l'impiegato statale e il lavoratore autonomo di seconda o terza generazione, come dello studente indebitato – l'effetto più opprimente con cui la crisi si abbatte sui singoli.
Ciò evidentemente non significa che il principale effetto dei giochi d'azzardo dei e sui mercati sia solo di ordine simbolico, bensì che l'immediata dimensione “linguistica” dell'economia si trasforma in maniera altrettanto immediata nel drastico immiserimento delle vite di tutti.
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“NeoRealismi” a confronto. Rigurgiti postmoderni e rivalse scientiste?
Francesca Fistetti
L’estate 2011 ha stupito noi lettori distratti da continue iniezioni televisive di iperrealtà con l’ennesima versione, forse anch’essa postmoderna, di una delle più dibattute polemiche filosofiche dell’ultimo decennio, quella tra ‘(neo-)realismo’ e ‘postmoderno’. Procediamo però con cautela, tentando di chiarire al meglio i termini della complessa questione.
Tutto ha inizio dal provocatorio manifesto di un presunto ritorno alla realtà, lanciato dalle colonne de “La Repubblica” da Maurizio Ferraris, noto filosofo formatosi alla scuola del ‘pensiero debole’ di Gianni Vattimo, oggi, vicino al trascendentalismo scientista di derivazione searliana. Il battesimo di questo esorcismo collettivo, che dovrebbe ricondurre finalmente quel che resta di un pensiero razionale e critico a riacciuffare le redini della Storia, riabilitando tre parole-chiave “Ontologia, Critica e Illuminismo”, dopo le superbe rodomontate postmoderne che hanno invece generato solo scioperataggine speculativa, sarà officiato in un importante convegno, a Bonn, nella prossima primavera, a cui parteciperanno nomi illustri del calibro di Umberto Eco e John Searle. Inoltre, il certificato di morte del postmoderno è ormai redatto e validato da una mostra londinese – ci informa Edward Docx, sempre dalle pagine culturali de “La Repubblica”[1] – al Victoria and Albert Museum, dal titolo emblematico, Postmoderno – Stile e sovversione 1970-1990.
Dalla proposta di un NewRealism è così scaturito un confronto tra Ferraris e Gianni Vattimo, il quale ha marcato nettamente le distanze da qualunque forma di sdoganamento sociale dell’ambiguo concetto di verità, che per inverarsi avrebbe bisogno sempre e comunque, nella prospettiva dell’autore de La società trasparente (1989), di un’autorità superiore che la sanzioni dogmaticamente.
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Il Titanic-Europa e la manovra Monti: ingiusta, inutile e insostenibile
di Vladimiro Giacché
Tra le tante verità con cui la crisi attuale ci costringe a confrontarci ve n’è una che riguarda la forza dell’ideologia. La resilienza dell’ideologia dominante, la capacità di tenuta del “pensiero unico” si è dimostrata tale che persino entro la crisi del capitalismo peggiore dagli anni Trenta tutti i luoghi comuni che di quella ideologia avevano costituito l’ossatura nei decenni precedenti hanno continuato a operare, per così dire fuori tempo massimo e in un contesto che ne rende evidente la falsità teorica e la dannosità sociale.
La razionalità dei mercati, lo Stato che deve dimagrire, la necessità delle privatizzazioni, le liberalizzazioni come toccasana, la deregolamentazione del mercato del lavoro come ingrediente essenziale della crescita: praticamente nessuno di quei luoghi comuni, che proprio la crisi scoppiata nel 2007 si è incaricata di smentire clamorosamente, ci viene risparmiato dagli attori e dalle comparse che occupano la scena politica.
Il problema è che, di mistificazione ideologica in mistificazione ideologica, il distacco dalla realtà aumenta sino a diventare patologico. È quello che accade quando si suggerisce, come terapia per i problemi che stiamo vivendo, di più delle stesse misure che hanno creato quei problemi.
Questo distacco dalla realtà, tipico delle élite politiche che stanno per essere travolte dalla storia, si percepisce distintamente quando si leggono le dichiarazioni di intenti che concludono i vertici europei, i comunicati degli incontri tra capi di governo, le interviste di ministri e presidenti del consiglio, “tecnici” o meno.
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Quali sono le prospettive? Violenza o non-violenza? Indignazione o rivolta?*
H.S.
Per quasi un anno ormai, una serie di eventi in un mondo dominato dal capitale stanno causando timori e speranze.
Le paure si materializzano, ormai tre anni, nell’impossibilità per il capitale di risolvere la sua crisi economica e finanziaria. Questo è l'oggetto di molti commenti e previsioni, compreso il nostro. Questi commenti raramente affrontano il problema centrale: come mantenere il tasso di profitto, elemento centrale del funzionamento del sistema capitalista (1)?
"Paure" non è veramente la parola giusta, perché se nel breve periodo, non c'è alcun dubbio che la massa degli sfruttati e degli esclusi sopporta già e dovrà sopportare ancora di più il peso dei tentativi di salvataggio del sistema, in sintesi accrescere lo sfruttamento del lavoro riducendo i salari, la resistenze, le lotte, e le problematiche intrinseche al sistema possono dare la speranza, a un termine più o meno lungo, che il sistema crollerà. Senza sapere quali scontri e catastrofi accompagneranno questa caduta (2).
Le ragioni per sperare questa fine possono essere viste nell’apparizione, sicuramente timida ma comunque significativa, quasi contemporaneamente per un intero anno, di lotte in vari settori. Alcuni sono una ripetizione di lotte precedenti, altri hanno caratteristiche che abbiamo visto altre volte, molto occasionalmente, già riconosciute, ma con una nuova dimensione nel numero e nel tempo.
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Un orizzonte sovranazionale per rompere la trappola del debito
di Christian Marazzi
Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza di François Chesnais è un saggio sulla «geometrica potenza» dei mercati finanziari, un manuale prezioso, rigoroso e molto documentato, per i movimenti di resistenza contro gli effetti devastanti della finanziarizzazione che da trent’anni domina il pianeta, distruggendo l’esistenza di milioni di persone, l’ambiente e la democrazia. L’analisi storica del capitalismo finanziario, dalla crisi del modello fordista e del sistema monetario di Bretton Woods fino alla crisi dei debiti pubblici e della sovranità politica di oggi, ha al suo centro la divaricazione tra profitti e condizioni di vita, di reddito e di occupazione, che da tempo è all’origine della produzione di rendite finanziarie, del «divenire rendita dei profitti», quel processo che dalla crisi dei subprime del 2007 alla crisi dell’euro di oggi sta svelando la fragilità del sistema bancario mondiale e la ricerca disperata di misure politiche, istituzionali e soprattutto sociali volte a a salvare il potere dei mercati finanziari. Una crisi la cui funzione è esplicitata in un documento del Fmi del 2010: «le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno falllito», una vera e propria strategia da shock economy, come Naomi Klein ci ha ben spiegato.
Ma il libro di Chenais è anche un programma per la costruzione di un movimento sociale europeo, un movimento che deve porsi la questione della lotta contro i «debiti illegittimi», odiosa conseguenza delle politiche di sgravi fiscali degli ultimi vent’anni, dei piani di salvataggio del sistema bancario e della speculazione finanziaria sui debiti pubblici che sta aggravando pesantemente il servizio sui debiti, ossia gli interessi che gli stati devono pagare sui buoni del tesoro.
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Tra Berlino e Washington
di Marco D'Eramo
Commettiamo un errore di prospettiva quando scrutiamo la politica della Germania in un'ottica tutta europea. Nel senso che europeo è il terreno di manovra, ma mondiale è la posta in gioco. Lo si può constatare meglio se l'andamento della crisi lo si osserva non da Roma o Parigi (o persino da Londra), bensì da Washington.
Gli Stati uniti non hanno infatti dimenticato la mancata adesione tedesca, questa primavera, alla campagna Nato contro la Libia.
All'epoca nessuno provò a riflettere su cosa implicasse quel gesto che nel passato sarebbe stato inimmaginabile.
È vero che nel 2003 Gerhard Schröder si era dissociato dall'invasione dell'Iraq, ma lo aveva fatto insieme alla Francia, in nome di una posizione comune. Stavolta invece la Germania di Angela Merkel si smarcava proprio dai suoi partner europei.
Quel gesto lasciò trapelare, per la prima volta in modo palese, la nuova assertività della Cancelleria tedesca. Mostrò altresì che le critiche che i responsabili tedeschi da due anni non risparmiavano al capitalismo statunitense, non erano le solite ostentazioni da primo della classe che alza la mano per dire alla maestra che lui lo sapeva già. O almeno non erano solo questo.
Certo, Berlino è stata presa alla sprovvista dalla crisi finanziaria quanto tutte le altre capitali, e lo dimostrano i massicci aiuti di cui necessitarono le banche tedesche a cavallo del 2008-2009.
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Appunti sulla potenza del capitale nel tempo presente
In luogo di una introduzione
Alessandro Simoncini
M. Tronti, Dall’estremo possibile, 2011
Il capitalismo, si sa, non è soltanto un modo di produzione di beni, merci e servizi; non è neppure solo un mero regime di accumulazione e di valorizzazione del capitale. È piuttosto un complesso rapporto sociale sostenuto da una molteplicità di dispositivi biopolitici e disciplinari capaci di governare le popolazioni, i corpi e le menti, adattandoli alla perpetuazione del sistema nel campo di battaglia della riproduzione sociale1. Fin dalla sua nascita, quindi, la produzione della soggettività, individuale e collettiva è una delle poste in gioco fondamentali del capitalismo. Come ben sapeva Michel Foucault, infatti, non si dà accumulazione del capitale senza l’elaborazione di adeguati “metodi per gestire l’accumulazione degli uomini”2. Valorizzazione del capitale e governo dei viventi: i due processi sono inseparabili.
Attraverso il concetto di “sussunzione reale” del lavoro al capitale, del resto, già Karl Marx aveva mostrato che gran parte della forza materiale del sistema capitalistico consisteva nella sua formidabile capacità di mettere al lavoro (e “a valore”) tutto ciò che in prima battuta sembrava opporglisi antiteticamente, cioè in modo irriducibilmente antagonistico3. Marx pensava al lavoro vivo, ma lo stesso può accadere ad altri potenziali oppositori, come il desiderio e l’immaginazione dei viventi ad esempio. Ed è quanto si è storicamente manifestato in modo nitido con l’affermazione sociale egemonica della forma-merce e delle sue “fantasmagorie” infantilizzanti: creatività e desiderio sono stati catturati nel contesto del dispiegamento progressivo di quella che Guy Debord ha chiamato “società dello spettacolo”4.
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Un vincolo di interesse
Maurizio Donato*
M
olti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga sui titoli. Nei cinque anni compresi tra il 1987 e il 1992 il debito pubblico italiano è cresciuto di venti punti percentuali. In quegli stessi anni la crescita del Pil è stata in media positiva attorno al livello del 3%, il rapporto tra deficit e Pil non è aumentato, manifestando invece una tendenza a stabilizzarsi se non a diminuire: sono stati i tassi di interesse elevati che, per rispettare il vincolo di bilancio estero, hanno portato il debito pubblico su un sentiero potenzialmente esplosivo. Se la BCE si impegnasse a rivedere il proprio Statuto istituendo una norma per cui il livello massimo dei rendimenti sui titoli del debito pubblico non può eccedere il tasso di crescita dei paesi indebitati, almeno una delle tre condizioni (la principale?) potrebbe essere rispettata.
Mentre sono molto popolari le analisi del debito pubblico che mettono al centro dell’attenzione il comportamento del settore pubblico, anzi dei “politici” ai quali viene addebitata ogni responsabilità per quello che viene considerato da molti una ipoteca nei confronti delle generazioni successive, minore attenzione viene solitamente dedicata al contesto monetario in cui l’impennata del debito pubblico italiano si è realizzata. Mi riferisco al ruolo delle banche centrali, e in particolare all’ideologia monetarista che presiede ai loro comportamenti da trent’anni a questa parte.
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Dov'è la sinistra? Nel vortice della crisi
di Serge Halimi
Nel momento in cui il capitalismo attraversa la più grave delle sue crisi dopo quella degli anni '30, i principali partiti di sinistra rimangono muti e imbarazzati. Nel migliore dei casi promettono di rabberciare il sistema, ma più spesso cercano di dar prova di senso di responsabilità raccomandando a loro volta purghe liberiste. Quanto potrà durare questa blindatura del sistema politico, mentre la rabbia sociale continua a salire?
Gli americani che manifestano contro Wall Street protestano anche contro i suoi raccordi in seno al partito democratico e alla Casa bianca. E certo ignorano che i socialisti francesi continuano a invocare l’esempio di Barack Obama, sostenendo che contrariamente a Nicolas Sarkozy, il presidente Usa si sia dimostrato capace di agire contro le banche. Ma è davvero solo un abbaglio? Chi non vuole (o non può) puntare il dito contro i capisaldi dell’ordine liberista (finanziarizzazione, globalizzazione dei flussi di capitali e merci) cade facilmente nella tentazione di personalizzare la catastrofe, imputando la crisi del capitalismo agli errori di concezione o di gestione dell’avversario interno di turno. In Francia la colpa sarà di Sarkozy, in Italia di Berlusconi, in Germania della Merkel. D’accordo. Ma altrove? Nelle altre realtà – e non solo in quella degli Stati uniti –, anche i leader politici presentati a lungo come capofila della sinistra moderata si ritrovano a fronteggiare i cortei degli indignati. In Grecia George Papandreou, presidente dell’internazionale socialista, ha attuato una drastica politica d’austerità, che oltre alle privatizzazioni massicce e alla soppressione di posti nel pubblico impiego comporta la consegna della sovranità economica e sociale del suo paese a una «troika» ultraliberista (1). Come ci ricordano anche i governi di Spagna, Portogallo e Slovenia, il termine di «sinistra» è ormai talmente svalutato da non essere più associato a un contenuto politico particolare. Si dà il caso che uno dei maggiori responsabili del vicolo cieco in cui si trova la socialdemocrazia europea sia il portavoce… del partito socialista (Ps) francese. «In seno all’Unione europea – nota Benoît Hamon nel suo ultimo libro – il Partito socialista europeo (Pse) è storicamente associato, grazie al compromesso che lo lega alla democrazia cristiana, alla strategia di liberalizzazione del mercato interno e alle sue conseguenze sui diritti sociali e sui servizi pubblici.
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L’Italia è un paese razzista
di Anna Curcio
L’Italia è un paese razzista. È inutile girarci intorno. Non bastano le dichiarazioni di Napolitano sulla necessità di concedere la cittadinanza ai figli e alle figlie dei migranti nati in Italia per metterlo in discussione; né può farlo il ministero per l’integrazione che Monti si è affrettato ad istituire per addolcire, almeno a sinistra e nell’area cattolica, la pillola amara dei sacrifici e dell’austerity. Benvenuti nel deserto del reale, ieri a Firenze è andata in scena l’Italia. E Casseri, tutt’altro che pazzo depresso, è prima di tutto un italiano, nel senso che riflette pienamente l’identità razzista di questo paese. È tutta la storia del paese, la sua identità e la costruzione della sua narrazione ad essere intrisa di violenza razzista. Ed è una storia lunga che affonda le radici nella costruzione unitaria di cui stiamo festeggiando il centociquantesimo anniversario. Una storia fatta di linciaggi ed esecuzioni sommarie: prima i “meridionali” poi l’”altro” coloniale, gli ebrei, oggi i rom e i migranti internazionali. Una storia che ci parla di sopraffazione e sfruttamento, di marginalizzazione e violenza. Una violenza cieca, brutale ma ahimè assolutamente reale, che ho già visto andare in scena ormai troppe volte.
Quello che è successo a Firenze, non è un episodio isolato. Fa parte piuttosto di un sistema, una modalità reiterata di relazione con i tanti e le tante migranti che lavorano in questo paese. È la costruzione del mostro, del diverso al cuore della narrazione nazionale che evoca paure irrisolte. “Guarda, un negro; ho paura!” ha riassunto efficacemente Franz Fanon. È dunque con lo sguardo razzista che dobbiamo fare i conti, con quell’idea che la razza – che non è mai un attributo biologico ma è una categoria socialmente costruita per la marginalizzazione e subordinazione di alcuni gruppi sociali – è fatta di gerarchie: i bianchi sopra, i neri sotto, punto.
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Riforme dei Trattati, l’occasione mancata
di Sergio Bruno
La speculazione che investe l’Europa è un “gioco”, politico e ideologico. Servono giocatori all’altezza, per riformare la governance europea, partendo dalla Bce
Il vertice europeo dell’8 dicembre si è concluso massimizzando la propria futilità, prigioniero dei fantasmi della Signora Merkel e delle lobbies che la tengono in ostaggio, nonché delle indecisioni compromissorie del Signor Sarkozy, che pure avrebbe consiglieri dalle idee più chiare. È un peccato, perché finalmente si parlava di un mutamento di quadro che lambiva il testo dei Trattati, dove in effetti risiedono i nodi che impediscono stabilità, difesa dalla speculazione e ripresa della crescita.
Distinguere l’urgenza dalla governance a regime
La confusione deriva dall’incapacità di distinguere tra problemi che occorre risolvere urgentemente e che derivano dalle regole e dai fatti passati, e problemi che riguardano invece i comportamenti futuri. I primi riguardano la difesa dagli attacchi speculativi, i secondi quale configurazione dare alla governance europea del futuro, per fare dell’Eurozona un polo competitivo mondiale, che si sviluppi e non tema nuovi attacchi speculativi. Il nodo che i due ordini di problemi hanno in comune è quello della configurazione da dare ai meccanismi di creazione di moneta e al governo della parte reale dell’economia, nonché alle relazioni tra tali sfere, oggi vincolate dall’Art.101 del Trattato. Che impedisce alla Bce di partecipare, come avviene nel resto del mondo, alle aste per la collocazione di titoli del debito pubblico, oggi degli Stati membri, domani – si spera – di un bilancio federale europeo.
In pratica, per il futuro, si tratta di eliminare le anomalie dell’assetto di governo dell’area.
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La grande crisi, la Germania e gli Stati Uniti
Miguel Martinez
In questi giorni, una quantità impressionante di persone si sta improvvisando economista.
Fanno benissimo, visto che quella che chiamano “crisi economica” sta trasformando il futuro sociale di tutti noi, e quindi è una crisi propriamente politica.
La crisi del 1929, semplificando, ha portato al collasso degli Stati liberali, alla sostituzione dell’impero britannico con quello americano, al nazismo e alla Seconda guerra mondiale, che non è poco.
Il problema, oggi come allora, è capire quali sono le grandi linee di questa crisi, e i parametri cui ci ha abituati la politica simbolica e spettacolare non servono a niente; occorre occuparsi anche di cose di cui pochi ci capiscono davvero. E quei pochi sono decisamente parte in causa.
Intuiamo sullo sfondo della crisi anche qualcosa che riguarda nomi di paesi: Germania, Inghilterra, Francia, Grecia, Stati Uniti…
Diciamo nomi di paesi, perché è difficile, almeno per me, capire dove inizia e dove finisce una economia nazionale – le aziende che conosco io hanno sede a Milano, la produzione in Cina e investono i soldi in banche di proprietà francese che li reinvestono in pension fund statunitensi. Chi, in questo intricato giro, prende le vere decisioni?
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La crisi del debito sovrano nell’Eurozona
da un dibattito sulla lista "Marxiana"
a cura di Francesco Macheda
Quali margini possiede la banca entrale europea (BCE) per arginare la crisi del debito sovrano che sta mettendo in serio pericolo l’esistenza stessa dell’eurozona? Che efficacia potrà avere un ipotetico ‘fondo europeo’ volto a garantire gli investimenti degli acquirenti dei titoli a rischio dei paesi maggiormente indebitati? Inoltre, quali potrebbero essere le possibili conseguenze di una politica maggiormente orientata a frenare la speculazione da parte della Bce e quali sono le resistenze politiche che ne frenano l’azione? In ultima istanza, il comportamento della banca entrale europea è minato da una pura cecità politica, oppure vi sono limiti strutturali che ne frenano l’azione?
Il dibattito sottostante svoltosi sulla lista “Marxiana” tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 2011 cerca di fare luce su queste problematiche.
Incipit del dibattito: articolo del Wall Street Italia dal titolo “Citigroup: senza l’intervento della Bce, l’Europa rischia il collasso” - 17 novembre
Se la Bce non mette mano al portafoglio, si rischia la catastrofe finanziaria. Potrebbe essere una questione di settimane o addirittura di pochi giorni, ma molto presto rischiamo di assistere inermi al default di Spagna e Italia.
E’ lo scenario delineato da Willem Buiter, capo-economista di Citi, in un’intervista concessa a Bloomberg Tv. “La Bce deve agire in fretta, ignorando le pressioni della Germania. Farsi carico dei debiti sovrani è l’unica strada per evitare un terremoto finanziario che finirebbe per trascinare nel baratro il sistema bancario europeo e, insieme, quello americano”.
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Alimentare la bolla o sgonfiarla?
La crisi apre crepe nel fronte occidentale
di Nicola Casale
Prendo spunto dall’articolo di Paolo Giussani “Vizi privati, pubbliche virtù” (settembre 2011) per cercare di fare il punto sulla crisi.
Partire da Giussani è molto utile, perché svolge un’analisi della crisi non impressionistica e critica in modo appropriato due tendenze presenti a sinistra, quella keynesiana (o neo-keynesiana), e quella che fa ruotare tutto intorno a una lettura, spesso superficiale, della “caduta del saggio di profitto”. Due critiche centrate, ma monche in alcuni aspetti essenziali, come, spero, si evincerà dall’insieme di quel che segue.
La premessa dell’articolo di Giussani è dedicata al Marx di Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, di cui viene sottolineato il parere positivo sul ricorso alla bancarotta dello stato nella Francia di metà ‘800. La citazione è collegata in linea diretta con la conclusione dell’articolo: “Una crisi che voglia essere seria deve imperativamente togliere di mezzo l’indebitamento, portare al fallimento un’enorme quantità di capitale, ridurne il valore contabile complessivo innalzando proporzionalmente il saggio del profitto e, alla fine, spingere più o meno automaticamente i capitali sopravvissuti a riprendere l’accumulazione”.
È bene precisare subito una cosa. La tesi di Giussani non ha nulla da spartire con la tesi del default di un singolo stato.
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La rotta d'Europa, tre riflessioni urgenti
Rossana Rossanda
Valutazione della crisi, che fare di fronte alla sua precipitazione e il problema delle forme politiche sono i nodi venuti al pettine del convegno di Firenze
La giornata di Firenze, il 9 dicembre, organizzata su "La Rotta d'Europa" merita qualche riflessione più seria di quella che le abbiamo dedicato sabato scorso. Essa incrocia alcuni temi maggiori della vicenda delle sinistre negli ultimi anni, noi inclusi.
La prima è la valutazione della crisi: perché, da quando, da chi e come essa viene giocata. La chiamiamo "crisi del capitalismo": se con questo si vuol dire che è una crisi "nel capitalismo", va bene ma se sottintediamo che il capitalismo è in crisi non va bene affatto. Su questo c'è stata fra i convenuti una certa chiarezza. Il sistema attraversa le crisi senza perdere la sua egemonia se non si scontra con una soggettività alternativa, o rivoluzionaria, al suo livello. Oggi questa non c'è. È vero che il 99 per certo delle popolazioni è vittima di questa crisi, ma più di metà di questo 99 per cento non lo sa. E si tarda a individuare perché, nel rapporto di forze sociali, siamo tornati indietro di un secolo. E anche le più generose reazioni puntuali - operaie quando, come nel caso della Fiat, il lavoro è direttamente attaccato, o sui beni comuni che si vogliono sottomessi al profitto privato, o contro la corruzione - ma anche le più vaste e giovanili, del tipo "Indignatevi", sono destinate a essere travolte se non individuano chiaramente il meccanismo di dominio avversario.
Questo non è facile. Una delle carte vittoriosamente messe in campo dal capitale è la tesi di Fukujama che, con la caduta dei "socialismi reali", ai quali erano direttamente o indirettamente legate le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, si era alla "fine della storia". Naturalmente non è così, la storia non finisce. Ma è certo che il capitale ha reagito prima di noi alla crescita di un anticapitalismo diffuso culminato dalla fine dei colonialismi al '68, e la sua aggressività ha cambiato l'organizzazione del lavoro, mondializzato a sua immagine e somiglianza il pianeta, dilatato le inuguaglianze, ribaltato la cultura politica del secondo dopoguerra.
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Uscire o non uscire dall’euro?
di Michel Husson
È possibile riassumere in maniera semplicissima l’andamento della crisi: nel corso degli ultimi due decenni il capitalismo si è riprodotto accumulando una montagna di debiti. Onde evitare il tracollo del sistema, gli Stati si sono assunti il grosso di questi debiti che, da privati, sono diventati pubblici. Di qui in poi, il compito di questi Stati è quello di farne pagare la fattura ai cittadini, sotto forma di tagli dei bilanci, di aumento delle imposte più inique e di congelamento dei salari. In sintesi: la maggioranza della popolazione (lavoratori e pensionati) deve garantire la concretizzazione di profitti fittizi accumulati in lunghi anni.
Nel frutto c’era il verme. Voler costruire uno spazio economico con una moneta unica ma senza bilancio era un progetto incoerente. Un’unione monetaria monca si trasforma allora in una macchina per fabbricare eterogeneità e divaricazione. I paesi con inflazione più elevata della media perdono competitività, sono stimolati a basare la propria crescita sul sovraindebitamento.
Retrospettivamente, la scelta dell’euro non aveva del resto una giustificazione evidente rispetto a un sistema di moneta comune, con un euro convertibile nei rapporti con il resto del mondo e monete riadeguabili all’interno. L’euro, in realtà, era concepito come uno strumento di disciplina di bilancio e, soprattutto, salariale. Ricorrere all’inflazione non era possibile, per cui il salario diventava la sola variabile adeguabile.
Ad ogni modo, il sistema ha, bene o male, funzionato grazie al sovra indebitamento e, perlomeno nel primo periodo, al calo dell’euro rispetto al dollaro. Questi espedienti, però, erano destinati a esaurirsi e allora le cose hanno cominciato a guastarsi, con la politica tedesca di deflazione salariale che ha portato la Germania ad aumentare le sue quote di mercato, per il grosso all’interno dell’eurozona.
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Lilliburlero
by Federico Campagna
Vorrei cominciare con un’immagine. Una scena del film Barry Lyndon, diretto da Stanley Kubrick. Sullo sfondo nebbioso di una campagna Europea del diciottesimo secolo, la voce fuori campo introduce l’avanzata delle giacche rosse inglesi contro la retroguardia francese, asserragliata in un frutteto. ‘Though this encounter is not recorded in any history books, it was memorable enough for those who took part.’ Secondo lo stile militare dell’epoca, la fanteria marcia lungo il prato, in file orizzontali e parallele. I Francesi sono disposti anch’essi in file, le prime inginocchiate, le seconde in piedi, le terze pronte a ricaricare i fucili. L’avanzata è lenta, estenuante, al suono dei flauti che intonano il Lilliburlero. Come direbbe il personaggio di Vincent Cassel in una banlieue di vari secoli dopo, ‘il problema non è la caduta, ma l’atterraggio’. E qui, l’atterraggio e la caduta quasi si fondono. I fanti inglesi avanzano, a passi cadenzati. Le truppe Francesi restano immobili, prendono la mira. I fanti mantengono il passo. I Francesi attendono l’ordine dei superiori. I fanti proseguono. L’ordine arriva. Fuoco. Le prime file della fanteria inglese cadono decimate. Le seconde file, imperturbabili, prendono il posto dei caduti. La marcia continua. Le truppe francesi ricaricano i fucili. Fuoco. Il prato si riempie di cadaveri vestiti in divise rosse. Le terze file si fanno avanti di nuovo. La marcia prosegue, lentissima. Fuoco. Guardando questa scena non ho potuto che pensare al futuro che ci attende. La marcia è lenta, ma inesorabile. I ristoranti e gli aeroporti sono ancora pieni, come diceva Berlusconi. I fucili nascosti nel frutteto hanno appena iniziato a sparare. Le prime file sono cadute, ma, si sa, nelle prime file ci va da sempre la carne più a buon mercato. I vecchi, i giovani, gli operai, gli immigrati. Alla prima raffica sono saltate le pensioni, sono arrivati gli accordi di Pomigliano, sono finiti i soldi per le scuole e le università, sono affondati i barconi dei migranti.
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Crisi capitalistica e aggressività dell’imperialismo*
Contro il proletariato interno e contro quello dei paesi periferici
Red Link
Al primo punto della nostra discussione abbiamo messo giustamente la necessità di disciplinamento dei paesi periferici da parte delle potenze imperialiste e la necessità di interrogarsi sul nesso tra tale tendenza e la crisi economica. Poiché indiscutibilmente, sul piano delle cosiddette relazioni internazionali, questo è l’aspetto decisivo in questa fase e non tanto, o non ancora, quello tra crisi e guerra interimperialistica.
Sul nesso crisi - imperialismo
Una premessa si rende necessaria a nostro avviso in relazione al tema della nostra discussione per cercare di individuare cosa rappresenta una costante nell’azione dell’imperialismo e cosa, invece, è legato al manifestarsi di contraddizioni fortissime del meccanismo complessivo di riproduzione capitalistico sfociato nella crisi attuale.
Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, la politica di rapina e sfruttamento di altri paesi non è una caratteristica solo della fase più matura del capitalismo, ma è una costante che lo accompagna sin dalla sua nascita. Usando una terminologia oggi di moda potremmo dire che essa esprime un suo dato “costituente”. Detto altrimenti l’imperialismo rappresenta al tempo stesso un presupposto ed un risultato del modo di produzione capitalistico. Presupposto, in quanto senza la politica di saccheggio e di rapina non sarebbe stata possibile quell’accumulazione originaria che ha permesso l’affermazione delle relazioni capitalistiche in alcuni paesi chiave consentendone progressivamente la loro diffusione a scala mondiale.
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Costruire mondi comuni. Crisi finanziaria e democrazia*
di Andrea Inglese
Consensus versus canea
C’era una volta la brutta bestia del “pensiero unico”, del “Washington consensus”, oggi c’è la canea. Gli esperti sono usciti dai ranghi e la loro proverbiale discrezione è venuta meno: da mesi, calcano le scene mediatiche, mandano messaggi febbrili e definitivi, sulle prime pagine dei giornali, incluse le sacre colonne degli editoriali. Non c’è giorno che un quotidiano europeo non ospiti i consigli di qualche addetto ai lavori economici e finanziari.
Il cittadino ordinario, sprovvisto di cattedra in economia, finisce con il concludere che i decisori e i loro consulenti sono nel pieno disorientamento strategico. Da qui, l’esigenza di andare a vedere che cosa sta succedendo. Ma oltre alla certezza che i monotoni giorni del pensiero unico sono andati e che probabilmente di più terribili se ne preparano, è alquanto difficile mettere a fuoco l’argomento in questione, e non solo per via dei pronostici contrastanti. Il problema è: a chi stanno parlando gli esperti? Sono convocati giornalmente dalla stampa generalista, ma l’impressione è che essi parlino ancora di una crisi privata. Continuano, con il loro gergo tra l’oracolare e il tecnico, a considerare la crisi cosa loro, anche se ormai ne parlano in pubblico, a noi, ai profani.
Gesticolazione e stasi
C’era una volta la politica, con le sue mancanze di volontà, ma anche con i suoi conflitti da mediare, il confronto ideologico, lo scontro sociale, le alleanze e le lotte tra i partiti, i negoziati tra le parti sociali. C’erano i decisori (eletti) che dovevano comporre con difficoltà i contrastanti interessi del popolo sovrano.
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Il “nudo” e il “sacro”
La biopolitica di Giorgio Agamben
di Fabio Milazzo
la storia della ragione governamentale
e la storia delle contro condotte che le si sono opposte non possono essere dissociate l’una dall’ altra.”
Michel Foucault, Sicurezza, territorio e popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), p.365).
Nel 1979 Michel Foucault rese celebre il concetto di “biopolitica” dedicandogli un intero corso al Collège de France[1].
Durante il ciclo di lezioni Foucault cercò di dimostrare la correlazione tra il liberalismo, l’economia e il governo. L’economia, con il liberalismo, diventa il paradigma orientante le pratiche di governo.
“ Mi sembra che l’analisi della biopolitica non si possa fare senza aver compreso il regime generale di questa ragione governamentale di cui vi sto parlando, regime generale che si può chiamare questione di verità, in primo luogo della verità all’interno della ragione governamentale, e di conseguenza se non si comprende bene di che cosa si tratta in questo regime che è il liberalismo, (…) e una volta che avremo saputo che cos’è questo regime governamentale chiamato liberalismo potremo sapere cos’è la biopolitica”[2].
Foucault lega indissolubilmente le pratiche di governo e il regime di verità. Analizzando la situazione del Dopoguerra in America egli dimostra che il “mercato” diventa il “luogo” entro il quale si produce l’ordine veritativo capace di denotare di senso la realtà. Il governo degli uomini si struttura secondo logiche e direttive fantasmatiche di derivazione economica. Il calcolo “costi/benefici” diventa il criterio concatenante delle logiche di potere.
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Voglia di fiducia
di Augusto Illuminati
Quanto meno hanno fiducia in se stessi e nel governo tanto più i tre grandi blocchi parlamentari (Pdl, Pd, Terzo Polo) supplicano Monti di porre la fiducia sulla manovra, per costringersi a votarla senza frantumarsi al proprio interno e senza assumersi responsabilità per gli effetti depressivi e sperequativi. Si replica la farsa già inscenata dall’agonizzante governo Berlusconi: lo vuole l’Europa, lo vuole la Bce. Altrimenti, la catastrofe. Adesso lo vogliono i “tecnici”. Domani lo vorrà Baal, nelle cui fauci roventi gettare i pensionati troppo longevi e gli adolescenti senz’arte né parte. Con corredo televisivo di lacrime ministeriali.
L’auto-svuotamento della democrazia rappresentativa e concertativa (ah, la flebile arrendevolezza con cui i sindacati hanno rinunciato ai teatrini di un tempo) ha completato la riforma dall’alto imposta da Napolitano, con un’alterazione radicale della costituzione materiale, in attesa di qualche probabile formalizzazione in senso semi-presidenzialista, di cui una nuova legge elettorale potrebbe essere il segno prognostico. Un passaggio importante potrebbe consistere nella disgregazione dei blocchi tradizionali di centro-destra e di centro-sinistra, magari con un corposo ispessimento di un’area centrista più o meno cattolica, nel segno di Todi. Lo smontaggio del bipolarismo è confluente obbiettivo di Monti e Casini. La voglia di suicidio non manca a quei soggetti, come appunto mostra l’ansia di porre la fiducia, ed è ripagata dalla crescente sfiducia degli italiani, che ha toccato il record storico dell’86%, contro il 75-80% dell’epoca di -Tangentopoli. Più complicato che tale disordinata aspirazione dia vita a una formazione consistente che faccia da corpaccione politico all’anima tecnocratica e da base parlamentare a un nuovo potere presidenziale –cui, fra l’altro, verrà presto a mancare un attore determinante quale Napolitano, forte del consenso popolare e dominus del Pd.
Gli ostacoli, inoltre, che si frappongono alla riforma dall’alto o rivoluzione passiva che dir si voglia, sono due e di non poco conto.
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