
Il destino dell’intellettuale /3
di Rino Genovese
[Le prime due parti dell'intervento di Genovese possono essere lette qui]
Se Marx avesse avuto ragione, se negli ultimi centocinquant’anni ci fosse stata una crescente polarizzazione della società in due campi – da un lato un pugno di capitalisti e, dall’altro, la stragrande maggioranza dei proletari al lavoro nell’industria, o fuori di essa come esercito di riserva –, e se questo processo fosse stato in grado di unificare culture antropologiche e lingue politiche così da precipitare in una rivoluzione mondiale, probabilmente non ci sarebbe mai stata una questione degli intellettuali come l’abbiamo conosciuta nel corso del Novecento. La distinzione tra l’intellettuale disorganico e il funzionario, che ho cercato di mettere a fuoco nelle pagine precedenti (o dovrei dire nelle “puntate”?), non sarebbe mai esistita, perché ci sarebbero stati soltanto intellettuali proletarizzati pronti a unirsi alla rivoluzione socialista. L’intellettuale disorganico, da Baudelaire a Walter Siti, non l’avremmo conosciuto. La sua possibilità, da un punto di vista sociologico generale, è data dall’enorme dilatazione dei ceti medi, dalla terziarizzazione dell’economia, dalla deindustrializzazione favorita dalle sofisticate tecnologie odierne. Quanto più i funzionari di basso, medio e alto livello hanno il sopravvento in organizzazioni di ogni tipo, tanto più un certo numero di privilegiati, o di spostati, può essere o sentirsi disorganico, sradicato, senza patria. Oggi, in clima neoliberale, ci si può indignare dell’inclinazione novecentesca di molti intellettuali per i totalitarismi di segno opposto (in certi casi, anche per ambedue): ma un piccolo borghese timoroso del crollo – sia esso quello del capitalismo o della civiltà occidentale – poteva facilmente credere, fuggendo dalla casa in fiamme, che sotto l’ala di avvolgenti ideologie potesse trovare un riparo.
Mussolini, socialista massimalista e poi inventore del fascismo, è il tipico rappresentante di una piccola borghesia intellettuale radicalizzata prima a sinistra, poi a destra.
E proprio Lenin, uno dei modelli cui egli in parte ritenne d’ispirarsi, aveva teorizzato, in sintonia con il socialdemocratico Kautsky, la funzione del partito di avanguardia della classe operaia come gruppo di intellettuali che porta la coscienza ai proletari dall’esterno, dato che questi, piegati dal duro lavoro, al più avrebbero potuto raggiungere una coscienza di tipo sindacale, non quella politica implicata dalla complessa “scienza” marxista. Una teoria (del resto affine a quella coeva delle élites, che parimenti influenzò Mussolini) di cui Marx sicuramente avrebbe sorriso, considerandola uno strano rovesciamento del suo materialismo storico, che permetteva alle idee, e perciò agli intellettuali, di ritornare a presumere di giocare un ruolo decisivo sopra i processi economici: aspetto di cui la forzatura russa, con le sue conseguenze totalitarie, è stata un’illustrazione istruttiva se si pensa che il regime sovietico fu in sostanza la dittatura di gruppi di funzionari sopra l’intera società.
Il fatto è che, gratta gratta, nell’intellettuale più o meno sradicato si trova spesso il politico incanaglito, bramoso di potere o denaro, o di tutti e due insieme (come mostra la corruzione socialista italiana da Mussolini a Craxi). Anche per questo, a causa del risentimento psicologico e sociale che in molti casi domina la vita dell’intellettuale piccolo borghese, appare temerario affidargli come compito storico l’organizzazione del partito d’avanguardia di una classe che si presume rivoluzionaria (e anche quello di contribuire a costruire una nuova “egemonia” in vista di una lunga “guerra di posizione”). Sembrerebbe più sensato, invece, pensare l’alleanza tra intellettuali e classe operaia come qualcosa che nasce dallo stesso sviluppo capitalistico, dal comune sfruttamento, sia pure in forme ben diverse tra loro, cui sono sottoposti il lavoro manuale e quello intellettuale.
L’Italia ha fornito un laboratorio interessante per la messa a punto di questa posizione negli anni sessanta del Novecento, quando tra il movimento studentesco (gli studenti erano visti come forza lavoro intellettuale in via di formazione) e le lotte operaie in fabbrica un nesso sembrò esserci, e parve ruotare intorno alla questione della sempre più intensa ed estesa applicazione della scienza e della tecnica ai processi produttivi. D’altronde non si trattava – per i teorici dell’operaismo italiano, che in quegli anni formavano una scuola – di una “negazione del ruolo” che avrebbe condotto funzionari e tecnici del capitale a schierarsi al fianco del movimento operaio per una sorta di rivolta morale (stando a teorizzazioni di diversa provenienza), ma di una presunta pervasività del lavoro operaio in fabbrica, il cui modello avrebbe finito con l’attirare a sé tutti i settori lavorativi della società. Era qualcosa come un “ritorno a Marx”, che nei Grundrisse aveva cominciato a esplorare gli effetti dell’introduzione nell’industria delle macchine e dell’automazione sui rapporti di produzione e nella composizione della forza lavoro. Un “ritorno” che, rispetto alla tradizione umanistico-storicistica del marxismo italiano (e non solo), costituiva una secca rottura.
Siamo negli stessi anni che vedono il dibattito intorno alla separazione tra le “due culture”[1], quella umanistico-letteraria e quella tecnico-scientifica: conseguenza della crescente specializzazione dei saperi cui nessuna educazione di tipo liceale riesce più a rimediare. In Italia c’è l’introduzione della scuola media unica (una delle poche riforme che il centrosinistra sia stato in grado di realizzare), con le polemiche intorno alla marginalizzazione del latino: una materia non più fondamentale nella nuova scolarità di massa, incline a preparare dei tecnici più che degli umanisti. Nell’ambito delle scienze sociali e degli studi letterari, la vague strutturalista proveniente soprattutto dalla Francia conferisce all’antiumanismo teorico uno statuto specifico e il suo pathos. Perfino Adorno, in una lettera, rifiuta di far parte di un circolo “umanistico” considerando la parola un inganno in confronto alla disumanità del mondo. Si comprenderà allora perché per il vecchio umanesimo sembra che suoni la campana a morto.
Quando il critico letterario e giovane teorico dell’operaismo Alberto Asor Rosa pubblica i saggi di Scrittori e popolo e Intellettuali e classe operaia[2], il terreno è già pronto, se si considerano il discorso intellettuale intorno alla fine dell’intellettuale e le trasformazioni nel mondo del lavoro, per ricevere il seme della polemica propagata dai suoi scritti contro l’ideologia progressista, “populista” (nel senso dei populisti russi) e umanistico-storicistica del movimento operaio ufficiale. L’idea di fondo è che lo sviluppo capitalistico e l’enorme crescita della classe operaia abbiano mutato i termini del rapporto tra cultura e politica, non più declinabile nel senso di una semplice rivendicazione di autonomia della cultura rispetto alla politica (come nella celebre opposizione di Vittorini a Togliatti), e che perciò si debba puntare a una figura d’intellettuale-politico, o di politico-intellettuale, capace di mettere in questione anche praticamente la strategia tradizionale della sinistra. Inutile dire che lo stesso Asor Rosa – dall’uscita dal Pci nel fatidico 1956, alla militanza intorno a riviste come Quaderni rossi e Classe operaia, dal passaggio attraverso il partito della sinistra socialista, il Psiup, fino al rientro nel Pci nel 1972 – ritiene d’incarnare una simile figura. Di qui la critica a Fortini (anche se alcune pagine del suo Dieci inverni[3] sono alla base dell’antipopulismo di Scrittori e popolo, per ammissione dello stesso Asor Rosa[4]) accusato di dare ancora eccessivo peso al ruolo dell’intellettuale e del poeta, difendendone l’onore (parola, questa, molto bendiana, l’ “onore del chierico”) e troppo orgogliosamente l’autonomia: «Ma di che diamine dovrebbe essere orgoglioso un intellettuale? Stupisco che coloro i quali sono e intendono restar tali non sentano quanto avvilimento e vergogna ci sia in questa condizione». E poco sopra: «L’intellettuale borghese non fu certamente responsabile della nascita della società capitalistica; ma ne è divenuto complice. L’unico ‘piano’ operaio, al quale lo inviteremmo a partecipare, è quello che progettasse sistematicamente la sua estinzione [corsivo mio] come rappresentante di uno specifico corpo sociale»[5]. Siamo quindi ricondotti, come si vede, a quella tematizzazione della fine tipica del discorso intorno agli intellettuali.
Alcuni decenni dopo, un Asor Rosa in pensione parla con accoramento di una «liquidazione delle forme tradizionali della cultura intellettuale» nata nel secolo dei Lumi[6]. L’intellettuale si è estinto, ma non nel senso auspicato negli anni sessanta. Il libro intervista di Asor Rosa è in gran parte un lamento intorno alla scomparsa di quel tipo d’intellettuale di cui, in passato, avrebbe voluto l’estinzione. Anche se, in verità, a estinguersi non è tanto il philosophe di origine settecentesca, quanto piuttosto l’intellettuale militante (“chierico rosso o nero”, avrebbe detto Montale), specialista a vocazione antispecialistica, in bilico tra parzialità e universalismo, a tasso più o meno elevato di sindrome nichilistica: insomma proprio la figura di cui Asor Rosa è un’espressione, e che la storia vede apparire alla fine dell’Ottocento. Così egli potrebbe aver vagato quasi come in sogno nel ventesimo secolo per arrivare ad affermare, nel ventunesimo, la fine di se stesso.
Nel frattempo, però, un elemento di discontinuità, nella storia italiana, è dato dal drastico ridimensionamento, anche numerico, di quella classe operaia che, con le sue lotte, fece tra l’altro da volano dello sviluppo spingendo il capitalismo alla modernizzazione e all’innovazione tecnologica. Un momento irripetibile, durato non più di due decenni, in cui l’Italia parve destinata, grazie all’industrializzazione e ai suoi conflitti, a mutare il volto antico di paese mediterraneo e quasi levantino per avvicinarsi ai paesi del Nord Europa. Ma non accadde. La fabbrica, con la massiccia concentrazione operaia al suo interno, venne a perdere la sua centralità già a partire dagli anni ottanta, cedendo il passo all’impresa diffusa, a un capitalismo flessibile e piccolo piccolo, dentro cui è difficile la solidarietà di classe, e nel quale l’imprenditore e il lavoratore talora addirittura si confondono in una specie di autosfruttamento. Ciò non assolve dall’errore gli operaisti, che sulla radicalizzazione operaia avevano scommesso, perché già a quei tempi era in atto, e si poteva osservarlo, un processo di enorme sviluppo dei ceti medi: però lascia cadere una patina di nostalgia sulle loro illusioni. Anche perché le nuove vecchie forme di lavoro servile, che si moltiplicano ai nostri giorni creando una “plebe sparsa e divisa” incapace di organizzazione e di lotta, con lo sfruttamento degli immigrati nei servizi più umili e il diffondersi di un’intellettualità precaria e disoccupata, dotata per lo più di scarsa consapevolezza “umanistica” ma di qualche competenza tecnica, fanno apparire quel passato non lontano, in realtà duro, una specie di età dell’oro.









































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