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L'inedita pericolosità dello scandalo Obama-Snowden
L'economia dei big data
nique la police
Tempi duri per l'ideologia Emergency, quel corpo di suggestioni e convinzioni che considera come invariabilmente positivi, degni di un incondizionato medium fiducia, gli elementi di pensiero e pratiche progressiste sparsi a giro per il pianeta. In pochi giorni due duri colpi, per chi li vuol vedere, a questo genere di ideologia arrivano da due paesi, gli Usa e il Brasile, che nella prima e nella seconda metà della scorsa decade avevano nutrito la punta di diamante di quell'immaginario e di quel corpo di convinzioni. Il primo viene da Obama, il nobel per la pace più bombardiere della storia, che è partito dall'alleanza con il social network alle elezioni per arrivare a spiarli come pratica prevalente e intensiva. Il secondo viene dal partito dei lavoratori (sic) al potere in Brasile, dove il governo che si voleva entro un processo di mediazione tra movimenti, bilancio partecipato, grande business industriale e delle infrastrutture e crescita della borsa di Rio si è trovato di fronte a manifestazioni imponenti composte da praticamente ogni strato della società brasiliana escluso quello dei ricchissimi.
E' finita, per adesso, con la polizia a tentare di reprimere i manifestanti in un centinaio di città indossando, solita ironia della storia e potenza rappresentativa di youtube, anche un bel casco bianco con stampati sopra i colori dell'arcobaleno.
Ma mentre la questione brasiliana ha una propria evidenza e fornisce immediatamente chiavi di lettura, la portata storica del Datagate che ha coinvolto l'amministrazione Obama è molto più profonda di quanto possa immaginare l'ideologia italiana.
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I trattati internazionali soppiantano le costituzioni
Ma con il consenso delle stesse
Comidad
Le notizie di stampa sullo scandalo spionistico denominato "datagate", hanno determinato in Europa lo scatenarsi di ipocriti rituali di sorpresa e di indignazione. Tra le autorità europee la parola d'ordine è stata quella di cadere dalle nuvole, di dichiararsi stupefatti o "allibiti", come se l'attività spionistica a tutto campo della National Security Agency non fosse già arcinota. A Sigonella è persino in allestimento un mega-impianto di spionaggio elettronico, il MUOS, con il quale gli USA avranno il territorio europeo sotto un controllo ancora più capillare; ed è chiaro che si tratta non soltanto di spionaggio militare, ma anche nel settore industriale e finanziario, sino alla sfera dei vizi privati, utilissimo strumento di ricatto.
Ma ad indicare la serietà di queste recite in Europa, basterebbe anche solo il fatto che ci si è immediatamente dimenticati che lo scandalo spionistico aveva coinvolto poche settimane fa un Paese europeo, cioè il Regno Unito, il cui servizio segreto, MI6, nell'aprile del 2009 aveva allestito addirittura dei falsi internet cafè per spiare i diplomatici stranieri ospitati a Londra per il G20.
Se questo è il grado di memoria degli avvenimenti, si può facilmente prevedere che tutta questa bolla di indignazione verso gli USA svanirà molto presto, e ciò vale anche per le dure dichiarazioni di monito del commissario europeo Viviane Reding, che ha minacciato conseguenze sui negoziati tra USA e UE per il mercato transatlantico (indicato dall'acronimo TTIP) che dovrebbe andare in vigore dal 2015.
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Implosione
di Elisabetta Teghil
L’implosione dell’Unione Sovietica, nella lettura che va per la maggiore, viene attribuita a due ordini di problemi che non aiutano a capirne il motivo e, pertanto, la comprensione di quello che è accaduto richiede una riflessione.
Da un lato questa implosione viene attribuita ad una gestione dell’economia errata e, paradossalmente, per sostenere questa tesi, si usano i parametri del capitalismo assunti come i soli validi e possibili.
Dall’altro, si chiamano in causa motivi politico-istituzionali: assenza di democrazia, burocrazia, totalitarismo.
In tutti e due i casi, si rovescia il rapporto tra cause ed effetti e non si affronta l’intreccio tra vizi formali e contenuti di classe che è alla base del fallimento del primo esperimento di socialismo.
La soluzione sovietica è stata un tentativo di superare il capitalismo con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ma questa scelta non ha sradicato il capitale dal sistema di riproduzione del metabolismo sociale.
La società sovietica era impostata sulla convinzione che il nodo principale fosse il modo di produzione e non la contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione.
Pertanto è caduta in una forma di economicismo che leggeva il capitalismo fondamentalmente come produzione di merci e non, come in effetti è, in primo luogo produzione e riproduzione del capitale in quanto rapporto sociale.
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Startup, classe creativa e capitalismo delle “relazioni”
Note per una discussione
di Vincenzo Cuomo
Le riflessioni che seguono sono relative alla lettura di due libri sulle nuove “forme del lavoro” e sul “capitalismo digitale”. Il primo di questi libri, il più importante, serio e stimolante, è quello di Carlo Formenti, intitolato Felici e sfruttati. Il capitalismo digitale e l'eclissi del lavoro1. Il secondo, molto meno stimolante, ma a suo modo utile come “oggetto” teorico su cui riflettere, è il libro a più (troppe) mani, curato da Gianni Vattimo, Pasquale Davide de Palma e Giuseppe Iannantuono, dal titolo Il lavoro perduto e ritrovato2.
La discussione di tali libri mi ha dato l'opportunità di rileggere l'importante saggio di Jean-Luc Nancy, La création du monde ou la mondialisation3, pubblicato in Francia nel 2002. Tale rilettura mi ha portato a porre in questione l'ideologia della creatività che è il presupposto (in parte non ancora indagato) sia delle teorie neo-liberiste relative alla “classe creativa” (Florida4) sia delle teorie che (apparentemente) si oppongono alle attuali forme del capitalismo tecno-globalizzato.
1. Lavoro produttivo-lavoro improduttivo
Ancora negli anni Settanta dello scorso secolo, nella fase di inizio della profonda crisi dell'economia capitalistica fordista e pre-informatica, la distinzione/opposizione tra “lavoro produttivo” e “lavoro improduttivo” sembrava teoricamente e politicamente sostenibile.
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Per una sana e consapevole economia di mercato
Sebastiano Isaia
Da quando la virtù, istruita dalle malizie politiche, aveva appreso i mille felici raggiri dell’astuzia,
e da quando si era legata di amicizia col vizio, anche i più scellerati facevano qualcosa per il bene comune
(B. de Mandeville, La favola delle api) [1].
Massimo Amato e Luca Fantacci si sono messi in testa (in realtà in numerosa compagnia: vedi i tanti sacerdoti del keynesismo in circolazione) di «salvare il mercato dal capitalismo». Obiettivo davvero notevole, ma quanto fondato? A occhio, pochino. E sento già la caustica risatina del Moro di Treviri, il quale a suo tempo massaggiò perbene le schiene di non pochi economisti «triviali», soprattutto quelli in guisa progressista (tipo Proudhon), i quali non riuscivano a cogliere il rapporto sociale che fa del Capitalismo una sola compatta e inscindibile totalità economico-sociale.
In effetti, porre la distinzione, anche solo sul terreno puramente teorico, tra economia di mercato e Capitalismo significa non aver compreso nulla della vigente economia e della società che la presuppone sul piano storico e fattuale e che ne è il prodotto. Se una simile distinzione, questo vero e proprio non-senso storico ed economico, irritava «le vigliacchissime e solenni emorroidi» del comunista tedesco, il quale non finiva di ripetere che produzione e circolazione erano momenti diversi di uno stesso processo economico sottomesso alla bronzea legge del profitto, figuriamoci che cosa può accadere alla salute “intima” di un comunista basato nella società-mondo del XXI secolo, ossia nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto (a cominciare dal lavoro) e tutti («funzionari del capitale» compresi) al Capitale.
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Uscire dall'euro? C'è modo e modo
di Emiliano Brancaccio
Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al fallimento. L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque tutt’altro che scongiurata. Il problema è che le modalità di sganciamento dalla moneta unica sono molteplici e ognuna ricadrebbe in modi diversi sui diversi gruppi sociali. Esistono cioè modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire un’eventuale uscita dall’euro. Ma esiste una sinistra in grado di governare il processo?
La crisi dell’Unione monetaria europea è stata interpretata in vari modi. Una chiave di lettura particolarmente feconda analizza il travaglio dell’eurozona alla luce di un conflitto irrisolto tra i capitali delle nazioni che ne fanno parte: in particolare, tra i capitali solvibili situati nei paesi “centrali” e i capitali potenzialmente insolventi situati nei paesi “periferici” dell’Unione. Tra i numerosi indicatori di questo scontro va segnalata l’accentuazione delle divergenze tra i tassi d’insolvenza. Stando ai dati di Credit Reform, nel 2011 in Germania le insolvenze delle imprese sono diminuite del 5,8% e in Olanda si sono ridotte del 2,9%. Al contrario, in Italia, Portogallo, Spagna e Grecia registriamo una crescita continua delle aziende dichiarate insolventi, con aumenti rispettivamente del 17, 18, 19 e 27%. Queste divaricazioni, senza precedenti, trovano ulteriori conferme nel 2012. Al divario tra i dati sulle insolvenze segue poi, logicamente, un’accelerazione dei processi di acquisizione dei capitali deboli ad opera dei più forti. [...]
[...] Chi parlava in tempi non sospetti di un rischio di “mezzogiornificazione” europea aveva visto giusto: nel senso che il dualismo economico che si riteneva essere un mero caso speciale, caratteristico dei soli rapporti tra Nord e Sud Italia, sembra oggi essersi elevato al rango di caso generale, rappresentativo delle relazioni tra i paesi centrali e i paesi periferici dell’intera Europa.
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Non sempre è oro quel che luccica
di Sergio Bruno
Tutti i limiti del decreto appena varato sull'occupazione giovanile. Perchè a scoraggiare le assunzioni non sono solo il costo del lavoro o il cuneo fiscale ma soprattutto le prospettive di vendita. E senza domanda aggiuntiva le imprese non creeranno occupazione aggiuntiva
“Ora tocca alle imprese che possono assumere giovani”. Questa l’opinione del Presidente Letta dopo il varo del decreto sull’occupazione giovanile e a conclusione del vertice europeo. Questo riferimento alle responsabilità delle imprese è divenuto una parola d’ordine dei principali esponenti politici nei giorni successivi.
Ai provvedimenti oggetto del decreto giovani, annunciati con molta enfasi, vanno mosse alcune obbiezioni di un certo rilievo. La prima è che stiamo parlando non di circa 800 milioni di euro, ma di 200 milioni all’anno, il valore di qualche centinaio di appartamenti. La seconda è che non è chiaro come si arrivi a stabilire questa spesa, visto che molti dei provvedimenti non prevedono fondi chiusi, esauriti i quali i provvedimenti non vengono più concessi o vanno rifinanziati (ciò che, incidentalmente, dovrebbe sollevare ulteriori obbiezioni dal punto di vista della affidabilità della previsione di spesa e, quindi, della copertura). La terza è che tutti i riferimenti agli aspetti formativi sono vaghi e non sembrano fare i conti con lo stato attuale della capacità di fare formazione professionale in Italia. La quarta infine, sulla quale intendo qui aprire delle riflessioni, riguarda l’enfasi, sbagliata, posta nei richiami alle responsabilità delle imprese nel determinare il successo della strategia governativa.
Queste riflessioni sono importanti perché si annunciano ulteriori provvedimenti che dovrebbero essere meglio delineati in una ulteriore riunione dei ministri del lavoro europei.
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I polli di Renzo e l'aquila tedesca
Opposizione a Berlino o l'Italia rischia tutto
Sergio Cesaratto
1. Come recentemente denunciato da Giorgio La Malfa su Il Sole, nel governo e nel paese appare emergere una mesta rassegnazione a un futuro in cui ci si dovrà adeguare a standard di vita sempre più modesti e in cui l’emigrazione sarà il premio per i più bravi. Le contorsioni della politica, dalle fumosità di Enrico Letta, alle purghe del M5S, alle sparate di Berlusconi, testimoniano un mix d'impotenza e d'ignoranza, i polli di Renzo che si beccano fra di loro. Gli elettori percepiscono questo senso d’impotenza della politica e di qui l’esteso sentimento di anti-politica. Finché la politica aveva risorse da distribuire gli elettori italiani non si erano sentiti così diffusamente Soloni. Ma errato sarebbe concluderne, come si fa spesso soprattutto in area PD, che troppo si è sperperato nel passato per cui la crescita potrà solo tornare quando avremo tutti imparato a scialare meno. E’ un moralismo pernicioso che non porta da nessuna parte. Sostenere che se fossimo stati virtuosi come la Germania ora non saremmo nei guai è un ragionamento da “se mio nonno avesse le ruote”. E trascura il fatto che se tutti i paesi si comportassero come la mercantilista Germania solo l’apertura di mercati su Marte consentirebbe un generalizzato sviluppo export-led. Le vere occasioni il nostro paese le ha probabilmente perdute quando mezzo secolo fa, per inadeguatezza della classe dirigente, i frutti del boom economico non furono utilizzati per indirizzarlo su un sentiero di sviluppo moderno e socialmente equo. Ma basta piangere, ognuno a modo suo, sul latte versato. Guardiamo ai problemi dell’oggi.
2. A fronte di questi problemi il governo Letta appare persino più inetto del governo Monti – che ci aveva addirittura illuso a un tratto di voler alzare la voce con Berlino, prima di relegarsi nella spazzatura della storia.
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Lavorare senza padrone
Suggerimenti per un prossimo futuro
di Cybergodz
Nel 2001, come è noto, una crisi epocale travolse l'Argentina, disastrandola sia socialmente che economicamente. Le cause possono farsi risalire essenzialmente a due:
- una pedissequa quanto cieca osservanza delle disposizioni del FMI, tutte tese ovviamente a salvaguardare i livelli di estrazione di plusvalore necessari per mantenere in piedi il sistema, e del tutto indifferenti agli effetti di tali manovre sul corpo sociale.
Non tutto però, se ci è lecito dire così, è venuto per nuocere. L'Argentina in quegli anni si è rivelata essere uno straordinario laboratorio sociale, capace di dare indicazioni anche adesso, e anzi forse soprattutto adesso, che la crisi si è estesa a livello globale e molti paesi si sono ritrovati, o hanno molte probabilità di ritrovarsi, nelle condizioni dell'Argentina di allora.
Un libro uscito nel 2011 per le edizioni EMI dal titolo “Lavorare senza padroni”, scritto da un'abile giornalista free-lance, Elvira Corona, raccoglie molte di queste indicazioni, e le riporta in modo fedele, usando la tecnica dell'intervista e andando a scavare nell'Argentina di oggi, paese che molto deve alla capacità di autogestione nata in quegli anni di picco della crisi.
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A cosa serve realmente Prism?
pierluigi fagan
Il Datagate si allarga a macchia d’olio ma qualcuno ancora non vede a cosa realmente serva questa forma di spionaggio a grana grossa. La grana grossa sono i meta-data, l’oggetto concreto che il programma PRISM produce, dove siamo, dove andiamo, chi contattiamo, quante volte, di cosa ci interessiamo, le nostre “cerchie” etc. . Apparentemente non c’è ascolto di alcun contenuto, cioè di nessuna conversazione o scrittura privata, solo di comportamenti, interessi, relazioni. Per farne cosa?
Ce lo disse in parte, in un pubblico libro, Albert-László Barabási, fisico di origine rumeno-ungherese conosciuto per la sua teoria delle reti. Il libro è tutt’altro che uno scoop complottista, ma un saggio di divulgazione scientifica pubblicato nel 2011 da Einaudi (Albert-László Barabási, Lampi, Einaudi, Torino, 2011) che segue un precedente dello stesso autore, per lo stesso editore (Albert-László Barabási, Link, La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004), più o meno sullo stesso argomento.
Il giovane professore (Indiana, Boston) è conosciuto nell’ambito della Teoria delle reti che è un di cui della più vasta cultura dei Sistemi e della Complessità, per aver centrato il concetto di “reti ad invarianza di scala” soggette alla legge di potenza. Non è nostro specifico interesse inoltrarci qui nella spiegazione precisa del concetto.
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Declino o fine della sinistra?
di Nino Lisi
Più che di declino credo che si debba parlare di fine della sinistra che abbiamo conosciuto e nella quale abbiamo militato nel secolo che è passato. Lo dico chiaramente, forse brutalmente, perché sono convinto che sbaglieremmo di grosso se volessimo tentare di rianimare gli insignificanti e inincidenti resti della sinistra, che sono sopravvissuti sino ad ora: non faremmo che prolungarne l’agonia. Peggio faremmo se provassimo a far nascere qualcosa che le somigliasse: nascerebbe morta Il mondo è radicalmente cambiato ed una sinistra come quella che ha segnato il novecento non è riproponibile, è superata, non servirebbe.
Per evitare fraintendimenti, dico subito che non sono di quelli che sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non abbia più senso. Secondo me ne ha di senso, eccome! Non è infatti che le classi siano scomparse; tutt’altro; ma si sono scomposte e ricomposte altrimenti. Non è che la lotta di classe non vi sia più: è ben presente, eccome; ma è combattuta da una parte sola (con una veemenza maggiore di prima e con forme e mezzi anche nuovi). Ma non c’è l’altra parte che si contrapponga.
Di una sinistra quindi c’è un disperato bisogno. Ma ne va fondata una nuova, all’altezza dei tempi, capace di “leggere” il mondo come è oggi, comprenderne le logiche e le dinamiche dominanti, individuare ed organizzare i soggetti che possono essere oggi protagonisti di cambiamenti in seno alla società;
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La voce del padrone
di Sandro Moiso
Una creatura nata morta. Riportata in vita e mantenuta in una sorta di coma terapeutico soltanto grazie a una incubatrice gestita, da cinquanta giorni a questa parte, da un infermiere quasi novantenne. Questo è il governo delle larghe intese di Enrico Letta. Un governo sempre più paralizzato, impossibilitato ad intervenire sulle conseguenze di una crisi economica devastante e, soprattutto, incapace di prendere qualsiasi tipo di provvedimento ispirato, anche solo lontanamente, ai bisogni di milioni di giovani e lavoratori, occupati, disoccupati e precari, italiani.
Un mostro uscito dal peggior cinema di fantascienza giapponese oppure dalle tavole catastrofiche ed allucinate di Katsuhiro Ōtomo*. Un corpo politico e amministrativo che in tutte le sue componenti, anche le più periferiche, assume un comportamento che definire bipolare è ancora poco. Un’attitudine comunicativa che si muove tra una falsa sicurezza per la durata del Governo e la sua capacità operativa (sempre più compromessa dalle sentenze degli ultimi giorni) e la disperazione per la situazione del lavoro e dell’economia nazionale e per le sue più che probabili conseguenze sociali.
Il Ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha affermato che “la crisi attuale è peggiore di quella del ‘29”, ma è difficile dire se tale affermazione volesse giustificare le difficoltà del Governo, legate principalmente alla sua composizione, oppure costituisse la presa d’atto di un dato di fatto ormai scontato per numerosi economisti.
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Guerra e capitalismo
L'ipocrisia del dibattito sulle spese militari
di Giovanna Cracco
Il Conflict Barometer, la pubblicazione annuale dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research, per il 2012 registra 396 confitti in corso nell’intero pianeta, nove in più rispetto al 2011 – occorre sottolineare che secondo la metodologia utilizzata per la classificazione, all’interno di un Paese o fra Paesi diversi possono esistere più confitti contemporaneamente, a seconda degli attori (Stati, gruppi, fazioni) coinvolti. 188 sono classificati “confitti non violenti” (105 controversie e 83 crisi), 43 “guerre altamente violente” e 165 “crisi violente”, per un totale quindi di 208 confitti armati, il numero più alto mai registrato dall’istituto a partire dal 1945. I principali teatri sono l’Africa sub-sahariana (19 guerre e 37 confitti violenti), la zona dell’Asia e dell’Oceania (10 guerre e 55 confitti), il Medio-riente e l’area del Maghreb (9 guerre e 36 confitti). Angola, Chad, Congo, Etiopia, Niger, Sudan, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria le guerre maggiormente note all’opinione pubblica, ma nulla rende più l’idea della localizzazione dei confitti dello sguardo d’insieme che può offrire una mappa (vedi figura 1).
Il Rapporto Sipri 2013 (Stockholm International Peace Research Institute), relativo all’anno 2012 e pubblicato ad aprile scorso, denuncia una spesa militare globale di 1.753 miliardi di dollari, pari al 2,5% del pil mondiale.
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Ricominciamo dai fronzoli
Questioni aperte su scuola e formazione
di Gerolamo Cardini
Riportiamo qui una sintesi ragionata e un primo quadro introduttivo di alcune problematiche emerse da una serie di incontri su scuola e formazione organizzati a Padova con alcuni insegnanti della scuola secondaria tra marzo e giugno 2013. L’intento è quello di individuare una trama di questioni passibili di ulteriori approfondimenti specifici, per ampliare il campo di discussione su un tema politicamente rilevante come quello della formazione scolastica e universitaria
Il massacro della scuola pubblica è in atto ormai da anni. La diminuzione delle risorse e i tagli lineari, che comunque non coinvolgono le scuole private, paritarie o meno, sono accompagnati da una tendenza alla ristrutturazione in senso aziendalistico che trasforma i presidi in manager (dirigenti scolastici) e gli insegnanti in «facilitatori», che non devono più trasmettere un sapere, ma aiutare gli studenti a produrre il proprio partendo dalle conoscenze in loro possesso, senza forzarli in alcuna direzione. Una maieutica senza ricerca della verità.
Un’ondata reazionaria, diffusa tanto nella «società civile» quanto negli organismi politico-amministrativi di governo, ha colpito anche l’Italia a partire dagli anni Ottanta, ossia dalla sconfitta dei movimenti operaio e studentesco. Da qui, la scuola è stata additata come una delle maggiori responsabili della diffusione delle idee di sinistra e quindi ne è stata imposta la trasformazione. Non più veicolatrice di un sapere che poteva venire utilizzato anche criticamente, ma solo di tecniche e pratiche immediatamente spendibili sul «mercato» del lavoro; non più formatrice, pur tra mille difficoltà e inadempienze, di studenti preparati e consapevoli, ma solo di disoccupati docili e insicuri, impreparati ma non troppo, dotati di conoscenze di base, che consentano loro di operare subito secondo direttive precise senza bisogno di ulteriore e specifica formazione, ma non tali da renderli troppo sicuri di sé e, magari per questo, di avanzare pretese eccessive nel trattamento economico o nella richiesta di un lavoro decente.
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La materia viva del simbolico
di Pierre Macherey
La riflessione che Pierre Bourdieu ha dedicato ai problemi generali della pratica si è principalmente sviluppata attraverso tre opere: Per una teoria della pratica (1972), Il senso pratico (1980) e Ragioni pratiche (1994). Sono, questi, i successivi tentativi di riscrivere uno stesso testo, arricchito di nuovi concetti, come ad esempio quello di «campo» divenuto operativo dopo il 1980, e alimentato di nuovi riferimenti, senza che, tuttavia, i suoi orientamenti principali ne vengano modificati. Questi orientamenti definiscono il progetto di una «teoria della pratica» che unisce l'intero percorso di Bourdieu e gli conferisce, sebbene lui rifiuti questo termine, una dimensione autenticamente filosofica.
La reticenza di Bourdieu a fare rientrare il suo percorso sotto la categoria del filosofico si spiega con il suo rifiuto della pretesa teoricista che, a titolo di una sorta di platonismo latente, ha attribuito, a torto o a ragione, alla filosofia in quanto tale e che la porterebbe, una volta estratta dalla pratica la sua teoria, a presentare quest'ultima, la teoria, come la verità essenziale della pratica, senza rendersi conto che questa «pratica» di cui la teoria dice di dare la verità, non esiste se non per la teoria da cui essa è costruita: così il principale insegnamento che può impartire una teoria della pratica protetta da ogni deriva liturgica è, giustamente, che quella «pratica» non esiste, o almeno quella non esiste se non per quanti cerchino di determinarne la verità assoluta facendone la teoria, mentre in realtà esistono solo delle pratiche, al plurale, costruitesi e decostruitesi nella storia di cui sono allo stesso tempo i prodotti e le condizioni, poiché sono esse che determinano gli schemi della sua evoluzione.
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Postfazione a Europa Kaputt di A.M. Rinaldi
di Alberto Bagnai
Accolgo con piacere l’invito dell’amico e collega Antonio Rinaldi a tirare le fila del discorso. Compito non semplice, data la complessità e la varietà dei temi sollevati dal suo testo, che, pur essendo agile, affronta comunque il tema della crisi sotto una varietà di sfaccettature, tutte ugualmente rilevanti: l’aspetto tecnico-economico, quello storico, quello politico, quello sociologico. Nel farlo porterò all’attenzione del lettore gli aspetti che ho trovato più significativi nel mio percorso di lettura, necessariamente individuale e soggettivo.
Sarebbe molto difficile immaginare due studiosi dal percorso tanto diverso quanto il mio e quello di Antonio: lui proveniente, dopo una solida formazione, da un percorso di responsabilità ai vertici di importanti aziende, dove ha svolto un’attività operativa che l’ha avvicinato a quella classe dirigente italiana che dipinge in modo piuttosto disincantato (e dobbiamo pensare che lo faccia a ragion veduta); io, invece, proveniente da un percorso di ricerca accademica, totale outsider, distante dai palazzi del potere e dalle dinamiche politiche italiane, interessato per anni allo studio delle economie emergenti. Eppure, due persone così diverse si sono trovate in prima fila sui media italiani nel dibattito sulla crisi, perché accomunate da due motivazioni profonde: il rispetto verso gli insegnamenti dei nostri maestri (Paolo Savona nel suo caso, Francesco Carlucci nel mio), fra i pochi economisti italiani ad aver osato esprimere tempestive posizioni di critica verso la follia dell’euro; e la preoccupazione verso i nostri figli, ai quali avremmo voluto, per usare le belle parole di Antonio, “riconsegnare il nostro paese come lo abbiamo ricevuto”. Ma da tecnici, entrambi, con grande amarezza, sappiamo già che questo non sarà possibile, quale che sia lo scenario che si venga a materializzare: il piano A, B o D, per usare l’efficace categorizzazione proposta da Antonio. I danni sono fatti, e trascendono ormai ampiamente la dimensione economica.
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La torre di Babele della sinistra
di Giovanni Mazzetti
Il dibattito a sinistra su reddito minimo e di cittadinanza. Una risposta critica alle argomentazioni di Marco Bascetta e Piero Bevilacqua, pubblicate sul manifesto
Da più di trent’anni il bisogno di cambiamento sociale subisce continue frustrazioni. Per quale ragione ciò accade? Credo che la risposta sia relativamente semplice: da più di trent’anni ognuno dei brandelli di quella forza che una volta costituiva la cosiddetta sinistra – che a suo tempo si indentificava con il cambiamento necessario – pretende di riuscire ad autoconfermarsi come unica vera forza alternativa, contribuendo auna moderna ripetizione della Torre di Babele. Elenchiamo i soggetti in campo. C’è chi, in continuità col vecchio Pci degli anni ’70, sostiene che solo la crescita potrebbe salvarci; chi, in vaga continuità con i movimenti dissidenti dell’epoca, afferma che a salvarci potrebbe essere non la crescita, ma il suo opposto, cioè la decrescita, magari perseguita in modo “felice”; c’è, inoltre, chi sostiene che l’unico modo di metabolizzare coerentemente i molti cambiamenti intervenuti sarebbe quello della corresponsione di un reddito di cittadinanza; altri, a loro volta, si oppongono a questa prospettiva, affermando che il reddito di cittadinanza instaurerebbe un parassitismo di massa, cosicché occorrerebbe procedere a espandere il lavoro nell’unico modo possibile, cioè con lavori concreti messi in moto dalla spesa pubblica. C’è, infine, chi avanza l’ipotesi che l’unica via d’uscita dalla crisi sia quella della redistribuzione del lavoro fra tutti a parità di salario. Ma essa, nonostante fosse stata chiaramente indicata come via maestra, prima da Marx e poi da Keynes, ha sin qui avuto un ruolo talmente marginale da non riuscire a incidere sul dibattito complessivo.
Perché questo apparente iperattivismo non sfocia in niente di produttivo?
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Disordini in paradiso
di Slavoj Žižek
Nei suoi primi scritti, Marx descrive la situazione in Germania come una di quelle situazioni in cui l’unica risposta a problemi specifici sarebbe una soluzione universale: la rivoluzione globale. E’ l’espressione condensata della differenza tra un periodo riformista e un periodo rivoluzionario: in un periodo riformista, la rivoluzione globale resta come un sogno che, se serve a qualcosa, è solo per dare peso a tentativi di cambiare qualcosa a livello locale; in un periodo rivoluzionario, si vede chiaramente che niente migliorerà senza un cambiamento globale radicale. In questo senso puramente formale, il 1990 è stato un anno rivoluzionario: le molte riforme parziali negli stati comunisti non avrebbero mai risolto i problemi; ed è stato necessario un crollo totale, per risolvere tutti i problemi della vita di tutti i giorni. Per esempio, il problema di dare cibo sufficiente alle persone.
A che punto siamo oggi, quanto a questa differenza? I problemi e le proteste degli ultimi anni sono i segnali che una crisi globale si avvicina, o sono solo piccoli ostacoli che si possono affrontare con interventi locali? Il fatto più notevole di queste eruzioni è che stanno avvendo non solo, né principalmente, nei punti deboli del sistema, ma nei punti che finora erano stati percepiti come storie di successo. Noi sappiamo perché le persone stanno protestando in Grecia o in Spagna, ma perché ci sono proteste nei paesi ricchi e in rapido sviluppo come la Turchia, il Brasile o la Svezia?
Con un po’ di distanza, si può vedere che la rivoluzione di Khomeini nel 1979 è stato il caso originale di “Trouble in Paradise”, dato che è accaduta in un paese che camminava a passi rapidi verso la modernizzazione filo-occidentale, ed era l’alleato più stabile dell’occidente nella regione.
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Crisi economica mondiale, movimento sociale e socialismo
12 tesi
Robert Kurz
1. Secondo l’attuale “formazione dell’opinione” nei media, nella politica e nella scienza economica, la crisi economica mondiale non deve più esistere. Discorsi di fine allarme si succedono quotidianamente. Piace credere che, qualsiasi cosa accada, entro un anno tutto apparterrà al passato. Forse non è accaduto nulla di così grave; si è dimenticato il grande spavento generale nei mesi successivi il fallimento di Lehman Brothers con le ondate di shock che ne seguirono. Allo stesso tempo si deve però ammettere che la tanto attesa nuova crescita, dopo il fallimento globale, partirà ad un livello molto più basso; ci vorranno molti anni per raggiungere di nuovo il livello di accumulazione precedente la crisi. Le conseguenze di ciò raramente sono discusse. In questa situazione è appropriato porre in evidenza la base epistemica per la “formazione dell’opinione”. Base che è costituita da un pensiero positivista, il quale riconosce appena i fatti immediati, dissociati dal loro contesto sociale mondiale e dal suo divenire storico. Il metodo consiste in una "proiezione" (estrapolazione) di dati empirici isolati e di sondaggi d’”opinione”. Questo tipo di approccio è grandiosamente fallito nel passato recente. Ancora durante l’inizio dell’estate 2008 si estrapolava, con ottimismo professionale, la presunta crescita dell’economia mondiale fino al 2020. A quanto pare, la crisi è caduta dal cielo. Possiamo dunque concludere che la percezione e la metodologia positiviste non possono dire nulla sullo sviluppo reale. Il che si applica anche all’attuale discorso di fine allarme. Se gran parte della sinistra accademica e politica non ha nemmeno saputo prevedere la crisi economica mondiale, ciò indica che già da molto tempo ha adottato momenti di pensiero positivista e che ha poca familiarità con la teoria della crisi.
2. Una componente importante dell’attuale formazione dell’opinione positivista è la speranza di una dinamica di accumulazione in Asia (soprattutto in Cina), dalla quale l’economia mondiale verrà trainata. Si ignora qui la struttura di questa dinamica.
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La crisi del lavoro e il dominio delle oligarchie
di Francesco Ciafaloni
Democrazia in crisi e tracollo della sinistra
Il collasso italiano, assai più profondo della crisi mondiale di cui è parte, non è solo né soprattutto politico. Gli aspetti materiali, culturali, sociali – la scomparsa di alcuni settori portanti della nostra economia, il dissesto ambientale; la dipendenza culturale; la povertà vera, la privazione di beni e servizi indispensabili, non solo la frugalità involontaria, di molti italiani – sono certo più profondi, più sostanziali, più difficili della crisi politica, nel senso di crisi dei partiti. Ma, se non siamo, per ora, tra gli assolutamente poveri, è la condizione politica del paese che ci lascia, che mi lascia, letteralmente senza parole. Non siamo nuovi in Italia alla denuncia dell’opportunismo, della frode, della corruzione, in politica. Lungo prometter con l’attender corto è stato scritto in italiano più di sette secoli fa. La crisi della politica attuale comincia almeno trent’anni fa. Ma il balbettio, la menzogna evidente, l’equivoco verbale, il gioco di parole così rozzo da non ingannare nessuno di molti politici e antipolitici italiani, di destra e di sinistra, in questi ultimi mesi, non lo avevo mai sentito prima.
Le stesse persone che ci dicevano pochi mesi fa che bisognava allungare la vita di lavoro fin quasi a settant’anni, anche per i lavori manuali – per favorire i giovani, per equità tra le generazioni – oggi programmano part time e uscite anticipate per i vecchi, sempre per favorire i giovani, per equità tra le generazioni.
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Per un nuovo occidente
di Pier Luigi Fagan
K. Polanyi appartiene di diritto a quel novero di studiosi che hanno provato a dare una loro definizione di quel fuggevole soggetto che è il “capitalismo”. Il capitalismo non è un sistema definito come tale, prima che s’ingeneri l’incontro tra l’opus magnum che lo criticava “Il Capitale” di K. Marx ed uno studioso (marxista) di storia e di storia economica, W. Sombart. Ciò avviene più o meno i primi del novecento e da allora sentenziamo a proposito di questo sistema, anche se la sua definizione è tutt’altro che chiara e condivisa.
Karl Polanyi si iscrive al dibattito sull’argomento, dopo A. Smith, K. Marx, M. Weber, T. Veblen, ma certo prima di Braudel, Schumpeter e dei neoliberali. Che cos’è quindi ciò che chiamiamo capitalismo, per Polanyi ? In cosa la sua visione è differente da quella degli altri? Polanyi era sì un economista ma più sul versante della sua storia, della sua antropologia, che non della sua meccanica. La sua è quindi una visione intera, come se il soggetto fosse visto dal di fuori, cercando di abbracciarlo come fenomeno e come significato. In un certo senso, la visione di Polanyi è precocemente sistemica, nel senso che anticipa una epistemologia che si formerà successivamente ai tempi in cui lui pensa e scrive. E’ anche questo che rese Polanyi poco comprensibile ai suoi tempi ed è questo che invece ce lo rende perfettamente comprensibile e condivisibile, oggi.
E’ uscito di recente “Per un nuovo Occidente”, edito da Il Saggiatore. Una collezione di scritti inediti, prodotti tra il 1919 ed il 1958, che risulta un ottimo compendio sintetico alle tesi polanyiane, già prodotte nella Grande trasformazione (1944), Traffici e mercati negli antichi imperi (1957), Economie primitive, arcaiche e moderne (1968), La sussistenza dell’uomo (1977).
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Sinistre e unità della sinistra
Giuliano Cappellini
Miglioristi e antimiglioristi >Dopo quasi un quarto di secolo non ci pare che né i “miglioristi”, né i loro epigoni avanzino alcun bilancio del “migliorismo”, il movimento ideale e politico che allora ebbe successo nella sinistra italiana. Ciò non stupisce, perché oltre che liquidare il PCI, nessuna altra parte del programma “migliorista” è stato realizzato. Infatti, dal punto di vista “sociale e democratico” il capitalismo è stato “migliorato” solo in peggio e il “migliorismo” sembra svanito nel nulla. Eppure il successo fu innegabile: con la rinuncia all’obiettivo del socialismo esso sanciva la resa della sinistra italiana al dominio senza vincoli del capitale su ogni aspetto della società, la soggezione ai modelli socio-economici ed alla propaganda dell’imperialismo nordamericano. Ma anche se si capiva che questa resa sarebbe stata pagata amaramente dalle masse lavoratrici del nostro paese, qualcuno si convinse che questo era il prezzo per non distruggere, in una drammatica contingenza della storia, il movimento operaio e la democrazia in Italia. I “miglioristi”, però, non cercarono giustificazioni.
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La geografia delle rivolte sociali
Scritto da Sergio Cararo
Dai Pigs ai Brics. L’esplosione delle rivolte sociali coinvolge soprattutto i paesi emergenti. Il cambio di passo nell’economia mondiale aumenta le aspettative lì dove si cresce ma congela il conflitto dove è aumentata la paura di perdere tutto. E’ ipotizzabile un punto di convergenza della rivolta sociale?
Le rivolte popolari che hanno squassato prima il Medio Oriente e adesso paesi emergenti come Brasile, Turchia, Sudafrica, interrogano in modo decisivo sulle prospettive della lotta nel classe nel mondo contemporaneo.
La fortissima polarizzazione tra i centri imperialisti e i paesi emergenti, provoca effetti rilevanti nelle periferie interne come i paesi europei Pigs, dove le istituzioni del capitalismo finanziario e multinazionale impongono un brusco arretramento delle condizioni sociali e delle aspettative generali. Aspettative che, al contrario, non potevano che crescere nei paesi emergenti che vedono aumentare la loro quota nell’economia mondiale e i ritmi di crescita. Il problema è che le classi dominanti dei Brics non si sottraggono al dominio del capitalismo e della egemonia della finanziarizzazione, frustrando così le aspettative accresciute delle classi sociali che sono venute affermandosi dentro i nuovi livelli economici. Lo conferma il Brasile dove il PT (Partito de los Trabahladores) diventato partito di governo non si è sottratto ad una certa marcescenza e corruzione che viene denunciata nelle manifestazioni e dai movimenti sociali.
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Krugman, il «socialismo reale» e il trionfo del capitalismo
di Sebastiano Isaia
Ho letto l’edizione «aggiornata» del saggio di Paul Krugman sul Ritorno dell’economia della depressione pubblicato per la prima volta nel 1999 (Garzanti), dopo le crisi finanziarie che sconvolsero diverse economie dislocate un po’ su tutto il globo: dall’Asia all’America Latina, passando per la Russia. Avevo letto quell’interessante edizione, rispetto alla quale la nuova (Garzanti, 2009) non aggiunge niente di sostanzialmente nuovo, e piuttosto conferma la lettura post-keynesiana (o «liberal», come preferisce definirla l’autore) delle crisi passate, presenti e future. Per l’economista di successo la crisi internazionale partita alla fine del 2007 dagli Stati Uniti nasce, «come negli anni Trenta», dal sistema finanziario per abbattersi successivamente sull’«economia reale», provocando gravi sconvolgimenti in tutta la struttura sociale. Tesi ribadita anche nel saggio La coscienza di un liberal (Laterza, 2009), un vero e proprio manifesto per «un nuovo New Deal». Com’è noto, il Presidente Obama ha fatto di tutto per deludere le aspettative del guru economico.
Sembra che i nessi interni che legano inscindibilmente il sistema finanziario alla cosiddetta «economia reale», alla cui sfera occorre peraltro ricondurre, «in ultima istanza», i fenomeni – speculazione compresa – che hanno fatto di quel sistema il Moloch che conosciamo, continuano a rimanergli per l’essenziale ignoti, nonostante il Nobel agguantato nel 2008. Ho sempre pensato che la comprensione dell’essenza storica e sociale del Capitalismo è troppo importante perché sia lasciata nelle mani degli scienziati sociali, e che solo la coscienza – «di classe» – è in grado di afferrare la cosa alle radici.
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Capitalismo, religione, follia
La società del debito
di Andrea Sartori*
A scena aperta: una domanda di partenza
Nel recente romanzo Resistere non serve a niente di Walter Siti – curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini per i Meridiani della Mondadori – è evocato un episodio di corruzione che ha i tratti epifanici della grazia: «Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione» [1]. Protagonista di un gesto così religiosamente significativo da meritare d’essere ricordato sulla fascia dipinta che correda il piede di una pala d’altare, è Morgan, rampollo d’una famiglia mafiosa. Tommaso – broker d’assalto in cerca di utili consigli – lo interpella in qualità di teorico del nuovo capitalismo monetario (creditizio e portatore d’interessi), ovvero di quell’età dell’economia moderna, la cui principale leva per il profitto non coincide con lo sviluppo dell’industria garantito dallo sfruttamento del lavoro, né con lo scambio delle merci sospinto dal consumo, ma con il debito fine a se stesso sugli interessi di un capitale in buona sostanza lasciato inerte [2]. Nei mercati in interconnessione globale, infatti, sono ormai solo i valori nominali a essere vorticosamente spostati da un capo all’altro del mondo; per questo l’immagine del capitale a oggi più attuale – una massa immobile, improduttiva, attorno alla quale ronzano opportunisti e speculatori – è forse ancora quella scatologica allusa dal titolo del profetico romanzo del 1989 di Paolo Volponi, Le mosche del capitale.
Come viene declinato, tuttavia, l’odierno rapporto tra religione e capitalismo? È ancora valida la tesi di Max Weber sull’origine dello spirito del capitalismo dalla religione protestante? Tra la religione e questo capitalismo incentrato sul debito – un passo oltre la stessa società dei consumi – sussiste quel salto di continuità, che per Weber era conseguente all’intervento sottotraccia della secolarizzazione, e che doveva cristallizzarsi nella separazione tra la sfera delle opere e la sfera della grazia?
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