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Germania 4 Europa 0
di Sebastiano Isaia
Ubaldo Villani-Lubelli scopre le non poche magagne sociali che affliggono la Germania e se ne esce con una considerazione che la dice lunga sulla comprensione della società capitalistica da parte dell’intelligenza borghese: «Da un sistema sociale ed economico considerato un modello, ci si sarebbe aspettato una distribuzione più equa della nuova ricchezza» (La Germania non è un paese per poveri, Limes, 10 aprile 2013). Ora, proprio perché la società tedesca ha i problemi denunciati da Villani-Lubelli essa può in effetti venir considerata come un buon modello di sistema capitalistico, visto che quei problemi rappresentano un lato della stessa medaglia. L’astratta richiesta di una «distribuzione più equa della ricchezza» non tiene conto della natura sociale, appunto capitalistica, del modello tedesco, come di ogni altro modello esistente su questo pianeta, e accompagna da sempre i piagnistei dei riformatori sociali, quelli che, per dirla col solito ubriacone di Treviri, accettano il Capitalismo salvo piagnucolare sulle sue necessarie contraddizioni. Chi accetta la causa e ne ricusa “solo” gli effetti indesiderati e imprevisti, merita il disprezzo di coloro che quegli effetti sperimentano sulla propria pelle. «Lo scopo che si proponeva in primo luogo il genio sociale che parla per bocca di Proudhon, era di eliminare quanto c’è di cattivo in ogni categoria economica, per avere solo il buono» (K. Marx, Miseria della filosofia). Separare il «lato buono» della prassi capitalistica (espressa nelle categorie dell’economia politica) da quello «cattivo»: è l’eterna chimera riformista.
La Germania è dunque «un modello imperfetto»: questa l’epocale scoperta che dovrebbe afflosciare gli entusiasmi di non pochi economisti, sindacalisti e politici nostrani: da Romano prodi a Fabrizio Barca, da Tremonti alla Camusso, che fino a qualche mese fa individuavano nell’«economia sociale di mercato» di quel Paese «l’unica alternativa credibile ai modelli di crescita americano e cinese».
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I beni comuni tra vecchi cliché e nuove sfide
di Riccardo Cavallo
1. I beni comuni: tragedia o farsa?
Da ‘acquabenecomune’ campagna portata avanti con successo dal Forum dei movimenti per l’Acqua contro la privatizzazione delle risorse idriche e conclusasi con la vittoria referendaria nel 2011 è stato un crescente proliferare di proclami ‘ariabenecomune’, ‘naturabenecomune’, ‘marebenecomune’, etc. fino a costituire uno dei punti cardine del ‘soggetto politico nuovo’ ALBA (acronimo per Alleanza, Lavoro, Beni comuni, Ambiente) o culminare nel motto di una coalizione politica (“Italia. Bene comune”). Il ‘benecomunismo’ come è stato ben presto etichettato sembra dunque essere diventata una sorta di virus che ha permeato tutti gli aspetti della nostra società, diventando il vessillo di nuovi movimenti più o meno politicizzati. Come sempre accade in questi casi, però, quando un termine viene utilizzato nei contesti più disparati può rimanere facilmente preda di malintesi, fino alla desemanticizzazione del termine stesso ‘beni comuni’: se ogni cosa che ci circonda è bene comune nulla lo è. Per evitare di cadere in pericolose semplificazioni è forse necessario fare un po’ di chiarezza, cercando innanzitutto di comprendere se il fenomeno dei beni comuni sia figlio dell’attuale società globalizzata o se, al contrario, sia qualcosa che affonda le sue radici in un passato ben più lontano.
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Il semplice coraggio della scelta
Un tributo da sinistra alla Thatcher
di Slavoj Žižek
Nelle ultime pagine della sua monumentale “Seconda guerra mondiale”, Winston Churchill riflette sull’enigma di una decisione militare: dopo che gli specialisti (economisti e esperti militari, psicologi, metereologi) propongono le loro analisi, qualcuno deve assumersi la responsabilità più semplice e proprio per questa ragione più difficile, quella di convertire questa complessa moltitudine in un semplice si o no. Dovremmo attaccare, dobbiamo continuare ad aspettare, eccetera. Questo atto, che non può mai essere in tutto e per tutto razionale, è quello di un Comandante. Compito degli esperti è quello di presentare la situazione nella sua complessità, compito del Comandante è quello di semplificarla in una secca decisione. Il Comandante è necessario soprattutto in situazioni di profonda crisi. La sua funzione è quella di sancire un’autentica spaccatura: una spaccatura fra coloro che vogliono tirare avanti con la vecchia visione del mondo e coloro che sono consapevoli del necessario cambiamento. L’unica strada per una vera unità è l’identificazione di una tale spaccatura, e non quella fatta di compromessi opportunistici. Prendiamo un esempio che sicuramente non è problematico: la Francia nel 1940. Persino Jacques Duclos, seconda personalità del Partito Comunista Francese, ammise in una conversazione privata che se in quel momento si fossero tenute libere elezioni in Francia, il Maresciallo Petain avrebbe vinto col 90% dei voti.
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Il guardiano dell’idea assoluta
di Toni Negri
C’è, in questa riscrittura badiousiana della Repubblica di Platone, un richiamo al “comunismo” come forma di governo, “quinta” oltre le quattro criticate dal fondatore dell’idealismo filosofico: dunque, oltre la Timocrazia (o il governo degli eroi) e l’Oligarchia (dei principi), oltre la Democrazia e la Tirannide (sempre fra loro ciclicamente intercambiabili). Ed è un bel concetto, questo, quasi una innovazione teorica – essa ha, come molte proposte del post-moderno avuto espressione già in altri episodi della filosofia politica, come nelle varie esperienze democratiche di costruzione di comunità ecclesiali, nel Medioevo o nella Riforma, o nella “democrazia assoluta” spinoziana, o nelle stesse utopie anarchiche e socialiste della modernità. Che un solido Philosophe – ovvero un uomo dei Lumi, come a me pare Badiou – rivendichi quest’ideale, è non solo atteso ma bello. Nel suo libro che non è una trattazione sistematica della Repubblica di Platone, né un semplicemente un ammodernamento del testo, né l’esperienza di un dialogo amoroso del filosofo con Amantea (figura femminile e “repubblicana”, invenzione davvero formidabile) – nel suo libro dunque, la si legge con gioia quest’avventura ideale – solo relativamente appassita da qualche noioso esercizio antiquario.
Ma tentiamo di meglio situare questo lavoro di Badiou. Qui c’è tanto comunismo “alla francese”, un comunismo che congiunge ad un raffinato metodo razionalista, un afflato giansenista e la commozione sensista per una sorta di sublimazione comunitaria. Ma anche – va aggiunto subito – una totale assenza di spirito dialettico, di pratica antagonista e di dispositivi costituenti. Questo comunismo, questa repubblica ignorano la lotta di classe.
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Dalla degenerazione all’eversione istituzionale
di Salvatore D’Albergo
Il processo di transizione dalla democrazia parlamentare ad una delle varianti escogitabili per una forma di governo autoritaria necessaria a delegittimare la democrazia sociale è giunto ad uno stadio così avanzato e pericoloso da evocare l'immagine di un "colpo di stato freddo"
Sfida ai principi costituzionali concernenti la forma di governo parlamentare
Il fenomeno non è riducibile però alla sola portata degli intrighi per i quali è passata la rieleggibilità di quel Giorgio Napolitano, che ostentatamente aveva asserito di essere già per ragioni di età privo delle condizioni necessarie ad un secondo settennato, che in linea di principio era stato escluso anche in ipotesi astratta da tutti i suoi predecessori. Quello che, infatti, è maturato nella repentina trama di chi - nei frangenti di una crisi del Parlamento in seduta comune ha fatto precipitare l’immotivata messa in disparte delle ragioni per cui l'ipotesi della rielezione del presidente della Repubblica è stata generalmente valutata con sfavore e perciò ritenuta improbabile perché non perfettamente aderente al modello di Capo dello Stato fissato nella Costituzione - è il precipitato di una convergenza organizzata freneticamente dai vertici dei tre partiti, che con varia intensità sono stati penalizzati nel voto elettorale, corsi ad implorare Giorgio Napolitano a prestarsi ad una operazione che consacra dall'alto la larga intesa tra Pd, Pdl, Scelta civica.
Si è giunti così al culmine di una sfida ai principi costituzionali concernenti la forma di governo parlamentare, con il totale stravolgimento del loro ruolo da parte di tutti gli organi da essa coinvolti, a cominciare dal presidente della Repubblica.
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La casa comune non vuole il cappello
Guido Viale
Anche se le modalità hanno lasciato tutti basiti, i passaggi che hanno portato alla formazione del nuovo governo, quale che ne sia poi l’esito (finiranno comunque tutti in bocca a Berlusconi, Napolitano compreso), erano in qualche modo scontati. Il Pd non avrebbe mai potuto imboccare una strada diversa dopo più di un anno di sostegno senza se e senza ma a Monti, cioè al definitivo trasferimento del governo del paese dal Parlamento (già sostanzialmente esautorato dal porcellum) alla Bce e, per suo tramite, alla finanza, ben rappresentata da Monti e Draghi. Sono due uomini di Goldman Sachs, che ragionano alla maniera di Goldman Sachs: non è necessariamente un legame diretto, ma un dato di cultura e di modus operandi che in Europa sono chiari a tutti, ma che in Italia attirano invece l’accusa di schematismo o complottismo.
Quanto al Movimento Cinque Stelle, gli esiti disastrosi della linea di condotta adottata, che gli è già costato parecchio in Friuli, non possono essere imputati solo a inesperienza o a eccessiva rigidità: si è visto peraltro Grillo e i suoi adepti ammorbidirsi assai nel corso dei giorni. Il fatto è che il Movimento Cinque Stelle non ha un progetto. Il suo programma è solo un insieme di obiettivi, in larga parte condivisibili, anche perché riprendono temi su cui comitati, movimenti, iniziative civiche e associazioni lavorano da anni. Ma un programma che nulla o quasi dice su come arrivarci, su come imporli.
Democrazia diretta o referendaria – di cui la consultazione via web è una sottospecie – e democrazia partecipata non sono la stessa cosa.
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OCSE, Olli e Letta arretrano per prendere la rincorsa
L'euro verso la "soluzione finale"
di Quarantotto
Fresco di giornata questo articolo di Reuters intestato all'OCSE che, in realtà, riporta le ultime dichiarazioni di Padoan sulla situazione economica italiana e le politiche del nuovo governo.
Il suo contenuto è importante per capire come il PUD€ intenda mantenere la sua presa facendo le concessioni minime indispensabili per lasciare intatto il suo disegno: cioè l'euro, lo smantellamento "emergenziale" dello Stato sociale, la deflazione salariale.
Le "concessioni" saranno chiaramente il fulcro dei "buoni risultati", nel senso di un ingannevole "cambiamento di rotta" che sarà sbandierato dai media in modo da concedere il tempo al nuovo governo per rimuovere l'ostacolo più grande: la Costituzione.
Questa con la sua impalcatura di diritti fondamentali incentrati sulla tutela del lavoro, vede il pareggio di bilancio al suo interno come un corpo spurio incompatibile, inoculato come un virus distruttivo dalla logica dei trattati e dei suoi corollari, cioè il fiscal compact. Per ora.
Quindi nei prossimi mesi assisteremo al massimo sforzo congiunto della grancassa mediatica PUD€ per raccontarci: a) che la crisi è superabile e che l'euro è in sè, sostenibile, utilizzando con ragionevolezza...le regole disfunzionali e ideologicamente connotate che lo caratterizzano; b) che nel frattempo, la Costituzione deve comunque essere cambiata, perchè il paese ha bisogno di "ammodernamento" e nuovi principi istituzionali devono essere introdotti come indispensabili.
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Un altro passo verso il precipizio
di Jacques Sapir
L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.
Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.
La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.
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Una politica disfunzionale
di Luigi Cavallaro
Il 24 aprile di dieci anni fa, Luigi Pintor scrisse il suo ultimo editoriale su questo giornale. Constatava con lucida amarezza che la sinistra italiana era morta e che consolarsi con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa era troppo poco rispetto al vuoto che si apriva. E, pur esprimendo fiducia nei movimenti, riconosceva che non apparivano ancora capaci di reinventare la vita: anche perché le idee, le parole, i comportamenti si mostravano inadeguati a confronto con la dinamica e la prospettiva delle cose. Dieci anni dopo, la situazione è cambiata. O almeno così pare, leggendo questo giornale che da Pintor è stato fondato. Le idee ci sono, sono tante e compatte. Si affacciano dagli editoriali e dai commenti di prima con insistente sicumera, perfino irridendo quanti ancora non capirebbero i nuovi tempi della Storia. Il vecchio mondo è finito, ci dicono: se fino a quarant'anni fa una sintesi di fordismo e politiche keynesiane aveva governato lo sviluppo economico e sociale, assicurando la crescita della produzione, dei salari e dei consumi, quel paradigma è diventato improponibile. Non basta più invocare più stato (cioè più spesa pubblica) e meno mercato, anzi non ha più senso: il mondo si è globalizzato grazie alla libera circolazione dei capitali, ai flussi migratori e naturalmente a internet; la crisi ambientale sbarra la strada a politiche pubbliche che si propongano ancora crescita e sviluppo, perché su un pianeta finito non esiste alcuna possibilità che crescita e deficit spending siano infiniti.
Ideologie «orizzontali»
Il nuovo paradigma - si chiami decrescita, riconversione ecologica o economia dei beni comuni - dev'essere perciò pensato senza alcuna possibilità di governo «dall'alto» o comunque da un «centro», ma semplicemente come effetto di interconnessioni orizzontali: degli impianti produttivi (finalmente riterritorializzati) e delle istanze di governo (anzi, di autogoverno).
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“Agire in comune. Antropologia e politica nell’ultimo Marx”
Oscar Oddi
Il rinnovato interesse verso l’opera di Marx ha suscitato anche in Italia una nuova produzione di studi critici sul complesso itinerario del pensatore di Treviri, sorta prevalentemente in ambito accademico vista la riduzione ai minimi termini, non solo numerici, delle espressioni politiche e sociali che dovrebbero averlo come riferimento. All’interno di questo filone si colloca l’ultima fatica di Luca Basso “Agire in comune. Antropologia e politica nell’ultimo Marx”, Ombre Corte, Verona, 2012, pp. 247, € 20,00. Con l’ausilio dei vari manoscritti che la nuova edizione critica delle opere di Marx e Engels (nota come Mega2) sta progressivamente mettendo a disposizione degli studiosi, Basso ripercorre alcuni snodi fondamentali del percorso marxiano tentando di proporne una lettura lontana dai tradizionali canoni. L’obiettivo prefisso è quello di tenere insieme l’oggettività dell’analisi del capitale e la politicità della soggettività di classe, rintracciando la loro relazione anche attraverso le instabilità che la caratterizzano. Per questo Basso intreccia la riflessione del Capitale con gli scritti storici e politici di Marx, così come respinge una lettura “logicista” del Capitale (si veda la scuola “logicista” tedesca, con Backhaus tra i principali esponenti, di cui è uscito in traduzione italiana, a cura di Riccardo Bellofiore e Tommaso Redolfi Riva, “Dialettica della forma di valore”, Editori Riuniti, Roma, 2009, pp. 549), che insiste sul fatto che la riflessione marxiana non scaturisce da dati ricavabili empiricamente. Il rischio di queste interpretazioni, pur con i loro meriti (ad esempio la messa in luce del legame tra valore e denaro), è per Basso quella di fornire una visione “teoreticistica” del Capitale, con relativo depotenziamento della sua politicità.
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I "pezzi staccati" di una sinistra che non smette di morire
Qualche idea per ricominciare
EffeEmme
Pezzo staccato è il sintagma che Lacan utilizza nel seminario sull’angoscia[1] per definire quel “modulo d’oggetto” che caratterizza l’epoca moderna fatta da parti che tendono al tutto pur non essendo che porzioni limitate ad una funzione. Parti che costituiscono un tutto, abbiamo detto. Lacan si chiede: qual è il valore del “pezzo” quando l’insieme di cui fa parte “non funziona più”? Una volta che la parte smette la funzione svolta all’interno del sistema, cosa resta di essa? Che ce ne facciamo di un “pezzo staccato” «quando il tutto al quale esso si rapportava è andato a rotoli, è diventato desueto?»[2]
La risposta più ovvia è: niente! Un pezzo staccato dal suo contesto è stupido e non ha alcun valore, è una «figura fuori senso, una figura fuori dal senso». Solo in quel momento, però, può avere inizio il suo riutilizzo ed eventualmente un’analitica sulla sua funzione. Quanto detto può essere applicato al Partito Democratico che, durante le elezioni del Presidente della Repubblica, ha definitivamente mostrato di non esistere come tutto e di «non servire a niente». I pezzi che lo costituiscono sono definitivamente andati in frantumi e non si trova chi ne dichiari la proprietà per farli sparire, per toglierli di mezzo.
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Crisi dell'€uro: tre scenari
di Georges Berthu*
Riflessioni sulla fine dell'euro
L'economista Patrick Artus, capo economista della Banca Natixis, lo stesso che nel 2008 annunciava la fine della crisi1 , ha recentemente pubblicato un nuovo libro in cui mostra - anche brillantemente – quel che tutti ormai capiscono: l'unificazione monetaria europea non reggerà se non sarà rapidamente integrata da istituzioni federali. Il federalismo è necessario "per evitare una crescita stagnante e l'esplosione dell'euro"2.
Il guaio è che non riesce a spiegare in modo convincente né come si possa passare al federalismo, né in cosa consista questa formula. Questo libro porta a un pozzo senza fondo.
Conosciamo già la dimostrazione di base: i paesi della zona euro erano troppo eterogenei fin dall'inizio per essere una '"area valutaria ottimale" e inoltre, invece di armonizzare le economie, come alcuni avevano inizialmente sperato, l'unificazione monetaria ha solo creato una ancora maggiore eterogeneità. In effetti i tassi direttori unici della BCE, e i tassi di cambio estero unici non sono veramente adatti a nessun paese (anche se lo sono un po' di più per la Germania) e, alla fine, stanno danneggiando tutti.
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Tutti in Barca? Alla ricerca di una sinistra diversa
di Sergio Cesaratto
Il documento di Fabrizio Barca “Un partito nuovo per un buon governo” non è di facile lettura per chi, come me, non è attrezzato a porre la questione dei rapporti partiti-Stato nella prospettiva della storia del pensiero politico e dell’esperienza storica. Lasciando dunque ad altri questo compito, solo poche osservazioni rimangono a me possibili, anche perché il documento non entra nel merito delle proposte, ma riguarda soprattutto l’idea di partito come strumento per un nuovo riformismo italiano.
1) La prima osservazione concerne l’enfasi che esso ripone sulle competenze. Il partito deve essere collettore e sintesi di competenze diffuse sui territori e fra gli individui. Questo a me sembra un importante elemento riformatore in una politica italiana, sinistra inclusa, in cui la competenza è spesso tacitata di specialismo tecnico, mentre l’incompetenza è contrabbandata per visione politica di grande respiro. Un aspetto centrale della scissione fra competenza e visione riguarda la politica economica delle cui tematiche anche specifiche – si pensi ai complessi problemi europei – i leader della sinistra sono in genere manifestatamente inesperti. Il riformismo, come Barca giustamente rivendica, è fatto di pragmatismo a ogni livello, dal micro al macro, di voler e di saper fare.
Al riguardo, porrei a Barca due questioni:
(a) I grandi temi e scelte di politica economica – come in generale quelle di politica estera a cui sono legati - non possono facilmente emergere dalla sintesi di conoscenze locali come su temi più squisitamente legate al territorio e trasferibili da un territorio a un altro.
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“Dialectics of liberation”
di Elisabetta Teghil
La fase dell’attuale modo sociale di produzione, il neoliberismo, è lo stadio del capitale nella sua dinamica auto espansiva, caratterizzato dalla guerra fra gli Stati e fra le multinazionali per la ridefinizione dei rapporti di forza, che vede all’offensiva le multinazionali anglo-americane e i loro rispettivi Stati. Questi, usati come braccio esecutivo, in attesa che gli USA diventino lo Stato del capitale. Lo aveva già previsto Stokely Carmichael, nel luglio del ’67, nel Convegno di Londra “Dialectics of liberation”, per il quale l’occidente avrebbe teso in futuro a identificarsi e/o a subire lo strapotere egemonico degli Stati Uniti e la contrapposizione non sarebbe stata tanto tra l’occidente e il terzo mondo, quanto fra gli USA e il resto del globo.
I popoli del terzo mondo, in questo processo, sono destinati ad essere schiacciati e a rivivere le pagine più nere del colonialismo.
La borghesia transnazionale acquisterà i tratti e i connotati di una nuova aristocrazia.
La restante parte della borghesia sarà ricondotta al ruolo di servizio che aveva prima della rivoluzione francese.
I paesi europei non sono in grado di resistere e/o di ostacolare questo processo. Ma, siccome c’è spazio solo per una super potenza e una multinazionale per settore, lo scontro finale avrà i caratteri di una resa dei conti particolarmente cruenta.
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Un'intesa con l'autore dello sfascio?
Daniela Preziosi intervista Stefano Rodotà
«In questi giorni ho cercato di fare con discrezione, ma con decisione, quello che si doveva fare. A quelli che dicevano 'Rodotà non si pronuncia?', dico che le cose non si fanno in trenta secondi. E a giudicare dalle reazioni, mi pare di esserci riuscito». Il professor Stefano Rodotà, l'«altro» candidato alla presidenza della Repubblica, quello delle forze contrarie alle larghe intese, ha ascoltato Napolitano in tv.
Cosa pensa delle parole di Napolitano?
La prima osservazione è una conferma: l'irresponsabilità o l'interesse dei partiti hanno trascinato il presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c'è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell'irresponsabilità dei partiti, quellli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.
Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.
Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il parlamento ridotto a passacarte.
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Banca d'Italia non lascia speranze
di Pasquale Cicalese
Asettico, come al solito. Preciso, al limite della pignoleria, senza alcun intento autocelebrativo. Viene pubblicato ogni quadrimestre e dà la radiografia completa dell’economia italiana. E’ il Bollettino Economico, l’ultimo uscito il 17 aprile scorso. Settanta pagine, grafici, tabelle, commenti specifici. La prima cosa che guardi è la posizione patrimoniale estera. Dai un’importanza estrema a questo dato dopo la burrasca monetaria dell’estate del 1992 e dopo che, alcuni mesi dopo, nell’emeroteca della Dipartimento di Economia di Scienze Po ti eri imbattuto in una lettura estrema, che ti raccontava la filosofia monetaria della Bundesbank. Il libro era “Il conflitto economico mondiale” del rimpianto socialista, quando alcuni decenni prima significava serietà ed una preparazione che superava il circolo intellettuale di Togliatti, Riccardo Parboni, un economista che gli anni 2011-2013 te li raccontava nel lontano 1984. Non sei sorpreso di ciò che ti accade intorno, Parboni lo aveva annunciato: ti domandi semplicemente come è stato possibile che negli ultimi trent’anni gli italiani abbiano delegato i loro affari ad autentiche schiappe.
Non si tratta solo di politici, ma, come si incomincia ad affermare timidamente, di baroni, di alti dirigenti della PA, di banchieri e, spesso, di industriali. Quanto agli antagonisti, avevano torto marcio, in economia il salario non è mai una variabile indipendente; quanti di loro lessero l’annunciata guerra di Parboni? Quanti di loro lessero da Pala che lo schema sraffiano era un’autentica bufala?
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Il discrimine del conflitto precario, oggi
Verso un processo costituente sociale ed economico
Andrea Fumagalli
L’impasse politico-istituzionale della formazione del nuovo governo, in seguito a tentativi presidenziali (golpisti?) di imposizione di pseudo-coalizioni di larghe intese o di saggi, non riesce comunque a nascondere l’altrettanto grave e più importante impasse socio-economica. Ogni giorno telegiornali e media riportano dati e analisi sullo stato comatoso dell’economia italiana, ieri da parte della Confcommercio, oggi dall’Ocse e dal Fmi, domani dalla Banca d’Italia. L’Italia ha la maglia nera nella crescita del Pil nel 2012, nelle aspettative per il 2013, nel più alto calo a livello europeo del potere d’acquisto del lavoro e, quindi, dei consumi, nella qualità e nei livelli occupazionali, nella dinamica della produttività, nella concentrazione dei redditi, nella minor spesa di welfare per istruzione, nella minor dinamica delle spese in R&S, nella minor apertura internazionale del sistema bancario e nella sua maggior onerosità, nelle politiche a sostegno del reddito, nella maggior iniquità del sistema fiscale e degli ammortizzatori sociali. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Contemporaneamente, gli stessi telegiornali e media non fanno altro che ricordarci e ribadire come sia fondamentale e prioritario il risanamento dei conti pubblici, l’imprescindibile necessità di adottare politiche d’austerity. Non ci soffermiamo su questa schizofrenia che la dice lunga sull’altrettanto stato comatoso dell’informazione italiana, soprattutto se economica.
Ci soffermiamo piuttosto sul fatto che tale situazione giocoforza non può proseguire. Qualche mese fa avevamo parlato di stato di crisi permanente. Oggi anche la gestione politica (più che economico-finanziaria) di questa crisi permanente è in difficoltà, perché le premesse su cui si è basata (che possiamo definire la governance dei due tempi) è a sua volta in crisi.
La politica dei due tempi
È a partire dagli anni Ottanta (dopo la sconfitta delle lotte operaie e sociali degli anni Settanta, che tanto avevano contribuito al processo di modernizzazione dell’Italia) e soprattutto dagli anni Novanta che si mette a fuoco una nuova governance economica, che si manifesterà concretamente nei decenni a venire (perché, checché se ne creda, in Italia si fa politica economica): una politica economica che possiamo definire dei “due tempi”.
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Dal postmoderno all’ipermoderno*
Roberto Finelli
1. Che l’ideologia e la cultura del postmodernismo – quale cancellazione della realtà a favore dell’artefatto e dell’immateriale – stia definitivamente esaurendosi, dopo aver esercitato la sua egemonia per circa un quarantennio, comincia ad essere percezione diffusa, acquisita in termini di esperienza emotiva ed esistenziale, prima che riflessa in consapevolezza critica e teorica.
I miti della fine della storia e dei conflitti, del valore del frammento in opposizione alla totalità e al sistema, del primato del linguaggio e dell’interpretazione, della cancellazione della realtà ad opera del virtuale, sono crollati ad opera della realtà stessa e della sua lezione che ha intensificato la modernità del capitalismo nell’ipermodernità di un capitalismo globale che si propone come unica forma possibile di vita, pur nella dilatazione a «mondo» delle sue scissure, depredazioni e contraddizioni.
Nella sua versione ipermoderna, definita da una unificazione dura e terribile delle condizioni materiali di vita, ma spogliata dell’ideologia del progresso e di uno sviluppo sostenibile ed estendibile a tutti che lo accompagnava nella modernità, il capitalismo palesa oramai il fallimento di un’intera generazione di intellettuali.
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Il debito pubblico deprime la crescita?
Il clamoroso errore di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff
di Paolo Zacchia
Siti e blog di economia non parlano d’altro. Un famoso paper di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, tra i più citati negli ultimi anni, nel quale si evidenziava l’esistenza di una correlazione tra un alto rapporto debito/PIL (maggiore del 90%) e la bassa crescita, è inficiato da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale errore nel foglio di calcolo, tanto che su twitter si parla di #excelgate. Eppure, anche sulla base di questo studio, è stata giustificata l’austerità, il pareggio di bilancio e il “rimettere a posto i conti”, al di qua e al di là dell’Atlantico
La narrazione prevalente nel dibattito pubblico sulla crisi economica corrente e sulle soluzioni per uscirne ha identificato nell’alto debito pubblico italiano “a rischio insolvenza” la causa primaria dei problemi attuali dell’Italia. Questo nonostante a livello internazionale gli economisti professionisti abbiano raggiunto un largo consenso nell’individuare in altre cause, dovute in ultima analisi ai limiti dell’attuale architettura monetaria europea, le ragioni di fondo della crisi dell’euro e in particolare le tensioni sul mercato dei titoli di stato italiani (lo spread). A un alto livello del debito pubblico è spesso attribuita anche la malattia fondamentale dell’Italia negli ultimi decenni: l’anemica crescita del reddito nazionale o PIL.
Sebbene senza lo stesso livello di ossessività a rasentare la paranoia, le “nefaste e terrificanti conseguenze del debito pubblico” sono state sino ad ora molto presenti nel dibattito pubblico di altri paesi, evocate in particolare dai sostenitori dell’austerità e della disciplina di bilancio in tempi di crisi, in Europa come negli Stati Uniti.
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Le catene del debito che uccidono i Comuni
Guido Viale
Oggi, se non si mette al centro di ogni ragionamento, discorso o iniziativa l'ampiezza, la profondità e la gravità della crisi che stiamo attraversando in Italia, in Europa e nel mondo, si rischia di essere assimilati alla «casta», al mondo della politica così come ormai viene percepita dalla grande maggioranza della popolazione: un mondo che si occupa solo di se stesso e non delle sofferenze dei governati. E' un rischio che comincia a erodere il consenso del movimento 5 stelle, che peraltro sembra culturalmente poco attrezzato per affrontare il tema in modo radicale.
Occupazione, redditi da lavoro diretti o differiti (pensioni e ammortizzatori sociali), welfare state, scuola, università ma anche buona parte dell'apparato produttivo e delle strutture amministrative del paese hanno raggiunto un punto di non ritorno. Ma nessuno arriva ad ammettere che ormai non c'è ripresa che possa far tornare le cose «come erano prima». L'esempio più calzante di questa irreversibilità lo si vede in ciò: in Italia la disoccupazione giovanile è al 40 per cento, in Grecia e in Spagna al 50; ma è eccezionalmente elevata quasi ovunque, senza contare la diffusione del precariato. È un segno evidente che l'assetto che il sistema economico ha assunto e consolidato nell'ultimo trentennio non è più in grado di offrire una prospettiva alle nuove generazioni. Questi giovani tra qualche anno saranno degli adulti, e in parte già lo sono; ma non per questo troveranno di meglio. È un'intera prospettiva di vita - casa, famiglia, figli; ma anche occasioni per far valere e riconoscere le proprie capacità - che si dissolve; e già ora essi sanno che li attendono una vita e una vecchiaia di miseria senza lavoro, senza pensione e senza reddito.
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Dialogo sugli spaghetti allo scoglio e sugli uomini
Antiper
Contributo in forma di dialogo [1] per l'Assemblea Costituente di Areaglobale del 7 aprile 2013
Che senso ha oggi caratterizzarsi in senso comunista? Non vi pare che anche le recenti elezioni politiche abbiano mostrato chiaramente che non esiste alcuna domanda di comunismo? Non rischiate di mettere sul mercato una merce che nessuno ha intenzione di comprare?
Effettivamente, nonostante una diffusa volontà dichiarata di cambiamento - e, diciamo pure, la sua oggettiva necessità -, non emerge alcuna esplicita domanda di cambiamento in senso comunista proveniente dalla società italiana. E tanto meno dalle elezioni.
Si potrebbe però osservare che, sebbene 50 sfumature di grigio sia oggi un libro molto più letto della Divina Commedia, ciò non rende 50 sfumature di grigio un libro migliore della Divina Commedia né, tanto meno, l'autrice di 50 sfumature di grigio migliore di Dante Alighieri. Oppure, si potrebbe osservare che prima di Copernico (e, per molto tempo, anche dopo) era “naturale” ritenere che fosse il sole a ruotare attorno alla terra, sebbene le cose stessero esattamente all'inverso. Molto spesso il “senso comune” è profondamente influenzato dall'ideologia - ovvero dalla “narrazione” - della classe culturalmente egemone. E dunque, per raggiungere la verità – o, quanto meno, una maggiore conoscenza della verità - dobbiamo riuscire ad estirpare da noi stessi la falsa coscienza che ci viene instillata dentro giorno dopo giorno. Dobbiamo, dunque, smettere di raccontare a noi stessi delle favole.
Sebbene oggi esista una diffusa domanda di cambiamento, certamente non esiste una diffusa domanda di cambiamento in senso comunista.
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Il Cambiamento
Marco Cedolin
Ci sono voluti quasi due mesi, dopo le elezioni di febbraio, per condurre l'Italia al punto d'incontro con il secondo golpe, promesso da Napolitano e da Monti a tutti i poteri forti internazionali alla vigilia della campagna elettorale.
In molti si supponeva che saremmo giunti al nuovo colpo di stato, attraverso le ire dei mercati ed il progredire dello spread, invece la strada scelta è stata di tutt'altra natura. Bersani e Berlusconi hanno di fatto menato per il naso gli italiani che li hanno votati, attraverso due mesi di teatrino tanto folkloristico e disordinato, quanto mirato ad ottenere l'effetto voluto. Il primo ostinandosi fintamente ad inseguire l'appoggio di Beppe Grillo, pur sapendo bene che mancava qualsiasi spazio per ottenerlo. Il secondo cavalcando l'affondamento dell'Italia (quasi le colpe del disastro fossero di un evento tellurico) ed inseguendo Bersani, fingendo di volerlo abbracciare stretto.
PD e PDL hanno passato il tempo cianciando di cambiamento e chiamando i propri elettori a manifestazioni farsa, fino ad arrivare al momento dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica.....
Giunti al punto concordato, Bersani, pur avendo la possibilità di fare eleggere fin dalla prima votazione un uomo del suo partito, nella persona di Stefano Rodotà, proposto molto generosamente da Beppe Grillo, unitamente alla promessa di quell'apertura in chiave nuovo governo a lungo (fintamente) agognata, ha detto di NO, preferendo proporre Marini con il gradimento di Berlusconi.
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La Sinistra di re Giorgio
Giso Amendola
Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo Paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza.
Non si può dire che non abbiano ascoltato il Presidente. Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del PD, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Ciò che non s’era riuscito (ancora) a fare per la formazione del governo, si farà nell’elezione del Presidente della Repubblica. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Così: “deve essere un cattolico”.
E allora recuperiamo l’uomo della CISL, insieme cattolico ed eroe della concertazione: Marini. Poi, quando pure ci si è spinti a rompere l’intesa e ad arrivare a un nome votato dal solo centrosinistra, allora è stato Prodi: mai Rodotà.
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Il Palazzo dei morti si è arreso al diktat contro l’Italia
di Giorgio Cattaneo
«Vilipendio al popolo italiano», tuona Giulietto Chiesa: l’inaudita rielezione di Napolitano al Quirinale, maturata con la resa del Pd ormai “suicidato” da Bersani, è un oltraggio per i milioni di italiani che invocavano, con Grillo, il nome di Stefano Rodotà come garante di una Costituzione calpestata dalla casta dei partiti e demolita giorno per giorno dall’oligarchia tecnocratica europea, che mira a cancellare lo Stato e il suo sistema di protezioni sociali, sotto il ricatto finanziario dell’euro-rigore. «Come avrete capito – protesta “Megachip” – riavremo un governo molto peggiore del terribile governo Monti. E si va allo scontro, politico e sociale». Drammatici gli appelli alla mobilitazione popolare: dal leader del “Movimento 5 Stelle”, che parla di “golpe”, a Paolo Flores d’Arcais che su “Micromega” esorta gli italiani che hanno assediato Montecitorio a restare in piazza, «contro la vergogna di un presidente dell’inciucio, e del salvacondotto per il Caimano».
Impressionante, il 20 aprile, lo spettacolo del Palazzo assediato e delle tessere del Pd date alle fiamme: «Il Pd è finito e ci sarà un esodo massiccio di Napolitano rielettomilitanti ed elettori ingannati», annuncia “Megachip: «Anche a quel popolo dovremo parlare per difendere la democrazia». Il clima è di emergenza politica nazionale: l’esausta nomenklatura della Seconda Repubblica si è arresa a Monti e a Napolitano, non è riuscita a costruire un governo e nemmeno ad eleggere un nuovo presidente della Repubblica. «A mio avviso – disse Carlo Azeglio Ciampi nel 2006 di fronte all’ipotesi di rielezione – il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato».
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Non è un golpe, è una resa
di Marco Revelli
Da oggi l'Italia non è più una democrazia parlamentare. Non c'è altro modo di leggere il voto di ieri se non come una resa. Una clamorosa, esplicita e trasversale abdicazione del parlamento. Per la seconda volta in poco più di un anno una composizione parlamentare maggioritaria si è messa attivamente in disparte. Ha dichiarato la propria impotenza, incompetenza e irrilevanza, offrendo il capo e il collo a un potere altro, chiamato a svolgere un ruolo di supplenza e, in prospettiva, di comando. E se la prima volta poteva apparire ancora "umana", la seconda volta - con un nuovo parlamento, dopo un voto popolare dal significato inconfutabile nella sua domanda di discontinuità - è senz'altro diabolica, per lo meno nei suoi effetti. C'è, in quella triste processione di capi partito col cappello in mano, in fila al Quirinale per implorare un capo dello stato ormai scaduto di rimediare alla loro congiunta e collegiale incapacità di decisione, il segno di una malattia mortale della nostra democrazia. La conferma che la crisi di sistema è giunta a erodere lo stesso assetto costituzionale fino a renderlo irriconoscibile. Forse non è, in senso tecnico, un colpo di stato. Possiamo chiamarlo come vogliamo: un mutamento della costituzione materiale. Una cronicizzazione dello stato d'eccezione. Una sospensione della forma di governo... Certo è che questo presidenzialismo di fatto, affidato a un presidente fuori corso per un mandato tendenzialmente fulmineo, stravolge tutti gli equilibri di potere. Produce una lesione gravissima al principio di rappresentanza. Soprattutto fa scomparire la tradizionale forma di mediazione tra istituzioni e società che era incarnata dal parlamento, tanto più se questo venisse occupato e bloccato da una maggioranza ibrida e bipartisan, contro-natura e contrapposta al volere della stragrande maggioranza degli elettori.
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