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Merce e magia
di Vittorio Giacopini
Più che un caso eclatante di pensiero unico (già la parola “pensiero” è esagerata) si è trattato di un’allucinazione collettiva, di un abbaglio. Scegliere tra i necrologi di Steve Jobs il più brutto o il più bello o il più melenso appare impresa titanica, impossibile e poi non si tratta di stilare classifiche. È il sintomo a colpire, impressionante; quest’eco planetaria, il contagio. Abbagliati o allucinati o in mala fede, scrittori, esperti, pensosi artisti, grintosissimi blogger, opinionisti hanno adottato toni rapiti, lirici, ispirati, e l’effetto melassa è stato immediato.
Ovvio, ci sono state vette di prosa zuccherina impareggiabili – aprivi il giornale e ti veniva il diabete – e vere e proprie idiozie, vere indecenze (ma la palma del peggiore va a Jovanotti: “il suo discorso alla Stanford University è l’upgrade del sogno di Martin Luther King”…). Però neanche la “melassa” è decisiva: disgusta e lascia irritati, ma non conta. E poi, a farla breve, le parole ricorrenti erano più meno quelle, sempre le stesse. Tutti a scrivere e tutti a scrivere uguale, come per una curiosa afasia, ma logorroica. Il Mago della rete, il genio hippy, l’apostolo della “libertà”, il “Ceo della bellezza”, il “visionario”. Anche le voci di dissenso hanno rispettato il copione, poco da fare (il carattere di merda, la prepotenza, la gestione tirannica, l’impazienza: solo tocchi di colore, compiacenti).
Intrappolati in un marketing virale listato a lutto abbiamo finito per lasciarci risucchiare in un gioco di ruolo o in un imbroglio. Quando Walter Veltroni parla dell’“uomo dei sogni” (tipico suo) non ha neanche torto, tutto sommato. Sogni, appunto, il contrario della veglia, un’anticoscienza. Il “mago” ci ha stregati? Più che normale. È il mestiere dei maghi: turlupinarci (e Jobs, almeno nel farci credere di aver bisogno di cose di cui invece non si ha proprio alcun bisogno, è stato un mago). Bisognerebbe chiedersi perché abbia funzionato così bene, proprio alla grande, senza resistenza vera, senza dialettica. Nel Settecento, quando il conte Cagliostro pretendeva di essere l’uomo salvifico che sanava “tutti i mali” e tutto guariva, metà Europa abboccava, metà lo considerava un ciarlatano. Oggi è radicalmente diverso e fa un po’ effetto. Il mago è il mago (alla faccia della “scuola del sospetto”, del postmoderno). Più che di pensiero unico forse è il caso di parlare di “pensiero magico”.
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Città e territori come beni comuni. Nove proposte per salvare il Belpaese
di Paolo Berdini
Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città
Regole e legalità cancellateIl 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.
Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra: la Roma dominata dalla Società generale immobiliare, la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.
Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, la legge ponte del 1967, la Bucalossi del 1977, la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Cionostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.
La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata.
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Note sul 15 ottobre
di Toni Negri
Ero e sono fuori, in queste settimane, in Spagna ed in Portogallo. Non ho seguito direttamente quello che è avvenuto a Roma. Ma sono stato sorpreso, direi sbalordito, nel leggerne cronache e commenti.
1) La divisione tra gli “indignati” e gli altri, i “cattivi”, è stata fatta prima di tutto da La Repubblica, l’organo di quel partito dell’ordine e dell’armonia che ben conosciamo (per non dire degli altri media). Non sembra che il comitato organizzatore della manifestazione si sia indignato molto per ciò. C’era forse un peccato originale alla base di questo oltraggio: chi aveva organizzato la “manifestazione degli indignati” non aveva molto a che fare con le pratiche teoriche e politiche che dalla Spagna si sono estese globalmente, talora in maniera massiccia, altre volte minoritaria: il rifiuto della rappresentanza politica e sindacale, il rigetto delle costituzioni liberali e socialdemocratiche, l’appello al potere costituente. In Italia, invece, un gruppo politico al limite della rappresentanza parlamentare si è appropriato il nome degli Indignados … E ora reclamano: “Lasciateci fare politica”.
2) Ma allora, si dirà, gli indignati “veri” sono i ragazzi che incendiano le macchine e fanno quel gran casino contro la polizia a San Giovanni? Certo che no. Qui nasce tuttavia il grande, se non l’unico problema. Chi possono essere gli unificatori del movimento? Chi costruisce oggi, in Italia, l’unità degli sfruttati, degli indebitati, dei non-rappresentati?
Le risposte a questi interrogativi sono molteplici. Tanti anni fa, Asor Rosa avrebbe detto: quei ragazzi pieni di rabbia appartengono alla “seconda società”, essa è inorganizzabile, essa è la non-politica. Oggi, alcuni rappresentanti del “movimento” diranno: sono estremisti, anarchici e insurrezionalisti, quindi pericolosi, quindi inorganizzabili. È forse vero. La conseguenza sarà allora la medesima che ne trasse Asor trent’anni fa: sono irrappresentabili?
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Magliette a strisce, teddy boys e black bloc
Dall’epica popolare al moral panic
Nique la Police
1) Chi ha in mente le strofe di questa canzone?
perché la Resistenza coperta fu di gloria/
E poi poi poi ci chiamavano teddy boys”
Si tratta di un pezzo, che ha contribuito a comporre l’epica popolare sulla rivolta di Genova del 1960, intolato E poi ci chiamavano Teddy Boys raccolto nell’antologia di Canti popolari socialisti e comunisti curato da Leoncarlo Settimelli e Laura Falavolti per le edizioni Savelli nel lontanissimo 1976. Il testo della canzone lo si può trovare qui.
L’aria di questo pezzo era ricavata da una canzone del fronte della prima guerra mondiale, dedicata sarcasticamente al generale Cadorna, in modo da saldare di fatto l’immaginario popolare delle generazioni del Carso e dell’Isonzo, dove fu operato il massacro concentrico più devastante di proletari e contadini italiani di tutto il ‘900, con quelle dei giovani che si affacciavano alla politica nell’Italia del secondo dopoguerra. E’ interessante però fare un’analisi dei contenuti dell’epica popolare presente in questa canzone. E soprattutto del conflitto che è ricomposto in queste strofe. Per comprendere di cosa stiamo parlando bisogna capire che la figura del giovane come Teddy Boy rappresenta una rottura antropologica nel tessuto popolare e proletario italiano degli anni ’50.
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L’ascesa del capitalismo dei disastri
di Massimo Cappitti
Pubblichiamo una riflessione di Massimo Cappitti sulle tesi sostenute da Naomi Klein in un libro di qualche anno fa, Shock Economy, e che oggi rivelano tutta la loro attualità; l’articolo proviene dal sito della rivista “Altro Novecento”
Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo, scrive che «i campi di concentramento e le camere a gas» – senza dubbio «la soluzione più sbrigativa del problema della sovrappolazione, della superfluità economica e dello sradicamento sociale» – lungi dal costituire un «monito» possano, al contrario, rappresentare anche per le società democratiche un «esempio», una tentazione, cioè, destinata a riproporsi quando appaia «impossibile alleviare la miseria politica, sociale o economica in maniera degna dell’uomo».
Quelle soluzioni, pertanto, mantengono, nel presente, la propria efficacia, pronte ad essere utilizzate allorché, ad esempio, si profili l’esistenza di un altro ritenuto a tal punto nemico da risultare irriducibilmente incompatibile con l’ordine sociale vigente. L’altro – qualunque sembiante assuma – può diventare, secondo un dispositivo implacabile, sterminabile. Dapprima si costruisce il nemico, spogliandolo delle qualità umane che lo rendono soggetto degno di riconoscimento e cura; così trasformato in una «non persona» ed esposto all’isolamento, diventa oggetto della violenza dello stato. Violenza giustificata dalla convinzione che, soltanto eliminando il nemico assoluto, si possano efficacemente preservare la compattezza e la salute del corpo sociale dalla minaccia che quello incarna.
Di questo nesso, ovvero del legame tra «libertà economica e terrore politico», e di come questo rapporto abbia segnato in modo doloroso la storia degli ultimi decenni tratta Shock Economy, edito da Rizzoli (pp.622, € 20,50), di Naomi Klein.
L’autrice ripercorre, in modo rigorosamente documentato, «l’ascesa del capitalismo dei disastri» dai primi esperimenti in Cile e Argentina fino ai conflitti israelo-palestinese e iracheno, attraverso le vicende della Polonia e della Russia post-comuniste, dei paesi asiatici dopo la crisi finanziaria della metà degli anni ’90, del Sudafrica dopo l’apartheid, della Cina e, ancora, dei paesi travolti dal maremoto del 2004.
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Fuori dall'euro! Fuori dal debito!
Riportiamo alcuni degli interventi effettuati al Convegno di Chianciano del 22/23 ottobre 2011 dal titolo "Fuori dall'euro! Fuori dal debito!"
Sergio Cesaratto – Interessi nazionali e sovranità monetaria. Spazi per un’uscita progressista dalla crisi europea
https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=A1V-SmLTcv4
Alberto Bagnai – Euro: uscirne è di destra? Perché, entrarci è stato di sinistra?
https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=XKFs6P_RyGo
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Popolo
Mario Tronti
<< Una quantità di parole che usiamo di continuo, e crediamo perciò di comprendere in tutto il loro significato, sono in realtà chiare fino in fondo soltanto per pochi privilegiati. Così le parole “cerchio” o “quadrato”, di cui tutti si servono mentre soltanto i matematici hanno un’idea chiara e precisa del loro significato; così pure la parola “popolo”, che molte labbra pronunciano, senza che la mente ne afferri il senso autentico >>. Così parlava il matematico e filosofo Frédéric de Castillon, partecipando, e vincendo, al concorso indetto dalla Reale Accademia Prussiana (1778), sulla questione, cara a Federico II, “se possa essere utile al popolo d’essere ingannato”. << S’intende si solito per “popolo” - scrive ancora Castillon – la maggioranza della popolazione, quasi incessantemente dedita ad occupazioni meccaniche, grossolane e faticose, ed esclusa dal governo e dalle cariche pubbliche >>. Siamo alla vigilia della Rivoluzione francese, ma siamo in Germania, dove nazione e popolo non si erano ancora incontrati, come era da tempo accaduto, attraverso le monarchie assolute, in Inghilterra, Francia e Spagna. Siamo quindi anche in Italia. Frédéric de Castillon arriva a Berlino proveniendo dalla Toscana. Nazione e popolo nascono insieme in età moderna. E chi li mette insieme è lo Stato moderno. Non c’è nazione senza Stato. Ma non c’è popolo senza Stato. Questo è importante, da un lato per capire, dall’altro per stringere il problema ai tempi che ci riguardano e ci impegnano. Perché il tema è eterno. Biblico, prima che storico.
Il concetto antico-testamentario di popolo - il popolo fondato da Mosè – mi sembra più vicino al concetto moderno di popolo di quanto non lo sia il demos dei Greci o il populus dei Romani. Né la città-stato né l’impero fondano un popolo. Non c’è la terra promessa, non c’è l’esilio, l’esodo, non c’è il Dio degli eserciti. I cittadini liberi nell’agorà, come la plebe sugli spalti del Colosseo, non fanno popolo. Immagini, queste, e metafore, attuali/inattuali per il nostro tempo. Popolo è concetto teologico secolarizzato. Non c’entrano niente né l’assemblea degli elettori sovrani, né la belua multorum capitum.
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Il popolo della Valle
di Marco Revelli
La gente della Val di Susa, domenica, ha fatto davvero un miracolo, nel senso etimologico del termine (dal latino mirari, come si dice di «cosa grande che meraviglia», o anche di «cosa grande e insperata»).
Deludendo l'intero universo politico-mediatico che aveva spasmodicamente atteso l'incidente (e in buona misura l'aveva anche preparato) per mettere, una volta per tutte, una pietra sopra la Valle e la sua resistenza. Hanno costruito un capolavoro: un corteo di migliaia e migliaia di persone di ogni età e condizione, che si snoda per sentieri di montagna (credo che sia l'unica esperienza al mondo), tra castagneti e blocchi di polizia, aggirando barriere e tagliando reticolati in un ordine assoluto, senza un gesto o una parola fuori posto, senza l'aggressività e la volgarità che invadono il mondo politico, senza neanche un petardo acceso o una pietra lanciata. Un'azione di disobbedienza civile in perfetto stile gandhiano, realizzata esattamente come le assemblee partecipatissime di valle avevano deciso nei giorni precedenti, mentre intorno strepitavano i profeti di sventura.
La ragione di questa forza è, tutto sommato, facile da spiegare, per chi abbia anche solo messo il naso in valle: perché quello della Val di Susa non è un semplice movimento, nel senso genericamente politico in cui si è soliti usare questo termine. E' un popolo, una comunità con legami fortissimi con la propria terra e la propria storia, impegnata da almeno un paio di decenni a prendersi cura dei propri beni comuni, del proprio habitat, del proprio sistema di relazioni. Sono persone, individui, ma anche famiglie, catene generazionali, reti sociali di vicinato, culturalmente aperte, disponibili all'accoglienza, alla condivisione e alla contaminazione con gli altri, ma consapevoli della propria identità.
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La sinistra italiana di fronte alla crisi
Sergio Cesaratto
Più che limitarmi alle cause e possibili uscite dalla crisi europea, su cui naturalmente indugerò nella prima parte, mi sembra opportuno qui riflettere sull’atteggiamento che la sinistra italiana ha tenuto di fronte alla crisi. Questo atteggiamento appare trovare le proprie radici nella storia lontana del Partito Comunista Italiano.
Le origini della crisi: il problema della realizzazione del sovrappiù nel capitalismo
Sulle cause della crisi europea non dirò dunque molto. Essa trova le sue radici nella moneta unica. Questa ha facilitato i flussi di capitale da un centro industrialmente forte, e votato a uno sviluppo export-led, verso la periferia, industrialmente più debole. I flussi di capitale – la disponibilità di credito a bassi tassi di interesse dalle banche tedesche e francesi - hanno alimentato una illusoria crescita basata sul boom edilizio in Spagna e Irlanda,[1] e sulla spesa pubblica in Grecia. I bassi tassi di interesse derivavano da una politica monetaria volta a non deprimere la già depressa crescita tedesca. Portogallo e Italia hanno una storia a parte in quanto hanno sostanzialmente stagnato negli anni dell’Unione Monetaria Europea (UME). In tutta la periferia l’inflazione è stata mediamente più elevata che nel centro, nei primi tre paesi anche alimentata dalla forte crescita. Questo ha comportato una ulteriore perdita di competitività a favore del centro. Le esportazioni di quest’ultimo si sono così avvantaggiate di questa situazione.
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Dalle guerre dell’oppio alle guerre del petrolio
Domenico Losurdo
«La morte di Gheddafi è una svolta storica»: proclamano in coro i dirigenti della Nato e dell’Occidente, i quali non si preoccupano neppure di prendere le distanze dal barbaro assassinio del leader libico e dalle menzogne spudorate pronunciate a tale proposito dai dirigenti dei «ribelli». E, tuttavia, effettivamente si tratta di una svolta. Ma per comprendere il significato che la guerra contro la Libia riveste nell’ambito della storia del colonialismo, occorre prendere le mosse da lontano…
Allorché nel 1840 le navi da guerra inglesi si affacciano dinanzi alle coste e alle città della Cina, gli aggressori dispongono della potenza di fuoco di diverse centinaia di cannoni e possono seminare distruzione e morte su larga scala, senza temere di essere colpiti dall’artiglieria nemica, la cui gittata è ben più ridotta. E’ il trionfo della politica delle cannoniere: il grande paese asiatico e la sua millenaria civiltà sono costretti a capitolare; inizia quello che la storiografia cinese definisce giustamente il secolo delle umiliazioni, che termina nel 1949, con l’avvento al potere del Partito comunista e di Mao Zedong.
Ai giorni nostri, la cosiddetta Revolution in Military Affairs (RMA) ha creato per numerosi paesi del Terzo Mondo una situazione simile a quella a suo tempo affrontata dalla Cina. Nel corso della guerra contro la Libia di Gheddafi, la Nato ha potuto tranquillamente effettuare migliaia e migliaia di bombardamenti e non solo non ha subito alcuna perdita ma non ha neppure rischiato di subirla. In questo senso, piuttosto che a un esercito tradizionale, la forza militare Nato rassomiglia a un plotone di esecuzione; sicché l’esecuzione finale di Gheddafi, piuttosto che essere un caso o un incidente di percorso, rivela il senso profondo dell’operazione nel suo complesso.
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‘‘Proletarizzati di tutto il mondo unitevi... contro la bêtise!’’
Intervista a Bernard Stiegler
Bernard Stiegler, professore al Goldsmiths College di Londra, all'Université de Technologie di Compiègne e visiting professor alla Cambridge University, nonché Direttore dell'Institut de Recherche et d'Innovation du Centre Georges Pompidou di Parigi, è sicuramente uno dei filosofi più attenti alle trasformazioni della società contemporanea, come dimostrano i suoi numerosi libri pubblicati negli ultimi anni. A dispetto di alcuni titoli ''apocalittici'' delle sue pubblicazioni – come La misère symbolique o Mécréance et miscrédit – e delle analisi fortemente critiche per le quali è conosciuto anche in Italia (sebbene ancora poco tradotto), Stiegler si distingue sicuramente per la serena volontà di trasformazione sociale, economica, politica e culturale dello stato attuale delle cose, prendendo come bersaglio critico l'ignoranza in quanto fenomeno socialmente prodotto dall'ideologia e dalle tecnologie del consumo. Da questa volontà, condivisa con altri pensatori e studiosi, nasce il progetto di Ars Industrialis, l'associazione di cui Stiegler è presidente e uno dei fondatori. In particolare, l'ambizione di Ars Industrialis, è quella di essere “un'associazione internazionale per l'ecologia industriale dello spirito”, che sappia coniugare critica teorica e proposta programmatica su tutti i piani del sapere, a incominciare dalle scienze umane.
Stiegler ha inoltre pubblicato, qualche anno fa, un libro intitolato La télécratie contre la démocratie, offrendoci così un buon movente per accogliere le sue parole, attraverso un'intervista, in questo numero di Kainos.
1) Nel 2006 lei ha pubblicato La télécratie contre la démocratie, un libro che è ancora molto attuale rispetto alla situazione italiana. Se è lecito pensare che i dibattiti politici in Italia oggi risentano del «regno dell’ignoranza» di cui lei ha parlato, come si può fare per uscirne, al di là di un cambiamento istituzionale del potere?
STIEGLER: Si tratta di un’enorme questione, che mi pongo tutti i giorni. Penso però che vi sia un problema di traduzione, perché ciò che lei chiama il ‘‘regno dell’ignoranza’’, in quel libro è definito principalmente come il ‘‘regno della bêtise’’.
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L'utopia perduta del web 2.0
Enzo Modugno
Un dialogo a distanza con Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi, autori di «Eclissi» per Manni editore
Un dialogo che ha l'aria di un'assemblea di movimento, di quelle intensissime che vanno avanti fino a tardi. Il punto di partenza è il volume Eclissi di Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi (manni editore). È già intervenuto Benedetto Vecchi (il manifesto del 30 settembre) che ha sottolineato la questione più importante, la netta presa di posizione dei due autori che negano le capacità liberatorie delle nuove tecnologie. Scardinando così una convinzione troppo a lungo vagheggiata dagli utopisti del web 2.0 che hanno rinnovato, a guardar bene, le illusioni del marxismo positivistico di Kautsky e Plechanov. Sull'onda di Comte e Saint-Simon, contagiarono i partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale. Oggi hanno creduto nelle nuove tecnologie proprio come allora credettero nelle tecnologie industriali. Eppure persino John Stuart Mill dubitò subito che le invenzioni meccaniche potessero alleviare le condizioni di un qualsiasi essere umano.
Formenti è intervenuto a fondo su questo argomento. E se Bifo parla della ambiguità/duplicità delle dinamiche di rete, questa va intesa nel senso che è pur vero che i mezzi di comunicazione - che già nella prima rivoluzione industriale permisero ai proletari di realizzare in pochi anni quelle unioni che i cittadini dei borghi medievali impiegavano secoli a realizzare - permettono oggi ai nuovi lavoratori di realizzarle in pochi giorni. Però è innanzitutto vero che, come sempre, sono mezzi che servono ai capitalisti per i loro scopi e contribuiscono a deprimere quasi ovunque il salario a uno stesso basso livello (Marx, 1848), e a introdurre dappertutto la legge del mercato (Dan Schiller, 1999).
Ma, stabilito questo sulle nuove tecnologie, sarebbe necessario trarne tutte le conseguenze.
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Diritto all’insorgenza
Militant
Solidarietà a tutti gli arrestati di sabato, a tutti i perquisiti nei giorni seguenti e soprattutto alle strutture politiche e sociali colpite dalla magistratura o criminalizzate dai media. Le lotte sociali non si processano, per il diritto all’insorgenza di tutte e tutti!
Le infinite discussioni avviate dopo i fatti di sabato hanno sviscerato fino all’ultima postilla tutto ciò che è accaduto. Eppure rimane ancora la sensazione di qualcosa che non torna, che non convince.
Partiamo dal corteo. Prendiamo come cifra simbolo della manifestazione quei trecentomila di cui tanti hanno parlato. Bene, al di là delle strutture organizzate, specie di movimento, che avranno portato in piazza sì e no diecimila o ventimila persone (e ci teniamo molto larghi), la stragrande maggioranza dei manifestanti erano singoli individui che manifestavano, non organizzati in nessuna struttura politica – partito, sindacato o centro sociale che fosse. Questo è un dato di cui tenere conto.
Altra considerazione è che non si trattava di una manifestazione di classe. Non sono scesi in piazza i lavoratori, variamente intesi, o il precariato; non si trattava neanche di una manifestazione che partiva da una piattaforma di appoggio a una qualche lotta sindacale, lavorativa, sociale, ambientale o territoriale. Certo, in piazza c’era anche questa componente, ma era, questa sì, minoritaria, non tanto o non solo nei numeri, ma soprattutto nelle rivendicazioni e nella visibilità politica.
Ma allora cos’è sceso in piazza sabato? Sabato la piazza è stata caratterizzata da un vasto movimento d’opinione, che da qualche settimana si va radunando e si descrive come movimento degli indignati. Un movimento d’opinione che racchiude tutto ciò che ha partecipato alle proteste in questi ultimi due o tre anni.
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Finanza forte, politiche deboli e la via d’uscita della democrazia
Una sintesi del dibattito
di Claudio Gnesutta
I guai dell’Italia, l’assenza dell’Europa e il vuoto di democrazia sono i tre temi al centro del dibattito sulla “Rotta d’Europa” iniziato lo scorso luglio. In questa sintesi della discussione emerge il nodo difficile della finanza internazionale, la necessità di rinnovare le istituzioni e le politiche dell’Unione, e di estendere le forme di partecipazione e democrazia a scala europea
Rossana Rossanda nell’avviare la discussione sulla “Rotta d’Europa” ha posto la questione del rapporto tra la crisi del nostro debito pubblico e il ruolo incerto dell’Unione Europea in questa fase turbolenta. I successivi interventi, fin dal primo contributo di Mario Pianta, hanno affrontato questo tema nella convinzione che, per comprendere la situazione attuale e le prospettive dell’immediato futuro, sia essenziale individuare le ragioni della crisi delle istituzioni europee, non solo di quelle economiche ma anche, se non soprattutto, di quelle politiche.All’inizio del dibattito la questione più trattata è stata la difficoltà dell’economia italiana nel fronteggiare l’attacco della finanza internazionale, ma ben presto l’interesse si è spostato sulle responsabilità dell’Unione europea, in primis della sua Banca centrale, per avere orientato la sua azione all’interno di una concezione neoliberista delle relazioni economiche e sociali considerando del tutto marginali i costi sociali che ne potevano derivare. Attorno a questi tre temi – situazione strutturale dell’economia italiana; inadeguatezza delle istituzioni europee nel sostegno dei paesi membri in difficoltà; ostacolo alla costruzione di una democrazia di qualità – si è concentrata una riflessione collettiva con l'intento non solo di dare una spiegazione delle difficoltà attuali, ma soprattutto di prospettare i modi per il loro superamento.
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La memoria del pesce rosso
Elisabetta Teghil
nessuno ha mai pensato, rischia la tua testa."
Odéon occupato, Parigi,maggio1968.
E’ in atto un dibattito circa quello che è successo il 15 ottobre a Roma. Bisognerebbe cominciare dalla constatazione che la socialdemocrazia ha cambiato pelle da quando ha rinunciato alle sue basi teoriche, a meno di non definire teoria quella summa di abiure che sono la “terza via” e la “scelta giusta”.
E ha occupato, trasformandosi in destra moderna, da quando, per tradimento teorico, per opportunismo, si è fatta carico di naturalizzare nella società il neoliberismo, lo spazio dei partiti conservatori che si preparano ad uscire dalla storia.
In questa deriva politica, lo spazio della socialdemocrazia è, oggi, occupato da quella che, una volta, si definiva “sinistra radicale”. E, alla “sinistra radicale” è stato assegnato, nella divisione capitalistica del lavoro politico, il compito di rappresentare, gestire, incanalare i/le resistenti, /lei solidali, gli/le antagonisti/e…
Nel 1999, è stata aggredita la Jugoslavia, senza l’ombrello/alibi dell’Onu, senza l’approvazione dei parlamenti, segretario generale della Nato Javier Solana, dirigente del partito socialista operaio spagnolo ( PSOE) e, primi ministri della Germania , della Francia, dell’Italia e del Regno Unito, rispettivamente, Gerhard Schroder, Lionel Jospin, Massimo D’Alema, Tony Blair, tutti importanti esponenti della socialdemocrazia europea.
E, come ha aggredito la Jugoslavia in nome del realismo, oggi, la socialdemocrazia partecipa, in maniera attiva e importante, alla repressione dei quartieri e delle piazze in rivolta. Alla, ormai ex, sinistra radicale assegna il compito di trasformare le proteste in processioni e le richieste che vengono dal basso, in giaculatorie. In cambio, promozioni sociali e possibili rappresentanti in parlamento.
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Dopo la rivolta
Intervista a Pierandrea Amato*
Lei ha di recente pubblicato un libro, La rivolta (Cronopio), tradotto immediatamente anche in Francia, in cui ipotizza che l’età delle rivoluzioni abbia lasciato il posto a quella delle rivolte. Le pare che gli avvenimenti degli ultimi anni e soprattutto mesi le diano ragione, dalle banlieue ad Atene, da Londra a Roma?
Naturalmente ogni rivolta esprime una propria peculiarità con elementi differenti che non vanno minimizzati. Premesso ciò, credo sia possibile individuare un filo rosso che lega le rivolte che stanno ciclicamente infrangendo la normale esistenza del mondo. Si tratta, per dirla in breve, di un rifiuto politico della politica che emerge con il collasso dei tradizionali centri di governo dell’esistenza ed il fallimento sociale dell’architettura neo-liberale. Il contagio delle rivolte, la loro diffusione a catena, il tratto esemplare che ognuna di esse esprime, mi sembra confermare il carattere politico di queste insorgenze. Nel volume cui lei fa riferimento, in questo senso, cerco di pensare un fondamento onto-antropologico delle rivolte: il declino complessivo del progetto politico moderno, lascerebbe spazio alla manifestazione del carattere naturalmente rivoltante dell’esistenza umana non più imbrigliata in una serie sofisticata e disseminata di dispositivi di controllo. Per questa ragione, come lei dice, il nostro è il tempo della rivolta, quando, cioè, la priorità è l’eliminazione di tutte le istituzioni che concorrono a rendere il mondo un luogo immondo.
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Distruggere la paura, affermare il comune
Collettivo Uninomade

0. Nella sera romana illuminata dai fuochi di Piazza San Giovanni, abbiamo cominciato a interrogarci sulla giornata del 15 ottobre, su ciò che ha rivelato nelle molteplici scale geografiche che si sono incrociate a produrne la dimensione globale, sulla forza e sulle potenzialità che ha fatto emergere, sui problemi che consegna alla nostra riflessione e alle nostre pratiche. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo da materialisti, convinti – per citare uno che la sapeva lunga – che le azioni umane non vadano derise, compiante o detestate, ma prima di tutto comprese. Proviamo a farlo con queste note, segnalando alcuni dei punti che ci sembrano più rilevanti.
1. Partita da un appello degli indignados spagnoli, la mobilitazione del 15 ottobre si è diffusa in centinaia di città ai quattro angoli del pianeta, a riprova dell’efficacia di uno stile di azione e di un linguaggio politico (quello degli indignados, appunto) che meglio di altri paiono adattarsi alle modalità asimmetriche con cui la crisi colpisce società e popolazioni in diversi contesti geografici. La profondità della rottura dello sviluppo capitalistico si è riflessa nello specchio globale del 15 ottobre, offrendo un quadro ancora parziale ma tuttavia rivelatore dell’intensità delle lotte e delle ipotesi costituenti che ovunque cominciano a presentarsi. Straordinarie sono state le mobilitazioni di Madrid e Barcellona, concluse con assedi ai palazzi del potere, con occupazioni di scuole, palazzi e ospedali. Ma molto importanti sono state anche le manifestazioni negli Stati Uniti, che hanno portato un osservatore attento come Immanuel Wallerstein a parlare del più rilevante movimento sociale in quel Paese dal ’68. Anche qui l’occupazione fisica di uno spazio centrale a New York e l’indignazione di fronte al potere della finanza sono stati i tratti fondamentali di una radicalità che si è diffusa, in particolare dopo l’occupazione del ponte di Brooklyn, in altre città statunitensi. Attorno a questi punti alti della dinamica di indignazione si sono disposte le altre iniziative, più o meno consistenti dal punto di vista della partecipazione ma comunque essenziali nel dare un respiro globale alla giornata.
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L’oscenità della morte
di Alessandra Sarchi
1.
Da un po’ di tempo a questa parte morire sembra diventato un reato; a voler essere un po’ meno iperbolici, è diventato un fatto straordinario che la percezione collettiva comune ha fretta di rimuovere, o all’opposto, ma si tratta delle due facce della stessa medaglia, enfatizza in modo spettacolare. Non mi riferisco a morti in circostanze eccezionali, o in età molto giovane, che da sempre hanno suscitato compassione e contribuito a fondare un genere letterario – l’elegia – che potesse accogliere la memoria individuale come baluardo al poco, o niente, in cui si risolvono le vite di moltissimi. Penso piuttosto a quanti sono consumati dalla vecchiaia, dalla malattia, o da entrambe le cose; a tutti gli esseri viventi per i quali il ciclo biologico si è esaurito o deteriorato a un punto tale da comprometterne la possibilità di essere persone, cioè viventi con una vita psichica e di relazione complessa e articolata con il resto del mondo. Penso anche a quanti semplicemente non ce la fanno, non perché fisicamente ammalati, ma perché la vita è un peso inaffrontabile. L’istinto di sopravvivenza, la forza più brutale che ci muove, a volte, e non sempre a torto, si arrende a qualcosa di superiore, a uno squarcio avvertito come irrimediabile fra sé e la vita. Chi ha il diritto di inoltrarsi in questa spazio e di decidere? Nessuno se non i diretti interessati. Pensare il contrario sarebbe come immaginare che davanti a Dio, per chi ci crede, all’assoluto, all’imponderabile, o più banalmente, davanti alla propria coscienza ci si possa presentare in massa, con richieste di categoria e patteggiamenti sindacali.
Assumiamo un dato di fatto: morire, in una società consumistica basata sulla rimozione della morte, e sopratutto in una società che dispone di mezzi notevoli per tenere in vita i corpi, non è semplice. Nemmeno per chi sia nelle condizioni ottimali, malattie devastanti e vecchiaia avanzata, per augurarselo.
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The big one
di Augusto Illuminati
C’è stata la grande scossa, che tutti aspettavano. Ma non proprio dove la localizzavano i commentatori professionali e le sirene centriste, cioè nell’agguato parlamentare a Berlusconi, finito in un flop miserando con la comica finale dei radicali a caccia di finanziamenti. C’è stata nella grande ondata di manifestazioni in giro per il mondo, nella protesta del 99% che non vuole dissanguarsi a favore della finanza internazionale, che preferisce eat the banker ai sacrifici. C’è stata anche nel corteo di Roma, a dispetto di alcune sbavature amplificate solo dalla speculazione mediatico-poliziesca e da un chiassoso protagonismo minoritario.
Cominciamo dalla farsesca “spallata” parlamentare, che ha ridato un po’ di fiato alla raccogliticcia maggioranza berlusconiana –fiato ben corto, d’altronde, perché la fine anticipata della legislatura e l’immobilismo governativo (decreto sviluppo e nomina del Governatore di Bankitalia) restano tali e quali. L’opposizione si è buttata con alti lai in una falla di tecnica procedurale fino al punto di resuscitare la secessione aventiniana, ma non è riuscita a evitare l’ennesima inutile fiducia. Che senso ha bocciare un governo per l’art. 1 del Rendiconto, quando lo si sostiene nel conferire rango costituzionale al pareggio di bilancio? Quando non si ha il coraggio di contestare la lettera Draghi-Trichet e si chiede soltanto l’onore di applicarla sostituendo Forza Gnocca con un esecutivo savonaroliano? E non vogliamo neppure rammentare il sostanziale scollamento dal disagio e dalla protesta popolare. La spigola a € 3,50 se la mangiano anche i parlamentari di minoranza. Quasi giusto che l’agguato sia saltato perché i radicali li hanno fregati nella corsa alla visibilità e a qualche soldo per la radio. Il futuro, ricordiamolo, si presenta molto più complicato di una caduta del pagliaccio e dell’avvento di una radiosa coalizione Bersani-Di Pietro-Vendola.
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Cambia l’ Italia, denuncia un Black bloc!
Gennaro Carotenuto
Rivolta morale in Italia! Finalmente i cittadini compatti denunciano il crimine. I mafiosi? No! Gli evasori che tutti conoscono? Nooo! I politici corrotti? Nooooo! Sbatti il mostro in prima pagina, denuncia un black bloc!
In genere questi ragionamenti vanno iniziati con un “premettendo che sono contro la violenza”. Paghiamo il fio e dopo aver premesso di essere contro la violenza di sabato a Roma e pure contro l’11 settembre, trovo oramai agghiacciante la persecuzione, quasi una caccia all’uomo, che si sta sviluppando in queste ore contro i ragazzi che hanno commesso reati sabato scorso.Approfittando dell’ era della riproducibilità, interi siti sono dedicati al metodico riconoscimento di questi alieni sbarcati da Marte a rovinare la festa alla parte sana del paese per mettere le forze dell’ordine in condizione di arrestarli. Oramai Fabrizio Filippi, il 23enne che ha lanciato il famoso estintore, ha la sua faccia riprodotta in Rete in migliaia di copie, ora e per sempre, ed è già stato stigmatizzato più di quanto non sia mai stato fatto con Totò Riina. Ciò nel paese del garantismo. Sempre a senso unico. Non importa che poi magari Fabrizio sarà assolto o condannato a una mite pena (e qualcuno s’indignerà perché avrà avuto meno di 30 anni di galera) e nessuno ricorda, come si fa fino alla nausea per i politici, che quel ragazzo è innocente fino al terzo grado di giudizio… sbatti il mostro in prima pagina.
Nel paese con tre regioni in mano alla criminalità organizzata, nel paese governato da Berlusconi dove le puttane si chiamano escort, nel paese dell’omertà, da nord a sud, nel paese delle tangenti, nel paese degli ecomostri, nel paese della sabbia al posto del cemento, nel paese dove i bravi imprenditori del nord hanno seppellito la Campania di rifiuti tossici, nel paese dove ci sono meccanici, dentisti, avvocati che lavorano al 100% in nero e che non emettono una fattura neanche sotto tortura, nel paese dei condoni tombali, fiscali, edilizi, contributivi, nel paese delle morti bianche, il mostro da sbattere in prima pagina è Fabrizio Filippi.
Evidentemente è facile sbattere in prima pagina il mostro Fabrizio Filippi, “er pelliccia” del quale da qualche ora ride tutta Italia. Al contrario del mafioso o del politico, Fabrizio è un poveraccio che senza estintore non fa paura a nessuno. Invece verso il cardiologo che non fa la fattura o il politico che chiede la tangente, sviluppiamo una sorta di sindrome di Stoccolma. Maturiamo disprezzo, odio perfino, ma in buona sostanza lo rispettiamo e ne finiamo per essere complici.
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Benvenuti nel Reale. Il ritorno alla materialità dopo il postmoderno
Written by Marco Assennato
1) Farla finita con il postmoderno?
Nel luglio 2011 «Micromega» ha dedicato il suo «Almanacco di filosofia» alla fine del postmoderno, insomma alla rivisitazione di una delle categorie filosofiche che ha tenuto il banco della discussione nell’ultimo trentennio. A seguito di quella pubblicazione, il confronto è proseguito sul sito web della medesima rivista e alcune delle tesi in campo son giunte a marcare presenza nell’edizione 2011 del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, dedicato alla Natura. Il dibattito verte sul ritorno al reale dopo la sbornia postmoderna. Ritorno ai fatti dopo l’ormai esausta vague delle interpretazioni, potremmo dire o, parafrasando Nietzsche, riaffermazione del mondo vero al tramonto di ogni sua possibile favola.
Seppure limitata essenzialmente agli autori che, nel dibattito italiano, hanno alimentato la sfida cosiddetta debolistica - che fu solo una delle possibili declinazioni di quel vago quanto ampio arcipelago che chiamiamo postmoderno - ed in particolare ad un confronto serrato tra Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris, la contesa pare nascondere un nucleo problematico più profondo e politicamente significativo di quanto a prima vista possa sembrar ovvio. Del resto Ferraris aveva già da tempo preso le distanze dalle tesi del suo maestro, ancora in occasione della ripubblicazione della sua mappa della filosofia postmoderna Tracce. Nichilismo, moderno, postmoderno (Mimesis, Milano, 2006). Nella postfazione intitolata Postmoderno vent’anni dopo appena appresso un formale riconoscimento del debito che egli deve a quella stagione, chiosava:
«A un certo punto ho cambiato idea. [...] All’inizio degli anni novanta cominciai a [...] essere scettico sullo scetticismo. [...] Era cominciata per me la stagione del realismo, che mi avrebbe portato, più avanti, a distinguere tra oggetti fisici, ideali e sociali, fuori dalle trappole del postmoderno. [...] Morale: le montagne non si costuriscono, e nemmeno i teoremi, il mondo è pieno di fatti che non sopportano interpretazioni» (p. 169).
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In morte di Pierangelo Garegnani
Venerdì scorso è scomparso Pierangelo Garegnani, uno dei più grandi economisti italiani, allievo di Piero Sraffa e critico implacabile della teoria economica dominante marginalista. Vogliamo contribuire a ricordarlo ospitando i due articoli che seguono, pubblicati rispettivamente su l'Unità e Il Manifesto![]()
La scomparsa di un Maestro dell’economia critica
Sergio Cesaratto
La figura di Pierangelo Garegnani è inscindibilmente legata alla critica alla teoria economica dominante e alla ripresa dell’approccio degli economisti classici e di Marx. Tale lavoro era stato avviato sin dagli anni venti del secolo scorso da Piero Sraffa, di cui Garegnani era l’allievo prediletto.
Garegnani conseguì il dottorato a Cambridge con una tesi dedicata alla teoria del capitale appena prima la pubblicazione nel 1960 del famoso libro di Sraffa Produzione di merci a mezzo di merci. Questo volume sollevò un’accesa controversia fra un gruppo di economisti di Cambridge capitanati da Garegnani e Pasinetti e gli economisti americani dell’MIT guidati da Paul Samuelson. La controversia verteva sulla possibilità di considerare la “quantità di capitale” disponibile nell’economia alla stregua delle quantità disponibili degli altri “fattori della produzione” – misurabili in termini fisici - nell’avvicinare la determinazione della distribuzione del reddito fra salari e profitti.
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Mantra del sollevarsi
di Franco Berardi “Bifo”
Il 15 febbraio del 2003 cento milioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I don’t need a focus group) e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo.
Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone per bene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e la violenza della guerra.
Il 15 Ottobre in larga parte del mondo è sceso in piazza un movimento similmente ampio. Coloro che dirigono gli organismi che stanno affamando le popolazioni (come la BCE) sorridono nervosamente e dicono che sono d’accordo con chi è arrabbiato con la crisi purché lo dica educatamente. Hanno paura, perché sanno che questo movimento non smobiliterà, per la semplice ragione che la sollevazione non ha soltanto motivazioni etiche o ideologiche, ma si fonda sulla materialità di una condizione di precarietà, di sfruttamento, di immiserimento crescente. E di rabbia.
La rabbia talvolta alimenta l’intelligenza, talaltra si manifesta in forma psicopatica. Ma non serve a nulla far la predica agli arrabbiati, perché loro si arrabbiano di più. E non stanno comunque ad ascoltare le ragioni della ragionevolezza, dato che la violenza finanziaria produce anche rabbia psicopatica.
Il giorno prima della manifestazione del 15 in un’intervista pubblicata da un giornaletto che si chiama La Stampa io dichiaravo che a mio parere era opportuno che alla manifestazione di Roma non ci fossero scontri, per rendere possibile una continuità della dimostrazione in forma di acampada. Le cose sono andate diversamente, ma non penso affatto che la mobilitazione sia stata un fallimento solo perché non è andata come io auspicavo.
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Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso*
Ovvero: Sull’uso sistematico e razionale della violenza
Antonio Pagliarone
Era previsto. Tutti sapevano che la manifestazione del 15 Ottobre sarebbe sfociata in scontri di piazza, soprattutto gli “indignati” (che dovrebbero essere incazzati) una parte dei quali applaudiva la polizia per incitarla a reprimere gli odiosi Black Block che stavano devastando la città. Strani questi Black Block, all’inizio erano poche centinaia ma in Piazza S Giovanni si sono viste migliaia di persone aggredire i blindati della polizia che facevano caroselli come quelli visti molti anni fa quando avevo la stessa età dei “giovani teppisti”. Eppure la Grecia è poco lontana, tutti hanno visto i ripetuti scontri di Piazza dei giovani ateniesi ormai ridotti alla fame - per loro il precariato è diventato un sogno. Cosa credete… che i giovani italiani prima o poi non avrebbero capito che per loro non c’è più un futuro in una economia ormai devastata da una speculazione senza fine? Erano pochi, in verità sono sempre stati pochi, ma pochi cosa vuol dire? Ma erano decisi e sprezzanti, avevano vinto la paura innestata da quel maledetto G8 di Genova dieci anni fa. A sentirli parlare i giovani “teppisti” avevano gli accenti più disparati delle regioni italiane, eppure sono riusciti a produrre quella “geometrica potenza” tanto cara agli estremisti del passato.
Attenzione, qualche migliaio di giovani duri non esprimono l’apertura di una fase “rivoluzionaria”, ma il fatto che in più di 900 città del pianeta si mobilitassero masse considerevoli di persone che spesso non hanno avuto a che fare con lo spettacolo del gruppuscolarismo del passato, con le gravi responsabilità di aver introdotto le ideologie dell’800 trascinatesi fino alla fine del millennio, o con la miseria dei partiti istituzionali che blaterano di lavoro e di lavoratori, è cosa di non poco conto.
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Hessel non abita in Italia
La crisi permanente della forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica
nique la police
cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso,
la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati
(Nietzsche)
Una analisi di quanto accaduto a Roma impone considerazioni cliniche e quindi sgradevoli. Perché un’analisi della dinamica delle differenti forze sul terreno, che si sovrappongono ormai regolarmente ad ogni grande evento di piazza, prescinde da considerazioni di valore. Non assegna meriti ad un comportamento piuttosto che ad un altro, d’altronde la politica non è un concorso a premi ma un fenomeno che produce risultati a seconda degli equilibri tra le forze in campo, né si pone il problema di riparare torti attraverso un uso emotivo, terapeutico dell’analisi. Per tutto questo ci sono la letteratura, il giornalismo, Twitter, i post su Facebook e tutta una miriade di scambi microfisici di impressioni tra persone coinvolte, o che si sentono tali, su quanto accaduto.
La prima considerazione clinica che si impone, dopo la giornata del 15 ottobre, è che la forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica è in crisi permanente e non sarà in grado di incidere, né tantomeno risolvere, nessuno dei problemi che evoca. Dalla questione del debito, al precariato. Si tratta di un tema ineludibile già emerso con forza a Genova 2001 e con le manifestazioni globali contro la guerra in Iraq nel 2003 (dove la seconda superpotenza mondiale dei movimenti, come la definì il mainstream americano, evaporò prima che la superpotenza Usa si impantanasse tra Falluja e Ramadi). Sappiamo benissimo che la forma movimento che si basa sul primato dell’opinione pubblica nasce, in Italia come altrove in occidente (nei paesi extraoccidentali è questione differente), come tentativo di risoluzione della crisi del modello di movimento basato sulle pratiche antagoniste fuoriuscite dal ’68. Di questo modello ne ha denunciato a lungo l’obsolescenza, sia sul piano della funzionalità che su quello della differente sensibilità etica raggiunta dalle società successive agli anni ’70, imponendo mutazioni significative di linguaggi, pratiche, obiettivi all’intera sinistra di movimento in differenti paesi.
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