
Benvenuti nel Reale. Il ritorno alla materialità dopo il postmoderno
Written by Marco Assennato
1) Farla finita con il postmoderno?
Nel luglio 2011 «Micromega» ha dedicato il suo «Almanacco di filosofia» alla fine del postmoderno, insomma alla rivisitazione di una delle categorie filosofiche che ha tenuto il banco della discussione nell’ultimo trentennio. A seguito di quella pubblicazione, il confronto è proseguito sul sito web della medesima rivista e alcune delle tesi in campo son giunte a marcare presenza nell’edizione 2011 del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, dedicato alla Natura. Il dibattito verte sul ritorno al reale dopo la sbornia postmoderna. Ritorno ai fatti dopo l’ormai esausta vague delle interpretazioni, potremmo dire o, parafrasando Nietzsche, riaffermazione del mondo vero al tramonto di ogni sua possibile favola.
Seppure limitata essenzialmente agli autori che, nel dibattito italiano, hanno alimentato la sfida cosiddetta debolistica - che fu solo una delle possibili declinazioni di quel vago quanto ampio arcipelago che chiamiamo postmoderno - ed in particolare ad un confronto serrato tra Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris, la contesa pare nascondere un nucleo problematico più profondo e politicamente significativo di quanto a prima vista possa sembrar ovvio. Del resto Ferraris aveva già da tempo preso le distanze dalle tesi del suo maestro, ancora in occasione della ripubblicazione della sua mappa della filosofia postmoderna Tracce. Nichilismo, moderno, postmoderno (Mimesis, Milano, 2006). Nella postfazione intitolata Postmoderno vent’anni dopo appena appresso un formale riconoscimento del debito che egli deve a quella stagione, chiosava:
«A un certo punto ho cambiato idea. [...] All’inizio degli anni novanta cominciai a [...] essere scettico sullo scetticismo. [...] Era cominciata per me la stagione del realismo, che mi avrebbe portato, più avanti, a distinguere tra oggetti fisici, ideali e sociali, fuori dalle trappole del postmoderno. [...] Morale: le montagne non si costuriscono, e nemmeno i teoremi, il mondo è pieno di fatti che non sopportano interpretazioni» (p. 169).
Ed è proprio su questo «primato delle interpretazioni sopra i fatti» che peraltro «non ha avuto gli esiti di emancipazione che si immaginavano illustri filosofi postmoderni» che torna Ferraris. A dir suo la cosiddetta filosofia postmoderna ha reso liquido il mondo consegnandoci ad un regime di «populismo mediatico» nel quale «purché se ne abbia il potere si può pretendere di far credere qualsiasi cosa». Ora, contro questo establishment politico-filosofico, Ferraris ha lanciato la sfida del New Realism: presentandolo su Alfabeta2 come una forma di «riabilitazione della nozione di verità» che passa attraverso le categorie di Ontologia, Critica e Illuminismo (tutte maiuscole). Insomma, scrive Ferraris, se «il potere è menzogna e sortilegio [...] il realismo è contropotere». Vattimo controargomenta ricordando di aver preso atto della “delusione” per gli effetti dell’impianto postmodernista già nei primi anni novanta con il suo La società trasparente, e registra una «permanente resistenza della realtà [...] nella forma del dominio dei poteri forti - economici mediatici etc.» che impediscono la trasformazione possibile. Insiste nel sottolineare così che la verità stessa sia un fatto di potere all’interno del quale bisogna prender parte. «Chi dice che c’è la verità deve sempre indicare una autorità che la sancisce. Non credo che tu ti accontenti ormai del tribunale della Ragione con cui i potenti di tutto il mondo ci hanno abbindolato. [...] Se c’è qualcosa come ciò che tu chiami verità è solo o per decisione di una auctoritas o, nei casi migliori, risultato di un negoziato». E Pier Aldo Rovatti, altro protagonista di quella stagione filosofica, prendendo le distanze dalle eccessive semplificazioni della svolta realista, e sottolineando le peculiarità della proposta debolista all’interno della stagione cosiddetta postmoderna, scrive:
«il pensiero debole era e rimane una maniera di leggere l’intera storia della filosofia, mettendovi decisamente al centro la questione del potere. [...] Non esistono fatti nudi e crudi che non abbiano a che fare con qualche interpretazione, questo è un fatto, così come sono fatti (duri e provvisti di effetti) le singole interpretazioni. [...] La storia è un susseguirsi di giochi di verità, il che significa che i valori del vero e del falso si trasformano, sono la posta in gioco di un pesante e determinato conflitto».
Ancora Rovatti, in un successivo intervento (sul Piccolo, 30 settembre 2011) descrive l’impresa neorealista come una «piccola crociata» contro le «false apparenze e la menzogna in senso lato» sul cui senso ci si dovrebbe interrogare. Cos’è il New Realism?
«La faccia ideologica - scrive Rovatti - non è difficile da identificare: un disinteresse e quasi un’amnesia per le vicende storiche e storico-culturali dei decenni scorsi, un richiamo alla “purezza” filosofica ridotta all’osso, [...] uno sguardo sospettoso verso l’impegno politico coniugato alla filosofia, per non dire di un sospetto generalizzato nei confronti di tutti quei microsaperi che si producono dentro le pratiche sociali. In nome di una “realtà” che nessuno si sogna di negare, ecco un drastico colpo di spugna che dovrebbe cancellare tutti i risultati di una filosofia critica e militante, come se non fossero stati acquisti di civiltà e conquista di diritti».
Tocca però a Paolo Flores D’Arcais proporre una via d’uscita dal dibattito, inannanzitutto avanzando il sospetto che la querelle nella quale s’oppongono Ferraris e Vattimo possa infine rivelarsi «un gioco di specchi». Per Flores è «l’intera impresa scientifica moderna» che va «sottratta al nichilismo interpretativo e riconosciuta universalmente come intersoggettivamente cogente». Da abbandonare dunque «l’idiosincrasia per l’oggettività della scienza [...] che domina purtroppo il pensiero progressista già dal sessantotto» dimentica della forza «strutturalmente rivoluzionaria del valore di verità». Secondo Flores è da riconoscere d’altro canto e contro le tentazioni del New Realism che la filosofia e le scienze umane in generale «scienze non sono affatto, sature come sono, esse sì, di interpretazione, di ideologia, di valori, dunque di preferenze soggettive e di interessi conflittuali». A dire di Flores la filosofia italiana dei primi anni sessanta aveva già in sè le potenzialità di un pensiero promettente che però fu buttato a mare da una scuola che lega Pareyson, Severino, Cacciari e Vattimo, pronta a correr dietro al nichilismo spiritualista che declinava Heidegger in mille pose, andava a braccetto con gli irrazionalismi di Derrida e Foucault, vincendo e dilagando nella cultura progressista italiana. La tradizione dimenticata di cui parla Flores è invece illuminista ma anti-idealista ed ha tra i suoi padri Abbagnano, Bobbio, Geymonat e il «marxismo eretico di Della Volpe». Ed è proprio questa tradizione, scientista e oggettivista, antihegeliana e critica, che contiene, secondo Flores «tutti gli elementi per dar luogo a quel New Realism - capace di andare oltre la povertà etico politica del positivismo logico egemone nel mondo anglosassone». Dunque una tradizione che distingue bene tra la scienza, capace d’occuparsi dei fatti, e la filosofia alle prese con sensate interpretazioni. Problema risolto? sì. Se non fosse che le cose non vanno esattamente come sostiene Flores. Nè nel campo delle scienze, nè in quello della filosofia.
2) «Effetti esotici» e «considerazioni personali»: ovvero sull’esistenza dei fatti e la cogenza delle interpretazioni.
Il 23 settembre 2011 le agenzie di mezza europa battono una notizia sensazionale: la velocità della luce è stata superata (dunque, ecco ciò che importa, è superabile). A seguito dell’esperimento Cngs (Cern Neutrino to Gran Sasso), nel quale un fascio di neutrini viene lanciato dal Cern di Ginevra verso i Laboratori del Gran Sasso dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) - non certo, helas!, attraverso un tunnel sotterraneo come sembra credere la ministra dell’Università italiana, dott.ssa Maria Stella Gelmini - la velocità registrata dai neutrini risulta più veloce della luce di circa 60 nanosecondi su una distanza di 730 km (6 km/secondo in più). Poiché la velocità della luce è stata finora considerata «un punto di riferimento insuperabile» per la ricerca in fisica, se questa venisse - in un apposito esperimento - trasgredita, ciò aprirebbe prospettive teoriche finora inesplorate, “rivoluzionarie”. Almeno così ce la racconta la stampa e, seppure in sintesi, la raccontano i tanti fisici interpellati. Ora però, a eccezione dell’ennesima e certissima manifestazione della inestimabile e profonda gretezza della classe politica italiana, la faccenda mostra una disciplina molto lontana da dati oggettivi, certezze e verità. La posta in gioco sembra molto ampia, perchè tiene insieme un campo vasto, epistemico, della cultura occidentale ed interpella tanti e distanti livelli: teorico, filosofico, etico-politico, economico. Attorno alla domanda classica: cosa è reale, vero? esistono i fatti o ci sono solo interpretazioni? - la stessa del dibattito sul postmoderno - la fisica non sembra messa meglio della filosofia. Certo spostare così la questione può a giusto titolo sembrare una semplifcazione gravemente grossiere. Eppure il rischio va corso. Due giorni dopo l’annuncio, ecco le prime crepe. La stampa rivela che «una parte del gruppo dei fisici appartenenti a 30 istituzioni di 11 nazioni non condivideva appieno i passi che si stavano per compiere diffondendo un dato che avrebbe messo a soqquadro le radici della fisica moderna» (cfr. CorrieredellaSera, 25 settembre 2011) - cosa del tutto normale almeno per un pubblico mediamente informato su come procedano le scienze dure: ovvero per falsificazioni più che per conferme, rimesse in discussione più che acquisizioni. Ma quello che mi pare interessante è la modalità attraverso cui il discorso scientifico si costruisce e la relazione tra questa modalità e la sfera del “vero” e del “fattuale”, del reale insomma. I fisici, si dice, sono ora impegnati nella «caccia all’errore». Secondo alcuni occorre prudenza «prima di gettare nel fuoco le teorie di Einstein». Del resto, come afferma David Kaiser del Mit «è possibile che anche se le conclusioni sono accurate, queste non dimostrino che i neutrini viaggiano più veloci della luce ma invece siano la spia di un altro effetto esotico sconosciuto». Antonio Ereditato, che dell’esperimento è stato primo protagonista, ha commentato così:«dopo la conferenza al Cern ho ricevuto 650 email di osservazioni ed è quello che deve succedere. Ciò che abbiamo constatato è choccante. Per questo prima di tutto ci siamo fatti gli esami all'interno del gruppo secondo le regole standard e poi abbiamo messo ai voti il lavoro svolto. Sapevo che l'articolo preparato era particolare e perciò ho chiesto libertà di coscienza nell'esprimere le personali valutazioni. Il consenso è stato grande ma un certo numero di colleghi per una serie di ragioni personali non lo ha condiviso». La velocità della luce e la sua trasgressione, si dissolvono insomma tra effettiesoticisconosciuti, la messaaivoti, la libertàdicoscienza e le ragionipersonali dei partecipanti al progetto. E la fisica, paradigmatica regina delle Hard Sciences appare di colpo molto meno “certa” e “oggettiva” della teoretica pura, o della linguistica generale. Argomentare similmente all’interno di un gruppo di ricerca filosofico o linguistico, infatti, suonerebbe quantomeno bizzarro. I fatti sembrano dissolversi in pure interpretazioni. E il campo disciplinare in questione pare invaso prepotentemente da valori, preferenzesoggettive e - perché no - ideologieeinteressiconflittuali. Eppure, a grattar bene, resiste nella vicenda un criterio codificato cui fare appello per controbilanciare questa deriva liquida. Marco Gianmarchi, del Cnr, ricordando le cautele di 30 dei 160 scienziati impegnati nell’esperimento spiega così il loro rifiuto di firmare il preprint:«avevano dubbi e avrebbero preferito pubblicarla innanzitutto su una rivista internazionale la quale, prima di accettare il lavoro, lo avrebbe sottoposto al tradizionale vaglio di altri esperti». Eccoci allora passati, dal “vero” e “reale”, al vasto campo della valutazione e del referaggio delle riviste internazionali. Lì, forse, in quella selva di cultura statistica, abita ancora la verità. Certamente però - basterebbe richiamare un trentennio di ricerca d’un autore attento come Bruno Latour - vi abita in compagnia di quelle altre, fastidiosissime parole: interpretazione, soggettività, valori, ideologia, interessi conflittuali.
3) Acceleratori di particelle e proliferazione delle teorie.
Ma andiamo con ordine. L’esperimento in questione è avvenuto al Cern di Ginevra, uno degli ultimi acceleratori di particelle in funzione in Europa. Di che si tratta? La ricerca in fisica è a tutt’oggi la più costosa tra quelle ancora finanziate dalla mano pubblica - da qui l’affrettato scivolone della Ministra Gelmini che riteneva d’aver contribuito alla costruzione di un Tunnel che collega il Gran Sasso alla Svizzera (il che se non altro avrebbe di molto attenuato le tensioni in Val di Susa). La ricerca svolta in questi luoghi per anni si è concentrata, attraverso imponenti macchine acceleratrici, sulle alte energie e ciò, secondo Franco Piperno, poiché «lo studio e l’uso delle alte energie sono strettamente imparentati con la progettazione di ordigni bellici ad alto potenziale distruttivo» il che, tra gli anni trenta e gli anni ottanta del secolo scorso, in piena guerra fredda, aveva una sua drammatica centralità. Così, ad un primo periodo - coincidente appunto con la divisione del mondo in due blocchi contrapposti - nel quale gli acceleratori hanno aumentato la loro potenza di un fattore dieci per ogni decade, ne è seguito un secondo, successivo alla caduta del muro di Berlino e all’unificazione del mercato mondiale, nel quale - ancora secondo Piperno - «gli acceleratori hanno smesso di crescere, molti sono stati drasticamente ridimensionati; alcuni addirittura chiusi e i loro gusci bizzarri [...] si stagliano, enormi e vuoti di senso, nelle desolate periferie delle metropoli». L’acceleratore del Cern di Ginevra è l’unico che abbia continuato a crescere, il più grande al mondo. Ancora con Piperno si può convenire nell’affermare che si tratta del «tempio della Big Science». Eppure se si valutano i risultati concreti, «il bilancio stinge nettamente al rosso». Seguiamo il ragionamento di Piperno:
«Negli ultimi trenta anni, non una sola scoperta scientifica di qualche rilievo è stata trovata al CERN; e anche la ricaduta tecnologica, ad uso dell’industria e connessa alla precisione maniacale della strumentazione adoperata, è stata, fatta salva una sola eccezione, decisamente modesta, se raffrontata ai costi stratosferici in personale ed impianti. Come era già accaduto alla astronomia medievale all’epoca della moltiplicazione delle “ orbite omocentriche”, alla scarsezza di risultati cognitivi si accompagna una involuzione mistica della teoria: una sovrapproduzione bizantina di modelli che, di suo, testimonia la crisi concettuale nella quale versa la fisica, pur senza saperlo. [...] il lavoro di ricerca al CERN [...] incappa nel vuoto per quel suo puntare paranoico a risolvere i misteri ontologici per i quali non possiede l’adeguata potenza intellettiva, per quel suo ricercare la “ur-particella cosmica” o “l’istante primevo dell’universo”- enti questi del tutto virtuali, inesistenti, fabbricati e affannosamente cangiati dalle teorie; insomma, proprio perché privi di realtà, ben si prestano ad essere ricercati e mai trovati, in un moto entropico senza fine»
Il panorama che ci si squaderna dinnanzi pare così clamorosamente distante dal concreto, una nube di suggestioni teoricizzanti e astratte. Di più: alle fastidiose parole di cui sopra s’aggiunge la denuncia dell’involuzione mistica della teoria con il suo rosario di molteplici modelli, bizantinismi che testimonierebbero della crisi concettuale della fisica stessa. Ci resta però l’appello alla valutazione, al mondo stabile delle riviste scientifiche, con i loro comitati scientifici e i dovuti e oggettivi metodi di valutazione. Insomma l’idea che esista comunque una comunità scientifica cui fare appello in ultima istanza per riceverne lume, orizzontarsi nel mondo selvatico del reale e dell’apparente, del vero e del falso, del fatto e dell’interpretazione.
4) Sulla chiacchera e le riviste scientifiche.
In un suo aureo libretto dedicato al rapporto tra dialogo e chiacchera nella costruzione del grande libro del pensiero occidentale, Andrea Libero Carbone ha riportato alla nostra attenzione un “caso” tanto saporito quanto noto (Cfr. Carbone A. L., Filosofia della chiacchera, Castelvecchi, Roma 2009). Ripercorrendo i confronti celebri sul relativismo epistemologico, ovvero quell’ampio dibattito degli anni settanta che vide impegnati teorici del calibro di Popper, Lakatos, fino a Feyerabend e Kuhn, attorno alla questione della convenzionalità o realtà delle leggi della fisica, Carbone riprende l’affaire Sokal. Alain Sokal, avverso ad ogni relativismo epistemologico, era solito invitare chi dubitasse della realtà delle leggi della fisica - ovvero coloro i quali le considerano mere convenzioni stabilite all’interno di una comunità di ricerca - a provare ad infrangerle gettandosi dal 21° piano. Non contento di ciò, probabilmente a causa del bassissimo numero di relativisti che tentarono l’esperimento (un numero piccolo come un neutrino tendente, riteniamo con ragionevole certezza, allo zero), Sokal s’inventò allora una boutade graffiante: propose e pubblicò, dopo attento vaglio del comitato scientifico della rivista, un articolo pseudo-scientifico su «Social-Text», testata iperrelativistica. Un testo, ricorda Carbone «scritto artatamente in modo che fosse in consonanza con gli orientamenti relativistici della redazione, e a tal proposito intenzionalmente infarcito di assurdità» (p.19). Incassata la pubblicazione poi, lo stesso Sokal svelò l’impostura, sottolineando le tesi bislacche, gli errori, le storture, le invenzioni e i nonsense del suo primo articolo con un secondo testo pubblicato dalla rivista «Lingua Franca». Così facendo Sokal dimostrava, da par suo, l’inconsistenza dei criteri di valutazione di «Social Text». Ma il fatto ha provocato contromosse inattese. I cui effetti forse hanno infine minato definitivamente le piazzeforti che Sokal intendeva difendere. Ancora Carbone ricorda «l’impresa speculare dei fratelli Bogdanoff che hanno pubblicato su autorevoli riviste di fisica una serie di articoli fantasiosi, inventati di sana pianta ma credibili perché redatti nel gergo ufficiale e quindi ben accetti ai comitati scientifici». E ancora le osservazioni di Mara Beller, la quale in un articolo pubblicato su «Physics Today» ha «sistematicamente rintracciato negli scritti di eminenti scienziati come Bohr, Born, Heisenberg e Pauli la formulazione di tesi assai conformi alle assurdità che Sokal aveva voluto inventare per prendersi gioco dei relativisti, corroborate dalle confessioni di altri fisici che ammettevano di avere aderito a quelle teorie per ossequio a un ipse dixit, senza averle effettivamente capite fino in fondo» (p. 20). Adesso basterebbero questi esempi, certo estremi, per mandare in polvere l’ultimo appiglio concreto - la valutazione oggettiva dei comitati scientifici delle riviste, il referaggio, etc - della fisica. O si potrebbe far riferimento al bellissimo, seppure datato, Scienza in azione di Bruno Latour che rintraccia con passione sociologica tutta intiera la rete di complicità, relazioni di potere, strategie retoriche attraverso cui si forma la pretesa scientificità del sapere accademico. Certo è che, come già riferito da Piperno, anche secondo Carbone «da un quarto di secolo a questa parte molti fisici sembrano aver smesso l’abitudine di far ricorso al metodo sperimentale. Si appassionano alla teoria, anzi a una miriade di teorie alternative, che implicano l’esistenza di qualcosa come undici dimensioni dello spazio più o meno compattificate, e macinano calcoli di difficoltà vertiginosa su realtà che avrebbero dimensioni prossime alla lunghezza di Planck, dunque inaccessibili all’osservazione e non soltanto con gli strumenti attualmente disponibili ma anche, probabilmente, con ogni altro mezzo possibile e immaginabile» (pp. 20-21). Perduto il metodo sperimentale e sperduti nel bizantinismo teorico iperastratto, i protagonisti della Hard Science, icone dello studio concreto, pratico e reale, sembrano ormai produrre solo interpretazioni che non afferrano i fatti. Forse è venuta l’ora di abbandonare tutta la paccottiglia retorica (seppure vestita da scienza esatta) sulla oggettività della valutazione e ogni approccio rigidamente positivistico, per affermare la certa esistenza dei fatti - per la quale nessun relativista si è mai gettato dalla finestra, almeno non a cuor leggero - e la cogenza delle interpretazioni, ovvero dell’unico modo, teorico, logico, razionale, attraverso cui gli uomini sappiano approssimarsi al reale e al vero. Ma questo piccolo cambiamento di prospettiva, rischierebbe di provocare un terremoto nell’organizzazione della ricerca scientifica, nelle strategie consolidate di formazione delle sue gerarchie, sino a produrre certissimi quanto reali effetti sull’organizzazione sociale.
5) Pensiero vivente e differenza italiana.
Tutto intero questo dibattito su verità e interpretazione nasconde o malcela una sorta di stallo: una incapacità di pensare o una volontà di non dire. Se il piano epistemologico risulta grossolanamente semplicistico ed inapplicabile a qualsivoglia contesa scientifica - tanto che basta richiamare il dibattito giornalistico su di una pretesa “scoperta” per mandare all’aria il nuovo realismo di Ferraris almeno quanto le nostalgie dellavolpiane di Flores - è tuttavia sul piano più generale della politica che la discussione si fa significativa in quanto intrinsecamente zoppa. La stagione postmoderna, ha avuto il merito di mandare per aria le categorie idealistiche, liberali e patriarcali su cui si fondava il moderno, proprio attraverso la polemica relativistica sulle verità. Ma erano le verità del moderno ad esser criticate. In fondo si è trattato del primo tentativo di ricostruire un quadro teorico dopo l’esaurirsi della tradizione metafisica, sulla quale quelle verità si fondavano, portato dell’uscita di scenda dell’equivalente generale che il salto tecnologico ha determinato sul sistema produttivo. Di più: il postmoderno ha registrato la crisi storica della modernità, anche recuperando autori e tradizioni interne a quell’orizzonte ma riottose, critiche. Il mondo moderno s’è spezzato davvero, è bene comprenderlo. S’è spezzato il suo profilo politico con la crisi dello stato-nazione e dello stato-piano e dei sistemi fondati sulla rappresentanza; sono andate in crisi le categorie economiche con la trasformazione del sistema industriale, le nuove forme del lavoro e il superamento della legge del valore; è andata in crisi la tradizione epistemologica e teoretica positivistica restituendo centralità al linguaggio e all’interpretazione del reale e cercando metodi probabilistici di approssimazione al vero. Ora, qui il punto, su questo orizzonte sono proliferate tradizioni anemiche. Ovvero incapaci di definire un piano affermativo. Secondo Roberto Esposito (cfr. Esposito R., Pensiero vivente.Origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, Torino 2010) i tre principali filoni della ricerca filosofica europea hanno addirittura teorizzato il loro proprio depotenziamento. In Germania, impallidita la teoria critica di Adorno e Benjamin nei profili minori di Habermas e Honneth, con la loro utopica e pacificata società dialogante, anche l’ermeneutica dopo Gadamer ha perduto lo slancio iniziale. Destino condiviso dal decostrusionismo francese, come dalla scuola analitica anglosassone. In tutti e tre questi casi, ancora secondo Esposito, è la centralità assegnata alla sfera del linguaggio che ha prodotto il ripiegamento della filosofia. Se fare teoria può significare solo critica del linguaggio, analisi dell’orizzonte linguistico pre-dato o decostruzione dello scarto tra parola e scrittura, essa sarà allora il nome che diamo all’elaborazione della sua stessa crisi, lo spartito della fine della filosofia medesima. Se questo è stato il quadro europeo, poi, va sottolineato come la traduzione debolistica del postmoderno sia stata pensata proprio da Vattimo e Ferraris - come notava già nel 2005 Toni Negri - «schiacciando la ricchezza delle articolazioni e delle superfici del reale, dei dispositivi e degli agencements della critica post-strutturale francese sull’orizzonte dell’ontologia heideggeriana» (Negri T., La diffrenza italiana, Nottetempo, Roma 2005, p. 7). Tutta la ricchezza, reale appunto, materiale, del passaggio postmoderno, veniva spinta sul livello del linguaggio, casa dell’essere, e così de-corporeizzata, de-storicizzata, ridotta a sogno da rileggere, segno da interpretare o lutto da elaborare sul lettino dello psicanalista. La società intera - o il mondo nel senso della totalità dei fatti - ormai interamente sussunta dal modo di produzione, enorme ammasso di merci e valori intercambiabili e finanziarizzati, proprio in quanto compiutamente reificata era, all’alba del postmoderno, completamente astratta. Nulla più che una questione di linguaggio o una favola. Una traccia che continua con la tradizione post-lacaniana di Slavoj Zizek: il suo invito a riscoprire il deserto del reale suona in ultima istanza come il riconoscimento dell’incapacità di percepire la reale meccanica che agita il politico contemporaneo. Il capitale ridotto ad un effetto di realtà è ideologia pura, ma proprio in questa sua astrazione è fattuale. Si tratta di analizzare questa illusione per svelare il vero, il reale deserto cui il mondo è ridotto. Ma il reale non è affatto un deserto, e, ancora con Esposito, possiamo invece trovare proprio in Italia una seconda tradizione di pensiero: critica e affermativa. Si tratta di una traccia che ha saputo riconoscere il potenziale della svolta postmoderna, senza scarnificarla. La differenza italiana sta esattamente nella sua capacità di declinare un pensiero vivente, mondano, «estroflesso sul mondo esterno» per dirla con Esposito, o impuro, secondo la definizione di Remo Bodei. Ora questo pensiero coglie la complessità del passaggio postmoderno senza perdersi nella discussione tra nuovo realismo o relativismo, perchè non ha mai considerato il linguaggio come campo esaustivo della riflessione teoretica, ma ne ha intuito la centralità in quanto mezzo di produzione, forma del lavoro contemporaneo. Una lettura materiale, possibile proprio perchè, il pensiero vivente di cui parla Esposito ha messo il linguaggio - e con esso la verità e le interpretazioni - «in rapporto alle categorie di storia, politica e vita». Storia, beninteso, mai lineare e progressiva, ma al contrario - basti qui il riferimento che fa Esposito a Vico e a Cuoco - circolare ovvero necessitata a tornare sempre ad una origine: la vita, il bios, potenza produttiva da cui si generano le forme del politico. Politico esterno al potere, allo stato:campo molteplice di interpetazioni da criticare, decostruire e spingere in avanti. Insomma un politico sempre di nuovo da pensare in una tensione che ruota attorno all’idea dell’immanenza del conflitto, della sua produttività costiuente, polimorfa, multidimensionale. Altro che scienza oggettiva o ritorno ai fatti: guerra di interpretazioni, cogenti ai fatti di questo mondo. L’unico che ci sia dato di abitare. Sono pronti Flores, Vattimo e Ferraris a pensare questa sfida?









































Add comment