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Rosa Luxemburg critica dell’economia politica
In questo centenario dalla morte della rivoluzionaria polacca pochi hanno approfondito il suo apporto alla teoria economica, che è stato invece fondamentale per lo sviluppo del marxismo
Nel centenario della morte, Rosa Luxemburg (1871-1919) è stata ricordata come socialista, per il suo ruolo nel pensiero femminile e per la straordinaria personalità che viene fuori dal suo epistolario. Qui vogliamo ricordare anche il suo fondamentale contributo alla critica dell’economia politica, in primo luogo con i libri L’accumulazione del capitale (1913) e Introduzione all’economia politica (1912 ).
L’accumulazione è senz’altro da considerare l’opera principale di Rosa Luxemburg. Lo scopo dell’opera era rispondere al quesito «dove sono i consumatori del plusvalore?». La risposta della rivoluzionaria polacca è che dentro un sistema puramente capitalistico sarebbe impossibile reperire la domanda per il consumo di merci prodotte in regime di accumulazione. Tale domanda dovrebbe ricercarsi altrove. E proprio per trovare questa domanda aggiuntiva nasce secondo Rosa Luxemburg l’imperialismo. Infatti, la conquista di nuove colonie da parte degli Stati a economia capitalistica andò di pari passo con la concorrenza, militare ed economica, per accaparrarsi nuovi spazi di accumulazione dopo la saturazione delle economie interne. Ma la lotta per la spartizione di queste zone pre-capitalistiche porta prima o poi alla saturazione dell’intera economia globale, in un mondo divenuto integralmente capitalistico. A quel punto si verifica il crollo del sistema per la carenza della domanda del sovrappiù.
Per questa sua teoria Rosa Luxemburg è stata accusata – anche da illustri marxisti come Lenin o Sweezy – di «crollismo sottoconsumista». Ma andiamo con ordine. Alla fine proveremo a spiegare come si difende da queste accuse e perché il suo contributo fu sottovalutato dai marxisti suoi contemporanei e successivi.
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Schiavitù senza padroni
di Alessandro Della Corte
Qualche tempo fa sono capitato su un articolo divulgativo che parlava di un recente esperimento di fisica fondamentale[1]:
Prendete un pallone. Da calcio, da basket, da pallamano; non importa. Sparatelo con un cannone e riprendete la scena con telecamere ad altissima definizione. […] Ora è il momento di fare un passo in avanti: rimpicciolite il pallone fino a farlo diventare un oggetto quantistico (un elettrone, un fotone; non importa) e ripetete l’esperimento con un mini-cannone e una mini-telecamera. Vi accorgerete che le cose cambieranno parecchio. Senza tirarla troppo per le lunghe, non riuscirete più a concludere la misura come prima. Perché la vostra mini-telecamera perturberà irrimediabilmente la traiettoria del mini-pallone, diventando di fatto parte integrante e attiva dell’esperimento. […] Piccola pausa: cosa vuol dire entangled? Il termine entanglement, che non ha una precisa traduzione italiana, definisce un bizzarro (l’ennesimo) fenomeno quantistico in cui due o più particelle sono intrinsecamente collegate tra loro in modo tale che le azioni o le misure eseguite su una di esse abbiano effetto istantaneo e irreparabile sulle altre. Con questo in mente, torniamo all’esperimento.
Eccetera, eccetera. Testi di questo tipo mi deprimono. Non perché l’esempio scelto (abbastanza a caso) sia particolarmente cattivo nel suo genere; si trovano facilmente cose molto più invereconde. Il mio problema è il genere stesso, e in particolare lo stile tipicamente usato. Si avverte l’ansia, il terrore che il lettore si spaventi, o peggio ancora si annoi e smetta di leggere. Lo si percepisce dal periodare convulso, dall’abbondanza di espressioni tipiche del parlato che dovrebbero dare sollievo tra una parola difficile e l’altra, dai grassetti distribuiti generosamente e un po’ a caso.
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Autonomia differenziata, sfruttamento generalizzato
di coniarerivolta
Con la fine del Governo giallo-verde, sembrava essere caduta nel dimenticatoio la riforma leghista per eccellenza: l’autonomia differenziata. A ben vedere, tuttavia, essa sembra soltanto rinviata. Se, come pare probabile, il prossimo sarà un governo di centrodestra a trazione leghista, si può scommettere che il regionalismo differenziato sarà uno dei primi punti all’ordine del giorno. E non è neanche detto che si debba aspettare il prossimo esecutivo. Nel disperato (e, probabilmente, illusorio) tentativo di conquistare il consenso dell’imprenditoria settentrionale, potrebbe essere lo stesso governo giallo-rosè ad anticipare i tempi di questa sciagurata riforma. D’altro canto, le recenti dichiarazioni del Ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, in base alle quali la bozza di una fantomatica “legge quadro” sarebbe quasi pronta, appaiono come dei tristi presagi.
Tuttavia, al di là di qualche fumosa dichiarazione, ad oggi dell’autonomia differenziata si sa forse meno di prima. All’epoca della trattativa tra il Conte-I e le Regioni, interessate all’attuazione dell’articolo 116 della Costituzione, circolavano soltanto delle bozze di accordo, che non avevano mai trovato una forma definitiva. Trarre conclusioni su come, concretamente, avverrebbe il trasferimento di competenze e quindi di risorse dallo Stato alle Regioni è dunque pressoché impossibile. Logica vuole, tuttavia, che tale trasferimento comporti necessariamente un disimpegno da parte dello Stato, nel finanziamento delle competenze in questione, e un aumento delle risorse che le Regioni vorranno trattenere per adempiere ai nuovi compiti.
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Domenico Losurdo, alla testa del marxismo militante
di Joào Quartim de Moraes1
Materialismo Storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane è una pubblicazione dell'Università di Urbino con il patrocinio della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, n. 1 2019
Coincidenza non casuale, nello stesso momento in cui si riuniva per la prima volta a Sào Paulo il gruppo fondatore di “Critica marxista”, Domenico Losurdo pubblicava Dalla rivoluzione d’Ottobre al nuovo ordine internazionale (novembre 1993). Erano gli anni infausti nei quali lo smantellamento del blocco sovietico poneva fine a quattro decadi di equilibrio strategico USA/URSS, favorendo il predominio incontrastato del blocco occidentale riunito nell’alleanza militare del Patto Atlantico. Lunghe colonne di disertori aderivano alla Democracy e alla Globalization Made in USA e giustificavano il loro cambio di fronte con il pretesto della nuova fase storica, convinti che l’insuccesso di Gorbaciov e il golpe di Eltsin fossero solo l’ultima conferma del definitivo fallimento del marxismo. Tristi pappagalli del pensiero unico neoliberale preconizzavano, con la scomparsa dell’URSS, l’inizio di un’era di pace senza più muri né frontiere.
Non mancava, tuttavia, chi si sforzava di tener salda la propria posizione davanti alla valanga reazionaria che rovinava sul blocco sovietico e sotterrava sotto le sue macerie anche l’eurocomunismo. Tra questi, Domenico Losurdo: nel gennaio del 1991, al culmine dello smottamento, pubblicava il primo di una lunga serie di articoli in difesa del lascito della rivoluzione d’Ottobre del 1917. Losurdo aveva già ottenuto un vastissimo riconoscimento accademico internazionale per i suoi studi di filosofia e di storia politico-culturale della Germania (Kant e, principalmente, Hegel) realizzati tra il 1983 e il 1989. In seguito, aveva pubblicato La comunità, la morte, l’Occidente: Heidegger e l’“ideologia della guerra” (Torino, 1991) e Hegel e la libertà dei moderni (Roma, 1992). Ma a consacrarlo come uno dei maggiori storici e teorici del marxismo del nostro tempo era stato certamente Democrazia o bonapartismo, pubblicato nel 1993.
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Esiste una Gig economy?1
di Kim Moody2
Il lavoro sicuro non è mai stato una caratteristica del capitalismo. Poiché la concorrenza spinge l'accumulazione da un settore, o da un luogo, all'altro nella ricerca di profitti attraverso gli alti e bassi delle crisi periodiche, questa altera necessariamente i modelli occupazionali e l'organizzazione del lavoro. Nel lungo periodo, il capitalismo degli Stati Uniti ha spostato l'occupazione dall'agricoltura e dall'industria a lavori spesso etichettati come servizi.
Per un breve periodo successivo alla seconda guerra mondiale fino alla metà degli anni '70, il sistema delle economie capitaliste sviluppate sembrava garantire un po’ di sicurezza ai settori della classe operaia, soprattutto in quello della produzione. Questa illusione venne eliminata con l'aumento della turbolenza economica che caratterizzò l'era neoliberista, a partire dall'inizio degli anni '80, quando furono cancellati milioni di posti di lavoro nella manifattura mentre la produzione continuava a crescere.
Insieme a crisi più profonde, metodi di produzione più snelli e nuove forme di misurazione e di sorveglianza del lavoro hanno portato non solo alla sua intensificazione attraverso lo "sviluppo costante" che ha distrutto i posti di lavoro, ma anche l'outsourcing verso imprese a basso reddito localizzate spesso appena fuori dall’ “autostrada" o all'estero. I tassi di partecipazione della forza lavoro sono diminuiti e l'insicurezza è diventata la norma per milioni di esclusi prodotti da tali cambiamenti.
Nel bel mezzo di questi cambiamenti strutturali, che spesso provocano disorientamento, alcuni commentatori e accademici hanno visto quello che ritengono sia l'ascesa di nuovi tipi di lavoro intrinsecamente più instabili e irregolari rispetto a quelli dell'ultimo mezzo secolo e più.
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Il 25 e 26 gennaio nasce Nuova Direzione
di Nuova Direzione
A Milano si costituisce Nuova Direzione. Approveremo le tesi politiche e lo statuto e decideremo insieme come avviare una serrata presenza sulla scena politica italiana. Chi ci conosce o approva le nostre idee può partecipare da subito, entrare nella discussione delle tesi ed aiutare a definire un nuovo modo di fare politica.
Una Nuova Direzione. Perché?
Oltre la destra, oltre la sinistra. Per il socialismo.
Questa è la nuova direzione che il paese deve scegliere. Un socialismo tutto da inventare, integralmente nuovo. Legittimato dalle diseguaglianze, dalle crisi, dal disastro ambientale e dai rischi di guerra prodotti dal capitalismo. Un socialismo necessario anche per l’Italia, perché solo un forte intervento pubblico può far rinascere il paese e aumentarne la capacità di autodeterminazione, ma solo una gestione socialista e popolare può evitare che esso funzioni come sostegno ai grandi gruppi privati.
Un socialismo che non è un modello predeterminato, da applicare ovunque, ma la ricerca dei modi più adeguati, e quindi diversi da luogo a luogo, per limitare il potere del capitale e favorire quello dei lavoratori.
Un socialismo che, così considerato, non è affatto morto nel novecento, ma si presenta in gradi diversi e con le inevitabili contraddizioni sia nell’esperienza cinese, sia in quella sudamericana, sia nei nuovi orientamenti che sorgono in Inghilterra e negli stessi Stati Uniti. E che può ripresentarsi in Italia dimostrando di saper coniugare l’interesse delle classi subalterne e l’interesse nazionale.
Destra e sinistra in Italia, due facce del liberismo
Entrambe vogliono precarizzare il lavoro (salvo inventarsi adesso correttivi di facciata). Entrambe puntano sull’immigrazione, sfruttandola in modi diversi, per indebolire i lavoratori. La destra con politiche minacciose, che avvelenano la cultura del paese, ma lasciano volutamente irrisolto un problema che è fonte perpetua di voti; la sinistra con la vantata propensione all’accoglienza illimitata, che si accompagna a goffi tentativi di limitazione dei flussi.
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Il capitalismo secondo Nancy Fraser
di Carlo Formenti
Basterebbero i titoli dei quattro capitoli – Concettualizzare il capitalismo, Storicizzare il capitalismo, Criticare il Capitalismo, Contestare il capitalismo – per dare un’idea dell’ambizione teorica che ispira un libro come Capitalism (da poco pubblicato in edizione italiana dall’editore Meltemi nella collana Visioni eretiche, diretta da chi scrive). Il volume porta come sottotitolo “Una conversazione con Rahel Jaeggi”, ma il lettore capisce presto che siamo lontani dalla mera registrazione di un dialogo (infatti le autrici spiegano che il libro è stato “costruito” a posteriori, usando le conversazioni come una semplice traccia): ci troviamo, piuttosto, di fronte a due discorsi che scorrono paralleli e quasi indipendenti l’uno dall’altro. Quanto all’artificio retorico dell’alternanza fra domande (perlopiù della Jaeggi) e risposte (perlopiù della Fraser) si intuisce che maschera a stento le divergenze fra le autrici, che vengono attutite dall’atteggiamento amichevole di due donne che si stimano, rispettano e apprezzano reciprocamente, ma anche (sia detto senza ironia) da un certo bon ton accademico.
Del resto non potrebbe essere altrimenti, dal momento che le rispettive visioni filosofiche ed epistemologiche coincidono solo marginalmente: pur conservando entrambe un forte ancoraggio al pensiero di Marx, le due autrici si propongono infatti di oltrepassarne i limiti attraverso percorsi diversi: la Fraser tenta di superare la classica contrapposizione fra struttura e sovrastruttura “contaminando” Marx con Polanyi, attingendo al contributo di autori come Harvey, Arrighi e Wallerstein (mentre Gramsci, pur restando sullo sfondo, pesa in misura tutt’altro che marginale) e aggiungendovi molto del suo; Jaeggi si pone lo stesso obiettivo partendo invece dalla rivisitazione critica di maestri tardo francofortesi come Habermas e Honneth, “annaffiati” da robuste dosi di Foucault.
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Il secondo Brexit, lotte di classe in Francia e il “Che fare” che ci aspetta
di Paolo Azzaroni
In Inghilterra il mondo del lavoro soffre di una malattia che si direbbe incurabile. Miseria, precarità, angoscia, sentimento di abbandono.
Da 15 anni e più, sinistra e destra l’hanno spinto nel vicolo cieco del neoliberismo. Le politiche di austerità condotte dall’Unione Europea hanno sostenuto profitti colossali e la loro trasformazione in rendite speculative. In inghilterra, come in Francia o, ancora peggio in Italia o in Grecia si lavora con una pistola puntata dietro la schiena, o non si lavora affatto o in modo precario. Salari e prestazioni sociali si sciolgono come neve al sole.
Gli Stati si trasformano in Stati provvidenza per le multinazionali : miliardi di euro di regali senza l’ombra di una contropartita, esoneri fiscali che si aggiungono all’evasione fiscale. La politica dell’offerta ha creato una situazione di Keinesismo alla rovescia : La provvidenza va ai piu ricchi e l’austerità è riservata alla grande maggioranza, in una parola, al mondo del lavoro.
Le popolazioni europee le hanno provate tutte : Si è votato a destra e non ha funzionato, si è votato a sinistra idem con patate, si è provato con l’estrema sinistra (in Grecia), peggio ancora. C’è chi ha accusato Alexis Tsipras e i suoi amici di tradimento e c’è chi l’ha finalmente assolto dicendo che non poteva fare diversamente.
In realtà sinistra e estrema sinistra sono, oggi, unite come due dita della stessa mano. Se tradimento c’è stato, esso va cercato in un’epoca piu remota. Bisognerebbe rimontare al periodo in cui gli azionisti delle grandi imprese ( vi ricordate quando li si chiamava Capitale Avanzato ?) hanno lanciato un deal con i dirigenti dei partiti detti « progressisti », rottamando cosi il vecchio Stato clientelare, le sue banche, le sue imprese di Stato, e la sua moneta… Vi ricordate i buoni del tesoro al 12% al netto delle tasse ? Ebbene oggi , in cambio abbiamo il MES ovvero il furto organizzato dei risparmi popolari.
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Né sardine, né pesci in barile
di Militant
L’istantanea migliore, a livello di analisi delle “sardine”, l’ha fornita probabilmente “La Stampa”, lo scorso 11 dicembre, vale a dire il giorno dopo la manifestazione di Torino. Il quotidiano padronale, infatti, accomunava la piazza torinese alla contemporanea iniziativa di Milano, in cui seicento sindaci accompagnavano la senatrice a vita Liliana Segre in una passeggiata in Galleria, insieme a migliaia di milanesi, per protestare contro la campagna di offese di cui, incredibilmente, era stata fatta oggetto una sopravvissuta ad Auschwitz. Le due piazze, in effetti, erano assolutamente speculari: promossa dal basso (Torino) e suggerita dall’alto (Milano) si incontravano le due facce dell’Italia “civica e civile”, nella tappa intermedia di un percorso che, nato poco più di un mese fa, avrebbe visto molte città italiane aderire ai flash-mob delle “sardine”.
E la sinistra di classe, e quelli come noi? Infastiditi, inorriditi, incuriositi, indifferenti: abbiamo manifestato, da un mese a questa parte, una gamma di atteggiamenti così vari da confermare l’inossidabile difficoltà a incontrarsi, oggi, nelle idee, prima ancora che nelle lotte e nelle vertenze. Ne deriva che la posizione di chi manifesti una lontananza totale – difficilmente eccepibile, peraltro – dalle sardine finisca quasi per essere giudicata come ‘rozza’, ‘elementare’ e ‘superficiale’, lontana – quel che è peggio – dalla necessaria complessità che caratterizza oggi la politica post-ideologica. Sgomberiamo il campo dagli equivoci: nessuna struttura della sinistra radicale rivendica una piena adesione al neonato movimento, né paiono esserci entusiasti endorsement da parte di intellettuali e testimonial di riferimento, a eccezione del compagno Erri De Luca, che avrà avuto i suoi buoni motivi. Al netto di ciò, non manifestare quantomeno interesse verso le occasionali piazze animate da pesciolini di carta e di cartone era considerato pari a rinunciare a un approccio che mischia Machiavelli e realpolitik e che oltraggia quel tempismo, quella capacità di stare con gli occhi aperti, quella propensione a cogliere l’attimo che dovrebbe caratterizzare ogni militante politico.
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Ok, Boomer! Per una vecchiaia meno seria
di Mauro Portello
Fermo restando che “rendere la vita meno seria è una fatica immane e una grande arte”, come dice John Irving, vale comunque la pena insistere nella riflessione sulla vecchiaia per la semplice ragione che solo facendolo possiamo pensare di riuscire a escogitare qualcosa di meglio che ce ne possa difendere. Chissà, magari proprio nella vaghezza del qualcosa sta il “meno serio” di cui abbiamo bisogno.
“Ok, boomer!” si è sentito rispondere sarcasticamente un anziano deputato neozelandese qualche settimana fa dalla sua giovane collega venticinquenne Chlöe Swarbrick che intendeva dire “Adesso tocca a noi”. E così il baby-boomer diventa il nuovo soggetto sulle spalle del quale dovrà compiersi il salto evolutivo della concezione della vecchiaia, piaccia o no. Con la cultura disinvolta, spregiudicata e ribelle della sua umanità rock dovrà affrontare la sfida. E, per questo in particolare, sono convinto che François Jullien abbia ragione quando dice che “quel che viene prima è la dimensione culturale”, che ciò che si pensa, oggi, può essere più determinante di ciò che si fa, più di quanto si creda. Personalmente sono convinto che la nuova vecchiaia ne sia un’importante verifica.
È un vero tourbillon antropologico con cui stiamo facendo i conti. Tutti possono verificare che nella propria vita quotidiana degli ultimi tre decenni sono apparse nuove abitudini alimentari, linguistiche, estetiche, economiche, morali, provenienti appunto da quel mondo globale che non sempre per tutti è ancora facile identificare e utilizzare. E l’interazione con l’informazione globalizzata che la Tecnica ci mette a disposizione è probabilmente la maggiore fonte di questi cambiamenti. Gli adattamenti culturali sono in corso.
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Derivati finanziari: salvare il sistema per non cambiarlo
di Giovanna Cracco
Derivati finanziari. Li abbiamo conosciuti nel 2007, non come la miccia che ha innescato la crisi dei subprime ma la benzina che ha trasformato l'esplosione di una bolla in un enorme incendio, poiché erano il liquido su cui galleggiava il sistema finanziario mondiale. Per qualche tempo sono stati sulle pagine dei quotidiani, economici ma non solo, nel tentativo di capire cosa fosse accaduto, dopodiché sono tornati nell'ombra nella quale vivono e proliferano. Hanno di nuovo fatto una fugace comparsa l'estate scorsa, quando Deutsche Bank ha presentato il piano di ristrutturazione per non fallire - creazione di una bad bank dove scaricare i titoli spazzatura e licenziamento di 18.000 persone sugli attuali 91.700 dipendenti - con un numero che è difficile afferrare perché sfugge alle scale di grandezza a cui riusciamo a dare un significato: 48.000 miliardi di euro è il valore nominale dei derivati oggi detenuti dalla banca tedesca (1). Per inserire la cifra in un discorso di senso, il Pil italiano nel 2018 è stato di 1.753 miliardi, pari dunque al 3,65% dell'ammontare dei derivati della Deutsche Bank. Una sola banca possiede titoli finanziari per un valore nominale equivalente a più di 27 volte il prodotto interno lordo di un Paese di 60 milioni di abitanti, la settima potenza manifatturiera al mondo. E questo all'alba di una recessione economica e in una fase di bolle sui mercati (2). Significa che dal 2007 nulla è cambiato? Qual è oggi la situazione nell'universo parallelo dei derivati finanziari?
Future e opzioni sono esistiti fin dalla seconda metà deN'800: al Chicago Board of Trade si scambiavano quelli sul grano per tutelarsi dalle variazioni di prezzo dovute alla ciclicità della produzione e per un secolo furono legati solo alle commodities
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Scienza e guerra. Prosegue la discussione
di Angelo Baracca
Una risposta alle osservazioni di Vincenzo Brandi.
«La questione se al pensiero umano appartenga la verità oggettiva non è una questione teorica ma pratica. È nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica»
[Karl Marx, seconda tesi su Feuerbach]
Le osservazioni critiche di Vincenzo Brandi al mio articolo “Scienza e Guerra” sono certo utili per sviluppare un dibattito che appare necessario, anche se sembra dimostrare che 50 anni di critica, costruttiva e attiva, fondata sul materialismo storico di Marx non ha lasciato una traccia duratura. Le mie risposte purtroppo non possono essere sintetiche perché è necessario entrare nel merito di varie questioni.
Una prima annotazione, che non ha una rilevanza centrale ma rientra nelle incomprensioni. Io per brevità mi sono limitato a citare Archimede e Lazare Carnot (che Brandi definisce esempi “poco felici”, avrei potuto citare molti altri) da un lato per dare l’idea che il problema è molto antico riferendomi a un personaggio storicamente famoso, e dall’altro approfittando per citare una figura, Lazare (del quale mi sono occupato molto in passato), che è poco conosciuta ma estremamente rilevante sul piano sia scientifico che politico e militare.
Non avevo minimamente intenzione di dare giudizi di valore o morali. Avrei potuto citare il Nobel per la chimica Fritz Haber (del quale pure mi sono occupato) il quale convinse lo Stato Maggiore ad impiegare gas tossici, vietati dalla Convenzione dell’Aja, di cui la Germania era firmataria: sotto la sua direzione fu creata nel 1915 prima unità di Gastruppe, Haber supervisionò personalmente i preparativi per l’attacco di gas tossico vicino alla città belga di Ypres, 22 aprile 1915; alla fine della guerra erano circa 1.000 i chimici impiegati nelle armi chimiche (per la cronaca collaborò occasionalmente anche il Nobel per la fisica Walther Nernst), un precedente di 20 anni, poco noto, della Big Science del Progetto Manhattan. Forse Haber era semplicemente un “patriota”!?
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Intervista politico-filosofica
Gianluca Sacco intervista Carlo Galli
Dalla lettura del suo ultimo libro Sovranità, soprattutto dal capitolo finale, appare oggi, semplificando, che sovrana in Europa sia per lo più la Germania. Il sovranismo è invece, sempre secondo il suo testo, una specie di reazione agli aspetti potremmo dire tirannici di questa sovranità, ovvero l’euro, e in particolare l’ordo-liberalismo, una dottrina economica tedesca che, per dirla alla Foucault, «pone lo Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato». È corretta questa lettura? È l’ordo-liberalismo, secondo lei, il vero tiranno d’Europa?
L’ordo-liberalismo è una forma di pensiero economico particolarmente cogente e estremamente attenta a determinare e a preservare attraverso la politica le condizioni dell’equilibrio economico: la libera concorrenza e l’esclusione delle interpretazioni dell’economia in chiave conflittuale. L’ordo-liberalismo è l’economia sociale di mercato tedesca, a sua volta alla base del marco. Tutti sappiamo che l’euro è stato esemplato sul marco, e tutti sappiamo che l’euro ha nella propria costituzione delle regole di carattere strutturale; ci dicono che l’economia deve essere un’economia fondata sulla esportazione e non sulla domanda interna, che lo Stato deve avere i conti pubblici in ordine, che lo Stato non può essere il signore della moneta, che questa è una variabile indipendente. Ora tutti sanno che gli Stati dell’eurozona vi hanno aderito attraverso procedure democratiche che sono state in ogni caso legali, perché hanno coinvolto i governi e i parlamenti degli Stati membri. Quindi parlare di tirannide è improprio, almeno dal punto di vista tecnico. Ma detto questo, dobbiamo sottolineare altri aspetti.
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La Bolivia dopo Evo Morales e il rompicapo dei governi progressisti
di Camilla De Ambroggi e Clemente Parisi
Da oltre un mese la Bolivia vive una profonda crisi politica. Le proteste iniziate in seguito alle controverse elezioni del 20 ottobre hanno portato alle dimissioni e alla fuga di Evo Morales e si sono trasformate in una vera e propria guerra civile quando la presidenza è stata assunta dall’ex-vicepresidente del Senato Jeanine Añez. Gli scontri violenti e le mobilitazioni di quei giorni hanno lasciato sul terreno decine di morti e centinaia di feriti soprattutto per mano della repressione di Stato, evidenziando una spaccatura nel paese che si consuma sui simboli, sulle parole e sulla interpretazione dei fatti che hanno seguito la diffusione dei risultati elettorali. L’accusa di golpe è rimbalzata per giorni da una parte all’altra nel tentativo di stabilire chi per primo abbia forzato le procedure democratiche. L’eterogenea opposizione considera la rinuncia di Morales come una restaurazione della legittimità democratica che ricuce la spaccatura prodotta dal suo tentativo di essere eletto per un quarto mandato dopo che il referendum del 21 febbraio del 2016 lo aveva esplicitamente rifiutato. I sostenitori del Movimiento al Socialismo (MAS) e buona parte dell’opinione pubblica latino-americana, al contrario, guardano con comprensibile sospetto gli eventi che hanno portato all’uscita di scena di Morales. L’esecutivo di Añez si è d’altronde contraddistinto fin da subito per la sua politica reazionaria. I negoziati tra il nuovo governo e il MAS, il partito di Evo Morales maggioritario nelle due Camere, si sono conclusi il 24 novembre con l’approvazione di una legge che stabilisce le condizioni per nuove elezioni presidenziali e legislative a cui non potrà presentarsi il binomio uscente Morales-García Linera. Allo stesso tempo, tuttavia, il «governo provvisorio» ha legittimato le Forze Armate a reprimere le proteste contro il suo autoritarismo, esentandole addirittura da responsabilità penali.
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Qui sème la misère, récolte la colère!
La generalizzazione del conflitto in Francia e il ruolo delle giovani generazioni
di Noi Restiamo
Oggi in Francia si svolge il terzo sciopero generale in meno di due settimane, il terzo momento di culmine della protesta che è andata montando all’annuncio di una nuova riforma pensionistica da parte dell’Alto Commissario alle pensioni e dirigente di En Marche! Jean-Paul Delevoye. L’opposizione a questo provvedimento sembra pronta a durare a lungo, nonostante la dura repressione da parte del governo; il tentativo di divedere il movimento giocando su un ricatto generazionale è stato rispedito al mittente, mostrando la forza di un blocco sociale ricompostosi sul terreno delle lotte reali. È importante dunque seguire da vicino queste mobilitazioni, nelle quali la nostra generazione ricopre un ruolo centrale, anche perché la loro portata oltrepassa i confini francesi e investe anche alcuni pilastri del progetto UE.
La prima giornata di sciopero interprofessionale, il 5 dicembre, ha bloccato il paese e, al di là di ogni aspettativa, è riuscita a portare in piazza 1,5 milioni di persone, alcune delle quali hanno scioperato per la prima volta. Già dalle linee guida rese note il 10 ottobre appariva chiaro che dietro la retorica dell’avanzamento verso un sistema universalistico si nascondeva un progetto di livellamento verso il basso delle prestazioni: aumento di fatto dell’età pensionabile da 62 a 64 anni se si vuole godere della pensione piena, introduzione di un sistema di calcolo a punti che scollega i contributi versati da un valore fisso, colpendo soprattutto le donne e i lavoratori con carriere precarie e discontinue, incentivi al prolungamento dell’attività lavorativa e al passaggio a fondi pensionistici privati.
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Lettera aperta a frate Sardina
di Fulvio Grimaldi
“Le sardine sono persone che riempiono spazi con i loro corpi e le loro idee. Oggi qui facciamo politica”. (Mattia Santori, caposardina e sostenitore di Renzi per lo Sblocca Italia e le trivelle petrolifere)
Caro Alex Zanotelli,
ti saluto in quanto frate missionario, frate giornalista, frate che fa gli appelli e, visto l’approvazione che hai concesso al nuovo movimento ittico, frate Sardina.
Ti scrivo in questo periodo del Santo Natale – o, se mi permetti – del santo ritorno della luce dopo il solstizio, festeggiato dai nostri avi pagani – in cui tutti dovremmo essere, oltre che più consumatori, anche più buoni e più disponibili verso il prossimo. Mi permetto di sottoporti alcune narrazioni alternative a quelle di cui ti dici con evangelica sicurezza convinto. Ultimamente il pneumadiscorso delle Sardine.
In quanto missionario, cioè incaricato di evangelizzazione, che per sua natura qualche irrecuperabile anticolonialista afferma essere prevaricatrice e alienante, diffido di te come di tutti tuoi simili, avendo avuto esperienza diretta e indiretta, tra i popoli che tu e io conosciamo, delle sciagure che hanno causato tutti gli invasori, religiosi, militari ed economici. Ingerenze e interferenze religiose giustificate nel nome dell’”unica vera fede” e dell’”unico vero dio” e che, secondo certi critici forse blasfemi, aprirebbero la strada al saccheggio, alla manipolazione, all’oppressione. Costoro prendono a esempio, quasi fosse un destino ineluttabile di ogni evangelizzazione, quanto missionari e relativo seguito (Vaticano, Usa, Israele) hanno combinato provocando con accanimento la secessione del cattolico Sud Sudan. Tu, comboniano, lo conosci bene e sai anche come da allora sia immerso in un lago di sangue in cui nuotano coloro che se ne contendono il petrolio. Anche qualche prete.
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Aldo Barba, Massimo Pivetti, “Il lavoro importato”
di Alessandro Visalli
Il libro di Aldo Barba e Massimo Pivetti avvia una trilogia sulle tre “libertà” del progetto europeo nato con l’Atto Unico e consolidato dal Trattato di Maastricht, fondatore della Unione Europea. Si svolge in sei passi: nel primo sono richiamati i dati relativi all’immigrazione nei diversi paesi europei e la loro progressione nel tempo; quindi viene descritta la dinamica che si è generata nel settore dei lavoro lungo la stratificazione dello stesso, ovvero quella della sostituzione di poco meno di un milione di lavoratori autoctoni (cfr. p.40); al terzo passo viene descritta la teoria economica mainstream, ovvero neoclassica, ed il motivo teorico per il quale sistematicamente esclude che possa esserci in effetti disoccupazione involontaria, anche in presenza di una accresciuta competizione; quindi è presentata una teoria alternativa, imperniata sul conflitto distributivo (invece che sull’equilibrio armonico), su questa base emerge l’evidenza della forza disciplinante dell’immigrazione; dopo aver illustrato gli impatti sullo Stato sociale, probabilmente quelli più rilevanti, gli autori entrano con i piedi nel piatto e tematizzano l’atteggiamento delle sinistre verso l’immigrazione e le loro ragioni, fino ad una retrospettiva sulle posizioni del marxismo classico; infine sono proposte alcune soluzioni per la regolamentazione ‘forte’ del fenomeno.
Premessa: la discussione
Si tratta di un libro che farà discutere, verso il quale sono già sorte numerose obiezioni ed aspre polemiche nel piccolo mondo della sinistra radicale. In effetti disturba profondamente i dogmi e le tranquille abitudini di pensiero, rinsaldate dalla reazione popolare praticamente univoca al crescere del fenomeno.
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Qualche considerazione sulle elezioni generali nel Regno Unito del 12 dicembre 2019
di Antiper
Le elezioni inglesi sembrano aver prodotto un esito chiaro: Boris Johnson e i Conservatori hanno vinto, Jeremy Corbyn e la “sinistra” hanno perso, il “popolo” inglese vuole la Brexit.
Ma le cose stanno davvero in questo modo?
I risultati. Una prima osservazione da fare è la seguente: dato il carattere uninominale del sistema elettorale inglese i Conservatori, pur avendo raccolto solo il 43% dei voti hanno ottenuto il 56,1% dei seggi (365 su 650) [1]. I Laburisti non sono stati penalizzati perché con il 32% dei voti ottengono il 31,23% dei seggi. Penalizzati sono stati semmai i partiti minori che in nessun collegio (o quasi) potevano essere maggioritari (ad esempio i Liberali hanno raccolto l’11% dei voti e l’1,6% dei seggi). E già questo dovrebbe farci riflettere sul carattere “democratico” di un sistema politico in cui una minoranza diventa una netta maggioranza e in cui i grandi partiti vengono premiati a scapito dei piccoli.
Dai dati si ricava che i pro-Brexit non sono affatto una larga maggioranza e questo va detto per capire meglio la situazione e non certo per consolare gli europeisti (che non meritano per nulla di essere consolati).
La vittoria dei conservatori. Il partito Conservatore non ha conquistato molti voti (+1,2% rispetto al 2017) e ha potuto fare “man bassa” di seggi solo grazie a due elementi (oltre a quello del sistema elettorale): 1) Il “voto utile” del Brexit Party che alle europee aveva preso il 30,5% [2] e il 12 dicembre ha preso il 2% (i Conservatori avevano raccolto alle europee l’8,8% e questo spiega anche la sostituzione di Theresa May con Boris Johnson); 2) L’arretramento del Labour che perde il 7,9% rispetto al 2017 (anche se fa addirittura +18,5% rispetto alle europee, con il recupero dei voti persi verso i liberali a giugno).
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“Scava, scava, vecchia talpa...”
di Eros Barone
Un tempo, era di norma nelle riunioni dei partiti operai (dai congressi dell’Internazionale Comunista alle cellule di fabbrica, passando attraverso le sezioni nazionali e territoriali), svolgere la relazione introduttiva partendo dall’analisi della situazione internazionale per poi passare all’analisi della situazione interna e concludere l’esposizione con le opportune indicazioni politiche e organizzative. È quello che mi propongo di fare anch’io, limitatamente alla prima parte e in modo schematico, spero con qualche utilità, in questo articolo.
Mi sembra giusto allora prendere le mosse, per il rilievo che essa assume nell’àmbito della difesa dei princìpi di autodeterminazione, indipendenza e sovranità nazionale, dalla sconfitta delle macchinazioni degli Stati Uniti, della NATO e dei mercenari al loro servizio in Siria: un risultato certamente reso possibile dall’intervento politico e militare della Russia, ma anche dall’ampiezza e dalla compattezza del consenso popolare al regime baathista. Una vittoria, quindi, che assume una portata non solo geopolitica ma anche ideale, poiché, altrettanto certamente, ha contribuito a determinare la crisi delle correnti più reazionarie dell’islamismo, spingendo le masse popolari del Medio Oriente a superare le divisioni settarie di tipo religioso e tribale, su cui hanno giocato fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso l’imperialismo israeliano ed occidentale. In tal modo, milioni di persone hanno rialzato la testa e hanno cominciato a lottare per obiettivi economici e sociali, aprendo un fronte di classe contro lo sfruttamento capitalistico, per conquistare migliori condizioni di vita e di lavoro.
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Marxismo napoletano. Augusto Graziani
di Leo Essen
I
Nel 1983, per il centenario della morte di Marx, l’Istituto Gramsci invita a parlare i più importanti e rappresentativi marxisti. La conferenza si tiene a Roma dal 16 al 19 Novembre, e ha carattere ecumenico. Sono presenti autorità internazionali del marxismo terzomondista, ecologista, operaista, neoricardiano, sraffiano, liberale, strutturalista, keynesiano e nostrano. C’è anche un economista napoletano, Augusto Graziani.
Graziani si laurea nel 1955 in Giurisprudenza alla Federico II, con una tesi in Economia politica con Giuseppe Di Nardi, economista di scuola neoclassica. A metà degli anni Cinquanta si trasferisce alla London School of Economics (LSE) dove studia sotto la supervisione di Lionel Robbins. Un anno dopo si sposta ad Harvard e incontra Wassily Leontiev. Al Massachusetts Institute of Technology (MIT) frequenta Paul Rosenstein-Rodan. Nel 1962 ritorna in Italia, dove gli viene assegnata la cattedra di Economia politica a Catania e poi a Napoli.
Da Robbins, dice Graziani (Intervista), ho appreso quella che sinteticamente si potrebbe definire la grandezza della scuola neoclassica, e cioè la sua rigorosa coerenza interna. Ritengo, dice, che questo insegnamento mi sia rimasto, dal momento che anche negli anni successivi, quando mi sono discostato dalla scuola neoclassica, l'ho fatto senza mai formulare critiche interne, proprio perché ritengo che quello sia uno dei castelli teorici in sé più perfetti. Ho sempre cercato di formulare critiche esterne, e cioè dissociazioni sul terreno dei postulati di partenza e delle ipotesi di base. Da Leontief, dice, credo di aver appreso un principio di prudenza nella ricerca applicata, il non credere mai ciecamente ai dati empirici.
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Sulle élite contemporanee
di Marino Badiale
I. La revoca del mandato celeste
Nelle analisi della situazione sociale e politica attuale nei paesi avanzati, è ormai un dato acquisito l’esistenza di una particolare frattura sociale e culturale. Abbiamo da una parte un ceto, relativamente ristretto, di persone adattate alla nuova natura transnazionale del capitalismo contemporaneo: persone dotate di conoscenze e capacità (in primo luogo la conoscenza della lingua inglese, ma ovviamente non solo questo) che le rendono in grado di approfittare di occasioni di lavoro sparse in tutto il globo, prive di remore a spostarsi per approfittarne, impiegate in lavori a forte componente intellettuale e specialistica, capaci di tessere relazioni proficue con le persone più diverse, ma in sostanza appartenenti allo stesso milieu. Si tratta del ristretto ceto di coloro che si sono pienamente inseriti nei meccanismi del capitalismo globalizzato e sono in grado di approfittare delle possibilità che la sua dinamica crea. All’interno di questo ceto spiccano ovviamente i detentori del potere, quelli che si ritrovano a Davos e in simili occasioni; ma il ceto di cui stiamo parlando, pur ristretto, non è composto esclusivamente da uomini e donne di potere, ma da persone che condividono lo stile di vita e la visione del mondo degli attuali ceti dominanti. Per chiarezza terminologica, parleremo di “élite dominanti” intendendo la ristretta cerchia di chi detiene un potere effettivo (per ripeterci: quelli che si incontrano a Davos), mentre useremo l’espressione “ceti medi elitari” o “ceti medi globalizzati” intendendo quella strato sociale che abbiamo descritto nelle prime righe, minoritario ma più ampio rispetto ai “signori di Davos”. Parleremo infine di “élite contemporanee” intendendo l’insieme di questi due gruppi.
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Il futuro dei movimenti nel XXI secolo
di Giovanni Bruno
Movimenti sovranisti, ambientalisti, democratici caratterizzano lo scenario politico internazionale. Che cosa rappresentano?
Si stanno diffondendo nel mondo attuale tre tipi di movimenti: quelli cosiddetti sovranisti, che sono sostanzialmente critpo o esplicitamente fascisti; quelli transnazionali, come il Fridays For Future e Extinction Rebellion per la salvaguardia del pianeta contro i cambiamenti climatici e il rischio di estinzione dell’umanità e della vita in generale; e movimenti politico-sociali che insorgono contro politiche antipopolari e iper-liberiste e governi illiberali e autoritari.
Il primo movimento rappresenta un vizio antico riproposto in forme apparentemente nuove: la tendenza autoritaria e protezionistica che emerge nelle fasi di crisi del sistema, quando da un ciclo espansivo si passa ad un ciclo recessivo, si presenta con caratteristiche costanti, pur nelle novità dovute all’epoca storica nuova.
Dopo la crisi del ’46-’47 del XIX secolo, allo scoppio rivoluzionario del “biennio rosso” ottocentesco 1848-49 seguì una “seconda restaurazione” (con l’avvento del Secondo Impero in Francia, e il riassetto del potere assolutistico in Germania, Austria, Italia), così come il crollo che provocò la prima “Grande Depressione” (1873-1896) indebolì i regimi liberali inasprendo gli elementi di autoritarismo (ad esempio in Germania, dove Bismarck fece emanare una legislazione anti-socialista, o in Italia in cui, dopo il governo Depretis, vi fu una svolta dai tratti bonapartisti con Francesco Crispi).
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Il problema tedesco
di Heiner Flassbeck*
Bisogna ammettere che i media mainstream hanno creato un senso comune fasullo, ma decisamente “forte”, tale per cui la Germania attuale non è criticabile. Qualsiasi porcata faccia (e ne ha fatte molte, alcune delle quali oltre limite della rapine, come nel caso della Grecia, affosatta per salvare le proprie banche troppo “esposte” verso quel paese).
Siamo perciò al punto che soltanto un tedesco può oggi prendersi la libertà di dire qualcosa di sgradevole nei confronti del pensiero economico dominante nel proprio paese, e che notoriamente passa sotto il nome di ordoliberismo. Ovvero liberismo totale (le imprese e i loro interessi sono al posto di comando), ma lo Stato crea le condizioni (l'”ordine”) per cui questa dominanza possa esprimersi senza ostacoli, anzi, con tante facilitazioni.
Nell’imporre questa visione teorico-ideologica-concretissima anche alle istituzioni europee, ispirandone i trattati e i criteri di funzionamento, la Germania è riuscita nel capolavoro di concentrare sul proprio sistema produttivo e finanziario tutti i vantaggi di una Unione di mercato di quasi mezzo miliardo di abitanti senza mai rischiare di condividere gli oneri di una vera unione politico-statuale.
La sintesi di questi vantaggi unilaterali sta nella libertà di sforare ogni parametro di Maastricht senza mai incappare in nessuna “censura” comunitaria. Prima sforava il deficit ma veniva perdonata perché stava pagando i costi dell’unificazione con la Ddr, poi ha cominciato a sforare – e alla grande – sistematicamente il surplus, ma viene sempre perdonata perché “non si possono punire i virtuosi”. E dire che anche uno studente del primo anno capisce che, in una economia “chiusa” dalle stesse regole se qualcuno va in surplus qualcun altro dovrà andare per forza in deficit…
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Cinquant’anni di impunità per strage di Stato
di Carla Filosa
Prima di Piazza Fontana gli eccidi dei lavoratori erano stati normalizzati nella dinamica delle lotte di classe tollerate dal sistema, dopo lo Stato si assunse in prima persona il ruolo di garante dei profitti, scoraggiando attraverso le stragi ogni possibile rivendicazione
In seguito all’attentato del 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura a Milano, dal giorno successivo al 13 maggio 1970, fu elaborata da militanti della sinistra extraparlamentare una controinchiesta che uscì in un libro intitolato La strage di stato, Samonà e Savelli (La Nuova sinistra), Perugia 1970, dedicato a Giuseppe Pinelli, ferroviere e a Ottorino Pesce, magistrato. Alla quarta edizione nel ’70 ne erano state vendute già 60.000 copie. Per chi non c’era e/o non sa, Pinelli, in quanto anarchico, fu “suicidato” dal quarto piano d’una questura milanese intorno alla mezzanotte del 15 dicembre 1969, e Pesce morì d’infarto poco dopo, il 6 gennaio 1970, in seguito al linciaggio della stampa “indipendente” unita all’invito alla prudenza e al tatticismo dei suoi colleghi “progressisti”. Aveva infatti dichiarato pubblicamente che la giustizia italiana è una giustizia di classe, di fronte allo spettacolo della caccia all’anarchico e al maoista, operata dalla sinistra istituzionalizzata di allora.
Intanto, sin dal 3 gennaio 1969 l’Italia era già stata dilaniata da “145 attentati – come si riferisce nel libro citato – dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto”. La “strategia della tensione” venne così elaborata per mettere a punto un colpo di Stato reazionario da realizzarsi, se necessario, con l’intervento dell’esercito. Dato che non si era in America Latina, non fu necessario. Nonostante la maggior parte di queste bombe fosse stata riconosciuta di marca fascista, fu inventato un capro espiatorio anarchico, Pietro Valpreda, e vennero accusati “i rossi”, chiamati poi “massimalisti impotenti” dagli spalti di un Pci subito pronto a smarcarsi da eventuali sospetti di connivenza.
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Lukács: filosofia e ordine del discorso
di Salvatore Bravo
La «passione durevole» di György Lukács per la filosofia è finalizzata a trascendere i condizionamenti del capitalismo che vuole anestetizzare la corrente calda del pensiero critico perché nella prefigurazione del fine la coscienza struttura la prassi dell’emancipazione
La libertà di pensare ed agire secondo coscienza non è solitudine
László Rudas (1885-1950) direttore della Scuola centrale del Partito comunista ungherese, membro dell’Accademia ungherese delle scienze e difensore dell’ortodossia marxista, rappresenta la “disposizione” dei burocrati a rinchiudersi in rassicuranti caverne concettuali dalle quali giudicare e condannare coloro che deviano dal cammino stabilito dalle confraternite del pensiero unico ed unidirezionale. La filosofia per sua “natura” è uscita dalle caverne, è attività creativa e logica, è legein attività significante capace di generare concetti nuovi su tradizioni pregresse per trascenderle in nuove configurazioni speculative.
La distanza tra László Rudas e G. Lukács ben simboleggia l’incomprensione intellettuale che vi può essere tra il burocrate di partito ed il libero pensatore, il quale è parte di una storia politica, ideologica, filosofica, ma nello stesso tempo è sempre volto verso l’esodo, poiché “la vita come ricerca” lo porta a divergere dagli schemi, dai paradigmi del potere. L’ortodossia marxista non poteva perdonare a Lukács la sua inesausta aspirazione teoretica, la fedeltà a se stesso, quale condizione imprescindibile per poter aderire ad un progetto politico.
La libertà di pensare ed agire secondo coscienza non è solitudine, non è iattanza intellettuale, ma autonomia senza solitudine. Il potere è corrente fredda che congela l’ideologia, stabilisce il grado di purezza degli intellettuali, ed il livello di dissenso che si può tollerare.
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