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L’esercizio del credito nella Repubblica italiana
Stefano D'Andrea
Molti si entusiasmano per l'Unione bancaria: sostengono che l'Unione bancaria sarebbe "una svolta". Per altri sarebbe un passaggio necessario, che tuttavia comporta rischi. Per tutti è un bene. Nessuno che dica: è una scelta politicamente o economicamente sbagliata. Invece, se la creazione dell'Unione bancaria sia costituzionalmente legittima, questo è un problema che non solleva nessuno.
Ed effettivamente non è un problema. Perché esiste una disposizione costituzionale così precisa, così calzante, così chiara, così bella, così completa, così profonda, capace di dire cose immense con poche parole, che non c'è proprio niente da discutere
"La Repubblica… disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito" (articolo 47 della Costituzione italiana).
La Repubblica disciplina il credito; non possono essere organi dell'Unione europea a disciplinare il credito; né possono essere soggetti privati. Le limitazioni della sovranità, previste dall'art. 11 della Costituzione, a parte ogni altra considerazione, possono riguardare soltanto l'esercizio della sovranità nell'ambito di ciò che è prescritto dalla Costituzione; non la possibilità di esercitare la sovranità delegata al di fuori della Costituzione.
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Otto punti inadeguati contro la crisi europea
di Alfonso Gianni
“Il Governo italiano si fa protagonista attivo di una correzione delle politiche europee di stabilità”: questo è l’incipit degli otto punti che Bersani intende presentare in particolare al Movimento cinque stelle per ottenere il via libera verso la difficile formazione di un governo. Sempre che Napolitano gli conferisca l’incarico. Leggendo le aride righe successive si scopre che in realtà questa correzione si limiterebbe ad un allentamento dei vincoli di bilancio per liberare risorse per investimenti produttivi. Se capisco bene, una golden rule in miniatura.
Un po’ poco di fronte alla gravità della crisi che non attende le schermaglie della politica italiana. Se la pressione sullo spread si è un poco allentata – ma questo non è dovuto all’azione del governo Monti, quanto all’iniziativa assunta dalla Bce nell’acquisto dei titoli del debito italiano –, il fronte dell’economia reale si presenta come un vero disastro. L’Italia è in recessione, la peggiore da venti anni a questa parte, cioè dal ’92-’93 quando ci fu la svalutazione della lira e la famigerata manovra “lacrime e sangue” di 92mila miliardi fatta da Giuliano Amato.
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Il ritorno della lotta di classe
Paolo Ercolani intervista Domenico Losurdo
Domenico Losurdo è uno degli studiosi di filosofia italiani più tradotti al mondo. Tutti i suoi libri hanno visto, infatti, edizioni in inglese, americano, tedesco, francese, spagnolo, ma anche portoghese, cinese, giapponese, greco. Qualche lingua la dimentichiamo sicuramente. Il Financial Times e la Frankfurter Allgmeine Zeitung, fra gli altri, gli hanno dedicato pagine intere. Un trattamento che stride oltremodo con quello che gli viene riservato in patria, dove spesso e volentieri i suoi lavori sono fatti oggetto di un silenzio studiato. Che pur tuttavia non incide sulle vendite, viste le reiterate edizioni dei suoi libri.
In questi giorni sta dando alle stampe, per i tipi di Laterza, la sua nuova fatica intitolata La lotta di classe? Una storia politica e filosofica (388 pagine), e per questo Critica liberale lo è andato a intervistare nella sua casa/biblioteca sulle colline intorno a Urbino.
Professor Losurdo, ci spieghi questa idea di un libro sulla lotta di classe, concetto che da molte parti era stato dato per morto.
Mentre la crisi economica infuria, si infittiscono i saggi che evocano il «ritorno della lotta di classe». Era dileguata? In realtà, gli intellettuali e i politici che proclamavano il tramonto della teoria marxiana della lotta di classe commettevano un duplice errore. Per un verso abbellivano la realtà del capitalismo. Negli anni ’50 Ralf Dahrendorf affermava che si stava verificando un «livellamento delle differenze sociali» e che quelle stesse modeste «differenze» erano solo il risultato del merito scolastico; sennonché, bastava leggere la stampa statunitense anche la più allineata, per rendersi conto che anche nel paese-guida dell’Occidente sussistevano sacche paurose di una miseria che si trasmetteva ereditariamente da una generazione all’altra.
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Molto da imparare poco da insegnare
di Marco Revelli
I tedeschi, che di filosofia della storia se ne intendono (quantomeno per averla inventata), le chiamano «epoche assiali». Achsenzeit: un tempo in cui il mondo ruota sul suo asse, e ogni cosa si rovescia. E noi ci siamo dentro fino al collo. Basta dare un’occhiata a Roma, mai come oggi caput mundi nel simbolismo del vuoto che ostenta. Vuoto tutto. Vuoto il Sacro Soglio, con un papa arreso al disordine spirituale del mondo e al disordine morale della curia romana. Vuoto il Parlamento, capace forse di rappresentare il mosaico infranto della nostra società ma impossibilitato comunque a produrre uno straccio di sintesi.
Vuoto, tra poco, il Colle dove è vissuto l’ultimo Sovrano tentato di governare lo stato d’eccezione permanente in cui siamo caduti. Vuota persino la poltrona del capo della polizia.
Certo, il combinato disposto di burocrazie e sistema dell’informazione si è messo al lavoro per metabolizzare il tragico nel banale: le prime assorbendo nella continuità procedurale anche le più dirompenti discontinuità reali (non comunica forse un senso di teatro dell’assurdo tutto questo accanimento sui tempi del Conclave, il motu proprio, le modalità dell’arrivo dei Cardinali mentre si è appena schiantato il dogma dell’infallibilità del Capo?
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Hugo Chávez
La leggenda del Liberatore del XXI secolo
di Gennaro Carotenuto
Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.
L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili.
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Mr. Full Monty, ovvero i salvataggi che han salvato gli altri
di Alberto Bagnai
(aggiungiamo alla nutrita lista di autori del blog Alessandro "Torny" Guerani. Bei tempi quelli, quando si litigava...Sembra ieri... Ma non è detto che non si possa ricominciare)
Da Alessandro Guerani ricevo e (ritenendola impeccabile) pubblico questa cinica analisi della situazione:
Nonostante siano terminate le elezioni, con un risultato fra l'altro piuttosto chiaro su quello che pensano gli Italiani di certe idee strampalate, sui talk televisivi, su Twitter, ovunque, persino dentro al forno di cucina, a momenti, circola ancora la fola che il Governo Monti ci ha salvato dal default e ha rimesso in ordine i conti pubblici. Vediamo di fare un po' di chiarezza su quello che è successo, cosa imprescindibile per capire cosa succederà o cosa potremo evitare che succeda (lo dico “ad usum ortotteri”).
“It's the same old story”
La prima parte della fola si smonta da sola: la stessa Commissione Europea ha certificato che il debito pubblico italiano è sempre (e ribadisco sempre) stato sostenibile e del resto lo affermava pure il Sen. Monti nei suoi ripetuti complimenti espressi su importanti organi di stampa nei riguardi del suo predecessore. Leggiamolo assieme: “Il ministro dell'Economia, di cui molti tendono oggi a dimenticare il merito di aver saputo mantenere un certo rigore di bilancio con un governo e una maggioranza poco inclini a tale virtù... ha deciso, con lucidità e rapidità, di imboccare una strada di redenzione o, in termini più asettici, di modifica di alcuni connotati di fondo che avevano caratterizzato, fin dall'inizio, l' impostazione di politica economica del governo.”
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L’inverno del nostro scontento
Un bicchiere mezzo vuoto
Girolamo De Michele
Tra Sparta e Atene, Winter is coming
Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i raggi del sole elettorale, e che siano sprofondate le nubi che incombevano sul nostro capo. Certo, ad Atene piangono lacrime amare: sconfitta dell’agenda-Monti, seppellimento di quell’eterno Walking Dead che era l’agenda-Berlinguer-D’Alema (in attesa del prossimo sequel), scomparsa di un certo numero di facce che infastidivano la vista e la digestione; sottolineerei anche l’ennesima cantonata presa da Eugenio Scalfari, chissà perché reputato analista politico di valore, che a questo punto potrebbe essere sospettato con qualche legittimità di portare sfiga; e di quello Scalfari in minore che è Flores d’Arcais. Infine, il dissolvimento (verrebbe voglia di dire: lo smacchiamento) del patrimonio di consensi e credibilità accumulato da Vendola in 8 anni di governo della Puglia, e il ridicolo in cui è caduto il pentapartitino affastellatosi attorno ad Antonino Ingroia. Su questi ultimi due eventi possiamo di sicuro rivendicare un ruolo attivo, soprattutto nell’incessante lavoro di controinformazione sulla gestione vendoliana dell’Ilva di Taranto, e sulla presenza di movimenti di lotta che hanno fatto deflagrare le contraddizioni del Governatore rosso amico di padron Riva.
Per il resto, sono più interessato a capire perché anche a Sparta non c’è da ridere.
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L’uscita dall’euro trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus
Intervista a Gennaro Zezza
Forexinfo intervista Gennaro Zezza, professore associato presso l’Università di Cassino, e ricercatore presso il Levy Economics Institute degli Stati Uniti.
Tempo fa, abbiamo pubblicato sul nostro sito il suo contributo presente all’interno dell’ebook "Oltre l’austerità", dal titolo, Crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave?.
Oggi vi proponiamo l’intervista che abbiamo realizzato con il professore di Cassino.
1) Nel suo interessante contributo sulla crisi dell’euro, Lei parla di un’ideologia "neoliberista" che è alla base della suddetta crisi appunto. Ci può spiegare in cosa consiste?
R. Quando parlo di “ideologia neoliberista” mi riferisco alle idee politiche che hanno ottenuto consenso elettorale prima con Margaret Thatcher, nel Regno Unito alla fine degli anni ’70, e poi con Ronald Reagan negli Stati Uniti.
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ll Dio di Ratzinger
di Tomaso Montanari
In quale Dio crede Joseph Ratzinger?
Se da almeno mille e settecento anni l’esercizio del potere da parte della Curia romana tradisce un ateismo pratico, il discorso con il quale, l’11 febbraio scorso, Benedetto XVI ha annunciato l’inaudita decisione di lasciare il pontificato sembra presupporre un ateismo anche teorico: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». In altre parole: mi dimetto perché non sono forte, non sono adatto (in latino, ha scelto la parola «aptus»: capace). E per vincere, nel mondo d’oggi («in mundo nostri temporis»), ci vuole la forza: «vigor».Per un cristiano (come me) queste sono affermazioni sconvolgenti perché negano radicalmente l’idea di Dio che la Chiesa stessa mi ha insegnato, seguendo la Scrittura e la Tradizione.
Il Dio della Bibbia è il Dio che ribalta sistematicamente la logica, umana, della forza: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Luca, 9, 24). Un Dio le cui vie, lontane dalle nostre, sono vie paradossali: vie in cui vince chi perde, e in cui trionfano la debolezza e la povertà di spirito.
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La trappola della Casta per il M5S
di Pixel
1. A quanto pare stanno fioccando petizioni di militanti del M5S per questa o quella soluzione alla crisi di rappresentanza istituzionale uscita dalle ultime elezioni. Noi non siamo militanti del Movimento ma in quanto suoi elettori vorremmo esprimere alcune preoccupazioni. E le esprimiamo direttamente ai neo deputati e ai neo senatori cinquestelle che abbiamo eletto. Una delle “soluzioni” che si stanno facendo largo nella confusione generale è questa: associare il M5S in un’operazione di “rinnovamento” che accolga in qualche misura le proposte di ritrutturazione-moralizzazione della politica: riduzione del numero di parlamentari e dei loro emolumenti, finanziamento pubblico ai partiti, legge elettorale e magari anche una qualche forma di “politometro” cioè lo screening patrimoniale all’inizio e alla fine di un mandato (cosa che se ben ricordiamo in Francia si fa da sempre o si faceva). Pur di uscire dall’impasse la “casta” è disposta a provvedimenti in questo senso, ancorché piangendo molte lacrime.
Ma la “casta” non è solo una banda di persone attaccate con le unghie e coi denti ai propri privilegi, pronta a corrompere e a farsi corrompere.
Certamente questa indubbia caratteristica spicca in un Paese in cui vengono richiesti continui “sacrifici”.
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Il dilemma della spesa pubblica
Piero Valerio
Non dico di essermi pentito di aver votato il Movimento 5 Stelle, perché è ancora prematuro emettere giudizi definitivi, ma quasi. Se dovessi dar credito a tutte le voci che si sentono in giro, dalle bizzarre idee di presunti economisti o esperti affiliati al movimento di Beppe Grillo fino alle dichiarazioni un po’ confuse e contraddittorie dei neo-deputati del M5S, non c’è proprio da star tranquilli. Si va dalla solita solfa dei tagli alla spesa pubblica che fanno bene all’economia (per quale ragione non si sa, ma i dogmi e gli atti di fede sono affascinanti anche per questo motivo), al ritornello che l’uscita dall’euro costerebbe agli italiani un 30% di perdita di ricchezza finanziaria da un giorno all’altro (senza però mai menzionare quanto è costato e quanto costa oggi la permanenza nell’euro, anche in termini di vite umane), fino alla sana decrescita economica che fa tanto ambientalismo ecumenico da parrocchia (vallo a dire a un giovane disoccupato che non ha nulla o un imprenditore in procinto di fallimento che la decrescita del reddito nazionale fa bene anche lui, senza beccarti un ceffone in faccia!). Insomma ci sarebbero tanti motivi per maledire il voto espresso nel segreto della cabina elettorale.
Tuttavia c’è un breve dispaccio che proviene direttamente dal direttorio del blog di Beppe Grillo che mi rassicura: “Leggo e ascolto con stupore presunti "esperti" discutere di economia, di finanza o di lavoro a nome del M5S. Queste persone sono ovviamente libere di farlo, ma solo a titolo personale. I contributi sono sempre bene accetti, ma non l'utilizzo del M5S per promuovere sé stessi. Il M5S dispone di un programma che sarà sviluppato on line nel tempo da tutti i suoi iscritti.
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A che punto è la notte
Vladimiro Giacché
Una delle principali banche del paese ha maturato 2,2 miliardi di perdita netta nell’ultimo trimestre del 2012 e ha dovuto accantonare 1 miliardo per spese legali. La banca centrale ha ridotto ancora le previsioni di crescita. Nel solo mese di dicembre le vendite al dettaglio sono calate dell’1,7% rispetto a novembre, e del 4,7% rispetto al dicembre del 2011. No, non stiamo parlando dell’Italia, ma della Germania.
Della situazione drammatica in cui versano i paesi europei in crisi sappiamo molto: della disoccupazione in Spagna, dell’aumento dei suicidi in Grecia, e ovviamente dei fallimenti di imprese in Italia. Meno noto, invece, è il fatto che i paesi europei ritenuti «virtuosi» e «al sicuro» non se la passano affatto bene: la Banca Centrale dei Paesi Bassi prevede per l’Olanda un –0,5% del Pil nel 2013, e un ulteriore calo nel 2014; la disoccupazione è in aumento in Finlandia; quanto alla Francia, in cronico deficit della bilancia commerciale, lo stesso ministro del Lavoro l’ha definita «uno Stato in totale bancarotta».
Cosa sta succedendo? Semplice: nel 2007-2008 è saltato un modello di sviluppo che aveva sostenuto per trent’anni la crescita economica dei paesi a capitalismo maturo. Un modello imperniato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). L’implosione di quel modello non è più reversibile di quanto lo fosse la caduta del Muro di Berlino.
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Sull'attualità e l'inattualità di Gramsci
Saša Hrnjez intervista Costanzo Preve
SH: Qual è il tuo giudizio complessivo su Gramsci?
PREVE: Sono un grande estimatore di Gramsci, ma lui da circa vent'anni non è più letto in Italia, perché è morto insieme con il vecchio PCI che l'aveva trasformato nel suo pensatore nazionale di riferimento. Perciò, una volta venuta meno la funzione di legittimazione, tutti hanno dimenticato Gramsci. Invece è un grande pensatore, per cui secondo me è meritevole di esere riesaminato. Detto questo, non dimentichiamo mai che Gramsci non era un filosofo di professione. Aveva studiato letteratura all'Università di Torino e i suoi principali interessi erano lingusitici e letterari. Essendo sardo, lui voleva laurearsi in letteratura italiana con una tesi di esame comparativa fra la lingua sarda e quella italiana. Poi entrò nel Partito Socialista e cominciò una carriera politica socialista e poi comunista. Ma non dimentichiamoci che Gramsci non era un professore universitario di filosofia, ma era sostanzialmente un politico di formazione letteraria.
Fatta questa premessa, che però è molto importante, definirei Gramsci come filosoficamente neoidealista (fa parte del neoidealismo italiano, come Gentile, Croce, e anche De Ruggiero) e politicamanete comunista. Gramsci morì nel 1937, e morì nella clinica Quisisana di Roma, sostanzialmente libero. Nessuno sa ancora chi abbia pagato la clinica. C’era la tesì che l’abbia pagato il Partito Comunista, che allora era illegale, oppure l’ambasciata sovietica, oppure lo stesso Mussolini, perché il direttore della clinica era il medico personale di Mussolini. Ma lui non è morto in prigione…
SH: Sì, ma sapevano che sarebbe morto a breve. Lo hanno lasciato morire fuori prigione quando capirono che il decesso sarebbe stato certo…
PREVE: Sì, lui era molto malato, non mi ricordo precisamente di che cosa, e morì molto giovane; nato nel 1891, morì 3 anni prima della Seconda Guerra Mondiale.
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Fino alla fine del vostro mondo
Fino alla nascita del nostro
Area globale
Tempi di crisi
Gli effetti della crisi1economica, politica e sociale del capitalismo sono sempre più sotto gli occhi di tutti. Giorno dopo giorno la crisi spinge verso la povertà non più soltanto i lavoratori salariati, ma anche settori di quello che una volta veniva definito "ceto medio".
La crisi non colpisce tutti allo stesso modo; non siamo tutti nella stessa barca come ama ripeterci chi vuole spingerci a remare, e la ricchezza prodotta dalla società, che non viene ripartita equamente nei periodi di crescita economica2, tanto meno viene ripartita equamente nei periodi di crisi: questa è una prima constatazione da fare, aldilà delle vane proteste di una sinistra che, in preda ad un evidente delirio di impotenza, alza continuamente il tiro delle chiacchiere.
Dalla crisi usciremo — quando e se questo avverrà — sulle spalle dei lavoratori attraverso un drastico peggioramento della loro condizione sociale. Dunque, malgrado i facili slogan, saranno soprattutto i lavoratori, che non hanno provocato la crisi, a pagarne le conseguenze, come sempre è avvenuto e sempre avverrà fintanto che resterà questo sistema. E questa è la seconda constatazione che dobbiamo fare, per quanto amara essa possa apparirci.
Il patto è saltato
Da molto tempo il rapporto con la politica istituzionale è diventato un rapporto di tipo sostanzialmente utilitaristico; lo è per i capitalisti di cui i partiti istituzionali3 sono i funzionari, ma lo è anche per i lavoratori che dai partiti istituzionali si aspettano la preservazione delle proprie condizioni materiali ed il mantenimento di quello che Beverly Silver4 chiama "patto sociale" – reddito in cambio di consenso –e che in realtà, più che un vero e proprio patto, era il risultato di un particolarissimo e irripetibile equilibrio che oggi la crisi fa saltare definitivamente,
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Demotic Turn
Il declino della società del lavoro e il potere mediatico pastorale di Beppe Grillo
nique la police
spoglia e triste, ma perché la getti via e colga il fiore vivo” .
Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto
WastelandLe rivoluzioni conservatrici vincono quando interpretano verità progressiste. Durante la campagna elettorale del 1979, il partito conservatore di Margareth Thatcher letteralmente sfondò nei ceti popolari con un manifesto destinato a fare epoca del marketing politico. E' quello che riproduciamo come immagine dell'articolo e significava, con un semplice quanto abile gioco di parole, che il Labour (il partito del lavoro) non produceva posti di lavoro. La rivoluzione conservatrice di Margareth Thachter, la cui importanza per la formazione della globalizzazione che conosciamo non è seconda al reaganismo a lei contemporaneo, emergeva trovando consenso di massa. Interpretando una verità già conosciuta alle miriadi e differenti scuole di pensiero progressiste, di sinistra e comuniste dell'epoca. Ovvero che i partiti del lavoro, nelle diverse coniugazioni, non erano più in grado di produrre occupazione. Si trattava dell'assunzione, da destra, del fatto che in occidente si imponeva il corso storico, frutto di una lenta degradazione del saggio di profitto come dell’evoluzione tecnologica, del declino della società del lavoro. Intesa soprattuto come una società dove il lavoro mette a produzione capitalistica, e quindi a valore, l'intera popolazione.
Si trattava quindi di una doppia crisi, quella della società industriale a base lavorativa di massa e di quella disciplinare classica (che esisteva nella funzione fondamentale di mettere a produzione lavorativa corpi, menti e comportamenti di una intera società). Doppia crisi riassumibile appunto nel declino della società del lavoro.
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Prassi e contraddizioni
Il prima e il dopo del M5S
di Bruno Pepe Russo
Le contraddizioni della congiuntura
Nei circuiti di analisti e militanti, di scienziati politici e attivisti, i giorni che ci separano dalla data elettorale sono stati particolarmente appassionanti. Attorno al caso Grillo, a cosa esso sia, esprima, diverrà e a come le scuole politiche che si rifanno al materialismo dovranno rapportarsi a questo dato, attorno a tutto ciò matura un dibattito vivissimo, che le derive spesso riduzioniste (dalla gioia per l’evento-rottura della governance all’omnicomprensivo concetto di populismo) minano nella sua impresa teorico-pratica, che oggi più che mai è urgente. Perché il punto qua risale un po’ a quel macrotema del materialismo che sono le contraddizioni, alla densità delle strutture relazionali (l’ensemble dei rapporti sociali della sesta tesi su Feuerbach) in seno alla società, e poi a quale contraddizione surdetermina/surdeterminerà le altre nello sviluppo della congiuntura in cui siamo. E il punto è trovare la chiave, e capire quale delle contraddizioni (ricchi e poveri – lavoratori e fannulloni – giovani e vecchi – vecchio e nuovo – pubblico impiego e precari – europa bce e nuova europa – europa o protezionismo e frontiere chiuse ) riuscirà a spuntarla dentro lo spazio in cui stiamo.
Ci troviamo, dentro e fuori il voto di domenica e lunedì, in questa congiuntura, quella dello spazio fuori dal bipolarismo dell’austerity che finalmente si è prodotto, in linea con la Grecia e in parte con la Spagna, ma come per ogni congiuntura conta enormemente la sua genealogia, come essa si è prodotta e in quali condizioni: non si è data dentro il percorso di un’insorgenza anti-austerity di piazza ritradotta poi nel meccanismo elettorale attraverso un soggetto di sinistra radicale (Grecia, Syriza), né attraverso un’egemonizzazione progressiva del quadri dirigenti del centrosinistra (la vecchia opzione Vendola) ma a seguito di un’operazione politica, quella di Grillo, all’interno della quale vederci chiaro è molto complesso.
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In camera caritatis
Una nota su Mauro Gallegati
di Emiliano Brancaccio
Se il Movimento Cinque Stelle decidesse di strutturare il proprio programma di politica economica sulla base dei contributi del Professor Mauro Gallegati e del gruppo di studiosi da lui coordinato sarebbe una notizia positiva e confortante per il futuro del paese.
Mauro Gallegati è uno dei più autorevoli esponenti italiani della Nuova Macroeconomia Keynesiana. Con Domenico Delli Gatti ha pubblicato contributi altamente innovativi in vari settori di frontiera dell’analisi macroeconomica, come ad esempio gli studi sulle interazioni sociali tra agenti economici eterogenei. Ha inoltre pubblicato diversi articoli con il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra i quali spiccano alcuni recenti contributi dedicati ai nessi tra crescita delle disuguaglianze sociali e crisi economica. Gallegati può essere insomma annoverato tra gli studiosi italiani che sono riusciti a collocarsi nel gotha della migliore analisi economica “mainstream”. Al tempo stesso, egli ha anche più volte manifestato interesse nei confronti delle teorie economiche cosiddette “critiche”, come dimostrano i suoi studi dedicati, tra gli altri, al post-keynesiano Hyman Minsky [1].
Personalmente non mi sento di condividere l’attuale posizione del Prof. Gallegati riguardo al futuro della zona euro. Gallegati ha di fatto ridimensionato la rilevanza delle critiche che Beppe Grillo ha più volte espresso nei confronti dell’euro, e ha negato che il M5S possa orientarsi verso una strategia di uscita dall’eurozona [2].
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La cultura e la politica
Piergiorgio Giacchè
La Rivoluzione Culturale
Ai miei tempi – ciascuno ha i suoi e i miei erano quegli anni sessanta, formidabili per alcuni e insopportabili per altri – c’è stata una rivoluzione culturale. Niente di cinese per fortuna, ma due ridefinizioni dei concetti e degli ambiti della politica e della cultura che hanno avuto un effetto sconvolgente. La ridefinizione della “politica” sembrò al momento la più incisiva e la più coraggiosa: forgiata con il contributo teorico di pochi ma verificata dalla militanza di tanti se non di tutti gli studenti del movimento, fu sistematizzata in un articolo di Carlo Donolo su “Quaderni Piacentini”, che aveva appunto per titolo La politica ridefinita.
Molte delle riflessioni personali mossero da quel punto di partenza, mentre dall’altra – ma veramente dall’altra – fin troppe riunioni collettive si spesero nella ricerca della linea: nella rincorsa di un arrivo che poi fu la deriva di una politica peggiore di quella che si voleva e si doveva ridefinire. Quasi nello stesso momento e nello stesso movimento si stava però finalmente affermando anche una “ridefinizione della cultura”: in realtà una scoperta vecchia come il mondo ma messa in forma nuova dalle scienze antropologiche e sociologiche, che in quei tempi e per quegli studenti sembravano andare di moda.
Anche quella della cultura con la c minuscola – così come è successo alla Politica con la P maiuscola – avrebbe poi avuto le sue dimenticanze e decadenze, ma in modo molto più subdolo e lento, se è vero che è rimasta sottesa dentro le variazioni e le aberrazioni che hanno fatto della cultura un vero brodo, anzi un tutto-fa-brodo i cui vapori durano più dei sapori.
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Fobia e perversione nell'insegnamento di Jacques Lacan*
Recensione a cura di Davide Tarizzo
Frutto di un lavoro collettivo sul Seminario IV. La relazione d'oggetto di Jacques Lacan, questo volume raccoglie vari contributi di studiosi noti e meno noti, giovani e meno giovani, apprendisti e maestri, psicoanalisti e filosofi, stranieri e italiani, tutti facenti capo – questi ultimi – alla Associazione Lacaniana di Napoli, agguerrito avamposto di ricerca e divulgazione della dottrina lacaniana fondato nel 2008, i cui membri sono passati – chi in maniera più diretta, chi in maniera più indiretta – per l'insegnamento di Paola Caròla, figura chiave della psicoanalisi napoletana degli ultimi trent'anni alla quale la raccolta è meritoriamente dedicata.
Il libro tocca temi quantomai affascinanti e attuali: cos'è la fobia e, soprattutto, cos'è la perversione da un punto di vista psicoanalitico? Cosa ce ne dice Lacan, in particolare in questo seminario? Quali indicazioni cliniche si possono trarre dalle sue parole? Come interpretare la struttura soggettiva della fobia e quella della perversione, del feticismo, del travestitismo, dell'esibizionismo? Cosa differenzia queste patologie dalle nevrosi, cui tradizionalmente l'analista si trova a prestare ascolto e attenzione? E ancora: qual è lo statuto teorico della psicoanalisi? Cosa la distingue dalla filosofia e dalle altre scienze umane e cosa, invece, la accomuna a questi saperi limitrofi? Interrogativi classici, taluni clinici, taluni di carattere più speculativo, ai quali i saggi raccolti nel volume tentano di rispondere, senza nascondersi le difficoltà.
Esemplare, in proposito, il saggio di Bruno Moroncini – tra i primi intellettuali italiani ad aver colto l'importanza e la novità dell'insegnamento lacaniano, tra i pochi filosofi italiani ad insistere ancora oggi metodicamente su un necessario confronto con la psicoanalisi.
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Una crisi italiana
Alla radice della teoria dell’autonomia del politico
di Dario Gentili
La questione dell’“autonomia del politico” esplode in Italia nel corso degli anni Settanta e rientra nel dibattito se attribuire il primato o all’organizzazione o all’autonomia, e cioè o al luogo del conflitto (Tronti, Cacciari) o alla soggettività antagonista (Negri). Tuttavia, ciò che queste posizioni hanno in comune è il fatto di poter essere comprese all’interno di un dispositivo della crisi
1. Dentro e contro: Tronti
Per limitare la questione dell’“autonomia del politico” nella tradizione filosofico-politica italiana a tre autori (Mario Tronti, Antonio Negri e Massimo Cacciari) e a un arco di tempo determinato (gli anni Settanta), prendo lo spunto iniziale da Operai e capitale. Mi riferisco in particolare al punto in cui Tronti passa dall’analisi operaista del rapporto economico classe operaia-capitale alla proposta politica. Innanzitutto, egli prende criticamente le distanze – anzi rovescia – il paradigma gramsciano (fatto proprio a suo modo da Togliatti) per la conquista dell’egemonia politica da parte della classe operaia: il passaggio politico da compiere non è tanto quello dalla classe operaia al popolo, ma, viceversa, dal popolo alla classe operaia. Lo scopo è quello di definire l’organizzazione politica operaia, il partito di parte operaia. Tronti scrive:
Come far funzionare il popolo dentro la classe operaia è problema tuttora reale della rivoluzione in Italia. Non certo per conquistare la maggioranza democratica nel parlamento borghese, ma per costruire un blocco politico di forze sociali, da usare come leva materiale per far saltare una per una e poi tutte insieme le connessioni interne del potere politico avversario […]. Così, su questa base, dai compiti del partito rimane escluso proprio quello che sembra averlo finora caratterizzato: il compito di mediare i rapporti tra classi affini, e cioè tra ceti diversi, con tutte le loro ideologie, in un sistema di alleanze.[1]
Il problema è pur sempre quello gramsciano della conquista dell’egemonia politica.
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Tempesta perfetta
di Dante Barontini
Viviamo in tempi rivoluzionari, ma non vogliamo prenderne atto. Usiamo questa espressione in senso “tecnico”, non politico-ideologico. Non ci sono masse intorno al Palazzo d'Inverno, ma la fine di un mondo. Il difficile è prenderne atto.
Si sta rompendo tutto, intorno a noi e dentro di noi, ma quando ci dobbiamo chiedere – fatalmente - “che fare?” ci rifugiamo tutti nel principio-speranza, confidando che le cose, prime o poi, tornino a girare come prima. Per continuare a fare le cose che sappiamo fare, senza scossoni.
Non possono tornare come prima.
Inutile prendersela più di tanto con le singole persone o le strutture – leader, partiti, sindacati, media, confindustria, ecc – che hanno responsabilità pazzesche, naturalmente, ma sono anche totalmente impotenti di fronte a un mondo che si spacca. “Le cose si dissociano, il centro non può reggere”. Non saranno i Bersani, i Berlusconi o i Napolitano a tenere insieme le zolle tettoniche in movimento.
Come interpretare altrimenti il fatto che le “elezioni più inutili della storia” - definizione nostra – abbiano prodotto la più seria rottura di continuità nel panorama politico italiano?
Era tutto fatto.
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Tanto denaro per nulla
La vertigine della finanza creativa
Luigi Pandolfi
Rovistando nei materiali analitici e tra le notizie relative a questa speciale crisi economica che sta sconvolgendo le nostre società, mi è tornata alla mente una frase di Karl Marx contenuta nel secondo libro de Il Capitale: “Il processo di produzione appare soltanto come termine medio inevitabile, come male necessario per far denaro. Tutte le Nazioni a produzione capitalistica vengono colte perciò periodicamente da una vertigine, nella quale vogliono fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”.
Un’asserzione tanto straordinariamente attuale da sembrare un commento a ciò che ci sta passando sotto gli occhi oggigiorno. Di certo essa costituisce una dimostrazione lampante dell’utilità del pensiero marxiano nella sua parte critico-interpretativa, a fronte della fallacità delle sue componenti profetico-deterministiche.
“Fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”. Ecco: non è forse quello che è accaduto, e che sta accadendo, nella parte più “attempata” del capitalismo mondiale? Certo che sì. Basta un solo esempio per suffragare questo assioma. Quante volte abbiamo sentito parlare, a proposito dell’economia finanziaria, di “economia di carta”, di quella sfera separata dall’economia reale in cui il denaro si tira fuori dal denaro stesso? Immagino tante volte. E di “cartolarizzazioni”? Un po’ meno, credo. Eppure tra le due espressioni c’è una stretta correlazione, ancorché la prima sia nata con valore dispregiativo, mentre la seconda rimandi al linguaggio tecnico-ufficiale del mondo finanziario e degli analisti economici. La correlazione consiste nel fatto che entrambe sottendono concetti affini (“Carta” nel senso di moneta, titoli, ecc.), e che la seconda ha in un certo senso riscattato la prima.
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Cosa insegnano le elezioni
I perché della sconfitta
di Domenico Moro*
Questa è la seconda volta che andiamo al tappeto e per la seconda volta bisognerà provare a rialzarsi. Come nel pugilato, solo chi è veramente determinato riesce a farlo. Tuttavia, rialzarsi per continuare a incassare pugni come un pugile suonato sarebbe assurdo. Quando si va al tappeto non ci si rialza subito, si aspetta il conteggio dell’arbitro, sfruttando ogni secondo per riprendere fiato e lucidità. Ecco, riprendere fiato, per noi, vuol dire ragionare a mente fredda e cercare di capire il perché e il percome è successo un’altra volta.
Nessuno ha la verità in tasca. Tuttavia, cerchiamo di vedere se è possibile individuare dei fatti precisi da cui partire. In primo luogo cosa dimostrano queste elezioni? A mio modo di vedere, dimostrano tre cose. Primo, il bipolarismo è fallito. Secondo, il governo Monti e la maggioranza che lo sosteneva sono stati bocciati. Terzo l’Europa stessa – o meglio l’europeismo dei mercati finanziari - è stata bocciata.
I dati e i numeri non si prestano a interpretazioni diverse. Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno subito salassi qualche volta mortali. Lo stesso recupero di Berlusconi, che pure c’è stato, è in realtà molto relativo.
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Viva l’ingovernabilità: una nota leggera
Gigi Roggero
Dobbiamo fare delle premesse, mettere in guardia dai pericoli, smarrirci nelle precisazioni? Se sì mettiamo avanti le cautele, diciamo che Grillo è una figura inquietante, rassicuriamo che noi siamo tutt’altra cosa, dettagliamo i rischi dell’attuale scenario, specifichiamo che non siamo fautori di un caos fine a se stesso, giuriamo di non credere al tanto peggio tanto meglio, eccetera eccetera eccetera. Per una volta invece vogliamo saltare questa liturgia e prestare il fianco agli equivoci, perché è il contesto della crisi a essere costitutivamente equivoco.
Innanzitutto, quindi, vogliamo dare una tonalità emotiva ai risultati elettorali: evviva! Perché del resto dovremmo condividere un senso di sconfitta con chi è stato alternativamente un nostro avversario o un nostro nemico? Diciamolo in modo secco: da questo voto per loro devastante escono sconfitti l’agenda dell’austerity temporaneamente targata Monti e chi più si era presentato come il suo continuatore, il Partito Democratico e la sua appendicina di sinistra, Sel. Se poi guardiamo più da vicino le grottesche disfatte di Vendola e Ingroia (a proposito: dove sono finiti i fabbrichisti di Nichi e gli arancioni anti-corruzione e filo-costituzione?), dovremmo attenderci le dimissioni della magistratura e magari di una parte consistente del ceto politico di movimento. Aggiungiamo che, tra i molti sconfitti, vi è il sistema dei media, da Santoro al Partito di Repubblica. A quando una critica radicale di stampa e televisione agito autonomamente dai movimenti? Ecco un punto di programma per noi tutti.
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Il giocattolo rotto di Bernanke
di Pasquale Cicalese
Crea moneta, spara moneta, compra carta straccia, butta soldi dall’elicottero e la crisi “finirà”.
E’ la Greenspan put, in vigore dal crollo borsistico del 1987, il peggiore in un giorno nella storia di Wall Street. Ripresa con forza con lo sboom della new economy del 1999 e dal 2001, causa Torri Gemelle, protrattasi fino al 2007. Ancora un crollo nel 2008 ed essa viene “sostituita” dalla Bernanke Put, un micidiale mix di acquisto titoli tossici e tassi di interesse pari allo 0% che invade i mercati monetari, obbligazionari e azionari del mondo. In una parola, “asset inflation”: Wall Street ai massimi storici, prezzi delle case nuovamente in crescita, “effetto ricchezza”, boom di consumi di beni di lusso.
Effetti sull’economia? Venti giorni fa le statistiche americane informavano il mondo che il pil congiunturale dell’ultimo trimestre del 2012 in USA era pari a -01%; i dati sui sussidi di disoccupazione sono in crescita, gli indici produttivi segnalano rallentamenti.
Avevano iniziato i Brics a criticare la Bernanke Put. Nel 2009 Zhou Xiaochuan informava la comunità finanziaria mondiale che la Cina propende per l’abbandono del dollaro ed è favorevole alla diffusione dei diritti speciali di prelievo presso il Fondo Monetario, composti da un paniere di valute, possibilmente anche yuan.
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