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Sull’assalto neo-fascista alla Cgil, il prima e il dopo
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
1. A differenza della vulgata di stato e dell’anti-fascismo democratico (o di stato), la protesta di sabato 9 a Roma ha due aspetti che non coincidono: l’attacco neo-fascista alla sede della Cgil, la grossa folla dei manifestanti.
Che l’attacco fosse preordinato, è ovvio. Sia stato preordinato solo da Forza Nuova o no, l’essenziale è che è stata attaccata la sede della Cgil, non quella di Confindustria o del governo, i due poteri che hanno voluto e imposto il “green pass”.
Perché questo bersaglio? Di sicuro per approfondire la divisione tra i lavoratori iscritti a Cgil Cisl e Uil, in larga maggioranza aderenti al programma di vaccinazione, e i lavoratori non vaccinati, molti dei quali non sindacalizzati. Il “green pass” è il mezzo escogitato dal governo Draghi per spingere questi lavoratori alla vaccinazione così da eliminare ogni intralcio alla “ripresa” e per attizzare la divisione tra lavoratori vaccinati e non vaccinati, attribuendo ai padroni la potestà di licenziare anche per ragioni “sanitarie”. Nell’indicare la Cgil come prima responsabile di questa odiosa misura non sanitaria, i falsari di Forza Nuova hanno cercato di rendere ancora più profondo il solco tra proletari vaccinati e non vaccinati tracciato dal governo.
Ma il disegno politico che li ha portati in questa direzione va ben oltre il contingente della pandemia e del no al “green pass”. Forza Nuova, Casa Pound e altri gruppi della galassia neo-fascista, ciascuno con le sue proprie particolarità, puntano a raccogliere consensi, inquadrare e indirizzare in senso reazionario quelle componenti sociali, anche proletarie, che la crisi globale nella quale siamo immersi ha bastonato e gettato allo sbando, riempiendole di paure per il presente e per il futuro, e di risentimenti nei confronti di chi da tempo li ha abbandonati e traditi.
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L’anomalia di un pianeta che cresce
Cronache marXZiane n. 5
di Giorgio Gattei
1. Come ho raccontato nelle precedenti Cronache marXZiane, sono stato rapito nel 1968 dalla astronave “la Grundrisse” che mi ha trascinato sul pianeta Marx dove ho dimorato per parecchi anni studiandone la complessa composizione geologico-economica, che è fatta di prezzi di mercato (la “crosta”), di prezzi di produzione (il “mantello”) e di un “nucleo” di neovalore-lavoro che è poi la sua eccezionalità. Infine sono andato ad intervistare Saggio Massimo (del profitto) che mi ha parlato di sé e degli altri due Saggi (del pluslavoro e del profitto) che coabitano con lui sul pianeta, ma di cui lui resta il più importante tanto che lo chiamano, non a caso, Saggio Massimo. Al mio ritorno sulla terra non sono però rimasto convinto di quanto mi aveva detto a proposito della sua impossibilità di caduta tendenziale per la propria formulazione algebrica:
max r = R = m / q
dove alla crescita della Composizione del capitale rispetto al lavoro (q = K/L) per la logica necessaria dell’accumulazione del Pluslavoro/Profitto realizzato si oppone un andamento altrettanto a crescere della Produttività del lavoro (m = Y/L: il reddito rispetto al lavoro), essendo di fatto quel pianeta non solo un luogo di detenzione lavorativa, ma pure un posto di creatività ed innovazione che fa sì che il lavoro sia sempre più produttivo. Eppure non ne sono rimasto persuaso perché mi frullavano per il capo due frammenti di pensiero del primo grande “mappatore” del pianeta, quel Karl Marx che poi gli ha dato il nome, secondo cui la possibilità di compensare un andamento con l’altro «ha dei limiti insuperabili: la caduta del saggio profitto può essere ostacolata, ma non annullata» e poi anche che «il vero limite del pianeta è il pianeta stesso», insinuando che doveva esserci anche dell’altro oltre alla indeterminazione di cui si faceva forte Saggio Massimo.
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Crisi climatica e scosse telluriche
di Piero Pagliani
Sul finire (si spera) della crisi pandemica, Greta Thunberg è tornata a farsi sentire, più arrabbiata che mai. Mi dà l'idea di una creatura che incominciando a ragionare più autonomamente sia uscita fuori dal controllo dei propri occhiuti e interessati creatori. Speriamo che sia così. Fatto è che sta spiazzando i detentori di potere, che sembra stiano capendo in ritardo che la giovane Greta non è probabilmente più quella che se ne andava, con gran tripudio di tutti i media mainstream, a New York su un ecologico catamarano, spartano ma da 4 milioni di euro, messole a disposizione da un ricchissimo principino patron dell'ecologissima Formula 1 a Montecarlo e azionista della società di voli in elicottero del Principato di Monaco (cosa che le fece toccare un minimo locale di credibilità – speriamo che non ripeta più imprese simili e abbia capito che essere un ricchissimo signore di Montecarlo e uno sfruttatore/consumatore estremo di risorse è la stessa cosa, catamarano o non catamarano).
* * * *
Dopo il caldo insistente di questa estate, i meteorologi informano che con molta probabilità avremo un inverno con temperature sotto la media (con ritorno della neve in pianura). Colpa della Niña, cioè del raffreddamento della temperatura delle acque superficiali dell'Oceano Pacifico centrale ed orientale.
Chi è interessato a capire come la Niña e il suo fenomeno opposto, cioè il Niño, o se vogliamo il clima in generale, influenzino le vicende umane, sociali, economiche, politiche e geopolitiche, può leggere con profitto il libro “Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo” (Feltrinelli, 2002) di Mike Davis.
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"Le prospettive in Afghanistan non sono così funeste come vorrebbe una certa narrativa"
di Alberto Bradanini
Le informazioni che giungono quotidianamente alla nostra attenzione su questo martoriato paese sono frammentate, spesso filtrate o manipolate.
In un mondo ormai orwelliano le parole hanno perso il loro significato proprio. Pace, progresso e libertà si usano per descrivere guerra, distruzione e schiavitù. Occorre muoversi in punta di piedi.
Oggi la conoscenza è ritenuta una facile acquisizione, mentre a uno sguardo attento non può sfuggire che siamo sudditi del regno della manipolazione, i cui pilastri sono costituiti da flash televisivi, articoli sotto dettatura, social network dominanti, inviati improvvisati. Davanti a una narrativa di segno unico, solo una minoranza tenta di uscire dal labirinto visitando biblioteche, librerie o qualche sito politicamente scorretto, sfidando il tedio ancor prima dell’inattendibilità.
Le distorsioni semantiche assumono poi un aspetto ancor più tragico quando si ha a che fare con universi lontani e ignoti come l’Afganistan, di cui ormai parla con dovizia di particolari persino il droghiere sotto casa. Su temi di politica estera, la Grande Menzogna è universale e sistematica.
Giornali e tv dei paesi occidentali attingono le notizie di base (o il silenzio su alcuni eventi, secondo convenienza) da tre agenzie di stampa, Reuters, AP (Associated Press), AFP (Agence France Presse), tutte con base finanziaria e proprietaria a Wall Street, allineate dunque agli interessi imperiali e corporativi americani.
Nel 1848, il Manifesto di Marx ed Engels affermava che un fantasma si aggirava per l’Europa e il suo nome era comunismo. Oggi un diverso fantasma si aggira per il Vecchio Continente (e non solo), e il suo nome non è comunismo, ma più banalmente confusione/impotenza: la nave in cui siamo imbarcati sembra ingovernata e senza meta, sebbene poi così non sia, poiché una potente oligarchia la guida da remoto a tutela di privilegi infiniti, mentre i bisogni dei popoli vengono ancora una volta calpestati.
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La centralità della riproduzione
di Christian Marazzi
Proseguiamo, con la trascrizione dell’intervento di Christian Marazzi, la pubblicazione dei contributi formativi del modulo «Crisi e riproduzione del capitale» della Summer School organizzata da «Machina» a inizio settembre 2021, promosso congiuntamente dai curatori delle sezioni «transuenze» e «vortex».
Al centro di questo ciclo di lezioni il rapporto tra continuità e discontinuità del capitalismo nella crisi aperta dallo shock pandemico. Covid 19, questo uno degli assunti del modulo, ha fornito ulteriore evidenza alla centralità odierna della «questione della riproduzione». Ai relatori e alle relatrici (oltre a Marazzi il percorso ha coinvolto Alisa Del Re, Sandra Burchi, Leopoldina Fortunati, di cui saranno prossimamente pubblicati i contributi, oltre agli economisti Fumagalli, Del Prieto e Brancaccio, già pubblicati qui) si è richiesto preliminarmente un inquadramento concettuale, poiché con lo stesso termine (riproduzione) ci si riferisce sovente a livelli del discorso differenti. Tra riproduzione sistemica, sociale, degli individui e delle loro capacità (e aggiungiamo, della specie e degli equilibri ecologici), in una società interamente plasmata dai rapporti capitalistici ci sono evidenti reciproche funzionalità, però vi sono anche aspetti peculiari e specifici.
Qui si parla soprattutto di riproduzione delle persone e della loro capacità di lavorare e dare valore. Il richiamo alla centralità odierna della riproduzione nel circuito della valorizzazione capitalistica potrebbe in questo senso fuorviare. Non dobbiamo scoprirla oggi, dopo cinquant’anni di critica femminista. Si tratta però di leggerne le trasformazioni e le forse inedite prerogative, alla luce delle trasformazioni intervenute nella sfera del produrre, dell’accumulazione, della valorizzazione. Tra le suggestioni a monte del ciclo d’incontri si richiama anche l’ipotesi, formulata da Romano Alquati in un testo del 2002 recentemente pubblicato da DeriveApprodi (Sulla riproduzione della capacità umana vivente), in cui l’autore ipotizzava che la riproduzione della capacità-umana si stesse progressivamente ponendo, per la prima volta, come luogo diretto e principale della valorizzazione capitalistica.
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La Cina è ad un punto di svolta?1
di Michael Roberts
Questa settimana si sono aggravati i problemi del debito che affliggono il mercato immobiliare cinese dopo il default di un’altra agenzia immobiliare causato dalle sue obbligazioni e dopo che Evergrande, il gruppo immobiliare più fortemente indebitato al mondo2, ha protratto per un secondo giorno la sospensione delle sue azioni senza dare spiegazioni. Fantasia Holdings, un’agenzia di medie dimensioni, che solo poche settimane fa ha rassicurato agli investitori di non avere "problemi di liquidità", ha dichiarato in una presentazione effettuata in Borsa che lunedì "non ha effettuato il pagamento" di un'obbligazione da 206 milioni di $ in scadenza quel giorno, innescando formalmente un default formale. L'insolvenza si aggiunge ai timori che la crisi di Evergrande possa diffondersi includendo un numero elevato di agenzie immobiliari cinesi, che rappresentano gran parte del mercato obbligazionario asiatico ad alto rendimento.
Il 23 settembre Evergrande non ha pagato degli interessi su un'obbligazione off-shore, innescando una proroga di 30 giorni prima di un default formale, e non ha ancora fatto alcun annuncio in merito. Ma anche prima che la crisi del debito del China Evergrande Group mandasse in tilt il settore immobiliare del paese, le società immobiliari cinesi erano impegnate nel riuscire a guadagnare abbastanza per pagare gli interessi sul loro debito. Alla fine di giugno, secondo i calcoli di Reuters basati sui dati Refinitiv, la quota aggregata di copertura degli interessi dei 21 grandi gruppi immobiliari cinesi quotati a Hong Kong è sceso a 0,94, il peggior risultato da almeno un decennio3.
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Lo stormo snobbato di cigni neri che popola le catene globali di approvvigionamento
di Fabrizio Russo
In retrospettiva sembra oggi impossibile che le principali autorità monetarie ed una pletora di osservatori mainstream qualificati non siano riusciti a cogliere, in un tempo peraltro ragionevole e quindi “per tempo”, la progressiva evoluzione delle condizioni di scenario delle principali economie occidentali da sostanzialmente deflattive – caratteristica propagata con forza pervasiva dal lungo processo di globalizzazione – a fortemente inflation-friendly.
Di cosa stiamo parlando? Della serie di eventi che si è stratificata nel giro di una decina di trimestri! Elenchiamoli, in modo sommario, iniziando da uno dei primi seri avvenimenti che hanno intaccato alla base il processo di globalizzazione – che forse sta declinando ma più probabilmente sta solo mutando profondamente – come oggi lo conosciamo: la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, cominciata dall’Amministrazione Trump nel tentativo di ribilanciare lo squilibrio commerciale USA verso l’ormai affermata potenza economico-produttiva asiatica.
Mi permetto di definire questo evento come “serio” perché, sebbene avessi da tempo – anche per formazione accademica – iniziato a riflettere sul tema dell’inflazione, è da quel momento che ho preso seriamente l’ipotesi di una ripartenza sostenuta, del ciclo dei prezzi al consumo, o perlomeno di una loro forte fiammata.
A partire dal luglio 2018 l’introduzione di dazi su diverse produzioni cinesi (inizialmente il 25% su 34 mld di USD in controvalore) ha infatti comportato un immediato aumento dei prezzi lordi all’importazione. L’economia USA all’epoca marciava a velocità ancora sostenuta ed una parte significativa degli aumenti si è riversata sui consumatori finali, come è possibile verificare dal seguente grafico di Goldman Sachs diffuso da CNBC:
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Marx, Il Capitale, I (1-4).
Una guida per principianti.
di Antonino Morreale
Premessa
Prendiamo qui in esame il primo libro del Capitale1. Ci occuperemo dei primi quattro capitoli: 1. la merce, 2. il processo di scambio, 3. il denaro, 4. la trasformazione del denaro in capitale.
Quanto basta per entrare appena nell’argomento centrale dell’opera2 . Avremo però modo di esporre alcune questioni essenziali. Marx, infatti, rivendica a questi primi capitoli due dei suoi maggiori contributi alla scienza economica3: la duplice natura del lavoro contenuto nella merce, e la “forma di valore”.
1. La circolazione semplice nella “immane raccolta di merci”.
L’ipotesi di questo studio è che i primi quattro capitoli del Capitale possano essere analizzati, senza forzature, come una sola unità. L’unitarietà è data dal livello stratigrafico costruito da Marx, e sul quale ha lavorato, quello della “circolazione semplice delle merci”. Marx dedica molta cura a delimitarlo. Partendo dalla “merce”, ci conduce alla genesi del “denaro”, per giungere fino alla “compravendita della forza-lavoro”, con cui, una netta discontinuità, un” salto”, chiude una storia e ne comincia un’altra.
La ricchezza delle società in cui domina il modo di produzione capitalistico si manifesta fenomenicamente come una “immane raccolta di merci”, la merce singola come sua forma elementare. La nostra indagine comincia perciò con l’analisi della merce”4.
Illimitata in estensione, quindi, ma dallo spessore sottile, appena una “superficie”, quella della circolazione delle merci. E ancora nulla da dire, per ora, su ciò che sta “prima”, il passato precapitalistico; né su quel che sta “sotto”, la produzione; ma, solo la circolazione semplice delle merci nella società capitalistica.
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Un prospettiva sulle mobilitazioni contro il Green Pass a Trieste
di alcune compagne e compagni di Trieste
Riceviamo e diffondiamo:
Premessa
Scriviamo questo contributo per provare a mettere nero su bianco l’esperienza che stiamo facendo da aprile, ed in particolare nell’ultimo mese e mezzo, all’interno del movimento contro il Green Pass a Trieste, sperando possa essere utile per il dibattito.
Si tratta di un percorso che, per quanto ci è noto, ha acquisito una serie di specificità che lo differenziano da alcune altre piazze calde nel resto d’Italia, o che perlomeno lo smarcano da una lettura univoca, soprattutto adottando un punto di vista militante. Dopo i recenti fatti romani, infatti, è ritornata ad imporsi su tutto il movimento contro il lasciapassare verde l’ombra di un’egemonia fascista o comunque la sua interpretazione come un fenomeno piccolo borghese, assimilabile alle piazze dei commercianti per le riaperture, organizzate nell’ultimo anno e mezzo.
Qua a Trieste, invece, abbiamo intravisto e attraversato delle potenzialità nuove, che danno forma ad un movimento per certi versi assimilabile ai gilet jaunes francesi, con una forte connotazione di classe e ben distante dalle derive destrorse che dominano la narrazione mediatica. Non si tratta di negare l’esistenza – in potenza – anche di queste derive, ma al contrario di aprire la complessità di questo movimento, senza ridurla ad un ammasso confuso di pulsioni egoiste, facile preda di gruppi neofascisti e della destra aperturista.
Nascita
Dalla primavera del 2021, e per tutta l’estate, si sono susseguite a Trieste diverse piazze che hanno messo in discussione la “verità sui vaccini” e finanche l’esistenza stessa – o la nocività – del virus Sars-Cov2. Diffuse prevalentemente tramite messaggi nelle chat, queste manifestazioni sono state organizzate, di volta in volta, da gruppi come il Movimento 3v (partito nato per opporsi agli obblighi vaccinali che proprio qua a Trieste ha visto il miglior risultato alle recenti elezioni comunali, guadagnando il 4,5 % dei voti – anche se con affluenza bassissima del 45%), o dall’Associazione Alister, storico presidio locale impegnato nella critica ai vaccini.
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Fight the FIRE – in memoria di David Graeber
di Leo Essen
I
Il 23 settembre, nel primo anniversario della morte di David Graeber, in un incontro promosso dalla Royal Society of Arts di Londra, gli economisti Michael Hudson e Thomas Piketty hanno discusso del debito, un tema caro a Graeber.
Secondo Piketty, in futuro ci sarà di nuovo un altro consolidamento del debito - un massiccio consolidamento del debito.
Come avverrà questo consolidamento?
Nella storia recente, dice Piketty, ci sono due episodi di azzeramento del debito, tutti e due davvero impressionanti.
Il primo si verificò durante la Rivoluzione francese. Il sistema politico (l’amministrazione) non riusciva a far pagare chi avrebbe dovuto pagare le tasse, allora esplose il debito. La rivoluzione fu la soluzione. Essa consolidò il debito, in parte attraverso l’inflazione, in parte attraverso la tassazione. Nello stesso tempo finirono i privilegi fiscali dell’aristocrazia.
Il secondo episodio si verificò dopo la seconda guerra mondiale, tra il 1945 e il 1950. La maggior parte delle economie dei paesi ricchi era gravata da un debito pubblico enorme, ancora più grande di quello di oggi. Alla fine, dice Piketty, si scelse, insieme, di non pagare il debito. Ciò accadde usando diverse strategie – inflazione, cancellazione, etc. La Germania, in particolare, vi riuscì, da una parte, promuovendo una riforma monetaria, e, dall’altra, attraverso una tassazione progressiva dei detentori di ricchezze molto alte. Non era un sistema perfetto, ma, rispetto ad altri modi adottati in passato, dice Piketty, era certamente uno dei modi più equi o, almeno, non iniqui.
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Allarme son fascisti
di Piotr
Anche l'Huffington Post e il Corriere della Sera, pur adusi a lanciare gridolini alla groupie a beneficio del governo Draghi, se ne sono accorti.
Ecco il vicedirettore dell'Huffington Post:
«A una settimana dal voto, la protesta, entrata in sonno nelle urne, si è rovesciata nelle strade. [...] Diciamoci la verità: una parte del dibattito pubblico, che chiama in causa classi dirigenti e intellettuali, si è illusa del ritorno alla “normalità”, come se tutto fosse finito, in un’orgia di retorica sulla “ripartenza” che oscura il dato di fondo di questa crisi. E cioè che la pandemia non è l’inceppo di un motore da riaccendere, ma la devastazione di un paese da “ricostruire”, con fatica: economicamente, socialmente, moralmente.»
Questo invece è Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera:
«Ma accanto a queste abituali presenze, è comparso qualcosa di diverso. In strada, pronte a fronteggiare i celerini in tenuta antisommossa, c’erano persone a viso scoperto, uomini e donne non più giovani che gridavano esasperati, immobili e quasi indifferenti al getto degli idranti. Presenze quasi “spiazzanti” per chi deve resistere e se del caso caricare. […] A sostegno, o a rimorchio, di chi potrebbe fomentare e strumentalizzare i disordini c’è una parte di popolazione — minoritaria, ma capace di cambiare volto ai raduni — decisa a non arrendersi alle decisioni del governo. Persone che hanno poco o niente a che fare con le frange violente conosciute, ma che evidentemente sono pronte alla sfida.»
1. Diecimila persone a Roma, cinquemila a Milano, mille a Belluno (Belluno!). E il martedì precedente quindicimila persone a Trieste. Numeri forniti dalle questure. Non passa giorno che migliaia di cittadini italiani non scendano in piazza per protestare contro il green pass draghiano.
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Commissariare il parlamento
di Alessandro Somma
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza e le sue condizionalità
Presentato come un segno della solidarietà e generosità dell’Europa unita, il Pnrr è in verità tutt’altro. In questa prima parte del contributo vedremo perché i soldi di cui si parla sono in realtà pochi e tutti da restituire, per poi illustrare le condizionalità cui sono collegati: innanzi tutto quelle che impongono una sana governance economica, ovvero l’austerità. Nella seconda parte ci dedicheremo alle condizionalità che riguardano la tutela della concorrenza e che comportano liberalizzazioni e privatizzazioni. Concluderemo riflettendo sulla finalità prima del Pnrr: impedire la partecipazione democratica in quanto ostacolo al definitivo consolidamento dell’ortodossia neoliberale.
Pochi soldi tutti da restituire
Tra gli strumenti predisposti dall’Unione europea per affrontare la crisi determinata dall’emergenza sanitaria, occupa un posto di rilievo il Next generation Eu: un pacchetto di sovvenzioni e prestiti per 806,9 miliardi di Euro ai prezzi correnti, erogati nell’ambito del quadro finanziario pluriennale per il periodo 2021-27 (il cui valore è di complessivi 2018 miliardi). La parte più consistente di questi denari verrà distribuita dal Fondo per la ripresa e la resilienza (Recovery and resilience facility), la cui dotazione ammonta a 723,8 miliardi[1], così suddivisi: 338 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto e 385,8 miliardi in prestiti da restituire.
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Il Circolo Panzieri di Modena e l’enigma dell’organizzazione
L’operaismo emiliano dalla fabbrica al territorio
di Matteo Montaguti*
La recente scomparsa di Marcello Pergola, protagonista insieme a Paolo Pompei e Guido Bianchini della vicenda dell’operaismo emiliano, può essere l’occasione per ricordare un patrimonio di esperienze per molto tempo relegato ai margini della ricostruzione e della memoria sugli anni Sessanta e Settanta, che solo da poco tempo, grazie all’interesse crescente di giovani ricercatori e iniziative editoriali, comincia a essere riscoperto. Al centro di questo scritto si Matteo Montaguti è infatti il Circolo Panzieri, qui considerato non come luogo fisico ma come percorso politico di una collettività militante, tra le esperienze più significative del «lungo Sessantotto» di Modena. Animato da figure intellettuali dallo spessore di Pompei e Pergola, ha saputo esprimere tratti di originalità politica non solo a livello locale: è stato infatti protagonista, fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, di traiettorie di respiro nazionale nell’ambito della costellazione operaista poi cristallizzatasi in Potere operaio, contribuendo a forgiare e sperimentare quel «pensiero del conflitto» ancora oggi preziosamente inattuale.
* * * *
A Paolo Pompei (1937-2003)
e Marcello Pergola (1933-2021)
Operaismo sotto la Ghirlandina: breve storia del Circolo Panzieri [1]
Il primo nucleo di operaisti modenesi, essenzialmente costituito da intellettuali-militanti per la gran parte insegnanti e provenienti dalle file del Psiup, comincia a muovere i primi passi a partire dal 1965, nel tentativo – ancora sotto le rispettive sigle partitiche – di stabilire un approccio diretto con gli operai di alcune fabbriche attraverso l’attività della conricerca, elaborata negli anni precedenti intorno alla rivista «Quaderni rossi».
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Pnrr, chi l’ha visto?
Alba Vastano intervista Andrea Del Monaco*
Intervista ad Andrea Del Monaco, esperto in Fondi Europei. “Per avere i prestiti del Recovery Mario Draghi dovrà fare le “riforme”: non solo quelle buone, ma principalmente (mirando alla contrazione del deficit) il taglio delle pensioni, una nuova tassazione sulle case, nuove privatizzazioni (in primis sanità) e flessibilizzazione ulteriore del lavoro. La Commissione Europea potrà sospendere i pagamenti del Recovery Fund qualora uno Stato Membro non abbia corretto il disavanzo eccessivo o qualora non abbia adempiuto ad un programma di aggiustamento macroeconomico (un memorandum di austerità)”
‘Sono in arrivo dall’Europa miliardi di euro e l’economia italiana ripartirà alla grande’. E’ la storiella che ci raccontano lorsignori, i nostri governanti, dai notiziari mainstream. C’è qualche dubbio che così non sarà. Non sta per scendere dalla slitta Babbo Natale con la gerla piena di doni. Per saperne di più su queste promesse di pioggia di euro e su quanto di vero vi sia nelle news filtrate dai media chiediamo lumi sulla questione ad Andrea Del Monaco, fra i maggiori esperti in fondi europei.
* * * *
Alba Vastano – Il Piano nazionale Ripresa e Resilienza sembra sia in fase di attuazione. Nell’attesa di saperne di più sarà opportuno fare un excursus che ricordi cos’è il Mes e come si è arrivati al Recovery Fund (Next generation Eu).
Andrea Del Monaco – Il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità è un trattato internazionale, sottoscritto nel 2012 (per l’Italia dal Governo Monti) e ratificato alla fine da tutti i 27 gli Stati Membri: non è un trattato europeo perché allora la Gran Bretagna non lo sottoscrisse. Il MES è il terzo degli strumenti creati nella crisi post 2008 e ha “aiutato” Cipro, Grecia e Spagna. De facto è un fondo salva-banche: formalmente ha salvato le banche greche e spagnole, debitrici delle banche francesi e tedesche; sostanzialmente i contribuenti europei, pagando il MES, hanno salvato le banche francesi e tedesche creditrici delle banche greche e spagnole. Il MES e gli altri due strumenti salva-banche sono costati all’Italia 60 miliardi di Euro.
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L’uomo della necessità
di emmeffe
La relazione conclusiva di Carlo Bonomi all’assemblea nazionale della Confindustria del 23 settembre è uno di quei documenti che dovrebbero essere studiati per intero nei manuali di filosofia politica. Ci sono tre tipi di animali politici nella fauna italiana, scrive il Filosofo: l’Uomo della Provvidenza, l’Uomo della Possibilità, infine c’è l’Uomo della Necessità.
L’Uomo della Provvidenza, come è noto, fu Benito Mussolini. In che senso incarnava la figura della Provvidenza? Nel senso che, alla società del periodo, la rivoluzione proletaria sembrava davvero alle porte, serviva un intervento miracoloso, anti-storico, per salvare la borghesia e schiacciare le rivendicazioni operaie. Bonomi finge di non ricordare il sostegno che la sua Confindustria diede all’ascesa del fascismo, schernendosi dietro all’affermazione anti-fascista: «mai più uomini della provvidenza»!
Gli «uomini del possibile» sono quelli che nascono da una società democratica che liberamente sceglie una o l’altra opzione politica. Dove è ancora possibile la scelta. Ma ai padroni non piacciono nemmeno loro, in quanto, spiega il Filosofo, hanno «un occhio sempre mirato al consenso di breve periodo», cercano di «evitare scelte coraggiose», temono eccessivamente «delusione e scontento». Sono «campioni mondiali di un’unica specialità»: «Il calcio alla lattina, il rinvio eterno al futuro di qualunque soluzione efficace».
Infine c’è Lui, l’Uomo della Necessità. «Ecco, Mario Draghi è uno di questi uomini, uomini della necessità». E parte la serenata. Il padrone si mette a recitare la parte del cortigiano, ricorda la lunga disonorata carriera del nostro Presidente del Consiglio, dalla Banca d’Italia al Financial Stability Board, fino ai nove anni al timone della Banca Centrale Europea. Lunga vita all’Uomo della Necessità:
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Le quattro sfide: clima, energia, pan-sindemia, politica
di Alessandro Visalli
La prima sfida: crisi climatica
Viviamo in un mondo in cui abbiamo ormai superato i 7,8 miliardi di abitanti e che cresce del 1,2 % all’anno (quindi raggiungerà gli 8 miliardi nel 2025 e i 9,1 nel 2050); in cui la Cina, con 1,43 miliardi di abitanti è il paese più affollato, seguito dall’India con 1,3 miliardi e –a grande distanza- dagli USA con 329 milioni, poi l’Indonesia. Un mondo in cui la popolazione urbana è, in termini assoluti, più numerosa della popolazione rurale (3,15 miliardi di persone vivono in città), e sarà sempre più così, dato che l’88 % della crescita della popolazione avverrà nelle città dei paesi in via di sviluppo.
Per comprendere i termini del problema che questo semplice fatto provoca si può usare il concetto di “impronta ecologica”[1], potente metafora promossa dal WWF. Si tratta di una semplice applicazione del concetto di “capacità di carico”; molto usato, e talvolta molto criticato, nella pianificazione del territorio.
Nel 2020 l’impronta ecologica mondiale era stimabile in ca 2,7 ha globali pro capite (cioè 18 miliardi di ettari), mentre la biocapacità del pianeta era stimabile in 1,5 ettari pro capite (12 miliardi di ettari). È dagli anni ottanta che l’impronta ecologica ha superato la biocapacità del pianeta ed oggi, come si vede è del 30 % eccedente.
Più in dettaglio, secondo le valutazioni fatte: la Cina e gli USA usano ciascuno il 21 % della biocapacità del pianeta (ma mentre la Cina lo fa con 1,43 miliardi di persone gli USA lo fanno con 304 milioni); l’India ha l’impronta successiva con il 7 % (su una popolazione di 1,3 miliardi).
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Parisi: la fisica per salvare il Pianeta
di Mario Porro
Prima che il conferimento del premio Nobel lo portasse alla ribalta, Giorgio Parisi aveva ricevuto nel 1992 un altro premio, per alcuni versi ancor più significativo, quello dedicato a Ludwig Boltzmann, il fisico tedesco strenuo difensore dell’atomismo, morto suicida nel 1906. Oltre ad aver dato fondamentali contributi nell’ambito della termodinamica, Boltzmann aveva aperto promosso, insieme a J. W. Gibbs, lo sviluppo della meccanica statistica, lo studio cioè dei fenomeni che coinvolgono grandi numeri, insiemi composti da una molteplicità di elementi in interazione, come le molecole di un gas. Non potendo determinare le singole traiettorie delle molteplici particelle che formano un sistema complesso, si deve ricorrere a metodi probabilistici, un lavoro che ha ricevuto contributi fondamentali dall’avvento dei computer. Non possiamo stabilire con esattezza il prodursi di un evento, come non possiamo prevedere la traiettoria di volo di un singolo storno fra le decine di migliaia che compongono lo stormo svolazzante nei cieli autunnali di Roma (un esempio caro a Parisi); possiamo però indicare la probabilità del prodursi di un processo, indicare la forma che potrebbe disegnare l’apparente caos dello stormo in fuga dagli assalti di un falco.
La “complessità” era diventata oggetto dell’interesse scientifico a partire dagli anni Settanta, anche se gli studi che ne avevano segnato l’inizio erano già emersi con gli articoli del meteorologo Edward Lorenz (occorre ricordare l’“effetto farfalla”?), risalenti al 1963 ma passati quasi sotto silenzio. Anche se c’era chi, come Carlo Emilio Gadda, narratore di dinamiche caotiche, aveva abbozzato, nella Meditazione milanese del 1928, fra mentalità ingegneresca e suggestioni filosofiche, una “teoresi” fedele al “senso della complessità” che rintracciava ovunque nella realtà.
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Conricerca: uno sviluppo dell'inchiesta operaia
di Bollettino Culturale
Steve Wright ci dice che se il primo tema dell'operaismo era quello dell'autonomia, il secondo riguardava la “possibile utilità della sociologia 'borghese' come mezzo per comprendere la realtà della moderna classe operaia”. La riflessione sulla sociologia, infatti, ha avuto una forte presenza nella ripresa del marxismo italiano del dopoguerra, presenza che si riscontra anche tra i collaboratori dei Quaderni Rossi, che più volte nei loro incontri hanno trattato questo tema. Nel settembre 1964, nella città di Torino, Panzieri presentò un seminario dal titolo “Uso Socialista dell'inchiesta operaia”. Con questo seminario il fondatore dei Quaderni intendeva raggiungere due obiettivi: da un lato, “portare qualche chiarimento al tema «Scopi politici dell'inchiesta»” e dall'altro “la precisazione di un certo metodo di lavoro dei «Quaderni rossi».” Quanto al primo ambito, la domanda centrale di Panzieri potrebbe essere così sintetizzata: è possibile costruire una sociologia del lavoro e dell'industria che non sia al servizio dello sviluppo tecnologico ma delle lotte operaie? Per rispondere, l'autore ricorrerà a una considerazione del lavoro di Marx, confrontandolo con le esperienze degli stessi lavoratori. Panzieri spiega che sebbene Marx abbia affrontato a suo tempo un'economia politica al completo servizio del capitale, il pensatore tedesco, invece di rifiutarla come scienza a causa del suo uso borghese, l'ha sottoposta a critiche. La base di questa critica starebbe nell'”accusa riccamente, se non sempre sufficientemente e persuasivamente, documentata del carattere unilaterale dell'economia politica.”
In questo senso, la critica marxiana indicherebbe non la falsità teorica della scienza economica, ma i suoi limiti: “l'economia politica pretende di chiudere la realtà sociale dentro lo schema limitato di un particolare modo di funzionamento, e assume poi questo modo di funzionamento come il migliore e quello naturale.”
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Immunizzati alla democrazia
di Giovanni Iozzoli
Un delirio d’impotenza – come una febbriciattola, un malessere, un tremore sottopelle. Tutti in fila, con gli occhi sui cellulari, ciondolando o scuotendo la testa: le badanti moldave, i ragazzini che non potevano più entrare in Polisportiva, gli edili vestiti da cantiere, qualche poliziotto in borghese che ammicca ai colleghi di guardia; poi i facchini, gente degli stabilimenti, un pezzo di classe operaia riottosa che ha aspettato fino all’ultimo. Pochi stranieri, molti meridionali – mi chiedo perché. Qualcuno scuote la testa, qualcuno nasconde i timori ridacchiando col vicino. Un hangar lindo e spettrale ci accoglie, con il solito allestimento scenico di simil-volontari; ormai somigliano a miliziani dalla fedeltà inscalfibile, buoni per ogni causa, dal soccorso pubblico al colpo di Stato. E’ cominciato tutto con il generale Buttiglione in divisa e penna sul cappello; e finisce tutto in hangar, caserme, minacce di apartheid: la campagna militar-vaccinale è partita dalla commedia italiana e culmina nella violazione palese e rivendicata della Costituzione. Chi l’ha detto che in Italia le cose finiscono sempre in burletta? Stavolta è andata alla rovescia: qua qualcuno ha fatto maledettamente sul serio proprio nel finale.
La fila è anonima, composta principalmente da poveri diavoli, gente che deve lavorare, che non può permettersi altre dilazioni. Lo so, è una drammatizzazione della mia fantasia, ma sembriamo bestie al macello, malinconiche e rassegnate. Nessuno dei presenti pare preoccupato all’idea che gli stiano inoculando nanoparticelle o sia in atto uno sterminio pianificato della popolazione – non sembra gente che ha tempo per i complotti. Però condividono tutti una medesima sensazione di sconfitta, di resa, qualcosa che si avverte nell’aria; qualcosa che forse brucia più delle supposte nanoparticelle.
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Sul significato politico del Green Pass
di Andrea Zhok
Per intendere il significato della protesta contro l’imposizione del GP bisogna comprenderne la natura ibrida.
In questa protesta confluiscono due spinte differenti, anche se compatibili.
1) Il “dissenso cognitivo”
La prima linea di contestazione è quella legata a ciò che possiamo chiamare uno “scandalo epistemico”, cioè la percezione da parte di un limitato numero di cittadini della crassa inadeguatezza delle motivazioni che dovrebbero giustificare l’introduzione della certificazione verde. Questa inadeguatezza è saltata agli occhi ad alcuni sia sul piano delle motivazioni giuridiche che su quello delle motivazioni sanitarie. Di questo gruppo fanno parte prevalentemente persone che avevano ragioni professionali o personali per approfondire autonomamente la questione, ad esempio perché studiosi o perché chiamati a dover decidere della vaccinazione dei propri figli, ecc.
Qui a muovere il tutto era ed è la chiara percezione che la normativa confluita nell’istituzione del Green Pass fosse incongrua con gli effetti che dichiarava di voler ottenere, fosse sproporzionata e discriminatoria, alimentasse un tipo di intervento sanitario (“il vaccino è l’unica salvezza”) che era dimostrabilmente sbagliato e controproducente.
La controparte di questo gruppo è rappresentato da persone che si sono fidate e si fidano della lezione dei media mainstream e dei resoconti delle autorità scientifiche nazionali, nonostante le massive contraddizioni in cui sono incorse.
Per ovvie ragioni il numero dei “dissenzienti cognitivi” è una esigua minoranza: visto che ogni approfondimento richiede tempo e capacità, chi si affida alle voci ufficiali è strutturalmente maggioranza, da sempre.
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Sui fatti del 9 ottobre a Roma
Note a margine a Green Pass e libero arbitrio
di Michele Castaldo
C’è un fatto nuovo che inquieta il mondo politico, in generale, ma quello di sinistra in particolare, che consiste nell’assalto alla sede nazionale e storica della Cgil di Corso d’Italia durante la manifestazione contro l’obbligatorietà del Green Pass, sabato 9 ottobre a Roma. Che si tratti di un fatto importante è fuori di dubbio. Un fatto che va inquadrato nella dinamica della nuova fase storica e non come codicillo del vecchio ciclo della storia d’Italia e con esso il processo di accumulazione capitalistica, altrimenti rischiamo di catalogare la storia come una coazione a ripetersi e sempre allo stesso modo. Anche perché – si noti il “paradosso” – i manifestanti di Roma hanno assalito la sede della Cgil di Roma mentre a Trieste e a Monfalcone i portuali hanno manifestato contro l’obbligatorietà del Green Pass con cortei e fumogeni, e notoriamente la Cgil è stato da sempre il sindacato con il maggior numero di portuali iscritti rispetto agli altri sindacati.
Sintetizziamo in poche parole gli assalti alle Camere del lavoro del periodo che avviò poi la presa del governo da parte del partito fascista nell’immediato primo dopoguerra del secolo scorso: la Cgil sosteneva le posizioni del Partito Socialista che appoggiava l’Urss contro l’isolamento internazionale che le forze imperialiste cercavano di attuare per strozzare sul nascere la rivoluzione in quel paese che poteva (secondo i migliori auspici degli ideali comunisti del momento) estendersi ad altri paesi. Sicché la lotta – una lotta vera – era tra due tendenze, una era quella che interpretava la necessità di una ripresa nazionale dell’accumulazione capitalistica con lo sguardo verso il nord Africa, mentre l’altra rivolgeva il proprio sguardo all’Internazionalismo proletario interpretato dal Partito socialista italiano che occhieggiava all’Urss e ai paesi rivieraschi del nord Africa ricchi di materie prime di cui l’Italia necessitava.
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Il comune e il valore, ovvero il valore del comune: un nodo irrisolto
di Andrea Fumagalli
Proponiamo qui il saggio di Andrea Fumagalli pubblicato nel volume «Il senso (del) comune. La radicalità del presente e il suo concetto», a cura Pietro Maltese e Danilo Mariscalco, appena pubblicato dalla Palermo University Press nella collana Studi culturali, diretta da Michele Cometa (con interventi di: Danilo Mariscalco, Pietro Maltese, Andrea Fumagalli, Alice Pugliese, Yuri Di Liberto, Luca Cinquemani, Ubaldo Fadini, Nicolas Martino, Claire Fontaine, Laura Strack). Il volume e questo saggio prendono spunto dal convegno organizzato dal Laboratorio «Studi culturali. Vita, politica, rappresentazione» all’Università degli Studi di Palermo il 21 e 22 maggio del 2018.
Il volume verrà presentato domani, sabato 18 settembre alle 12.00 a Palermo (Villa Filippina), nell’ambito del Festival Una marina di libri. Nel ringraziare i curatori e l’editore, l’autore ricorda anche l’indispensabile supporto psichedelico dei The Grateful Dead, The Phish, Jimi Hendrix.
Introduzione
In questo saggio cercheremo di approfondire il nesso tra valore e comune. Quando parliamo di valore, intendiamo il processo di creazione di valore di scambio all’interno di un’economia capitalistica. La creazione di valore – come ci ha insegnato Marx – non si presenta di per sé come valore di scambio: è in primo luogo valore d’uso. È necessario che una certa modalità di organizzazione economica si renda effettiva, grazie all’operare (tra gli altri) di due elementi decisivi: l’esistenza della proprietà privata e un rapporto di separazione tra il lavoro e la macchina, che definisce in continua metamorfosi il rapporto sociale capitale-lavoro. Il connubio tra questi due aspetti origina il sistema capitalistico di produzione, in grado di trasformare la produzione di valore d’uso (che è intrinseco nell’attività umana per soddisfare i propri sogni/bisogni) in valore di scambio. Da un sistema M-D-M si passa così a un sistema D-M-D’.
Se la problematica del valore, quindi dell’accumulazione, è uno dei temi che è stato al centro della critica dell’economia politica mainstream e del capitalismo, non altrettanto si può dire per la tematica del comune, che, solo recentemente, ha attirato l’interesse degli studiosi. In primis, crediamo che sia necessario specificare sin da subito che stiamo parlando del comune al singolare1: un concetto che non ha nulla a che fare con i beni comuni.
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Gli utili idioti neofascisti e il futuro delle lotte contro il «green pass»
di Niccolò Bertuzzi*
[Riceviamo e pubblichiamo una riflessione a caldo sui fatti di Roma scritta dal sociologo Niccolò Bertuzzi, di cui abbiamo già segnalato alcuni articoli. Di nostro aggiungiamo: ci sono mobilitazioni cittadine contro il lasciapassare in cui i fascisti sono stati emarginati nelle piazze e cacciati dalle assemblee, come è giusto, come vuole il minimo della decenza. È un dato di fatto, questa mobilitazione è molto differenziata e decentrata. Questo è al tempo stesso il suo limite e la sua forza. Ci sono situazioni arretrate in cui i discorsi sono confusi e ambigui, dai cortei partono slogan e canti a nostro avviso ripugnanti e i legami col mondo del lavoro sono labili, e ce ne sono altre più avanzate e interessanti, come quella di Trieste, dove sono attivi collettivi di compagne e compagni, il deprecandissimo ex-leghista ed ex-forzanovista Fabio Tuiach è stato allontanato dall’assemblea cittadina e, soprattutto, la lotta contro il lasciapassare si fa forte del protagonismo dei lavoratori del porto. Sicuramente nemmeno lì è tutto rose e fiori, ma il conflitto, almeno per ora, sembra dispiegato lungo la giusta linea di frattura. Vale la pena tenere d’occhio quel che succede nella città ex-asburgica. Ora: non è detto che Trieste debba essere per forza l’eccezione, la “stranezza”, e Roma la regola, la “normalità”. Forse la situazione romana – che pure, come nota Bertuzzi, non corrisponde in toto alla narrazione mainstream di queste ore – è meno rappresentativa e più peculiare di quanto sembri. Una delle varie malattie dello sguardo da cui dobbiamo curarci è un certo “romacentrismo” propugnato dai media. Come abbiamo detto più volte, ogni problema o questione si capisce meglio dai confini, dalle estremità, e peggio dal “centro”. Quando la realtà viene osservata solo dal “centro” e riportata a forza alla logica del “centro”, il suo resoconto diventa narrazione tossica. In questo caso, la narrazione tossica «chi è contro il green pass è fascista» serve a ostacolare l’evoluzione della lotta, serve a ostacolare chi i fascisti vuole allontanarli. Detto questo, buona lettura. WM].
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L’animale pandemico. COVID-19, crisi della razionalità ed ecosocialismo
di Marco Maurizi
Abbiamo il piacere di ospitare questo importante contributo del filosofo italiano Marco Maurizi, pensatore di punta dell’antispecismo italiano ed europeo e autore, tra le altre cose, di testi come Al di là della natura. Gli animali, il capitale e la libertà e Cos’è l’antispecismo politico.
Qui, Maurizi tenta di tracciare un filo rosso che parta dalle derive complottiste che certa “sinistra” ha acriticamente accolto nella lettura dell’attuale crisi pandemica e arrivi alla debolezza – e, oseremmo dire, quasi inesistenza – di un fronte valido capace di rileggere il rapporto tra umano e non umano alla luce della diffusione del Sars-Cov-2.
Prima parte. Pandemia e ideologia
Un’occasione mancata e un sorprendente riposizionamento politico
La pandemia del Covid-19 avrebbe potuto costituire un’occasione di ripensamento globale sia per quanto riguarda l’organizzazione sociale nel suo complesso che i nostri rapporti con la natura non-umana. Così non è stato. E ciò ha avuto conseguenze impressionanti dal punto di vista politico. La debolezza teorica e organizzativa del fronte socialista e la mancata introduzione di misure solidali a livello planetario è stata, infatti, assieme all’esplosione della pandemia, una delle cause della frammentazione e del radicale riposizionamento del quadro politico cui assistiamo oggi. La mancata risposta socialista alla crisi, infatti, va introdotta come variabile che avrebbe potuto, almeno in parte, evitare l’infiammarsi dello scontro politico nella modalità irrazionale e polarizzata che conosciamo, ovvero di una polarizzazione in gran parte irrazionale.
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Il caos e la necessità
di Lanfranco Binni
Un caos apparente (ma non è solo una questione di limitata visione antropocentrica) sta sconvolgendo il mondo. Cause, processi in corso e conseguenze di devastanti cambiamenti climatici, crisi economiche strutturali, strategie sanitarie e militari, malthusiane diseguaglianze sociali, sistemi politici corrotti a difesa di vecchie sporche società, si intrecciano e confliggono in un caleidoscopio impazzito, sbarrato il futuro, negate sorti “magnifiche” e regredite. Saltano le dimensioni temporali e le “progressive” categorie politico-economiche-culturali di “modernità”, “sviluppo”, “crescita”, “speranza” in un futuro migliore. Geopolitica e vita quotidiana dei “soggetti della Storia” (sudditi e ribelli) si intrecciano e si confondono in paesaggi drammatici e instabili, dominati dalla paura e dai condizionamenti di una lugubre sopravvivenza, in attesa di nuovi bombardamenti economici, di nuove catastrofi ambientali, di nuove pandemie. Su questi temi, oggi brutalmente centrali, intervengono numerosi autori di questo numero, tutti accomunati da una profonda e necessaria cognizione del tragico: analisi puntuali e urgenti, senza concessioni a illusori inganni, tenacemente tese a trasformare la comprensione dei dati di realtà (in orizzontale nel mondo globale e in verticale nelle dinamiche biopolitiche) nella necessità di elaborare e sviluppare strategie di radicali “rivolgimenti” e di processi teorico-pratici di liberazione. Nuovi processi in corso, per un altro mondo necessario. Come insegnò Brecht in Me-ti. Libro delle svolte, «Mi-en-leh indicava molte condizioni necessarie per il rivolgimento. Ma non conosceva momenti in cui non vi fosse da lavorare per esso». Brecht scrisse il suo «libretto in stile cinese, di regole di comportamento», durante l’esilio danese tra 1934 e 1937, negli anni di propagazione dell’infezione fascista e della peste nazista in Europa e di preparazione dei grandi massacri della Seconda guerra mondiale. «Me-ti insegnava: I rivolgimenti avvengono nei vicoli ciechi».
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